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Il dialogo che l'anima fa con se stessa, coscienza, linguaggio e comunicazione nella costituzione di sé

La prima parte del titolo è una citazione del "Teeteto" di Platone (428 – 347 a.C.), il più celebre allievo di Socrate. Socrate era un propugnatore del dialogo attivo, poiché egli vedeva in esso il "medium" con cui ha da realizzarsi la filosofia ed è proprio per questo che la sua attività filosofica (maieutica) ci è nota non dai suoi scritti, ma da quelli di Platone, nei famosi dialoghi platonici.

Anche quest'ultimo dava molta importanza al dialogo, tuttavia è bene operare una distinzione tra le diverse concezioni dei due filosofi. Secondo Socrate, il dialogo è vivo e si effettua tra due interlocutori, mentre per il suo allievo si svolge all'interno dello stesso individuo. Platone opera quindi uno spostamento del baricentro del dialogo, che da interazionale diventa autoreferenziale. Il pensare è dunque "Il dialogo che l'anima fa con se stessa".

Il dialogo inteso come lo intendeva Platone non è tuttavia un monologo, poiché l'anima non è una con se stessa, ma conosce il dissidio, il conflitto; la ragione trova se stessa, ma non è pacificata, è lacerata. Nel linguaggio sta la dimensione comunicativa, ma non si riduce ad essa. Esistono infatti altre dimensioni del linguaggio, come quella morfologica, sintattica e semantica.

La costituzione dei significati e la comunicazione

La conoscenza di una dimensione del linguaggio non è sufficiente alla comunicazione. La domanda che sorge è quindi: la costituzione dei significati precede la loro comunicazione? In altre parole, il sé prescinde dal linguaggio e dai rapporti sociali? Mead sostiene che il soggetto venga prima della società.

Da questa domanda si può ampliare il discorso e chiedersi che rapporto sussiste tra il sé e gli altri, tra la propria struttura e quella sociale. Fino a che punto la coscienza (da intendere come mente) è legata alla struttura del linguaggio? Una grande percentuale del pensiero filosofico del 1900 si caratterizza per il guadagno della funzione del linguaggio nei confronti della strutturazione del pensiero (Neokantismo, Kassier, Heidegger, Wittgestein, filosofia analitica).

La svolta cartesiana

Nella prima metà del 1600 la filosofia subisce una svolta: il soggetto inizia a venir identificato con la coscienza. L'autore di questa svolta è Descartes, il quale inizia a chiedersi se ciò che appare coincide davvero con ciò che esiste. Partendo dal fatto che le sensazioni hanno tradito tutti in un certo momento, egli afferma che esse non possono essere affidabili e si deve, in quanto uomini di conoscenza, dubitare della loro affidabilità. Descartes dubita degli enti, persino del proprio corpo. Il suo dubitare si deve, però, fermare nel momento in cui il filosofo arriva a dubitare di se stesso, poiché il dubitante e il dubitato non possono essere separati.

Posso dubitare di tutto, tranne del fatto che io esista in quanto res cogitans. La svolta sta nel fatto che la filosofia dovrà quindi ripartire dal sé. Aristotele (384-322 a.C.) chiamava questo tipo di riflessione filosofia prima, cioè ciò da cui tutto si lascia comprendere. Si parla quindi di scienza dell'essere in quanto essere. La domanda è quindi a che cosa posso attribuire l'appellativo "essere"?

Ontologia e gnoseologia

Da qui si dirama l'ontologia, ovvero la dottrina dell'essere (to on = ens, entis = das Seiende = ciò che è + logos = rapporto, discorso, proporzione, enunciato, razionalità). L'ontologia cerca di determinare cosa c'è e come è, differenza tra ente e niente. Parmenide (515-541 a.C.) è il padre dell'ontologia con la sua celebre frase "l'essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere".

La svolta di Descartes sta dunque nel sollevare il dubbio sulla tangibilità dell'essere. Si nutre il dubbio che ciò che appare possa non esistere. Vi è uno scarto tra apparenza e essere, fino a quando si incappa in un ente in cui non vi è più alcuna scissione (Terza meditazione). Questo ente è l'Io, è il cogito che dice a se stesso che è. Se le cose stanno così, allora solo in un secondo momento la filosofia può volgere lo sguardo altrove. Bisogna ripartire dal sé.

Il passo successivo è: se ciò che esiste è Io ed esso si definisce in termini di pensiero e rappresentazione, allora ogni mio rapporto con il mondo è mediato dalle percezioni ed è ovvio che ci si dovrà affidare solo a quelle più evidenti. Si deve quindi avere un'ontologia su ogni ente e l'uomo diventa ente tra gli enti. Il problema della conoscenza affonda le sue radici nell'essere. Vi è quindi un primato dell'ontologia sulla gnoseologia.

Descartes rovescia il primato, poiché le riflessioni sulla conoscenza vera sono limitate e delineate dalla validità della conoscenza (gnoseologia > ontologia). Non bisogna quindi stupirsi se il 1500 e il 1600 sono caratterizzati da discorsi sul metodo, ovvero sulla procedura per giungere alla conoscenza. Alcuni dei titoli sono "Nuovi saggi sull'intelletto umano" di Leibniz, "Saggi sull'intelletto umano" di Locke e scritti di Berkeley.

La filosofia prima è l'ontologia, poi emerge la gnoseologia. La filosofia del 1900 riscopre la centralità del linguaggio e/o il rapporto tra mente e linguaggio. Fino a che punto il linguaggio è necessario alla strutturazione dei pensieri? Il linguaggio si riappropria della sua funzione primaria (Michael Dammit, "Origini della filosofia analitica").

Linguaggio e rappresentazione del sé

Il linguaggio è sinonimo di comunicazione o no? Si parte dal dialogo che l'anima fa con se stessa o con quello che fa con altri? Nel titolo, "la rappresentazione di sé", a fare il problema è il sé (la soggettività). In cosa consiste il sé? È un flusso di rappresentazioni o le condizioni che rendono possibili le rappresentazioni?

È chiaro che gli individui sviluppano, nel corso della loro vita, rappresentazioni di sé, ma fino a che punto la realtà coincide con esse? Secondo Nietzsche il linguaggio è anzitutto metafora, ogni segno rinvia a diversi significati e quindi non si può parlare di assolutezza del significato. Di conseguenza anche l'Io non è assoluto. Attraverso le definizioni si può creare una corrispondenza biunivoca tra segno e significato. L'idea qui è che le cose ci sono e che bisogna trovare il modo migliore per conoscerle.

Ad esempio, che cosa è la volontà? La cognizione? Per rispondere si utilizza un elemento di cautela e si considerano come formule di autodescrizione. "La volontà vuole volere" dice Agostino; nel "De anima" si spiega che il desiderio muove il corpo e non il pensiero. La volontà è un motore mosso, ha bisogno che qualcosa la muova e trascende se stessa perché si autodetermina.

Il dialogo dell'anima

L'anima, ponderando le alternative del problema, giunge, se le cose vanno bene, ad una soluzione e allora il dilemma viene sciolto. In questo modo l'anima inizia ad opinare tale risoluzione, nella misura che essa le pare convincente. L'anima diviene, dunque, dell'avviso che rispetto a qualcosa. Attraverso questo dialogo che l'anima fa con se stessa, i due interlocutori interni giungono ad una posizione comune e così facendo si unificano.

Il linguaggio è, quindi, il medium con il quale l'anima opera un processo di riunificazione. È chiaro che nella visione platonica, questa riunificazione avviene tra sé e sé, ovvero non ha bisogno di passare attraverso l'altro ed è per questo che si tratta di un dialogo silenzioso.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/01 Filosofia teoretica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Daniel Zanatta di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Gnoseologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Scuola Normale Superiore di Pisa o del prof Nobile Mauro.
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