Picasso a Palazzo Reale a Milano (2001)
A Palazzo Reale, in mostra 200 capolavori di Picasso, una rassegna delle opere dal 1898 al 1972.
30 anni dopo la morte di Picasso, la mostra è composta da opere della sua collezione privata. Non è una mostra antologica né cronologica, ma un omaggio a uno dei maggiori artisti del '900, che ha interpretato pittura e scultura come modi e forme rivoluzionarie.
La vita e le opere di Pablo Picasso
Pablo Picasso nasce nel 1881 a Malaga. Frequentazioni con artisti ed espositori avviano le sue opere giovanili del periodo blu all’apprezzamento dei mercanti d’arte. Poi passa al periodo rosa, al terracotta, ai nudi africani. Molte influenze di artisti (es. Matisse, Mirò) determinano il suo orientamento al cubismo. Subisce anche molte influenze femminili (es. Olga). Ha una vita intensa e nel 1932 espone 236 opere alla Galerie Georges Petit. Dipinge fino a pochi mesi dalla morte (1973).
La mostra a Palazzo Reale
A Palazzo Reale vengono esposte più di 200 opere, che non fanno parte delle collezioni permanenti museali. La mostra offre spunti inusuali per conoscere lo stretto rapporto che intercorre tra la sua arte e i momenti che hanno segnato affettivamente la sua vita. Si passa dall’acquarello giovanile figurativo (Meditation – 1904 – unico ritratto presente: il pittore adorante sul sonno dell’amata Fernande), all’inchiostro di Femme debout (1911 – dettami cubisti nel corpo ruotato intorno al suo asse), a Homme à la guitare (1911), al bronzo dipinto bianco e rosso (Le verre d’absinthe – 1914); 15 anni più tardi l’olio su tavola Femme acrobate trasforma una donna in creatura dalle gambe tentacolari; l’intensa dominante del sesso e del potere emergono nella tecnica delle incisioni nelle Minotauromachie prodotte dal 1933, dove le donne sono possedute da mostri onirici; e infine le forme ossessive di Femme couchè (1972).
L'organizzazione della mostra
L’organizzazione, curata da MondadoriMostre, è funzionale e composta. Pregevole il catalogo edito da Electa. La mostra si sviluppa su 1.900 mq, affiancati da 300 mq di sala video e 80 mq per l’attività didattica cui si aggiungono più di 57 mq per la spaziosa reception, il bar e il bookshop. Le sculture sono su basamenti di legno, chiuse da pareti trasparenti, mentre le pareti delle sale sono contropennellate con legno tamburato. In uscita dalla Sala delle otto Colonne ci sono 2 grandi schermi continui su cui vengono proiettati spezzoni di film e foto d’epoca. Ne risulta una realizzazione allestitiva che non ricerca effetti speciali e non si sovrappone alle opere.
John Cage al MART di Rovereto (2003)
Gli ultimi 2000 anni sono stati attraversati dalla riflessione sul libero arbitrio, negato dal cristianesimo. Uno scossone avviene agli inizi del 1900 nel mondo della fisica, quando al determinismo newtoniano si contrappone la teoria quantistica che enuncia il Principio dell’indeterminatezza. Si parla di indeterminatezza anche nel mondo della musica. Il fondatore della musica sperimentale del '900 è John Cage (Los Angeles 1912 – New York 1992). Studia architettura, pittura e musica.
La filosofia musicale di John Cage
Per Cage “comporre una cosa, eseguire un’altra, ascoltare un’altra ancora, non c’è differenza tra il compositore, l’esecutore e l’ascoltatore” nel senso che ciascuno di questi ha un ruolo che non precostituisce e non prevarica il ruolo degli altri. A proposito dell’indeterminatezza della composizione rispetto all’esecuzione Cage fa alcuni esempi come quello su “L’arte della fuga” di Bach. In quest’opera la struttura, cioè la divisione dell’intero in parti; il metodo, che è il procedimento nota per nota; e la forma, che è il contenuto espressivo sono determinanti. Al contrario, il timbro e la dinamica caratteristici del pezzo musicale eseguito, non essendo indicati, sono indeterminati.
Le riflessioni di Cage non si limitano alla teoria della musica bensì divennero il punto di vista specifico del suo lavoro. Un’operazione musicale fatta da Cage nel 1938, notoriamente conosciuta come pianoforte preparato, pensò di usare un pianoforte per poter ottenere suoni percussivi, immettendo direttamente sulle corde pezzi “della sua cucina”. In tal modo con un solo strumento e con un solo esecutore ricostruì un’intera orchestra.
La mostra "Il silenzio della musica"
John Cage. Il silenzio della musica è il titolo della mostra inaugurata al Museo d’Arte di Rovereto e Trento (MART) nel 2002. La mostra evento, costituita da fotografie, installazioni e performances, si è articolata in 3 momenti: un convegno, una mostra e un concerto, legati da un unico filo conduttore riferito alle problematiche poste dall’esecutore americano. John Cage. Il silenzio della musica è anche il titolo del convegno durante il quale i relatori hanno esaminato da vari punti di vista la figura e le opere di Cage e i riflessi che queste hanno avuto sulla musica contemporanea.
Le tre parti della mostra
La mostra si divide in 3 parti. La prima sala riporta le fotografie fatte dal musicista De Melo Pimenta nel mitico loft di Cage a New York. La mostra presenta anche 13 grafici musicali di Pimenta (sorta di scritture musicali fuori dal classico pentagramma e senza le note). Poi si incontra la sala video dove sono trasmessi pezzi di interviste a Cage. La terza parte della mostra spinge a una visita esperienziale. Cage era famoso per la sua cucina e al MART è stata ricostruita una specie di tavola da cucina sulla quale in disordine sono stati posizionati cumino, peperoncino, curry, funghi, ecc.
Il concerto di Pimenta
La terza parte dell’evento di Cage al MART è stato il concerto di Pimenta. Abbiamo già scritto che Pimenta è l’erede spirituale della musica di Cage. Dice Pimenta: “Ancora oggi, dopo tanti anni, la materia prima del mio lavoro sulla musica è dunque l’essere umano, il pensiero e la libertà”. Il concerto era composto da 4 parti: il primo, Concerto per Grenouilles e Crickets; il secondo, Soleil; il terzo, Cage; il quarto, Mesostic.
(Allievi di) Marina Abramovic al PAC di Milano (2003)
Una interessante performance di allievi di Marina Abramovic si è svolta nel 2003 al Padiglione d’Arte Contemporanea (PAC) di Milano. Marina Abramovic è artista nota tra i maggiori rappresentanti della body art. Vincitrice del Leone d’oro alla biennale di Venezia del 1997, con i suoi allievi ha realizzato il workshop Cleaning the house. Si tratta di un training particolare che consiste nella preparazione del corpo attraverso un regime speciale di vita e una serie di esercizi fisici e mentali eseguiti da diversi artisti, al seguito del quale ognuno di essi realizza il lavoro con l’uso del corpo.
Marina Abramovic gira in vari paesi del mondo rappresentando le performances dei suoi allievi. Al PAC ha presentato una performance di due giorni, As soon as possible, con 30 installazioni dal vivo, tableaux vivants e interventi diretti dell’artista (attività arricchita). Il corpo è al centro del lavoro ed è esposto in modalità provocatorie. Ricorda il gesto banale quotidiano sublimato nella sua ripetitività: gli artisti pelano patate, tenendo uno il coltello e l’altro la patata.
Al PAC l’artista si arrampica su un muro allestito come schermo sul quale viene proiettato il suo film e in tal modo virtualmente lui stesso entra nel film e interagisce. C’è poi l’ossessione alla magrezza anoressica: Anna Berndston, magrissima e nuda, siede su un palchetto e i visitatori possono imboccarla. Nel secondo giorno la Wittstock, con una minigonna vertiginosa sulle cosce grasse, va su e giù da una scala e mostra fiera il suo corpo grasso.
Nell’evento sono presenti diverse etnie e culture diverse (es. Nazaket Ekici balla spasmodicamente al suono di musiche tradizionali turche). La Abramovic si muoveva su una sedia a rotelle per una frattura (ma faceva scena!) e ha cercato di mostrare che “l’arte non cambia il mondo, ma può influenzare il cambiamento della mente”.
La carriera di Marina Abramovic
Marina Abramovic è nata in Montenegro nel 1946. È stata una delle protagoniste indiscusse della scena artistica internazionale. Il corpo è sempre lo strumento delle sue performance (resistenza fisica, psicologica ed emotiva nei confronti del dolore, dello sfinimento e del pericolo – che permettono di attivare canali di comunicazione al di là del razionale). La prima performance risale al 1973: Rhythm 10.
La Abramovic dice che l’artista non può che trarre dal proprio vissuto l’ispirazione e il materiale su cui lavorare. Per lei parlare del futuro significa riportare alla luce il passato. Le performance vogliono dimostrare l’idea di unità tra anima e corpo, tra un’illusione ottica e la realtà oggettiva. C’è la volontà di svelare come tra artista e pubblico scorrono flussi di energia. Un altro approccio esplorato da Marina Abramovic è l’approdo alla video-istallazione, cioè a dire il corpo collocato dentro il video.
The Class of Marina Abramovic
The Class of Marina Abramovic è il nome di un gruppo di giovani artisti che si è formato sotto la guida della Abramovic. Lei trasmette agli studenti la sua esperienza di performer e le sue conoscenze attraverso lezioni, workshop, mostre e dibattiti. Fra i suoi obiettivi c’è aiutare e sostenere i giovani a diventare artisti professionisti. I suoi seminari implicano lo stare in un luogo completamente isolato, un regime di vita speciale e una serie di esercizi mentali e fisici, dopo i quali ognuno realizza un lavoro usando il proprio corpo.
Marco Agostinelli al LOFT di Milano (2004)
Qual è il rapporto tra arte e tecnologia? L’arte è comunicazione, informazione, formazione, mutamento, crescita, sviluppo; l’arte è un processo comunicativo che implica un percorso cognitivo tra emittente e ricevente attraverso mezzi di comunicazione, codici, valori. L’arte si avvale di strumenti tecnologici contemporanei sino ad arrivare all’arte digitale. Con l’evolversi delle tecniche informatiche, l’opera d’arte viene sempre più dematerializzata e si accentua la distanza tra l’artista e il suo interlocutore.
L’artista manipolatore agisce e comanda un sistema di intelligenza artificiale e i programmi del computer permetteranno all’artista innumerevoli combinazioni possibili. L’arte digitale, superando la materialità, supera anche la spazialità. Questa rivoluzione nasce con la fotografia e si afferma con il lungometraggio. Nel film la sequenza spazio-temporale perde, con le tecniche del montaggio, qualsiasi ordine temporale di costruzione. Nel film è reale solo quel che appare.
Marco Agostinelli, artista digitale, nasce a Penigale (Perugia) nel 1961 e comincia come film-maker e documentarista d’arte. Questa frequentazione del mezzo cinematografico sarà un elemento costante della sua esperienza artistica (Metropolis – 1997 – dove oggetti verticali ripresi dall’alto in basso diventano i grattacieli di New York; Nato – 2000 – una ripresa documentaria, trasformata attraverso la sovrapposizione di altre immagini). Sono opere d’arte “altre” e “originali”.
Un altro elemento che segna l’opera di Agostinelli è il rapporto con il mondo della creatività artistica. Ha spesso lavorato con altri artisti con l’intento e la capacità di interpretare con mezzi propri lo spirito e l’immaginario. La produzione di documentari sulle esposizioni di artisti contribuiscono a far esprimere una sensibilità che Agostinelli aveva nel suo DNA e che costituisce il suo background culturale.
Le opere di Agostinelli
- Nato e Cuore di cane. Le sue opere non sono il frutto di un software, ma l’elaborazione al computer dei suoi filmati. Si trova a Brunnenburg per girare un film e visita per caso una base Nato abbandonata. Riprende il luogo poi, in studio, smonta, scompone, modifica, stravolge fotogramma per fotogramma il documento. Nasce così Nato.
- Cuore di cane nasce da un film esistente. Agostinelli coglie lo spirito del film, cioè la frattura tra mondo d’oltre cortina e vita quotidiana. Ogni fotogramma diventa il suo doppio. Ogni personaggio ottiene la sua ombra. Il dramma della fame di una donna, di un bambino, di un popolo e di… un cane. Irriconoscibili i testi originari, fino a creare un’opera nuova.
I media elettronici aumentano i contatti umani, però il postmodernismo porta con sé anche la superficialità dei rapporti, la mancanza di spessore storico, la frammentazione della realtà. Agostinelli approda alla pittura digitale stampando su lamiera e su seta i suoi frames. All’elaborazione elettronica dell’opera d’arte attraverso il computer, Agostinelli accompagna l’antico rito della stampa della “pellicola”, ritrovando il gusto dell’artigianalità (attraverso il digitale).
La mostra-proiezione, proprio per le caratteristiche del mezzo espressivo usato da Agostinelli, non è stata allestita secondo i metodi classici, ma in forma di performance visiva. La performance, tenutasi presso il LOFT di Milano, si è sviluppata nella visione delle opere video.
Ingeborg Luscher al MART di Rovereto (2004)
Al MART di Rovereto nel 2004 apre la mostra dedicata all’artista svizzera Ingeborg Luscher. Nata in Sassonia, matura la sua vena artistica attraverso esperienze in accademia, contatti con artisti contemporanei, viaggi in India, Giappone, Cina, America e Medio Oriente, fino ad approdare alla 48° Biennale di Venezia del 1999, dove mostra una video-opera.
Fly Fly riprende gli atteggiamenti e gli atti di un gioco cinese di società nel quale i commensali di un pranzo si tirano schiaffi e baci in un crescendo umoristico. Viveri polifonici è la mostra antropologica al MART. Viveri polifonici intende riferirsi ai percorsi vitali dell’artista, articolati su un continuo contrappunto tra concreto e astratto, tra realtà e immaginazione.
L'arte di Ingeborg Luscher
La mostra si snoda in un percorso che va dal 1971 ad oggi e a lavori tuttora in progress. È interessante vedere come la Luscher utilizzi mezzi e linguaggi diversi senza un filo conduttore unico, senza perdere il suo punto di vista che è un punto di vista dialettico. Nei linguaggi e nei mezzi ci permette di rintracciare alcune linee di lettura dicotomiche e spesso oppositive.
- Un esempio è il dualismo cromatico e matematico: il giallo e il grigionero, lo zolfo e la cenere. Nelle opere della Luscher i due colori si rincorrono, le due materie si riflettono specularmente. Giallo e nero sono i colori della serie Cielo e terra e Mare e terra; giallo e grigionero sono i colori, e zolfo e cenere sono i materiali dell’installazione Amore-dolore.
- L’uso di questi colori e di questi materiali nella loro contrapposizione di vita e di morte ne fa oggetto di un messaggio. L’artista non usa linguaggi espliciti e non utilizza i suoi strumenti per propagande.
La Luscher è versatile nei suoi mezzi espressivi. La fotografia è un forte strumento di comunicazione sociale. La usa in due sensi: (1) come documentazione di un disagio, ma (2) anche come documentazione dell’esistenza. La fotografia non è obiettiva. La Luscher esaspera la manipolazione dell’immagine attraverso un processo che si basa ancora sul colore, ma anche sull’uso strumentale della potenzialità del mezzo.
Nella serie La casa dei granchi, composta da 46 pennelli in bianco e nero che riproducono le impronte sulla sabbia dei granchi. Le 8 fotografie di Bellezze prima del forno hanno come soggetto l’esposizione di pesci in un mercato giapponese, annodati tra loro con un nastro giallo. Un’altra serie di fotografie è quella del Bosco di Armand Schulthess del 1970. Si tratta di bigliettini di carta attaccati sugli alberi del bosco, sui quali sono riportate informazioni relative allo scibile umano.
La mostra al MART comprende un’installazione inedita: I giardini di Semiramide. Si tratta di un’opera fatta di strisce gialle, intrecciate tra loro in una complessa trama che da un lato richiama la donna e la femminilità; dall’altro è un messaggio di amore e di pace per una terra ieri soffocata da una dittatura sanguinaria e oggi sconvolta quotidianamente da lutti di madri. Questo lavoro richiama, anche se con un significato diverso, l’installazione Camera d’ambra fatta in Austria nel 2004, per conto dell’impresa Swarovski.
“La difesa della natura” di Joseph Beuys a Bolognano (2004)
Nel maggio del 1984 un centinaio di persone provenienti da tutto il mondo si ritrova per discutere di natura e, forse, di arte. L’artista tedesco Joseph Beuys (1921 – 1986) è conosciuto…
[Il testo originale termina improvvisamente.]-
Riassunto esame Organizzazione e gestione degli eventi culturali e dello spettacolo, prof. Monno, libro consigliato…
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