Programma
- Come nasce il problema organizzativo
- Gli attori organizzativi: i soggetti che nell’organizzazione operano come singoli individui ma anche come gruppi.
- L’organizzazione e i suoi ambienti: come interagisce l’impresa con l’esterno
- Le relazioni: meccanismi con cui si regolano i rapporti all’interno e all’esterno dell’impresa.
- Le forme organizzative unitarie e divisionali: possibili configurazioni aziendali
- Le adhocrazie e le forme organizzative ibride: possibili configurazioni aziendali
- Organizzare il lavoro delle persone: gestione delle risorse umane (punti di contatto con il diritto di lavoro nonostante affronti temi gestionali più che giuridici).
Introduzione
L’organizzazione aziendale è una disciplina che diviene autonoma nel secolo scorso ed ha origine da due radici differenti quali: (e in particolare nella microeconomia neoclassica): che pur occupandosi delle imprese e dell’economia politica loro organizzazione, (meglio nota come teoria dell’impresa), non disponeva di una teoria vera e propria dell’organizzazione (per l’appunto teoria dell’organizzazione). La microeconomia neoclassica si occupa tutt’oggi dell’impresa come una funzione della produzione nella quale si cercano le tecniche efficienti ma non ci si pone alcun problema di tipo organizzativo (l’organizzazione come dato esogeno nella microeconomia).
Studi di natura ingegneristica: tecniche e approcci matematici applicati all’organizzazione del lavoro cercando modalità per migliorare sostanzialmente l’efficienza del lavoro. L’efficienza è una generica misura di prestazioni che può essere applicata a differenti aree aziendali definite dal rapporto “input/output” (applicata alla finanza, alla produzione, al lavoro ecc.). Queste due radici sono state l’input di partenza dell’organizzazione aziendale dalle quali poi si è nettamente distinta per esser definitivamente influenzata dalla filosofia, psicologia e sociologia.
L’organizzazione ha molteplici definizioni e ogni definizione può essere tanto giusta quanto sbagliata in quanto ogni definizione enfatizza aspetti diversi (una mette in risalto un aspetto piuttosto che un altro). La più generale tra tutte queste possibili definizioni è quella che sostiene che l’organizzazione è un insieme di risorse tecniche, umane, finanziare e un insieme di processi volti ad un fine comune.
N.B. se il fine di un’organizzazione è economico si parla di impresa. Da tale definizione si può poi ricavare che l’organizzazione in primis può essere considerata come un sub sistema un più ampio sistema sociale ed economico che lo comprende ed è a sua volta composto da altri sistemi. Per struttura si intende proprio la configurazione utilizzata per dare ordine alle relazioni tra le componenti di un’azienda; un cambiamento di struttura si ha non solo quando cambia la configurazione ma anche quando cambio le componenti che poi vanno a relazionarsi.
L’organizzazione può essere intesa come struttura del più generale governo di un’azienda (specifica attività = il fare); questo ci permette di capire anche il rapporto tra i due diversi insegnamenti (economia e gestione delle imprese e organizzazione aziendale) dove l’organizzazione aziendale è una parte dell’economia e gestione delle imprese. L’organizzazione come componente individuale ovvero l’uomo, l’individuo, e quindi le risorse umane.
Come nasce il problema organizzativo
L’organizzazione nasce per effetto della divisione del lavoro che crea attività specializzate che si sono dimostrate più produttive delle attività generali; questa divisione fa aumentare l’efficienza produttiva.
- Divisione: come dividere il lavoro (quante fasi).
- Specializzazione: quale fase assegnare e a chi assegnarla.
- Coordinamento: problema organizzativo per eccellenza che consiste nel ricondurre ad unità le attività specializzate e le varie fasi.
La divisione del lavoro e l’organizzazione nascono con la rivoluzione industriale e vanno a soppiantare le forme artigianali. Le diverse soluzioni organizzative differiscono tra loro per il modo in cui realizzano il coordinamento.
La divisione del lavoro in attività specializzate comporta tre tipi di economia:
- Economie di specializzazione: derivano dal fatto di dedicare ciascuna risorsa (umana o materiale che sia), ad una specifica attività, realizza la stessa attività in modo più veloce.
- Economie di apprendimento: l’operatore concentrandosi solo su una gamma di attività riesce a conoscerle meglio e attraverso l’apprendimento modifica il modo di svolgere una specifica attività in senso migliorativo. Un concetto analogo a quello delle economie di apprendimento è quello di effetto-esperienza, ovvero con il passare del tempo si beneficia dell’esperienza legata allo svolgimento dell’attività.
- Economie di scala: le risorse specializzate possono assumere dimensioni crescenti nel tempo, il che può portare a economie di scala o ad una riduzione dei costi medi unitari di produzione nel lungo periodo. Più precisamente le economie di scala si verificano quando in corrispondenza dell’incremento delle dimensioni aziendali (gli impianti), l’aumento della quantità prodotta e venduta è più che proporzionale rispetto all’aumento di costo connesso all’incremento dimensionale; (il costo marginale è l’aumento di costo che si sopporta quando la produttività incrementa di una unità mentre il costo unitario è il costo medio di ogni singola unità prodotta. Detto questo si hanno economie di scala quando il costo marginale è minore del costo unitario e conseguentemente una unità in più di prodotto fa diminuire a sua volta lo stesso costo medio della produzione nel lungo periodo).
Queste attività che sono state suddivise portano all’esigenza di un coordinamento che è stato definito come la regolazione efficace delle interdipendenze tra tutte le attività specializzate in cui è stato suddiviso il lavoro. Il coordinamento può essere organizzato secondo molteplici forme tra le quali assumono maggior rilievo:
- Il mercato: è una forma di coordinamento nel senso che tramite il meccanismo dei prezzi o scambio basato sul prezzo, coordina l’attività di tanti attori specializzati ciascuno in altre attività (teoria di A. Smith).
- Le gerarchie: in questo caso non vi è una “mano invisibile” del mercato che garantisce il coordinamento attraverso lo scambio in cui si necessita della sola “informazione-prezzo”, ma tutto viene coordinato da un soggetto posto all’apice della gerarchia piramidale e che coordina tutte le attività specializzate legate ad un’organizzazione.
- Convenzioni: insieme di regole e comportamenti accettati da una determinata comunità.
- Forme ibride: la normalità sta nel fatto che, qualunque sia l’attività di produzione, non c’è tra coloro che svolgono le varie fasi un solo meccanismo di coordinamento, in quanto non esiste solo mercato o solo gerarchia ma un mix tra questi.
L’attività di coordinamento può svolgere due ruoli principali all’interno di un’organizzazione:
- Un ruolo procedurale: nel caso in cui gli obiettivi e la conoscenza (tecnologia) sono dei dati esogeni e quindi si porrà solo un problema di stabilire i passaggi per lo svolgimento delle diverse attività.
- Ruolo esplorativo: nel caso in cui gli obiettivi e la conoscenza non sono dei dati esogeni allora in questo caso l’attività organizzativa risulterà più ampia e “sperimentale”; si effettuerà una ricerca per fissare gli obiettivi e le tecnologie da utilizzare con un impiego maggiore di risorse in termini monetari e di tempo.
Gli obiettivi e la conoscenza evidenziano nel campo delle imprese “cosa produrre” e “come produrre”, il che ci porta a trattare della relazione esistente tra strategia aziendale e struttura organizzativa. Per strategia si intende definire gli obiettivi di produzione e vendita (cosa e dove) mentre la struttura si occupa di come realizzare il prodotto deciso dalla strategia; questi due concetti sono in relazione tra loro e in particolare può avvenire che la strategia determini la struttura: structure follow strategy (Chandler) o la struttura segue la strategia; in tal caso si determina prima la strategia e poi si adegua la struttura in relazione a quella che è la strategia da seguire in una relazione semplice e lineare. Questa relazione lineare rimane valida finché opera in un contesto stabile; se invece si opera in un contesto economico fortemente variabile si ha una relazione di interdipendenza dovuto al fatto che adeguare la struttura alla strategia richiede tempo e quindi, la strategia influenza la struttura, la struttura influenza la strategia, ed entrambe sono influenzate dai cambiamenti ambientali con un approccio più adeguato a descrivere la realtà dei fatti.
L’organizzazione inoltre è un sistema che, come già abbiamo detto, apprende e risente della volontà di una pluralità di soggetti interni ed esterni; la nozione stessa di strategia è legata alla libertà decisionale e quindi questo sottolinea l’aspetto creativo di tutti gli attori esterni ed interni legati all’impresa, i quali imparano dai risultati passati dell’impresa in una relazione evolutiva.
I punti cardine per lo studio dell’organizzazione aziendale sono 3:
- Attori intesi sia come singoli individui, sia come gruppi di individui
- Relazioni che intercorrono tra gli individui, e tra ambiente e individui
- Ambiente che circonda un’organizzazione esternamente
Esistono vari approcci per lo studio dell’organizzazione e in particolare questi approcci si focalizzano su tre aspetti:
- Soggetti
- Sistemi
- Popolazioni
I soggetti: il soggetto è dotato di una propria razionalità e le teorie che focalizzano l’attenzione su tale componente dell’organizzazione vanno ad indagare come il soggetto si comporta nelle sue dinamiche decisionali e perché pone in essere determinati comportamenti. L’individuo può essere visto in una duplice veste infatti può essere considerato sia interno che esterno all’organizzazione.
Le principali teorie che si focalizzano sui soggetti sono:
- Teorie classiche
- Teoria dell’intersoggettività
- Teoria delle decisioni
- Teoria degli stakeholder
- Teorie motivazionali
- Teorie fenomenologiche
Teorie classiche
La prima classe di teorie esaminate è quella delle teorie classiche dell’organizzazione: nascono in un periodo in cui la domanda è rigida e la produzione è di massa. Secondo tale teoria l’organizzazione è un mezzo che viene plasmato dai fini di chi detiene il comando. Questi opera secondo un principio di razionalità che risponde al criterio efficientistico del minimo mezzo e trascura ogni altra considerazione di tipo culturale che possa interferire con l’obiettivo di massimizzazione del risultato; quindi l’individuo che fa parte dell’organizzazione è fondamentale per raggiungere l’obiettivo ma è un mero esecutore dei comandi che gli vengono impartiti, non si considera affatto la sua discrezionalità, individualità, personalità.
I principali autori di tale teoria sono Taylor e Fayol; quest’ultimo formula delle teorie in linea con la visione taylorista, ma incentrando la sua attenzione sui principi di amministrazione aziendale e quindi sul top management. Questi due autori ci forniscono le informazioni tecniche per migliorare l’efficienza; il problema organizzativo si basa sull’individuazione della tecnica più adatta e nel miglioramento di tale tecnica, eliminando sostanzialmente la discrezionalità e la creatività individuale. Taylor in particolare applicherà questi metodi nelle fabbriche di Ford (da qui nasce il concetto di Taylorismo e Fordismo) elaborando il c.d. postulato della “one best way”: esiste una sola via ottimale (ottimale in senso assoluto). Il limite di questa teoria è intrinseca al postulato stesso in quanto non è possibile pensare che esista una sola via ottimale senza tenere conto del contesto in cui si opera; il contesto (o ambiente) è proprio l’elemento da cui il Taylorismo prescinde totalmente essendo tutta focalizzata sul soggetto e su un’ottica deterministica.
Teorie dell’intersoggettività
Le teorie dell’intersoggettività sono definite in quanto sono focalizzate ancora sui soggetti ma si lascia più spazio alla discrezionalità dell’individuo considerando anche le possibili interazioni tra soggetti: cioè l’organizzazione e il comportamento organizzativo non dipende da quello che decide un soggetto come nel Taylorismo puro, ma dipende dalla interazione tra soggetti: ora si inizia a considerare l’interdipendenza tra gli obiettivi dei singoli individui dell’organizzazione e gli obiettivi dell’organizzazione stessa.
Teorie delle decisioni
Le teorie delle decisioni, si focalizzano sul soggetto inteso come individuo, il soggetto è più umano. Tale visione deriva soprattutto dalla concezione di razionalità limitata introdotto da Simon: l’essere umano è dotato non di una razionalità assoluta, ma di una razionalità limitata in quanto non conosce con completezza tutte le alternative di scelta, le possibilità tecniche e le conseguenze dovute alle alternative. L’organizzazione ora viene studiata attraverso i processi decisionali che spingono l’individuo ad organizzarsi e a comportarsi in determinati modi e quindi a prendere determinate decisioni. Si è arrivati poi a concludere che le decisioni possibili sono di due tipi:
- Programmabili: ossia comportamenti prevedibili che non implicano scelte per il soggetto che le prende.
- Non programmabili: comportamenti non prevedibili e quindi che implicano una scelta tra quali attuare.
Teoria degli stakeholder
Gli stakeholder sono i portatori di interessi, ed è un concetto contrapposto al concetto di stockholder o shareholder cioè portatore dell’azione o investitore a titolo di capitale proprio. Lo stakeholder (clienti, banche, dipendenti, fornitori), per essere definito come tale deve sì essere portatore di interessi, ma deve anche influenzare l’organizzazione. La teoria degli stakeholder, similmente alla teoria delle decisioni, vede nell’organizzazione e nel comportamento organizzativo il risultato dell’interazione di più soggetti. Gli stakeholder così astrattamente individuati possiamo classificarli in due modi:
- Stakeholder rilevanti o primari: più interessi ma soprattutto più influenza.
- Stakeholder poco rilevanti o secondari: al contrario, non esercitano una forte influenza.
Chi prende le decisioni nell’impresa deve tener conto di tutte queste relazioni più o meno influenti e degli interessi di tutti questi soggetti; un criterio che spesso viene dimenticato quando si tiene conto dei decisori che nell’organizzazione prendono le decisioni, è il criterio dell’urgenza: il comportamento organizzativo è frutto delle volontà di tutti gli stakeholder, però chi decide tiene conto dell’urgenza che qualifica l’interesse dei vari stakeholder.
Teorie motivazionali
Le teorie motivazionali si focalizzano sulla motivazione dei soggetti che partecipano all’organizzazione, e quindi studiano la motivazione sul lavoro, la motivazione a partecipare, e sono teorie che guardano da vicino all’equilibrio organizzativo dell’impresa ossia all’equilibrio tra incentivi che i partecipanti hanno a partecipare all’impresa, e i contributi che derivano dalla loro partecipazione. Inoltre, studiano le condizioni di lavoro e come l’ambiente di lavoro influenza l’efficienza produttiva del lavoro. Uno degli autori principali di queste teorie è Helton Mayo, il quale fondò una corrente di pensiero o “scuola delle relazioni umane”. È proprio con Mayo, a metà del ‘900, che si iniziano a fare esperimenti nelle fabbriche sulle condizioni di lavoro (ad esempio come influiva l’intensità luminosa sulla produttività). Altro autore a sostegno di tale teoria è Maslow che individua una scala di bisogni che vengono soddisfatti tramite l’attività lavorativa e quindi che la qualità del lavoro nell’organizzazione dipende molto dalle condizioni personali di ogni singolo lavoratore.
Teorie fenomenologiche
Le teorie fenomenologiche sono teorie che guardano alla organizzazione con un approccio relativistico ovvero non attribuiscono un’autonoma esistenza all’organizzazione nel senso che l’organizzazione non esiste a prescindere dall’esistenza dei soggetti e dal modo in cui essi la percepiscono; l’organizzazione secondo le teorie fenomenologiche non è reificata (da res = cosa) ma è solo ciò che viene percepito da chi la compone e ciascuno attribuisce un significato all’organizzazione attraverso il suo comportamento. Questo tipo di teorie sono meramente descrittive senza dare alcuna indicazione prescrittiva ossia non viene data informazione alcuna circa come svolgere l’attività nell’organizzazione, come cambiare l’organizzazione, come modificare, perché fare delle scelte piuttosto che altre.
L’unico autore che elabora delle teorie fenomenologiche dando anche un risvolto prescrittivo è Karl Weick, prescrivendo il concetto di enactment, o attivazione dell’ambiente. Le imprese, secondo Weick, vivono in un contesto non oggettivamente esistente, e ciascuna impresa tende ad attivare e a costruire il proprio ambiente.
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