Organizzazione aziendale delle PMI
Introduzione
Di PMI e MPMI (= micro piccole medie imprese) oggi tutti parlano, mentre fino a qualche anno fa questo fenomeno nazionale era assolutamente sottovalutato. Si parla anche di P e M, cioè di piccola impresa separata da quella media. Le MPMI sono imprese monopersonali o quasi (esempio: bar gestito da marito e moglie). Per alcuni sono gli artigiani, che però per altri sono PMI.
Abbiamo 3 variabili, secondo il criterio dimensionale, per definire una PMI:
- Fatturato
- Organico
- Capitale sociale
Un’impresa è di piccole medie dimensioni quando ha un fatturato da 1.000.000€ a 80.000.000€, un numero di dipendenti da 15 a 250 e, avendo almeno una delle due caratteristiche precedenti, non è partecipata per più del 40% da una grande impresa. Non è considerata PMI per quest’ultima categoria un’impresa che chiede fondi pubblici.
Un’impresa è piccola quando ha un fatturato da 1.000.000€ a 50.000.000€ ed è media da 51.000.000€ a 80.000.000€, è piccola quando ha da 15 a 100 dipendenti ed è media quando ha da 101 a 250 dipendenti. La terza regola è identica sia per la piccola sia per la media.
Un’impresa è micro quando è al di sotto dei valori precedenti, rispettando però la terza caratteristica.
In Italia le aziende iscritte alla Camera di Commercio sono 4,5 milioni, di cui solo 10.000 (lo 0,2%) sono al di sopra di queste soglie dimensionali. La maggioranza delle imprese è quindi di piccole medie dimensioni. Le imprese associate a Confindustria per il 95% sono PMI, ma la sua presidenza è affidata alla grande impresa, solo la vicepresidenza alla piccola.
Modello originale di sviluppo
L’Italia potrebbe insegnare al mondo questa sua peculiarità (la presenza capillare e diffusa di PMI sul territorio) se avesse al suo interno un modello originale di sviluppo fondato su 4 caratteristiche. Non si tratta di valorizzare solo la piccola e media dimensione tipica delle nostre imprese, ma anche altre caratteristiche quali la vocazione imprenditoriale, la proprietà familiare e l’attività prevalentemente manifatturiera.
- La piccola e media dimensione
- La proprietà familiare
- La prevalenza manifatturiera
- La vocazione imprenditoriale
Proprietà familiare
Il proprietario è colui che mette, investe il capitale. L’imprenditore definisce la strategia di quell’azienda, l’idea imprenditoriale, cioè la combinazione prodotto-mercato-tecnologia (cosa, dove e come realizzo il prodotto). Si tratta del contributo che l’imprenditore dà all’azienda. Il manager coadiuva l’imprenditore nella realizzazione della strategia. Il collaboratore opera eseguendo comandi. Nelle PMI spesso le prime tre figure sono una persona sola oppure un nucleo ristretto di persone, legati da rapporti di parentela.
La proprietà familiare, però, può anche essere intesa nel senso che, anche quando è uno solo proprietario-imprenditore-manager, gli succede un suo familiare. A mano a mano che l’azienda cresce si creano 2 tipi di spaccature: nella seconda generazione, il proprietario inizia ad avere manager non legati da rapporti di parentela (si tratta di un processo di spersonalizzazione dell’azienda) oppure il proprietario lascia in eredità l’azienda ai figli ma, ritenendoli non adatti, nomina un imprenditore non familiare per generare fatturato maggiore. Nella vita di un’azienda la proprietà familiare può scindersi ma rimane comunque in capo alla famiglia.
Le 4 caratteristiche del modello non necessariamente vanno prese insieme, ne bastano 2 o 3: anche quando le aziende crescono non vogliono smentire il modello alla base (esempio: Fiat, seppure sia una grande impresa, è di proprietà Agnelli, quindi ha mantenuto l’elemento della proprietà familiare).
Prevalenza manifatturiera
Per molti, fondare l’economia sulla manifattura significava essere un paese privo di futuro economico, bisognava orientarsi sui servizi. L’Inghilterra voleva diventare centro di servizi da erogare ai manifatturieri emergenti. L’Italia non ha seguito questa strada. Questo processo aveva portato a delocalizzare, cioè spostare gli stabilimenti produttivi: produco in un altro stato per vendere a prezzi più bassi perché il costo del lavoro là è più basso. Significa produrre all’estero per sfruttare i bassi costi della manodopera. Questo avrebbe spostato la manifattura al di fuori dei confini nazionali, ma questo non funzionava per una serie di motivi:
- Perché non è vero che quello che produci in un altro stato è uguale, perché la qualità non è uguale a quella nazionale.
- Il mondo ad est e a sud cresce rapidamente e, crescendo, le differenze tra popolazione ricca e povera non si accettano più e nascono conflitti sociali. L’unica soluzione quindi è l’aumento dei salari, ma così non ha più senso delocalizzare.
- Non si delocalizza più per questi due motivi, è sempre più importante internazionalizzare, cioè produrre dove si vuole ma vendere all’estero. Significa ricercare nuovi mercati di sbocco per i propri prodotti. Il problema tra delocalizzazione e internazionalizzazione non è una scelta di localizzazione ma di strategia.
Vocazione imprenditoriale
Vocazione: quello dell’imprenditore è un lavoro ma, rispetto a tutti gli altri lavoratori, l’imprenditore si identifica con la sua azienda, per questo si parla di vocazione. Egli vive per l’azienda, dedica la propria vita all’azienda avendone in cambio risultati economici positivi quando le cose vanno bene.
Imprenditoriale: senza imprenditore non c’è impresa, senza impresa non c’è lavoro. L’imprenditore si differenzia dal lavoratore autonomo. Lavoro autonomo sta per “da solo” (esempio: medico), mentre l’imprenditore lavora sempre con altre persone. Il lavoratore autonomo non dà occasioni di lavoro, al massimo ha una segretaria, mentre un imprenditore edile che da solo costruisce un cantiere non esiste. Imprenditore non è finanziere, imprenditore non è padrone. L’imprenditore è colui che realizza l’idea imprenditoriale.
Uno degli obiettivi è che l’impresa duri nel tempo, quindi occorre un’idea imprenditoriale valida per poter stare in piedi. Il finanziere, al contrario, vuole solo guadagnare (esempio: De Benedetti). L’imprenditore conosce e sa fare il prodotto e conseguentemente guadagna, mentre l’unico parametro di successo del finanziere è definito dalla capacità di investimento di denaro, non dall’idea imprenditoriale su cui quel denaro è investito. “Il fatturato riempie la bocca, l’utile riempie le tasche”, secondo l’imprenditore. Questo spiega la dimensione media delle nostre imprese.
Mentre l’imprenditore costruisce posti di lavoro, è datore di lavoro, il finanziere non li costruisce ma al massimo li mantiene. L’imprenditore ragiona con l’idea imprenditoriale dove tutto è mezzo per raggiungere il suo fine. Dietro all’idea di imprenditore padrone c’è una mal concepita tradizione cattolica in logica pauperistica. L’imprenditore è l’unico che, con il proprio rischio imprenditoriale, può creare posti di lavoro. Il lavoro c’è anche nell’impresa pubblica ma costa molto di più ed è più inefficiente. Non si può quindi usare l’epiteto di padrone nelle uniche persone che possono risolvere il problema della disoccupazione.
In presenza di una vocazione imprenditoriale, bisognerebbe facilitare ed incentivare il lavoro di queste persone, evitando tassazioni (IRAP), facendo leggi alla portata e su misura delle PMI, salvaguardando lo statuto delle imprese a favore della PMI riconoscendone a livello ufficiale l’importanza economica e sociale. C’è un’ulteriore caratteristica della vocazione imprenditoriale: il legame con il territorio di appartenenza, per nascita soprattutto, ma anche acquisito, è in molti casi per l’imprenditore una delle caratteristiche su cui costruire il proprio successo e quello dell’azienda fondata.
Il modello è tale quando, visto dall’alto, ce n’è coscienza, è riconosciuto dall’alto ed, essendo riconosciuto, non è criticato ma valorizzato in quanto positivo.
Riferimenti storici
Lo statuto delle imprese è legge dal 2011, mentre lo statuto dei lavoratori è del 15 maggio 1970. Con questo si vede l’importanza che l’Italia dà a questi 2 aspetti: viene prima il lavoratore dell’impresa. Le due cose (capitale-impresa, lavoro-lavoratore) devono stare e procedere sullo stesso piano. Se l’impresa dura nel tempo, l’imprenditore guadagna e il lavoratore mantiene il posto di lavoro.
La Germania ha creato la compartecipazione dei lavoratori all’azienda: c’è un consiglio di sorveglianza in cui risiedono rappresentanti del lavoro e rappresentanti del capitale. In Italia, al contrario, sopravvive ancora l’idea del conflitto tra capitale e lavoro.
L’Italia ha avuto due grandi momenti di sviluppo: gli anni ’60 con il boom economico merito della ricostruzione e gli anni ’80-’90 esito dello statuto dei lavoratori. Questa legge all’art. 18 permetteva l’assenza del sindacato nelle aziende con meno di 15 dipendenti. In quegli anni il sindacato era un soggetto forte e gli scioperi erano all’ordine del giorno. Questa legge ha significato la moltiplicazione di imprese di piccole dimensioni: laddove, per esempio, operava un’azienda da 90 dipendenti, ne nacquero 6 da 15 dipendenti.
Questo articolo non voleva la nascita delle PMI, ma in seguito si è consolidato il Made in Italy, l’Italia dei distretti e dell’imprenditorialità diffusa. Questo significava, infatti, avere 6 imprenditori: uno era quello di prima, gli altri sono stati chiamati tra i migliori collaboratori per mettersi in proprio. A questi 5 migliori è stato dato lavoro dal primo imprenditore nelle altre fasi meno importanti, aziende in affitto e dipendenti. Nacquero così tante aziende vicine sul territorio, i distretti, dove ogni imprenditore nuovo curava una piccola parte del processo produttivo, specializzandosi e quindi facendo sempre meglio il suo prodotto o servizio e facendosi conoscere prima in Italia e poi nel mondo.
Made in Italy
Per Made in Italy si intende ormai solo moda, design e arredamento, alimentare, arte e cinema. In realtà, il Made in Italy non è solo questo. È la punta dell’iceberg, che è tutto ciò che tutto il mondo immediatamente riconosce legato allo stile di vita italiano. Ma anche sotto alla parte emersa dell’iceberg c’è Made in Italy perché ha le stesse caratteristiche di fondo di ciò che è emerso (che sono le 4 caratteristiche del modello originale di sviluppo), pur facendo prodotti diversi. C’è un Made in Italy complessivo, l’intero iceberg, che ha una parte emersa e una parte sommersa fatta di settori e prodotti sconosciuti al largo pubblico. Dovremmo lottare perché tutto ciò venga riconosciuto come Made in Italy, che è il modello originale di sviluppo con le 4 caratteristiche.
Critiche al modello originale di sviluppo
Ci sono molte obiezioni a questa teoria perché non si riconosce la grande importanza che le piccole e medie imprese hanno avuto nello sviluppo economico del paese e anche nell’attraversamento dell’attuale crisi economica. Alcune di queste obiezioni arrivano dall’estero e sono normali perché ci osservano, ci studiano, ci giudicano, ma non ci capiscono. Chi ci guarda dall’estero spesso lo fa con superiorità, per giudicare più che per capire e quello che appare diverso rispetto alla loro realtà a priori è negativo. Ben più gravi, però, sono le critiche che si sviluppano all’interno del paese, laddove ci si aspetterebbe la difesa di un modello originale di sviluppo, diverso da altri, ma peculiare della nostra storia e tradizione.
Le critiche che arrivano dall’Italia sono di 2 tipi: possiamo distinguere i giudizi negativi della realtà economica locale degli intransigenti e dei perdenti. Gli intransigenti sono quelli che pensano che il modello vincente sia quello anglosassone e dunque laddove l’Italia è diversa da quel modello sta sbagliando. Propongono un modello fondato sui servizi e non sul manifatturiero. I perdenti, invece, sono quelli che hanno perso e che, invece di riconoscere le cause di questa sconfitta imprenditoriale, colpevolizzano il paese Italia. Se questo fosse vero, però, non si spiegherebbero i 4,5 milioni di imprese che continuano ad andare avanti. Non è il contesto dell’attività imprenditoriale che fa la differenza, ma a fare la differenza è l’imprenditore. Edoardo Nesi è l’alfiere dei perdenti, è stato imprenditore ma ha fallito ed è diventato scrittore.
Ci sono tante critiche a questo modello, ma per ciascuna di queste critiche c’è una risposta. Le principali critiche sono 4:
- C'è un modello originale di sviluppo (con 4 caratteristiche: piccola e media dimensione di impresa, proprietà familiare, vocazione imprenditoriale e attività prevalentemente manifatturiera), ma questo significa che quindi in Italia non possono esserci grandi imprese, né servizi, né manager? Se il modello implica quelle 4 caratteristiche, significherebbe che in Italia imprese diverse da questa non ci sono. In realtà, in Italia esistono grandi imprese la cui proprietà è diffusa in borsa con una forte presenza di managerialità e operanti nel settore dei servizi. Affermare l’esistenza del modello originale di sviluppo non nega quindi l’esistenza di altri tipi di imprese, ma vuole solo dire che le grandi imprese sono una minoranza.
L’Italia è l’unico paese tra quelli economicamente sviluppati in cui imprese con quelle 4 caratteristiche presidiano una percentuale elevatissima su tutte le principali grandezze economiche. Non è che in Germania non ve ne siano, ma l’export, il PIL, l’occupazione ecc. di queste imprese sono inferiori alla percentuale equivalente in Italia. È chiaro che sono importanti le grandi imprese anche in Italia e non si riduce la loro importanza. Il problema è che le imprese con più di 1.000 dipendenti cinquant’anni fa erano 30, oggi saranno una decina. Stanno quindi diminuendo per la nostra storia, che ha fatto sì che gran parte della popolazione sia concentrata in piccoli comuni.
È chiaro che esiste anche in Italia una borsa, che permette di trasferire i titoli di proprietà di un’azienda. Nessuno nega l’esistenza della borsa, ma sono poche le aziende quotate, in percentuale rispetto ad altre economie sviluppate. Grandi imprenditori italiani affermano di non voler mai entrare in Borsa, come Ferrero, Giorgio Armani, Squinzi, mentre all’estero tutti si quotano in Borsa appena possibile (esempio: Facebook). La Borsa italiana, inoltre, è vista dall’alto contenuto speculativo. Si vendono quote della propria azienda quando questa va bene e si ricomprano quando questa successivamente andrà male. Un altro modo di dire è che il valore reale dell’azienda spesso è positivo e ciò nonostante il valore del titolo è negativo. Il valore del titolo quotato non dice sempre del valore reale dell’azienda.
Esistono segmenti della Borsa italiana pensati, creati apposta per quotare le piccole medie imprese. Per esempio Lime, l’ultimo arrivato, ha un discreto successo seppur con numeri piccoli. Nulla in contrario ai servizi. È chiaro che in un’economia sviluppata la percentuale del manifatturiero tenda a diminuire, ma è bene che questa diminuzione non sia eccessiva. Questi servizi però è bene che siano a supporto dell’impresa del modello originale di sviluppo.
Infine, è importante la presenza di manager in azienda per la necessità di coadiuvare l’imprenditore con persone capaci di gestire l’impresa. L’unione tra imprenditori e manager non può che fare la forza dell’impresa. Tuttavia, senza imprenditore non c’è impresa e senza imprenditore l’impresa non lavora. Quindi l’imprenditore viene prima del manager. Il manager è in grado di aiutare a crescere, avendo il dominio degli strumenti manageriali, ma non di far nascere.
Occorre riconoscere, inoltre, che in Italia non c’è una consolidata tradizione manageriale, mentre da sempre siamo conosciuti in tutto il mondo per la capacità di inventiva nelle cose di tutti i giorni, che spesso è alla base di idee imprenditoriali. I manager italiani in posizione di vertice nelle grandi imprese multinazionali sono pochissimi, mentre i prodotti frutto del lavoro imprenditoriale sono in tutto il mondo. L’imprenditorialità è quindi l’unica risorsa che l’Italia ha in maniera molto diffusa, la voglia di fare è una delle poch
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