Il servitore di due padroni
Carlo Goldoni incontra il Truffaldino Antonio Sacchi nel 1738, quando costui è scritturato dal Teatro di San Samuele nella compagnia Imer, insieme alla sorella Adriana, Smeraldina, e alla moglie Antonia, la seconda donna, in arte Beatrice. Affascinato dalla loro bravura, prepara alcuni scenari all'improvviso: Cento e quattro accidenti in una notte e Le trentadue disgrazie di Arlecchino.
Nel 1745 mentre Carlo Goldoni si trova a Pisa per esercitare la professione di avvocato, riceve una richiesta di collaborazione da parte di Sacchi. Sacchi era specializzato nella parte del servitore sciocco, dunque quella che lui rappresentava era la maschera di Arlecchino, portata in scena con il nome di Truffaldino per distinguersi, infatti il Truffaldino era per antonomasia Sacchi. Sacchi chiede a Goldoni di scrivere un testo per lui e ciò che verrà fuori da questo lavoro sarà "Il servitore di due padroni". Fu proprio l’attore a fornire l’argomento a Goldoni: gli manda infatti un canovaccio precedente scritto dal francese "Arlequin valet de deux maîtres".
Nel titolo di Goldoni non è presente il nome del protagonista (Truffaldino/Arlecchino), al contrario del canovaccio originale. Il protagonista di Goldoni riesce ad essere astuto e sciocco allo stesso tempo, mostra doti di particolare astuzia solo in determinate circostanze: quando necessita di tirarsi fuori da situazioni scomode è scaltro, quando si distrae, no. Sacchi riesce bene nel suo personaggio ed inoltre dà un’attenzione notevole alla componente sentimentale del carattere.
Antonio Sacchi dispone di una sapienza pratica, in cui si mescolano spunti rubati dai libri; non mancano neppure i riferimenti alla cultura classica, alla poesia, e alla filosofia, ai pensieri di Seneca, Cicerone e Montaigne. Il suo segreto consiste nel saper amalgamare gli spunti colti col linguaggio quotidiano e i modelli letterari con il parlato diretto. La misura di tale procedimento creativo, che si realizza direttamente sulla scena dinanzi agli occhi del pubblico, è data da un bisogno di mobilità che spinse da un luogo all’altro, fino alla conclusione della sua vita.
Il servitore di due padroni è una celebre commedia di Carlo Goldoni scritta a Pisa nel 1745 e rappresentata per la prima volta a Milano nel 1746 con un successo grande e immediato. Carlo Goldoni dedica l’opera al signor Ranieri Bernardino Fabri, e decide di dedicarla proprio ad un nobile pisano perché l’opera era stata scritta a Pisa. Dopo un elogio alla città di Pisa e al felice periodo trascorso lì, si lamenta del trattamento subito da Medebach e Bettinelli. Infatti, alcune delle sue opere erano state pubblicate da Medebach e Bettinelli senza consultarlo. Così Goldoni pubblica le stesse opere a Venezia e, per renderle più ricche ed appetibili, vi aggiunge altri elementi.
Ne "L’autore a chi legge" Goldoni comunica che questa non è una commedia di carattere, bensì una commedia giocosa, perché parla del gioco di Truffaldino, servo di due padroni, che, per non svelare il suo inganno e perseguire il suo unico intento, ovvero mangiare a sazietà, intreccia la storia all’inverosimile, creando solo equivoci e guai.
1° atto
La commedia si apre a Venezia in casa di Pantalone de’ Bisognosi, anziano mercante che sta assistendo alla promessa di matrimonio tra sua figlia Clarice e Silvio, figlio del dottor Lombardi. I due sono molto innamorati, ed è una fortuna che possano promettersi, dato che Clarice era destinata a Federigo Rasponi, agiato torinese morto in una lite a causa di sua sorella Beatrice.
Alla promessa assistono Smeraldina, la giovane serva di Clarice, e Brighella, locandiere veneziano. Pantalone aveva come caratteristiche fisse nella commedia dell’arte l’avarizia, la codardia, era un avaro libidinoso. Goldoni lo rende un mercante onorato che ha delle caratteristiche di umanità nei confronti della famiglia, è infatti un padre amorevole, preoccupato di ciò che succede alla figlia, è comprensivo nei suoi confronti e infatti acconsente al matrimonio con Federigo solo dopo aver ottenuto il consenso della figlia.
Inaspettatamente nella scena irrompe Truffaldino, il giovane servo venuto per annunciare il suo padrone: si tratta di Federigo Rasponi, venuto a Venezia per incontrare la sua futura sposa e per chiarire gli affari sulla dote della ragazza. In realtà però, si tratta di Beatrice Rasponi, sorella del defunto in vesti da uomo, giunta lì per poter cercare Florindo Aretusi, suo amante fuggito a Venezia in seguito al colpo mortale inferto di sua mano proprio a Federigo.
Brighella riconosce Beatrice, ma non svela l’inganno dinanzi ai presenti e, anzi, sta al gioco facendosi da garante per assicurare a tutti che lo sconosciuto che si trovano di fronte fosse proprio Federigo Rasponi. Neanche Truffaldino sa nulla della vera identità del suo padrone. Il suo unico obiettivo infatti, è quello di riempire la pancia essendo perennemente tormentato dalla fame e dall’ingordigia. Truffaldino però, non è soddisfatto dal trattamento di Beatrice, che trascura gli orari del pranzo e lo lascia spesso da solo, così per uno scherzo del destino si trova a servire un altro padrone che si rivela essere Florindo Aretusi, sotto il falso nome di Orazio Ardenti. Così Truffaldino sarà servo di due padroni, e i guai cominciano da subito, ovvero da quando entrambi i padroni gli comandano di andare a ritirare delle lettere alla posta e lui le confonde tra di loro (scena 9-13).
Ora che Federigo è "tornato", Clarice deve sposarlo, perché suo padre l’aveva promessa in sposa a lui in un primo momento. Ma Clarice non vuole perché è innamorata di Silvio. Dopo un po’ di reticenza, Clarice accetta di parlare con Federigo (Beatrice), fa con questo un patto e accetta la segretezza assoluta imposta da Federigo (Beatrice) per sapere la verità: Federigo è morto in un duello a causa di un colpo di spada, e lei è giunta a Venezia per cercare Florindo, l’uomo che ama.
2° atto
Il dottor Lombardi pensa che Clarice e Silvio si sposeranno nonostante l’arrivo di Federigo, anche perché per legge il matrimonio è valido quando entrambi gli sposi sono consenzienti. Pantalone è dispiaciuto, ma comunica al dottore che Clarice e Federigo si sposeranno in nome della parola data.
Successivamente Pantalone incontra Silvio, che maltratta Pantalone e lo minaccia di morte quando questo gli conferma che Clarice sposerà Federigo. Clarice cerca di rassicurare Silvio senza successo, ed accenna ad un patto di segretezza, motivo per cui Silvio si adira ancora di più e non vuol sentir ragioni. Clarice è disperata, non accetta che Silvio non si fidi di lei, e dunque, ai maltrattamenti dell’amante preferisce trafiggersi, volta la punta della spada al proprio petto, ma arriva Smeraldina che le leva la spada dalle mani (scena 7). Ciò giunge al tradizionale modo di portare al melodrammatico simili scene tendenti al patetico.
Nell’ottava scena c’è una sorta di battibecco tra Smeraldina e Silvio. La servetta è indignata perché Silvio non ha mosso un dito quando Clarice stava per trafiggersi, e difende la sua padrona sostenendo che le donne hanno la fama di essere infedeli, ma sono gli uomini che commettono atti di infedeltà. Silvio sostiene invece, che Clarice non si sarebbe mai uccisa e che lei abbia fatto un gesto del genere solo per intenerirlo.
La scena 10 si svolge nella stanza della locanda. Truffaldino è scontento poiché nonostante abbia due padroni non ha pranzato, così esorta Florindo a pranzare, ma questo ha da fare e gli chiede di mettere dei denari nel suo baule. Nel frattempo arriva Beatrice, che gli chiede se qualcuno gli ha dato dei soldi per lei, e così Truffaldino le dà i soldi che Florindo gli aveva appena dato, se la cava quindi, scambiando il denaro dei due padroni. Beatrice dà una lettera di cambio a Truffaldino raccomandandogli di metterla nel suo baule e gli ordina di organizzare un pranzo da Brighella, poiché avrà a cena Pantalone (scena 11).
Truffaldino è contento di questo compito che gli spetta, e inizia a preoccuparsi della disposizione delle pietanze a tavola, così che strappa la lettera di cambio che aveva in tasca per indicare a Brighella la disposizione delle pietanze a tavola (scena 12).
Inizia poi il pranzo, e Truffaldino si ritrova a servire sia Beatrice e Pantalone che Florindo, in stanze diverse (scena 15). Tra un piatto e l’altro, Truffaldino assaggia con la posata che porta sempre con sé. Egli dimostra abilità nel servire i due padroni, nonostante non ricordi esattamente chi abbia ordinato ogni pietanza. Ad esempio, non ricordando chi avesse ordinato le polpette, le divide in due piatti, le porta ad entrambi e quella che avanza, la mangia lui.
L’ambientazione si sposta ora all’esterno della locanda (scena 16). Smeraldina porta a Beatrice una lettera da parte di Clarice, ma non vuole entrare nella locanda, così chiede di Truffaldino. Smeraldina e Truffaldino aprono la lettera ma vengono scoperti; Smeraldina va via, ma Beatrice si infuria e bastona Truffaldino. La scena della bastonatura si ripete in quanto Truffaldino è visto da Florindo, questo lo prende come un affronto personale e lo bastona, come a ristabilire l’autorità. Goldoni usa la bastonatura tipica di qualsiasi forma di litigio della Commedia dell’Arte, ma toglie l’elemento di incongruenza, ovvero il servitore che bastona il padrone.
3° atto
Nonostante Truffaldino sia stato bastonato per ben due volte, viene "addolcito" dal fatto di aver pranzato bene, motivo per cui decide di continuare a servire entrambi i padroni. Trovandosi senza niente da fare, il servitore decide di aprire i bauli dei suoi padroni e ordinarli, e per fare ciò si fa aiutare dai camerieri (scena 1). Nel baule di Beatrice trova un ritratto che gli ricorda Florindo, ma si fa condizionare da elementi variabili per concludere che non sia Florindo (l’abito, la parrucca). Poco dopo Florindo chiama Truffaldino, che serra i bauli ma solo dopo avervi rimesso dentro le cose a caso.
Florindo si fa dare il suo vestito nero e in questo trova il ritratto che era nel baule di Beatrice e chiede spiegazioni al servitore. Truffaldino inventa delle scuse: gli dice che è suo, ereditato dal suo giovane padrone torinese che viveva in incognito, morto da una settimana, e l’aveva nascosto lì per non perderlo. Florindo inizia a temere che sia di Beatrice (scena 2).
Beatrice chiede a Truffaldino di prendere dal suo baule il libro dei conti di famiglia. Truffaldino prende un libro e lo dà a Beatrice, ma è quello sbagliato. Si ripete quindi la scena analoga a quella precedente: Beatrice riceve da Truffaldino un insieme di lettere inviate da lei a Florindo. Truffaldino ripete le stesse cose che aveva detto prima a Florindo, a Beatrice: è un suo ricordo, di un suo padrone, servito per alcuni giorni. Ma come aveva fatto con Florindo, si limita a rispondere confermando le paure di Beatrice (scena 3).
Beatrice e Florindo sono vittime delle bugie, dell’ingordigia e della scaltrezza dell’abile servitore. Per svincolarsi da situazioni critiche, Truffaldino non fa altro che creare guai su guai. Per non farsi scoprire, addossa tutte le responsabilità al fantomatico Pasquale, servo che in realtà non è mai esistito. Pantalone e Truffaldino ascoltano un discorso di Beatrice, disperata a causa della falsa notizia della morte di Florindo (fine scena 3) e da lì capiscono che è una donna. Così Pantalone comunica al Dottore che il matrimonio tra i loro figli si può fare, quindi va da Silvio che accoglie felicemente la notizia e capisce le precedenti parole di Clarice (scena 5).
Quando la situazione sembra irrimediabile, Beatrice e Florindo minacciano di suicidarsi convinti che i rispettivi amanti siano morti... questi vengono trattenuti da Brighella e un cameriere. I due poi, vedendosi e riconoscendosi si meravigliano e si abbracciano. Si raccontano che entrambi credevano che l’altro fosse morto a causa di una notizia raccontata da "il mio servitore", per cui l’equivoco si protrae. Truffaldino infatti, parlando a loro in disparte, fa credere ai suoi padroni che sia Pasquale il servitore dell’altro, e dice ad entrambi di incolpare lui stesso piuttosto che Pasquale, poiché ci tiene troppo (scena 9).
Truffaldino era innamorato di Smeraldina, lo dichiara a Florindo, e gli chiede di metterci una buona parola con Pantalone (scena 12). A casa di Pantalone si ritrovano tutti i personaggi e avviene lo scioglimento finale dei nodi. Beatrice si giustifica per l’inganno (scena 15); Smeraldina chiede alla sua padrona di intercedere per poter sposare Truffaldino; Florindo dice a Clarice che il suo servitore brama la sua cameriera, e Clarice dice che la sua cameriera vorrebbe sposare il servitore di Beatrice, ma si ritirano entrambi poiché nessuno dei due vuole che si dia preferenza al suo servitore. A questo punto Truffaldino, per paura di perdere Smeraldina, svela la verità. Per tutto l’arco della commedia, Truffaldino mantiene il segreto, solo per amore di Smeraldina vale la pena di dire la verità.
Goldoni conclude con un sonetto, tipico della tradizione, che quasi chiamava l’applauso del pubblico nel finale, ma Goldoni toglierà questo sonetto, poiché, come sosterrà anche nel Teatro Comico, in alcuni casi si può concludere con un sonetto, in altri casi non è opportuno.
La vedova scaltra
La vedova scaltra è una commedia in tre atti di Carlo Goldoni, scritta e rappresentata a Venezia nel 1748. È la storia di una giovane donna chiamata Rosaura, costretta a sposare un uomo anziano. Dopo la sua morte, viene corteggiata da quattro uomini (un inglese, un francese, uno spagnolo e un italiano) e decide di risposarsi. Dopo averli messi alla prova, mascherandosi da loro compatriota e fingendosi disposta all’avventura amorosa, l’unico dei quattro che le risulterà fedele sarà il conte italiano, e pertanto il matrimonio avverrà con quest’ultimo.
La vedova scaltra ha un certo valore storico in quanto rappresenta il punto di passaggio tra la commedia dell’arte basata sull’improvvisazione e la commedia di carattere. È la terza commedia di carattere dopo La donna di garbo del 1743, e L’uomo prudente di poco successivo, ed è la commedia con la quale si affermò la riforma del teatro goldoniano. Tuttavia, è una commedia piena di elementi tipici del teatro precedente, per esempio il confronto tra quattro personaggi di diverse nazionalità e la "prova d’amore" effettuata da Rosaura, è un fatto caratteristico della commedia dell’arte, ma anche degli intermezzi, ovvero testi comici scritti per musica che dovevano essere rappresentati tra un atto e l’altro di una rappresentazione seria.
L’idea della rappresentazione dello straniero nasce da un elemento comune all’epoca, ovvero il Gran Tour, una sorta di viaggio di istruzione, di formazione dell’uomo di classe sociale elevata del 1700; si riteneva che l’Italia fosse molto importante per la loro formazione. Importante è mostrare le caratteristiche dell’altro, del diverso, spesso anche attraverso stereotipi secondo la teoria dei climi (Montesquieu) che ci dice che gli uomini sono tutti uguali, ma la loro psicologia è fortemente influenzata dal posto in cui vivono, trasmettendo loro il carattere nazionale, da qui gli inglesi poco loquaci, i francesi frivoli, gli spagnoli altezzosi e gli italiani gelosi.
Al suo apparire, questa commedia diede origine a violente polemiche: l’abate Chiari ne scrisse una parodia chiamata La scuola delle vedove di cui però non abbiamo il testo perché non è mai stato pubblicato. A questa parodia Goldoni risponderà con un altro scritto, accendendo la diatriba con il rivale. Ciò che sappiamo della scuola delle vedove, è che come nella vedova scaltra, vi sono quattro corteggiatori di nazionalità diverse, di cui due italiani, Arlecchino e Pantalone, Isabella inglese, un francese, uno spagnolo. I temi sono affini, ovvero il corteggiamento e la gelosia. La diversità sta nel fatto che alla fine, la vedova Angelica non sposa il Marchese Ottavio, ovvero il geloso cavalier servente, bensì l’altro italiano Lucindo, ricco mercante, che all’inizio non era nemmeno interessato a lei. Sarà Isabella, la figlia di Pantalone a sposare l’italiano geloso.
Tuttavia, Chiari dichiara di non aver preso di mira una sua commedia contemporanea, e dunque quella di Goldoni, bensì di periodi precedenti, ad esempio La scuola delle mogli di Molière. L’opera è dedicata a Niccolò Balbi, uno più importanti sostenitori di Goldoni, definito "suo protettore".
La vedova scaltra introduce anche innovazioni anticipando il tema della donna fiera e corteggiata da molti uomini che farà da base alla celeberrima Locandiera. In entrambe le commedie la protagonista è l’unico pilota del proprio destino, manipola abilmente le carte in gioco e alla fine sceglie da sola il suo futuro sposo. Inoltre Rosaura, come Mirandolina, opera e decide non tanto lasciandosi guidare dai sentimenti, quanto piuttosto da criteri razionali.
1° atto
La protagonista è Rosaura, vedova di Stefanello de’ Bisognosi e figlia del dottor Lombardi. Nella prima scena ci troviamo nella camera di una locanda, e i 4 pretendenti di Rosaura (Milord Rubenif, Monsieur Le Blau, Don Alvaro e il Conte di Bosco nero) stanno cantando una canzone francese intonata da Monsieur Le Blau. Questi ricordano insieme la festa di ballo della sera precedente, e il piacere che hanno avuto di conoscere la bella Rosaura. Ad un certo punto arriva Arlecchino (scena 2) che si ferma con ammirazione ad ascoltare la canzone.
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