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Opere di Goldoni

Appunti di letteratura italiana con analisi delle più importanti opere di Goldoni: Il servitore di due padroni, La vedova scaltra, Il teatro comico, Pamela nubile, La locandiera, Il festino, La peruviana, Gli innamorati, La bella verità, Il ventaglio.

Esame di Letteratura italiana docente Prof. V. Tavazzi

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dote della ragazza. In realtà però, si tratta di Beatrice Rasponi, sorella del defunto in vesti da uomo, giunta lì

per poter cercare Florindo Aretusi, suo amante fuggito a Venezia in seguito al colpo mortale inferto di sua

mano proprio a Federigo.

Brighella riconosce Beatrice, ma non svela l’inganno dinanzi ai presenti e, anzi, sta al gioco facendosi da

garante per assicurare a tutti che lo sconosciuto che si trovano di fronte fosse proprio Federigo Rasponi.

Neanche Truffaldino, sa nulla della vera identità del suo padrone. Il suo unico obiettivo infatti, è quello di

riempire la pancia essendo perennemente tormentato dalla fame e dell’ingordigia. Truffaldino però, non è

soddisfatto dal trattamento di Beatrice, che trascura gli orari del pranzo e lo lascia spesso da solo, così per uno

scherzo del destino di trova a servire un altro padrone che si rivela essere Florindo Aretusi, sotto il falso nome

di Orazio Ardenti. Così Truffaldino sarà servo di due padroni, e i guai cominciano da subito, ovvero da quando

entrambi i padroni gli comandano di andare a ritirare delle lettere alla posta e lui le confonde tra di loro (scena

9-13).

Ora che Federigo è “tornato”, Clarice deve sposarlo, perché suo padre l’aveva promessa in sposa a lui in un

primo momento. Ma Clarice non vuole perché è innamorata di Silvio.

Dopo un po’ di reticenza, Clarice accetta di parlare con Federigo (Beatrice), fa con questo un patto e accetta

la segretezza assoluta imposta da Federigo (Beatrice) per sapere la verità: Federigo è morto in un duello a

causa di un colpo di spada, e lei è giunta a Venezia per cercare Florindo, l’uomo che ama.

2° ATTO

Il dottor Lombardi pensa che Clarice e Silvio si sposeranno nonostante l’arrivo di Federigo, anche perché per

legge il matrimonio è valido quando entrambi gli sposi sono consensienti. Pantalone è dispiaciuto, ma

comunica al dottore che Clarice e Federigo si sposeranno in nome della parola data.

Successivamente Pantalone incontra Silvio, che maltratta Pantalone e lo minaccia di morte quando questo gli

conferma che Clarice sposerà Federigo.

Clarice cerca di rassicurare Silvio senza successo, ed accenna ad un patto di segretezza, motivo per cui Silvio

si adira ancora di più e non vuol sentir ragioni. Clarice è disperata, non accetta che Silvio non si fidi di lei, e

dunque, ai maltrattamenti dell’amante preferisce trafiggersi, volta la punta della spada al proprio petto, ma

arriva Smeraldina che le leva la spada dalle mani (scena 7). Ciò giunge al tradizionale modo di portare al

melodrammatico simili scene tendenti al patetico.

Nell’ottava scena c’è una sorta di battibecco tra Smeraldina e Silvio. La servetta è indignata perché Silvio non

ha mosso un dito quando Clarice stava per trafiggersi, e difende la sua padrona sostenendo che le donne hanno

la fama di essere infedeli, ma sono gli uomini che commettono atti di infedeltà. Silvio sostiene invece, che

Clarice non si sarebbe mai uccisa e che lei abbia fatto un gesto del genere solo per intenerirlo.

La scena 10 si svolge nella stanza della locanda. Truffaldino è scontento poiché nonostante abbia due padroni

non ha pranzato, così esorta Florindo a pranzare, ma questo ha da fare e gli chiede di mettere dei denari nel

suo baule.

Nel frattempo arriva Beatrice, che gli chiede se qualcuno gli ha dato dei soldi per lei, e così Truffaldino le da

i soldi che Florindo gli aveva appena dato, se la cava quindi, scambiando il denaro dei due padroni.

Beatrice dà una lettera di cambio a Truffaldino raccomandandogli di metterla nel suo baule e gli ordina di

organizzare un pranzo da Brighella, poiché avrà a cena Pantalone (scena 11).

Truffaldino è contento di questo compito che gli spetta, e inizia a preoccuparsi della disposizione delle pietanze

a tavola, così che strappa la lettera di cambio che aveva in tasca per indicare a Brighella la disposizione delle

pietanze a tavola (scena 12).

Inizia poi il pranzo, e Truffaldino si ritrova a servire sia Beatrice e Pantalone che Florindo, in stanze diverse

(scena 15). Tra un piatto e l’altro, Truffaldino assaggia con la posata che porta sempre con sé. Egli dimostra

abilità nel servire i due padroni, nonostante non ricordi esattamente chi abbia ordinato ogni pietanza. Ad

esempio, non ricordando chi avesse ordinato le polpette, le divide in due piatti, le porta ad entrambi e quella

che avanza, la mangia lui.

L’ambientazione si sposta ora all’esterno della locanda (scena 16). Smeraldina porta a Beatrice una lettera da

parte di Clarice, ma non vuole entrare nella locanda, così chiede di Truffaldino.

Smeraldina e Truffaldino aprono la lettera ma vengono scoperti; Smeraldina va via, ma Beatrice si infuria e

bastona Truffaldino. La scena della bastonatura si ripete in quanto Truffaldino è visto da Florindo, questo lo

prende come un affronto personale e lo bastona, come a ristabilire l’autorità. Goldoni usa la bastonatura tipica

di qualsiasi forma di litigio della Commedia dell’Arte, ma toglie l’elemento di incongruenza, ovvero il

servitore che bastona il padrone.

3° ATTO

Nonostante Truffaldino sia stato bastonato per ben due volte, viene “addolcito” dal fatto di aver pranzato bene,

motivo per cui decide di continuare a servire entrambi i padroni.

Trovandosi senza niente da fare, il servitore decide di aprire i bauli dei suoi padroni e ordinarli, e per fare ciò

si fa aiutare dai camerieri (scena 1). Nel baule di Beatrice trova un ritratto che gli ricorda Florindo, ma si fa

condizionare da elementi variabili per concludere che non sia Florindo (l’abito, la parrucca). Poco dopo

Florindo chiama Truffaldino, che serra i bauli ma solo dopo avervi rimesso dentro le cose a caso.

Florindo si fa dare il suo vestito nero e in questo trova il ritratto che era nel baule di Beatrice e chiede

spiegazioni al servitore. Truffaldino inventa delle scuse: gli dice che è suo, ereditato dal suo giovane padrone

torinese che viveva in incognito, morto da una settimana, e l’aveva nascosto lì per non perderlo. Florindo inizia

a temere che sia di Beatrice (scena 2).

Beatrice chiede a Truffaldino di prendere dal suo baule il libro dei conti di famiglia. Truffaldino prende un

libro e lo dà a Beatrice, ma è quello sbagliato. Si ripete quindi la scena analoga a quella precedente: Beatrice

riceve da Truffaldino un insieme di lettere inviate da lei a Florindo. Truffaldino ripete le stesse cose che aveva

detto prima a Florindo, a Beatrice: è un suo ricordo, di un suo padrone, servito per alcuni giorni. Ma come

aveva fatto con Florindo, si limita a rispondere confermando le paure di Beatrice (scena 3).

Beatrice e Florindo sono vittime delle bugie, dell’ingordigia e della scaltrezza dell’abile servitore. Per

svincolarsi da situazioni critiche, Truffaldino non fa altro che creare guai su guai. Per non farsi scoprire,

addossa tutte le responsabilità al fantomatico Pasquale, servo che in realtà non è mai esistito.

Pantalone e Truffaldino ascoltano un discorso di Beatrice, disperata a causa della falsa notizia della morte di

Florindo (fine scena 3) e da lì capiscono che è una donna. Così Pantalone comunica al Dottore che il

matrimonio tra i loro figli si può fare, quindi va da Silvio che accoglie felicemente la notizia e capisce le

precedenti parole di Clarice (scena 5).

Quando la situazione sembra irrimediabile, Beatrice e Florindo minacciano di suicidarsi convinti che i

rispettivi amanti siano morti…questi vengono trattenuti da Brighella e un cameriere. I due poi, vedendosi e

riconoscendosi si meravigliano e si abbracciano. Si raccontano che entrambi credevano che l’altro fosse morto

a causa di una notizia raccontata da “il mio servitore”, per cui l’equivoco si protrae. Truffaldino infatti,

parlando a loro in disparte, fa credere ai suoi padroni che sia Pasquale il servitore dell’altro, e dice ad entrambi

di incolpare lui stesso piuttosto che Pasquale, poiché ci tiene troppo (scena 9).

Truffaldino era innamorato di Smeraldina, lo dichiara a Florindo, e gli chiede di metterci una buona parola

con Pantalone (scena 12).

A casa di Pantalone si ritrovano tutti i personaggi e avviene lo scioglimento finale dei nodi. Beatrice si

giustifica per l’inganno (scena 15); Smeraldina chiede alla sua padrona di intercedere per poter sposare

Truffaldino; Florindo dice a Clarice che il suo servitore brama la sua cameriera, e Clarice dice che la sua

cameriera vorrebbe sposare il servitore di Beatrice, ma si ritirano entrambi poiché nessuno dei sue vuole che

si dia preferenza al suo servitore. A questo punto Truffaldino, per paura di perdere Smeraldina, svela la verità.

Per tutto l’arco della commedia, Truffaldino mantiene il segreto, solo per amore di Smeraldina vale la pena di

dire la verità.

Goldoni conclude con un sonetto, tipico della tradizione, che quasi chiamava l’applauso del pubblico nel finale,

ma Goldoni toglierà questo sonetto, poiché, come sosterrà anche nel Teatro Comico, in alcuni casi si può

concludere con un sonetto, in altri casi non è opportuno.

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LA VEDOVA SCALTRA

La vedova scaltra è una commedia in tre atti di Carlo Goldoni, scritta e rappresentata a Venezia nel 1748.

È la storia di una giovane donna chiamata Rosaura, costretta a sposare un uomo anziano. Dopo la sua morte,

viene corteggiata da quattro uomini (un inglese, un francese, uno spagnolo e un italiano) e decide di risposarsi.

Dopo averli messi alla prova, mascherandosi da loro compatriota e fingendosi disposta all’avventura amorosa,

l’unico dei quattro che le risulterà fedele sarà il conte italiano, e pertanto il matrimonio avverrà con

quest’ultimo.

La vedova scaltra ha un certo valore storico in quanto rappresenta il punto di passaggio tra la commedia

dell’arte basata sull’improvvisazione e la commedia di carattere. È la terza commedia di carattere dopo La

donna di garbo del 1743, e L’uomo prudente di poco successivo, ed è la commedia con la quale si affermò la

riforma del teatro goldoniano. Tuttavia, è una commedia piena di elementi tipici del teatro precedente, per

esempio il confronto tra quattro personaggi di diverse nazionalità e la “prova d’amore” effettuata da Rosaura,

è un fatto caratteristico della commedia dell’arte, ma anche degli intermezzi, ovvero testi comici scritti per

musica che dovevano essere rappresentati tra un atto e l’altro di una rappresentazione seria.

L’idea della rappresentazione dello straniero nasce da un elemento comune all’epoca, ovvero il Gran Tour,

una sorta di viaggio di istruzione, di formazione dell’uomo di classe sociale elevata del 1700; si riteneva che

l’Italia fosse molto importante per la loro formazione.

Importante è mostrare le caratteristiche dell’altro, del diverso, spesso anche attraverso stereotipi secondo la

teoria dei climi (Montesquieu) che ci dice che gli uomini sono tutti uguali, ma la loro psicologia è fortemente

influenzata dal posto in cui vivono, trasmettendo loro il carattere nazionale, da qui gli inglesi poco loquaci, i

francesi frivoli, gli spagnoli altezzosi e gli italiani gelosi.

Al suo apparire, questa commedia diede origine a violente polemiche: l’abate Chiari ne scrisse una parodia

chiamata La scuola delle vedove di cui però non abbiamo il testo perché non è mai stato pubblicato. A questa

parodia Goldoni risponderà con un altro scritto, accendendo la diatriba con il rivale.

Ciò che sappiamo della scuola delle vedove, è che come nella vedova scaltra, vi sono quattro corteggiatori di

nazionalità diverse, di cui due italiani, Arlecchino e Pantalone, Isabella inglese, un francese, uno spagnolo.

I temi sono affini, ovvero il corteggiamento e la gelosia.

La diversità sta nel fatto che alla fine, la vedova Angelica non sposa il Marchese Ottavio, ovvero il geloso

cavalier servente, bensì l’altro italiano Lucindo, ricco mercante, che all’inizio non era nemmeno interessato a

lei. Sarà Isabella, la figlia di Pantalone a sposare l’italiano geloso.

Tuttavia, Chiari dichiara di non aver preso di mira una sua commedia contemporanea, e dunque quella di

Goldoni, bensì di periodi precedenti, ad esempio La scuola delle mogli di Molière.

L’opera è dedicata a Niccolò Balbi, uno più importanti sostenitori di Goldoni, definito “suo protettore”.

La vedova scaltra introduce anche innovazioni anticipando il tema della donna fiera e corteggiata da molti

uomini che farà da base alla celeberrima Locandiera. In entrambe le commedie la protagonista è l’unico pilota

del proprio destino, manipola abilmente le carte in gioco e alla fine sceglie da sola il suo futuro sposo. Inoltre

Rosaura, come Mirandolina, opera e decide non tanto lasciandosi guidare dai sentimenti, quanto piuttosto da

criteri razionali.

1° ATTO

La protagonista è Rosaura, vedova di Stefanello de’ Bisognosi e figlia del dottor Lombardi.

Nella prima scena ci troviamo nella camera di una locanda, e i 4 pretendenti di Rosaura (Milord Rubenif,

Monsieur Le Blau, Don Alvaro e il Conte di Bosco nero) stanno cantando una canzone francese intonata da

Monsieur Le Blau. Questi ricordano insieme la festa di ballo della sera precedente, e il piacere che hanno avuto

di conoscere la bella Rosaura.

Ad un certo punto arriva Arlecchino (scena 2) che si ferma con ammirazione ad ascoltare la canzone e ne

approfitta per bere e cantare con loro.

Una volta andato via, i quattro commentano l’atteggiamento del servo. Il Conte loda lo spirito di Arlecchino,

Don Alvaro non approva in quanto lo ritiene un impertinente, Le Blau dice che in Francia sarebbe ben accolto

uno spirito come il suo, Milord dice che gli inglesi non stimano gli uomini di spirito, bensì quelli di giudizio

(Goldoni quindi elogia la vivacità della maschera ma al tempo stesso ne mette in luce l’impertinenza).

Lo spagnolo, il francese e l’italiano intrattengono una conversazione su Rosaura, tutti convinti di poterla

conquistare; nel frattempo Milord resta in disparte, questo parla poco ma agisce, infatti ordina ad Arlecchino

di portare un anello a Rosaura (scena 3).

La scena IV si svolge nella camera di Rosaura, dove lei e la sua cameriera Marionette stanno chiacchierando.

Rosaura si era sposata per imposizione con un uomo anziano ormai morto. Così Marionette le suggerisce di

trovarsi un giovane per recuperare il tempo perduto, e ciò non sarà difficile grazie alla sua bellezza e alla sua

notevole dote. Le chiede poi se ha già in mente qualcuno, e le dice che trova il conte troppo geloso, mentre

sposare un francese sarebbe il massimo.

Arlecchino porta a Rosaura l’anello, ma questa si indegna del modo in cui questo dono le viene fatto, poiché

si sono appena conosciuti, infatti lo rifiuta (scena 5). Rosaura teme che l’inglese si sia fatto un’idea sbagliata

su di lei, teme che con l’anello sarebbe dovuta diventare sua amante. Milord le chiede come mai non ha

accettato il dono, e Rosaura le spiega le sue ragioni. Ella accetta solo quando le viene assicurato che non deve

concedere nulla.

Milord le dichiara il suo amore, che però non è un amore protratto, bensì un amore di presenza. Egli non vuole

prenderla per moglie, la amerà finché sarà con lei. Milord presenta un estremo senso pratico e razionale

applicato ai sentimenti, tipico degli inglesi secondo il pensiero comune. Sono idee comprensibili, ma sono

contrarie alla retorica dell’amore e sono le cose meno adatte da dire ad una donna mentre si cerca di

corteggiarla.

Nella nona scena entra Eleonora, la sorella di Rosaura e insieme si intrattengono in una conversazione con

Milord.

Nel frattempo, Rosaura si lamenta con il Conte della sua estrema gelosia. Rosaura gli rivela la sua predilezione

verso di lui, ma gli dice che è eccessivamente geloso e che, se avesse continuato ad avere un simile

comportamento, l’avrebbe rimesso nella massa dei suoi innamorati. Eleonora è d’accordo con sua sorella e lo

fa presente al Conte, che si chiede come possa non essere geloso poiché ama una bella donna che sedeva

accanto ad un altro uomo (scena 11).

Nella scena dodicesima Pantalone parla con il Dottore circa la predilezione che ha per Eleonora, sorella di

Rosaura. Tuttavia, egli è vecchio e lei è giovane, dunque sarebbe un matrimonio parallelo a quello di Rosaura.

Il dottore approva a patto che ci sia l’assenso di Eleonora. Goldoni è attento a proporre un modello familiare

in cui i figli sono disposti ad accettare le scelte dei genitori, purché siano fattibili, senza sovvertirle, ma senza

che queste siano imposte.

Nella scena successiva Monsieur Le Blau parla con Pantalone, lo adula al fine di introdursi in casa per parlare

con Rosaura. Pantalone però diventa brusco e non vuole accoglierlo essenzialmente per due ragioni: non vuole

essere lui a introdurlo in casa poiché poi sua figlia potrebbe sentirsi obbligata a trattarlo in un certo modo, ed

inoltre teme che conosca Eleonora e possa interessarsi a lei e che lei possa ricambiare.

Alla fine, Monsieur Le Blau approfitta della conoscenza di Marionette per introdursi in casa (scena 14).

Rosaura sta leggendo un libro datole da Marionette, è una sorta di grammatica francese delle donne. Tale libro

parla dei cicisbei e dei loro rapporti con le donne. Spesso succedeva che uomini anziani sposassero delle

ragazze molto giovani. In questi contratti matrimoniali, non si concedeva alle donne di andare in società da

sole, ma si concedeva loro un accompagnatore che avrebbero potuto scegliere. Questo accompagnatore era

chiamato cicisbeo, e in Italia era una figura negativa. Il cicisbeo può anche essere chiamato cavalier servente,

poiché accompagna la dama nei suoi desideri. In alcune varianti è l’innamorato che ci prova appena possibile,

in altre è il maltrattato di turno, in altre ancora è un amico di famiglia. Secondo il punto di vista di Rosaura è

quasi la donna ad essere soggetta al cicisbeo, e quindi risulterebbe come un ulteriore vincolo per la donna. È

per questo che Rosaura restituisce il libro a Marionette.

Nonostante Rosaura non volesse, alla fine il francese entra da solo (scena 16).

Il francese corteggia Rosaura in modo completamente diverso da quello dell’inglese. Le fa grandi complimenti

e lodi per la bellezza per conquistarla, addirittura si prende la libertà di acconciare e truccare Rosaura con la

scusa di un capello fuori posto. Rosaura nota la superficialità del francese, molto attento all’aspetto, tanto che

gli fa quasi passare di mente il fatto che dovesse dichiararsi alla giovane. Alla fine, si propone di sposarla e

tutte le volte in cui lei cerca di respingerlo, lui le forza la mano. Rosaura rimane comunque colpita dal suo

atteggiamento, seppure lo consideri troppo frettoloso.

2° ATTO

Nella prima scena Rosaura e suo padre stanno parlando di Eleonora. Il padre la mette a conoscenza del fatto

che Pantalone vorrebbe sposare sua sorella, ma Rosaura non è d’accordo perché Pantalone è molto più grande

di lei.

Il padre chiede a Rosaura se anche lei ha intenzione di risposarsi e lei dice che se ne avesse occasione lo

rifarebbe, così il Dottore le introduce Don Alvaro di Castiglia. Rosaura riceve così visita da Don Alvaro (scena

2) e questo dice di essere lì per volontà del padre. Quando Rosaura vede lo spagnolo, si rende subito conto

delle caratteristiche del suo temperamento, tipiche della sua nazione di appartenenza, come il passo geometrico

e la gravità.

Lo spagnolo le dona una tabacchiera d’oro con del tabacco di sua madre, in cambio della sua tabacchiera in

argento. Offrendo a Rosaura la tabacchiera d’oro, don Alvaro mostra disinteresse verso l’oro, e questa sua

superficialità viene confermata quando getta l’orologio solo perché gli è caduto a terra.

Si da quindi una descrizione degli spagnoli come altezzosi e indolenti a causa della loro ampia disponibilità

economica.

Dalla scena 4 alla 7 vi è una struttura a chiasmo e dei parallelismi: i pretendenti si rivolgono ai loro servitori

affinché portino dei doni a Rosaura. Milord aveva Birif, il conte aveva il Folletto (un lacchè), Le Blau e Don

Alvaro si rivolgono ad Arlecchino poiché non avevano un servitore, ed entrambi gli chiedono di vestirsi da

servitore della loro nazione.

Monsieur Le Blau offre come regalo un suo ritratto, convinto che Rosaura l’avrebbe apprezzato più di qualsiasi

altra “gioia”.

Milord Runebif le regala un diamante.

Il Conte di Bosco Nero le regala una lettera d’amore con accenni di gelosia.

I servitori italiani tuttavia, sono eccessivamente cerimoniosi e adulatori, secondo come gli italiani mostrano di

voler essere trattati. Questa cerimoniosità viene messa a confronto con la laconicità tipica degli inglesi Milord

e Birif che a malapena parlano.

Don Alvaro le regala invece l’albero genealogico della sua famiglia, egli discende da un re.

Arlecchino non apprezza né il regalo di Don Alvaro, né quello di Le Blau; egli infatti, svolge questi incarichi

in cambio di una ricompensa.

Dalla scena 8 in poi si vede il Dottore comunicare ad Eleonora la volontà di Pantalone di sposarla, e questa

accetta, ma solo per soggezione. Tuttavia, lei non è convinta e lo confessa a Marionette e Rosaura, che si

impegna a provvedere che la sorella si accasi in maniera più conveniente.

Nella diciassettesima scena c’è un dialogo tra Rosaura e Marionette. La servetta ha capito che Rosaura

preferisce l’italiano e le chiede verso chi protende. Tuttavia, Rosaura dice di non preferire nessuno, e afferma

che sarà molto oculata prima di scegliere un nuovo marito.

Nella diciottesima scena il Conte rivela tutta la sua gelosia nei confronti dell’inglese; si lamenta ma riceve una

risposta sgarbata.

Nella scena 20 Arlecchino consegna la lettera di risposta di Rosaura ad Alvaro, ma è la risposta che avrebbe

dovuto consegnare al francese. Come ricompensa, don Alvaro gli consegna la patente di suo servitore.

Successivamente, Arlecchino consegna la lettera di risposta di Rosaura a Monsieur Le Blau, e deve

nuovamente spiegarla in modo fantasioso, poiché è la lettera che avrebbe dovuto consegnare a Don Alvaro.

Come ricompensa gli dà un pezzo della preziosissima carta di Rosaura.

Nelle ultime due scene dell’atto (22-23) vediamo come protagonisti Arlecchino e Marionette, in cui lui la

burla. Marionette chiede ad Arlecchino una parte della ricompensa del francese. Arlecchino le dice che

meritava un premio straordinario, ma le dà nient’altro che un pezzo di carta avuto dal francese. Marionette

indignata, vuole vendicarsi.

3° ATTO

Rosaura decide di mettere alla prova i sentimenti dei quattro pretendenti presentandosi a ciascuno di loro

mascherata da loro connazionale attraente e disposta all’avventura amorosa. Quello della prova d’amore è un

topos, era un espediente talmente topico che non si può ricondurre a una sola fonte. Per esempio, Antonio Dori,

autore per il San Samuele prima di Goldoni, scrisse “I tulipani”. È la storia di una donna che avrebbe dovuto

sposare un uomo. Questo però, si finge marchese, la seduce e dice che non l’avrebbe più sposata a causa della

sua infedeltà. Lei lo ripaga con la stessa moneta, si traveste da lavandaia, lo seduce e infine lo minaccia dicendo

che avrebbe riferito il fatto a tutta la città se non l’avesse sposata.

Il trucco di Rosaura funziona. Nessuno le dimostrerà fiducia e fedeltà, ad eccezione del Conte: Don Alvaro si

fa convincere dalla “spagnola” ricorrendo al tema della nobiltà, non sarebbe dignitoso per lui sposare la figlia

di un mercante; Milord rimane colpito dalla grazia della sua “paesana”, Rosaura non sarà mai al suo livello,

poiché non è inglese; per conquistare Monsieur Le Blau, Rosaura nelle vesti di una sua connazionale assume

gli atteggiamenti esagerati del corteggiamento francese; il Conte è l’unico a non cedere; crede che si tratti di

un’avventuriera alla ricerca di amanti ricchi e le dice che è innamorato di Rosaura de’ Bisognosi.

Alla fine Rosaura riunisce i quattro pretendenti, ricorda loro gli atteggiamenti e le frasi che loro stessi hanno

pronunciato nell’incontro con la finta dama loro compaesana. Runebif e Le Blau si congratulano con il Conte,

mentre Don Alvaro se ne va indispettito, borbottando circa la maliziosità delle donne italiane.

La commedia si conclude con la promessa di matrimonio tra Rosaura e il Conte e quella tra Eleonora e Le

Blau, di cui si era innamorato un giorno vedendola affacciata alla finestra (scena 7).

IL PROLOGO APOLOGETICO

Dopo aver visto La scuola delle vedove da mascherato per non farsi riconoscere, Goldoni ribatte con un

pungente Prologo apologetico, strutturato in forma di dialogo in cui due personaggi, Prudenzio riformatore dei

teatri e il poeta Polisseno, confutano le questioni sollevate dal rivale di Goldoni.

Le accuse dell’abate riguardano la mancanza di regole letterarie, l’assenza di verosimiglianza, insieme alla

sottolineatura dei limiti dell’imitazione e all’incongruenza di personaggi oltremontani che si esprimono in

italiano.

La prima critica che gli viene mossa è quella della lingua. C’erano degli stranieri che parlavano italiano;

Goldoni si difende dicendo che diversamente il pubblico non avrebbe capito, e poi sono personaggi che sono

in Italia da molto tempo, e poi è più facile fare una critica basata solo sul linguaggio, più complesso è

caratterizzare il personaggio dal punto di vista nazionale con il suo temperamento. (Nella scuola delle vedove

il gondoliere fingeva di non capire l’inglese per far ridere il pubblico. In più l’inglese viene chiamato panimbro,

ovvero eretico, che secondo Goldoni può offendere).

Goldoni viene criticato per aver fatto travestire la vedova e per averla fatta passare per connazionale degli

uomini. A questo proposito Goldoni giustifica la mascherata della vedova con il fatto che era Carnevale.

Alla fine del dialogo, Prudenzio conclude con un richiamo esplicito ad un progetto di rinnovamento che ha già

ottenuto importanti consensi.

Leggendo vari testi si può intendere che il riformatore del teatro è Girolamo Medebach, sia perché con lui

Goldoni ha familiarità, un po’ perché il fatto che Prudenzio sia un capocomico rimanda alla figura di

Medebach.

Affidando i precetti della sua riforma teatrale al capocomico, in qualche modo Goldoni avalla un’immagine di

quest’uomo che può giustificare il fatto che venga chiamato riformatore dei teatri.

Tuttavia, anni fa, Gerardo Guccini ha scritto in un testo che il termine “riformatore” non è casuale e che visto

che Goldoni lo impiega per richiamare l’autorità contro lo scempio che si fa delle sue opere, i riformatori siano

realmente le autorità della magistratura. Anche se, dal ‘700, si invoca questo termine tipicamente in ambito

teatrale.

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IL TEATRO COMICO

Il teatro comico è una commedia in tre atti di Carlo Goldoni scritta nel 1745. Si tratta della prima delle sedici

commedie nuove che il commediografo si impegnò a scrivere per Girolamo Medebach a partire dal 1750.

La dedica dell’opera è fatta alla nobile milanese Margherita Calderari. Goldoni si congratula con lei per

delicatezza, buon gusto, nobiltà, virtù e sapere, e le narra del fatto che qualcuno voleva ostacolare le sue opere.

Ne’ “L’autore a chi legge” Goldoni dice che più che una commedia, il Teatro comico è la prefazione alle sue

commedie. Infatti Goldoni si serve di questa commedia metateatrale per esporre le proprie idee ed innovazioni

sul teatro.

1° ATTO

Nella prima scena iniziano a comparire i primi personaggi. Il modo in cui compaiono riproduce l’ordine

gerarchico della compagnia: il primo a comparire è Orazio, capocomico, nonché primo amoroso, e Eugenio,

il secondo amoroso. I due discutono se alzare o abbassare il sipario, uno vuole tenerlo abbassato affinché non

venga vista la rappresentazione della commedia, l’altro vuole alzarlo perché altrimenti non ci sarebbe luce, e

per farla bisognerebbe usare delle candele, ma Orazio vuole risparmiare. Si rimanda così al topos della

precarietà economica dei commedianti e, soprattutto, mette in luce come Orazio sia oculato nella gestione

economica della compagnia.

Lo spettatore, sentendo i discorsi, potrebbe pensare che la commedia non sia ancora iniziata: il riferimento al

sipario e all’orario, servono a definire lo spazio scenico; serve a far capire che il teatro che gli spettatori vedono

non è solo lo spazio reale, ma anche lo spazio scenico in cui l’opera è ambientata.

Nella seconda scena arriva Placida, la prima donna. Con il suo arrivo si mette in evidenza un altro topos: le

prime donne, ma le attrici in generale, si davano arie ed erano capricciose.

Spesso nel ‘700 nonostante vi fosse l’improvvisazione, vi erano delle scene tipo e dei dialoghi/repertori

imparati a memoria da testi chiamati generici. Ciò comporta che tutte le commedie con un particolare tipo di

scena, alla fine si assomigliavano o erano addirittura uguali: gli attori dicevano le stesse cose con le stesse

parole. Ciò che dice il capocomico sono palesemente delle idee goldoniane, ma spesso anche le idee degli altri

attori lo sono: ad esempio, Placida sostiene l’innovazione della commedia di carattere che ricorre a un testo

scritto e a un lavoro diverso sul personaggio.

Nel frattempo, viene annunciato l’arrivo del Pantalone Tonino. Questo dice di non sentirsi bene, di tremare di

fronte al pubblico nuovo perché ha fatto il suo apprendistato come attore della commedia dell’arte e ora ha

paura di non essere adatto a recitare il testo scritto, si presenta tremante e mostra quanto il nuovo tipo di

rappresentazione sia difficile e richieda cambiamenti e sforzi.

Anselmo (Brighella) annuncia l’arrivo di un personaggio nuovo, il poeta Lelio: è un modo attraverso il quale

Goldoni entra in commedia senza comparire. Attraverso dei piccoli accorgimenti Goldoni introduce le novità

del teatro dell’opera. Parla soprattutto delle difficoltà degli attori di adattarsi alle novità e ad apprendere il

“premeditato”, ovvero il testo scritto, perciò dice che gli attori devono impegnarsi di più.

Nell’ottava scena entra Gianni, l’Arlecchino che parla veneziano, ma Orazio gli fa notare che, in quanto

Arlecchino, dovrebbe parlare bergamasco. Tuttavia, Arlecchino assume un atteggiamento scherzoso e leggero

nei confronti delle preoccupazioni di Orazio, fa una captatio benevolentiae verso il pubblico, invoca la sua

pietosissima udienza.

Lelio entra nell’undicesima scena e si presenta subito in modo cerimonioso, usando metafore desuete tipiche

del linguaggio seicentesco e la sua cerimoniosità viene accentuata affinché venga presentato come un

personaggio negativo. Egli propone una commedia fatta in tre quarti d’ora e con un titolo molto lungo. Orazio

gli dice che la commedia non va bene, non perché è un canovaccio, ma perché non presenta l’unità di azione,

e in osservanza di questa, il titolo deve essere semplice e presentare un solo argomento. Lelio conosce gli

espedienti per attirare il pubblico, quindi suggerisce ad Orazio di presentare per più anni la stessa commedia

variandone il titolo. Prendendo ogni anno un pezzo del lungo titolo iniziale.

Lelio propone ad Orazio una scena d’amicizia: Pantalone e Dottore per strada, tutto improvvisato. Orazio

commenta dicendo che è troppo antico, propone infatti dei testi stereotipati e già fin troppo rappresentati. La

ragione per cui Orazio blocca Lelio non è perché stia proponendo un canovaccio, né perché sia stereotipato,

ma perché fa scendere una donna in strada, comportamento non morale nel ‘700.

Allora Lelio modifica il canovaccio e propone un lazzo tradizionale, ovvero il servo che bastona il padrone.

Orazio dice che è ancora peggio, poiché è inammissibile che un padrone venga bastonato dal suo servo. Inoltre,

questa scena è stata molto rappresentata, quindi ora non va più bene.

Più Lelio va avanti, più i personaggi escono di scena completando le sue frasi in rima prendendolo in giro.

Lelio si ritrova così da solo e prende questo gesto come un affronto. Lelio dice che le nuove commedie non

avranno mai successo quanto “Il convitato di pietra”, chiamato anche Don Giovanni.

2° ATTO

Il secondo atto si apre con un discorso tra Lelio e Anselmo. Quest’ultimo dice che la commedia proposta da

Lelio non è buona nemmeno per una “compagnia di burattini”. Gli dice che le componenti della commedia

dell’arte sono tipologie di scene che ormai non si usano più e che ora si usano delle commedie di carattere.

Lelio dice di averne molte (anche per questo si nota che non è un poeta antico) ma che non le aveva proposte

perché non pensava che fossero adatte al pubblico italiano.

Anselmo dice che la commedia è stata inventata per correggere i vizi e ridicolizzare i cattivi costumi

presentandosi in maniera che il vizioso potesse riconoscersi o potesse essere riconosciuto da qualcun altro.

Quando poi ha prevalso l’idea di far ridere e si è persa l’idea morale dell’insegnamento del teatro, nessuno ci

faceva più caso, e si cadeva nel ridicolo pur di far ridere (scena 1).

Nella seconda scena c’è un dialogo tra Lelio e Placida, e vengono affrontati temi tipici della Commedia

dell’Arte. Goldoni critica le metafore eccessive e desuete della commedia dell’Arte, che ora Lelio usa e Placida

lo critica. Lelio le chiede se i suoi libri generici non fossero pieni di quel tipo di concetti e lei risponde che ora

si dedica alle commedie di carattere, premeditate e che ha “bruciato” i Generici. Quando lei dovesse

improvvisare lo farebbe in modo naturale e familiare, non pomposo e senza distaccarsi dal verosimile.

Nella terza scena invece, il dialogo è tra Lelio e Orazio. Lelio propone ad Orazio una commedia tradotta dal

francese, che rifiuta perché sarebbe tempo che l’Italia facesse conoscere il suo teatro, senza proporre

rappresentazioni di altri popoli. Poi Orazio considera la differenza tra il pubblico italiano e quello francese: i

francesi si accontentano di poco, costruiscono un’intera commedia su un unico carattere; gli italiani invece

vogliono di più, più personaggi e ben definiti, intrecci, finale inaspettato, novità.

La terza ipotesi proposta da Lelio è una commedia in cui è usata la scena stabile come sosteneva Aristotele.

Orazio dice che Aristotele aveva scritto per la tragedia ma non per la commedia. Tuttavia, se i personaggi sono

molti, non si può rappresentare tutto in un’unica stanza, altrimenti si lede la verosimiglianza. Moralità e

verosimiglianza stanno sopra ogni cosa, e gli altri precetti vanno sottoposti a questi.

Alla fine della terza scena, Lelio, vedendo rifiutare le sue proposte, chiede al capocomico di essere assunto

come comico; tuttavia Orazio considera i poeti ad un livello superiore rispetto a quello dei comici, lo accusa

di essere stato un falso poeta e quindi sarebbe sicuramente stato un falso attore, perciò lo manda via.

Il suggeritore esorta i personaggi ad iniziare le prove, e Placida gli ordina di suggerirle forte le parti che non

sa e piano quelle che sa, ma il suggeritore si chiede come faccia a distinguere le due parti (scena 4). Placida

risponde che un buon suggeritore, se sa fare il suo mestiere, le deve saper distinguere.

Si passa ora alla pièce interna (scena 5) ovvero Il padre rivale del figlio, e la scena si apre con una

conversazione tra due innamorati: Rosaura e Florindo. Anche il padre di Florindo, Pantalone, è innamorato

di Rosaura, perciò la loro relazione amorosa gli deve essere nascosta. Ad un tratto entra Pantalone, vecchio

libidinoso, così Florindo si nasconde in una camera e ascolta ciò che suo padre ha da dire a Rosaura. Ma

improvvisamente Florindo esce allo scoperto suscitando la sorpresa in Pantalone, e rivelandogli il suo amore

per Rosaura. Pantalone dice che come io genitori non devono sposarsi senza che lo sappiano i figli, i figli

nemmeno devono farlo senza che lo sappiano i genitori, dunque entrambi hanno sbagliato ed entrambi devono

fare un passo indietro (scena 6).

Subito dopo il suggeritore chiama Vittoria che interpreta Colombina, la servetta. Questa non sa se prendere

per marito Brighella, che è troppo furbo o Arlecchino, che è troppo sciocco (scena 7). Si chiede se è meglio un

marito accorto (Brighella) o un marito ignorante (Arlecchino). Il discorso di Colombina è ascoltato dai due e

naturalmente ognuno difende la sua causa. Alla fine, Arlecchino propone a Brighella di mettersi tutti e due con

Colombina.

Il metodo dell’improvvisazione era tipico della tradizione italiana. Spesso però, vi erano dei problemi in cui

incorrevano i comici, come scadere nelle volgarità pur di far ridere. Tuttavia, ci sono anche personaggi

eccellenti che sono capaci di parlare con un’eleganza che non ha nulla da invidiare al modo di scrivere dei

poeti. Secondo Goldoni moralità, verosimiglianza e superamento di un linguaggio barocco sono le ragioni per

cui bisogna tenere i commedianti legati al premeditato, senza nulla togliere a commedianti come Sacco. Il

discorso prosegue a proposito del comico e del ruolo delle maschere. Eugenio dice che “le maschere patiscono

a dire il premeditato”, Orazio risponde che quando la parte da apprendere è brillante e adatta al personaggio,

le maschere l’avrebbero imparato volentieri. Eugenio chiede che non sia il caso di eliminare le maschere e

Orazio gli dice che non è ancora tempo di farlo; propone una gradualità nei cambiamenti in modo che il

pubblico riesca ad accettare queste novità.

Nella quindicesima scena si presenta Eleonora, una donna che dice di essere una virtuosa di musica. La

spocchiosa Eleonora è in realtà una cantante di opera buffa, quindi non di altissimo livello. È venuta a proporsi

per un ingaggio: cantare intermezzi, fare scenette comiche cantate poste tra un atto e l’altro delle opere serie.

Dopo averla fatta parlare e aver visto quali sono le sue pretese, Orazio le dice che non hanno bisogno di lei,

sostiene infatti che i comici non necessitano della musica per avere successo.

Eleonora si lamenta dell’accaduto, tutti se ne vanno e resta solo con Lelio.

Eleonora è triste, poiché l’impresario per cui lavorava ha fallito. Lelio le consiglia di cambiare il suo

atteggiamento e di proporsi come attrice.

3° ATTO

All’inizio del terzo atto le difficoltà sembrano superate. Lelio ed Eleonora infatti andranno a sostituire due

attori che mancano, dopo aver fatto delle prove. Lelio inizia così a recitare, ma sbaglia, poiché i soliloqui, come

spiega Orazio non vanno fatti parlando con il pubblico, bensì per esplicitare i sentimenti e i cambiamenti delle

passioni, regolarizzando e naturalizzando il discorso.

Di fronte a questa serie di regole dette da Orazio, Lelio dice che avrebbe recitato nelle commedie premeditate,

e che per il momento avrebbe recitato qualcosa che conosceva già (scena di un padre che cerca di convincere

la figli a non sposarsi) in versi. Tuttavia, Orazio dice che non gli sembrano versi, e Lelio ribatte dicendo che

era una questione che dipendeva dalle pause, e che quei versi erano stati scritti dall’autore delle sue commedie,

ovvero Goldoni. Alla fine, Lelio viene assunto.

La questione versi/prosa per il teatro, veniva dibattuta dal 1500 e si dibatteva anche su quale tipo di verso

sarebbe stato adatto per la commedia e per il teatro in generale. Tuttavia, c’era chi sosteneva i versi e chi la

prosa (questi ultimi per ragioni di verosimiglianza). A tal proposito, alcuni, in particolare Scipio de Maffei,

dicevano che il teatro doveva essere scritto in versi che però non sembravano versi, cioè i versi non dovevano

essere rimati e il metro non doveva essere del tutto scandito. Goldoni mostra di essere in grado di comporre

dei “versi non versi”. Scriverà infatti in versi martelliani e ci sarà una forte e continuativa produzione in versi

che Goldoni svilupperà in abbondanza quando passerà al Teatro San Luca.

Con la scena 3 vi è la parallela prova di recitazione di Eleonora. Intanto, questa si scusa per essersi presentata

in maniera superba, ma grazie alle attrici della compagnia, ha potuto variare il suo comportamento. Orazio

conferma a sua volta il buon comportamento delle donne del teatro, smentendo le credenze del popolo circa la

reputazione delle attrici. Eleonora gli chiede di essere il suo protettore, in quanto capo di compagnia, ma

Orazio dice che lui non protegge nessuno in particolare, ma sostiene tutti.

Eleonora recita, senza cantare, dei versi della Didone Bernasca, opera buffa di Lelio. Sono versi cambiati e

abbassati in una sorta di parodia. Di uno dei più importanti drammi del 700, la Didone abbandonata di

Metastasio, opera di successo più volte rappresentata. Orazio ferma Eleonora poiché non vuole assistere a

ulteriori maltrattamenti di un’opera tanto grande e importante. Egli disprezza il genere della parodia dei versi

di un poeta tanto importante. Questo tipo di parodie erano testi che Goldoni aveva praticato e che ora

continuavano a praticare gli attori che dapprima avevano lavorato con lui e che ora stanno lavorando con

Chiari. Questo ci dice che Goldoni da un lato si sta allontanando da un’esperienza fatta in gioventù, dall’altra

sta criticando gli attori concorrenti (che parodiavano opere importanti).

Successivamente dà ad Eleonora alcuni suggerimenti quali terminare le frasi scandendo tutte le parole, fare

gesti solo se naturali, e bisogna guardare l’attore con cui sta parlando anche mentre parla solo quest’ultimo.

Dalla quarta scena riprende le pièce interna. Rosaura dice al padre che è innamorata di Florindo e non di

Pantalone, e il Dottore decide di aiutarli. Il Dottore fa finta di aver interpretato male le parole di Pantalone

che aveva chiesto Rosauro in sposa in casa de’ Bisognosi, dicendo che credeva intendesse che il figlio volesse

sposare Rosaura, in quanto, vista la sua età, non credeva si volesse sposare.

Interviene a questo punto Lelio, che mantiene il ruolo di antagonista per far notare, secondo lui, quelle che

dovrebbero essere le improprietà in una rappresentazione. Citando Orazio, Lelio dice che ci sono troppe

persone sulla scena: dovrebbero essercene al massimo tre e invece ce ne sono cinque. Il capocomico riconduce

questa idea alla confusione che l’improvvisazione può creare quando ci sono troppe persone in scena, ma ciò

non è più un problema poiché vi è il testo scritto. Ciò riguarda le scene con testo scritto ma anche quelle

improvvisate con attori particolarmente bravi.

Pantalone dice a Florindo di non prendere la nuora in casa con lui ma di andare via per non averli sotto gli

occhi, visto che è innamorato della ragazza.

Arlecchino chiede la mano a Colombina, questa dice che non avrebbe mai fatto un torto simile a Brighella,

tuttavia, l’intervento di Lelio fa sì che non si sappia come finisce la pièce interna perché la interrompe.

Alla fine, Lelio chiede ad Orazio se sia giusto o meno terminare una commedia con un sonetto. Orazio risponde

che dipende dalla situazione. Ad esempio, nel servitore di due padroni c’era, ma poi viene tolto, poiché in una

commedia ambientata in un’accademia non sta bene.

L’ultima battuta è una captatio benevolentiae nei confronti del pubblico, che quasi tira l’applauso.

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PAMELA NUBILE

La commedia Pamela nubile di Goldoni trae ispirazione dal romanzo “Pamela” di Samuel Richardson del

1740.

Si tratta di un romanzo epistolare: la servetta Pamela scrive al padre raccontandogli dei suoi sentimenti e delle

sue avventure. È la storia di una povera servetta inglese, il cui padrone cerca di sedurla per farla sua amante, e

dopo una serie di eventi che dimostrano la sua virtù, alla fine sposa il suo padrone. Questo fatto rappresenta

un elemento di novità ovvero il matrimonio “misto” e il fatto che la virtù della protagonista viene premiata con

un salto della gerarchia sociale; ed inoltre, tramite questa commedia, Goldoni restituisce dignità a personaggi

come i servi, che non erano più rappresentati in chiave comica come avveniva nella commedia dell’arte.

L’opera è dedicata a Carlo Ginori, un nobile toscano, perché Goldoni ricerca protezione.

Ne’ “L’autore a chi legge” Goldoni dà vari spunti di riflessione. Innanzitutto dice esplicitamente di aver preso

la storia da un romanzo, ma non è proprio come l’originale. Richardson proponeva il matrimonio come una

sorta di ricompensa della virtù di Pamela. Goldoni dice che Pamela merita molto, ma il cavaliere le dona

troppo. Anche se in Inghilterra non è contro le leggi, nessuno sarebbe contento se un parente sposasse una

donna di bassa estrazione sociale.

Nell’originale la storia occupa dal punto di vista temporale, mesi ed anni. Goldoni cerca di rispettare l’unità di

tempo (una giornata 12-24 ore), luogo e azione.

Goldoni dice che con questo testo ha azzardato qualcosa di nuovo: i personaggi hanno passioni talmente forti

e tragiche da poter essere equiparati ad eroi tragici. Gozzi lo critica per questo, dicendo che non avrebbe dovuto

rappresentare una plebe tanto virtuosa e dei nobili tanto viziati. Dei sovvertimenti come questi potevano essere

accettati in un romanzo, ma divenivano più forti se messi in scena, sia perché il teatro arriva dove la scrittura

non arriva, sia perché il teatro, a differenza della lettura, era accessibile a tutti.

Per la prima volta le maschere mancano del tutto, anche se nel Teatro comico aveva detto che non era ancora

tempo per levarle perché il pubblico si aspettava di vederle.

Mentre nel romanzo cambiava, qui la scena è stabile, non cambia mai dall’inizio alla fine: è una stanza con

varie porte.

1° ATTO

L’atto si apre con la scena della protagonista che piange, triste a causa della morte della sua padrona che

l’aveva fatta istruire e resa sua cameriera.

Attraverso le parole della sua governante (Jevre) veniamo a sapere che il figlio della nobildonna defunta ha

una particolare predilezione per Pamela, non a caso, la nomina sempre con il labbro ridente. Solo una volta

(scena 2), Pamela si chiede se non ci sia altro tra lei e il suo padrone, e si rende conto che, se così fosse,

dovrebbe mettersi al riparo perché l’interessamento del padrone metterebbe a repentaglio la sua virtù.

Pamela sta scrivendo una lettera al padre, che presto verrà a farle visita, e in questa lettera parla anche di

Milord Bonfil. Tuttavia, questo, vedendo Pamela scrivere, le toglie il foglio dalle mani per leggere.

Nella quarta scena, Milord chiede a Jevre di dire a Pamela che lui la ama, ma la governante non vuole fare da

mezzano.

La scena successiva vede un monologo di Pamela in cui dice di essere innamorata di Bonfil, ma la giovane è

titubante perché lei è una serva e lui un padrone.

Vi sono poi dei tentativi di Milord Bonfil di sottoporre Pamela ad una prova d’amore, vuole vedere se si

dimostra triste qualora dovesse andar via da casa sua per servire sua sorella. Inizialmente Bonfil vuole mandare

Pamela al servizio di sua sorella, poi però cambia idea perché la vuole lì con lui.

Bonfil inizia ad interrogarsi su un probabile matrimonio con una serva, e l’amico con cui ne parla Milord Artur

(scena 13) non sa nulla del suo amore per la servetta Pamela. Bonfil gli chiede se sia opportuno che un uomo

nobile sposi una donna nobile, egli gli risponde che è buona norma che sia così, diversamente, è giustificabile

se la donna in questione non è nobile, ma ricca. Se dovesse sposare una donna che non sia nobile, dal punto di

vista naturale non violerebbe alcuna legge, poiché la natura ama indistintamente tutti i suoi figli, e della loro

unione è indistintamente contenta. Inoltre, non vi è nessuna legge scritta che proibisca il matrimonio misto,

ma Artur fa notare a Bonfil che l’opinione comune la pensava diversamente e che inoltre pregiudica la nobiltà

del sangue dei suoi figli. Ma Artur capisce che Bonfil si è innamorato di una giovane non nobile e che i suoi

discorsi non sono campati in aria.

Nella sedicesima scena arriva Ernold, in ritorno dal suo “grand tour” in Europa. Artur è contento di rivederlo,

ma Ernold gli dice che rimarrà per poco lì a Londra. Nel corso del suo viaggio, Ernold ha sviluppato un

atteggiamento di disapprovazione nei confronti del suo Paese; elogia una serie di caratteristiche che altri luoghi

presentano, ma si dimostra alquanto sciocco perché dei posti in cui è stato riporta solo gli atteggiamenti più

superficiali. Vi sono poi alcune considerazione tra la sociabilità (modo di relazionarsi con altri) di popoli e la

serietà degli inglesi: poche parole, solitudine e volontà di essere compresi senza parlare. Parla ai suoi amici

del teatro, della commedia, apprezza molto in questo contesto l’Italia, e dice che è un peccato che nel teatro

inglese non ci siano le maschere, per esempio quella di Arlecchino, goffo e astuto nello stesso tempo. Artur a

questo punto si alza e se ne va, ma Ernold continue con le sue storie.

L’atto si conclude con il ripensamento di Milord Bonfil, questo non vuole più che Pamela vada a fare da

cameriera a sua sorella Miledi Daure, così questa si indispettisce e vuole vendicarsi: o Pamela viene con lei,

o deve morire.

2° ATTO

Artur dà un consiglio a Bonfil, gli dice che, se non vuole mandarla a servire sua sorella, deve farla sposare, in

modo da non pensarci più. Così, nella quinta scena, Bonfil chiede a Pamela se prenderebbe in considerazione

l’idea di sposarsi. Tuttavia, Jevre crede che le interrogazioni fatte dal padrone a Pamela siano fatte per

introdurre la sua diretta proposta di matrimonio.

Nel frattempo, Bonfil aveva organizzato un viaggio con Artur, sarebbe tornato solo quando Pamela si sarebbe

sposata. Tuttavia, la sua vulnerabilità lo porta a cambiare idea. Ormai però, il viaggio si farà, ma prima di

partire con Artur, Milord vuole assicurarsi che Pamela non vada via di casa.

Nell’undicesima scena c’è il ritorno in scena di Miledi Daure, che arriva con suo nipote, il Cavaliere Ernold.

Nonostante lei sappia che il fratello è partito, vuole entrare a tutti i costi in casa, e dice di aver intenzione di

rimanere a pranzo in casa. Pamela cerca di ritirarsi perché non vuole incontrare un giovane a lei sconosciuto.

Miledi interpreta le resistenze di Pamela, e capisce che l’amore che Milord prova per lei è ricambiato.

Ernold entra, e di fronte ad una giovane cameriera bella ha un comportamento da sciocco. Tratta Pamela

secondo stilemi che non solo potrebbe presentare una pratica del ‘700 di mancanza di rispetto, ma anche tipiche

dinamiche teatrali. Ernold si prende subito la libertà di chiamarla “gioia mia”.

Nella quattordicesima scena arriva Isacco e dice che il padrone sta tornando indietro a causa di uno svenimento,

e Pamela appena sa che il padrone sta male, vorrebbe correre ad accudirlo, ma si trattiene.

L’atto si conclude con un monologo di Miledi, che non si capacita del sentimento tra Pamela e Bonfil.

3° ATTO

Bonfil è accecato dalla rabbia perché Ernold si è permesso di offendere Pamela, così prende la spada per

ucciderlo, sopravvalutando l’offesa inflittale.

La quarta scena è molto importante perché vede il dialogo tra Milord Bonfil e Andreuve, il padre di Pamela.

Bonfil dichiara ad Andreuve di essere perdutamente innamorato di Pamela e che vorrebbe sposarla nonostante

non sia nobile, poiché ciò non fa altro che accrescere in lei l’umiltà, rendendola ancora più speciale. A questo

punto Andreuve svela un segreto: è un nobile, ma ha dovuto vivere nascosto a causa di un evento storico, egli

non si voleva piegare alla corona britannica e la sua necessità di nascondersi è quindi legata a faccende

politiche. Per giustificare il fatto di aver affidato Pamela alla madre di Bonfil, dice che gli dispiaceva far

educare una giovane nobile nel bosco. Per dar prova di tutto questo, il vecchio porta una serie di lettere che

valorizzino questo suo racconto.

Per protrarre ulteriormente il racconto e lo scioglimento Milord fa credere a Pamela che avrebbe sposato

un’altra donna, la contessa d’Auspingh, per poi rivelarle alla fine, assieme al conte padre di Pamela, che la

predetta contessa era lei stessa.

Bonfil le dice che la sua virtù avrebbe dovuto farle capire che era nobile, infatti. Sebbene questa donna sia nata

povera, ha sentimenti che la distinguono dalla classe sociale più bassa.

Quando Bonfil dice a sua sorella che avrebbe sposato una nobile scozzese Miledi è contenta, perché così si

sarebbe allontanato da Pamela, ma successivamente scopre che la nobile in questione è proprio Pamela. A

questo punto Miledi si scusa con Pamela, e questa la perdona. Di conseguenza, Pamela chiede a Bonfil di

riappacificarsi con la sorella e con il nipote, e questo accetta. Pamela ha quindi il merito di aver condotto tutti

a una situazione di pacificazione totale.

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val1712

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in mediazione linguistica e interculturale
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher val1712 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Tavazzi Valeria.

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