Economia ed etica
Parte I – Capitolo 1: Introduzione
Economia ed etica
L’etica si riferisce allo studio di ciò che è moralmente giusto o sbagliato. Fanno parte dell’etica concetti fondamentali come il buono, cioè l’ideale, il giusto, cioè ciò che non è sbagliato, e il dovere, cioè l’obbligo o la responsabilità a carico sia dell’individuo che della società. Non è necessario avere una fede religiosa per studiare l’etica. Si crede spesso che l’etica e la moralità siano opinioni, che le questioni sull’etica non possano essere risolte e che tali problemi siano relativi e soggettivi piuttosto che assoluti ed oggettivi. Ma il problema non è tanto cosa una persona crede ma perché lo crede. Per cui si possono porre dei quesiti, esaminare le premesse condivise dalle persone e cercare di utilizzare il ragionamento logico per giungere a delle conclusioni.
È utile definire l’economia come lo studio di alcune attività o di alcuni sistemi. La definizione di attività è usata dall’economista britannico Alfred Marshall (1842-1924), il quale definì l’economia come “uno studio del genere umano nel business ordinario della vita”. Marshall non ha specificato cosa intendesse per “business ordinario della vita” ma si presume che si riferisse ad attività quali il consumo, l’acquisto e le vendite, il risparmio, l’investimento e le attività di produzione, il lavoro e le attività finanziarie. La definizione di sistema è stata invece adottata dall’economista americano Paul Samuelson, il quale definì l’economia come un sistema di risposte alle seguenti domande sulla produzione di beni e servizi: cosa, come e per chi.
L’economia si divide in due parti, micro e macroeconomia.
Microeconomia
La microeconomia studia il comportamento dei singoli operatori economici ed il modo in cui essi interagiscono fra di loro, e studia il funzionamento dei singoli mercati e la loro interazione. La macroeconomia studia le grandezze aggregate, aggregando sia gli operatori economici che i mercati. Dunque, mentre la microeconomia si occupa del livello di produzione di un’impresa e del consumo di mele di un individuo, la macroeconomia si occupa della produzione aggregata di beni e servizi dell’economia nel suo insieme e del livello di consumo aggregato di tutte le persone in un sistema economico, senza esaminare necessariamente gli operatori singoli e i singoli mercati.
La microeconomia studia il comportamento dei singoli consumatori e delle singole imprese e l’interazione fra questi. Esamina il modo in cui i consumatori scelgono, cosa e quanto comprano ed il modo in cui le loro decisioni di acquisto sono influenzate dal prezzo che pagano e dai loro ricavi. Esamina il modo in cui le imprese decidono quanto produrre e di quali beni e il modo in cui producono sotto diverse condizioni di mercato, se producono beni differenziati, se ci sono pochi produttori o se c’è un’unica impresa sul mercato (monopolio). Esamina anche in che modo le imprese modificano i loro piani sulla base del cambiamento dell’ambiente circostante. L’interazione fra imprese e consumatori è utilizzata per esaminare il modo in cui i prezzi di beni, servizi e fattori di produzione sono determinati, e in che modo l’interazione dei diversi mercati nell’economia determina i prezzi e le quantità di tutti i beni e le risorse.
Infine, la microeconomia studia le condizioni di efficienza dell’equilibrio di mercato, e analizza il modo in cui quelli che sono chiamati fallimenti del mercato possono impedire la formazione di un equilibrio efficiente.
Fallimenti del mercato
- Monopoli ed altre forme distorsive della concorrenza perfetta. I monopolisti possono produrre meno di ciò che sarebbe efficiente per il mercato, in quanto essi vogliono creare una scarsità artificiale e mantenere i prezzi alti così da ottenere profitti elevati.
- Esternalità, nelle quali le persone e le imprese hanno su altri un impatto positivo o negativo senza pagare né essere pagati. Ad esempio, le imprese possono produrre troppo inquinamento e ciò danneggia le persone o le altre imprese che dovranno pagare il costo di quell’inquinamento.
- Beni pubblici che le imprese private non hanno convenienza a produrre in quanto non ricevono pagamento dalle persone. Tali beni sono quelli di cui possono usufruire tutti nello stesso momento e di cui il produttore non può impedire l’uso da parte di chi non paga per usufruirne.
- Informazioni imperfette, nel senso che chi compra e chi vende non possiede tutte le informazioni necessarie per ottenere risultati efficienti. L’informazione imperfetta implica che almeno alcuni individui nell’economia non abbiano informazioni complete che gli consentano di prendere opportune decisioni.
Se si verificano fallimenti del mercato, la microeconomia analizza il modo in cui si può farli funzionare più efficientemente, ad esempio, imponendo la rottura dei monopoli da parte dei governi, tasse sull’inquinamento, ecc.
Macroeconomia
La macroeconomia si concentra maggiormente sul cercare di spiegare il modo in cui si determina il livello di produzione aggregata nell’economia, perché spesso la produzione aggregata è soggetta a fluttuazioni, cos’è che determina la disoccupazione ed il tasso al quale cresce nel tempo il livello di produzione di beni e servizi. La macroeconomia esamina non solo il perché della disoccupazione, dell’inflazione o della scarsa crescita ma anche il modo in cui le politiche monetarie e fiscali possono risolvere questi problemi.
Oltre a lavorare sugli argomenti classici di micro e macroeconomia, gli economisti lavorano in un elevato numero di campi dell’economia che si occupano dell’applicazione di questi concetti generali ai casi concreti.
L’economia neoclassica
È possibile dare due diverse definizioni di economia neoclassica; la prima è relativa al metodo e dice che l’economia neoclassica esamina il comportamento degli operatori individuali, egoisti, ed il modo in cui essi interagiscono fra loro, la seconda è una definizione più ristretta e ritiene che gli operatori economici interagiscano fra loro in mercati ben funzionanti, in cui tutte le risorse vengono utilizzate ed in cui non ci siano distorsioni come la concorrenza imperfetta.
È necessario considerare prima 4 aspetti dell’approccio neoclassico, per poi tornare alle definizioni:
- L’economia neoclassica cerca di spiegare tutti i comportamenti nei termini di ottimizzazione. Dunque il consumatore sceglierà di acquistare quei beni e servizi che massimizzano la sua utilità, e tale assunzione si basa sull’ipotesi di razionalità degli operatori economici.
- L’economia neoclassica spesso, ma non sempre, presuppone che i consumatori e le imprese interagiscano attraverso i mercati e che comprino e vendano ai prezzi di mercato che sono gli stessi per tutti gli operatori. Spesso viene presupposta una situazione di concorrenza perfetta, in cui ci sono molte imprese e molti consumatori, in cui l’informazione è completa, i prezzi sono flessibili, nel senso che se c’è un eccesso di domanda di un bene il suo prezzo aumenta.
- L’economia neoclassica mostra che nella situazione di concorrenza perfetta ed in assenza di distorsioni, il comportamento individuale di massimizzazione dell’utilità porta all’efficienza. Dunque la miglior politica praticabile per i neoclassici è quella del laissez-faire, cioè della minimizzazione degli interventi statali nell’economia. Se vi sono imperfezioni di mercato, lo Stato è chiamato ad intervenire incoraggiando la concorrenza, ponendo fine ai monopoli, creando nuovi mercati dove non esistono, fornendo beni pubblici ed imponendo tasse sulle esternalità.
- Infine, l’economia neoclassica ritiene che non bisogna promuovere solo l’efficienza ma anche l’equità. Se un particolare risultato competitivo è ritenuto iniquo è necessario cambiare la distribuzione del reddito e dunque delle utilità, in modo da renderlo equo.
Tornando alle due definizioni: la prima non sostiene che i mercati liberi si traducano in risultati efficienti e dunque non sostiene necessariamente il non-intervento dello Stato nell’economia. Tuttavia, nella misura in cui questo approccio valuta l’efficienza, gli economisti che sostengono questo approccio sono a favore dell’adozione di politiche che spingono l’economia verso una situazione di concorrenza perfetta e priva di distorsioni. La seconda definizione sostiene che l’economia è spesso efficiente e che se tutto ciò che importa è l’efficienza sono a favore della politica del laissez-faire. Tuttavia, se si preoccupano dell’equità allora l’intervento dello Stato nell’economia diventa accettabile.
L’approccio neoclassico domina l’economia, ma non è l’unico;
- L’approccio marxista si focalizza sul comportamento delle categorie di persone, come i lavoratori ed i capitalisti, i cui interessi sono opposti.
- L’approccio istituzionalista si focalizza sulle istituzioni e sulle norme sociali e sul modo in cui queste influenzano gli individui.
- L’approccio post-keynesiano si focalizza sul modo in cui le politiche di governo possono migliorare la disoccupazione e la crescita.
- Gli economisti del comportamento esaminano il modo in cui le persone si comportano e i risultati dei loro comportamenti.
Relazione tra etica ed economia
Quando gli economisti studiano la materia, essi necessariamente fanno dei giudizi di valore che riguardano l’etica. Inoltre, gli economisti studiano le persone e gruppi di persone ed anche istituzioni ed istituzioni religiose. Tali persone e gruppi hanno dei valori etici, per cui gli economisti devono prima comprendere l’etica se vogliono capire il modo in cui essi si comportano ed agiscono. Infine, gli economisti spesso prendono decisioni politiche per cui devono valutare ciò che accade e studiare delle strategie per migliorare la situazione, ciò richiede un’analisi etica.
Capitolo 2: Economia senza etica?
Alcuni economisti ritengono che l'economia sia una scienza priva di valori, senza posto per l'etica. Un numero maggiore di economisti ritiene che, sebbene potrebbe non essere possibile escludere l'etica del tutto dall’economia, c'è una grande parte di economia in cui i giudizi di valore non svolgono alcun ruolo. Vi è una crescente minoranza, tuttavia, che sostiene che l'economia non può evitare di dare giudizi di valore dall’inizio, quindi, la teoria economica non può essere separata dall’etica. Questo capitolo esamina il dibattito e sostiene che l'economia e l'etica sono così strettamente interconnesse che non è possibile avere un’economia separata dall'etica (Wilber e Hoksbergen, 1986).
Per comprendere questi punti di vista opposti, è utile distinguere tra tre tipi di problemi: in primo luogo, ciò che effettivamente accade nelle economie, perché ciò accade, e che cosa accadrà nel futuro; in secondo luogo, che cosa dovrebbe accadere nell'economia, e come ciò che sta succedendo può essere paragonato a questo ideale; e in terzo luogo, se ciò che sta accadendo non è quello che dovrebbe accadere, e se andare verso ciò è quello che dovrebbe essere, o almeno, che si avvicina all’ideale. Il primo riguarda la descrizione, spiegazione e la previsione, di cosa sia oggetto di economia positiva; il secondo è l’economia normativa; l'ultimo è l'analisi di politica economica.
Molti economisti ritengono che l'economia positiva non incorpora giudizi di valore perché esamina ciò che accade nella realtà senza cercare di valutarlo, mentre l’economia normativa e l’analisi di politica economica incorporano giudizi di valore. Alcuni addirittura sostengono che alcune questioni di economia normativa e analisi economica non coinvolgono i giudizi di valore, ritenendo che gli economisti siano coinvolti in analisi della politica economica, lasciando le decisioni, riguardanti i valori, a funzionari governativi o ai membri della società. Se questi punti di vista sono corretti, ci sarebbero parti significative di economia indipendenti dall’etica.
La dicotomia positiva/negativa e l’affermazione valore-neutralità
La maggior parte dei libri introduttivi di economia distingue tra due tipi di economia. Un tipo, chiamato economia positiva, pone domande su ciò che sta accadendo nell'economia, perché sta accadendo, e cosa può accadere in futuro. L'altro, economia normativa, si riferisce a ciò che dovrebbe essere. Questa dicotomia è radicata in quello che è chiamato la “Humean guillotine”, dal nome del filosofo britannico ed economista David Hume (1711-1776), che separa realtà ("ciò che è") da valore ("ciò che dovrebbe essere").
Viene poi sottolineato che l’economia positiva deve essere condotta attraverso un modo puramente scientifico, prendendo posizioni etiche. Pertanto, si sostiene che l’analisi economica scientifica può essere completamente separata dalle questioni etiche. Questo punto di vista però non nega che le questioni etiche siano rilevanti per l’analisi normativa per scegliere tra le politiche. Per esempio, l'economista deve essere chiaro sulla sua posizione etica, o conoscere i responsabili politici, prima di fare dichiarazioni su questioni quali: il salario minimo dovrebbe essere aumentato o dovrebbe essere abolito? Gli aiuti esteri a Paesi poveri dovrebbero essere aumentati o ridotti?
Una volta che queste domande hanno avuto una risposta attraverso un’analisi scientifica economica, possiamo introdurre considerazioni etiche (l’importanza che dovrebbe essere data alla riduzione della povertà rispetto alla crescita economica) che con la nostra esperienza politica, ci permettono di decidere su quale politica adottare.
L’argomentazione riguardante la neutralità dei valori si basa sul presupposto che da quando abbiamo oggettivo accesso al mondo empirico attraverso la nostra esperienza, non dovremmo preoccuparci di domande su "ciò che dovrebbe essere" ma dovremmo occuparci di “ciò che è”. In economia questo punto di vista è stato sostenuto da John Neville Keynes.
Il dibattito sul valore neutralità
L'economia positiva è in grado di cancellare considerazioni etiche per essere unicamente preoccupata di fatti "là fuori"? Ci sono buone ragioni per dubitare di questo. In primo luogo, vi è una gamma molto ampia di domande empiriche che gli economisti possono prendere in considerazione e fatti che possono potenzialmente esaminare. Come si fa a scegliere quelli su cui focalizzarsi? Come si fa a decidere quali sono le questioni più importanti? È importante chiedersi cosa determina il tasso di crescita del reddito pro capite di un paese? Qual è il livello di disuguaglianza di reddito tra ricchi e poveri in un paese, e come sta cambiando nel tempo?
Si può sostenere che le domande sulle quali ci si concentra riflettono giudizi di valore sulle questioni importanti. Le domande che ci poniamo interesseranno i fatti che si esaminano, ma i giudizi di valore hanno anche bisogno di essere fatti nella scelta e nella percezione di questi fatti. Blaug, che nel complesso è favorevole alla posizione del valore-neutrale, argomenta che i giudizi morali possono essere modificati da come i fatti vengono presentati, fatti che sono legati alla teoria in modo che un cambiamento di valori può alterare la nostra percezione degli stessi.
In secondo luogo, ciò che possiamo dire sul mondo esterno non dipende solo dallo stesso, ma anche dal modo in cui, in qualità di osservatori, lo percepiamo. Per riassumere questi due punti, mentre l'economia come scienza può essere guidata da una ricerca della verità, anche se non è interessata a una qualsiasi verità. La verità rilevante deve essere sia "interessante" che "preziosa", e in questo senso la scienza economica è un'attività goal-directed. Inoltre i criteri per una "buona" o "accettabile" teoria scientifica non possono essere classificati in termini della loro importanza intrinseca, ma solo in relazione al loro grado di saper servire obiettivi particolari di una comunità scientifica.
Terzo, la terminologia utilizzata in analisi economica non è libera dai giudizi di valore. Termini come “economic integration,” “productivity,” “equilibrium,” “balance,” “rationality,” possono avere almeno due significati, uno che è un apparentemente valore neutro ed un preciso valore in economia, e un altro che viene utilizzato nel linguaggio generale, e che ha connotazioni favorevoli.
La radice del problema è il valore dei giudizi che consapevolmente o inconsapevolmente essi fanno. Si può sostenere, tuttavia, che questo problema non è realmente grave, per due ordini di motivi:
- In primo luogo, si può affermare che, anche se i giudizi di valore sono coinvolti in esaminare e spiegare "che cos'è", i giudizi di valore che sono fatti in questa fase non sono gli stessi realizzati in un’analisi normativa. Infatti, si sostiene che l'analisi scientifica coinvolge tre componenti separate: decisioni prescientifiche, analisi scientifica, e l'applicazione post-scientifica. Mentre i giudizi di valore sono realizzati sia nel primo e ultimo stadio (e non nel secondo).
- In secondo luogo, anche se le analisi economiche coinvolgono visioni di pre-analisi e giudizi di valore.
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