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Obesità e Magrezza - 3° Anno

Appunti di Obesità e Magrezza per l'esame opzionale dei prof. "Valerio-D'Angelo"

Argomenti contenuti nel file:
Crescita, statura fisica, pubertà, antropometria, percentili, tessuto adiposo, obesità e periodi a rischio e cause di questa, complicanze obesità, obesità pediatrica, bullismo e obesità, sedentarietà, prevenzione obesità... Vedi di più

Esame di Obesità e magrezza docente Prof. G. Valerio

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CAPITOLO 5.5: CONSEGUENZE DELL’OBESITA’

L’obesità, può avere conseguenze:

• Fisiche

• Psicologiche

• Persistenza in età adulta

L’obesità può avere complicanze di natura respiratoria, endocrina, gastrointestinali,

cardiocircolatoria, ortopedica e psicosociali a livello dell’SNC.

Queste complicanze sono strettamente legate all’eccesso di peso e queste si distinguono in:

• Alterazioni metaboliche, condizionate dalla distribuzione del grasso viscerale.

Comprendono:

Sindrome metabolica che implica la presenza di dislipidemia e ipertensione. Questa

o nel tempo può portare a diabete di tipo 2 (a causa della resistenza insulinica) e

malattie cardiovascolari precoci, facendo quindi aumentare il tasso di mortalità

precoce per gli obesi

• Alterazioni da stress meccanico, dovute allo stress meccanico legato proprio all’eccesso di

peso. Comprendono:

Dolori muscoloscheletrici

o Deformazioni a livello osseo come la malattia di Blount

o Osteoartrite

o Apnea dovuto all’accumulo eccessivo di grasso che quindi può provocare

o ipoventilazione

CAPITOLO 5.5.1: OBESITA’ PEDIATRICA

L’obesità pediatrica è un importante problema di sanità pubblica: già nel bambino, questa può

avere implicazioni sulla salute e tende a persistere anche in età adulta nel 50-80% dei casi. Pertanto,

l’obesità è l’inizio di un processo patologico che potenzialmente dura tutta la vita.

Le complicanze associate all’obesità nei bambini e negli adolescenti sono:

• Disturbi/complicanze respiratorie

• Ipertensione

• Iperlipidemia

• Resistenza insulinica e quindi diabete di tipo 2

• Steatosi epatica

• Problemi ortopedici come la tibia vara

• Problemi psicologici come depressione, ansia, disordini del comportamento alimentare

Ipertensione, iperlipidemia e resistenza insulinica sono tutte conseguenze della sindrome

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metabolica. CAPITOLO 5.5.1.1: COMPLICANZE RESPIRATORIE

Il calibro delle vie aeree superiori è ridotto dall'infiltrazione grassa dei muscoli e dal grasso

sottocutaneo. Poiché le vie aeree del bambino sono fisiologicamente più strette, queste alterazioni

hanno un ruolo determinante sulla dinamica respiratoria, particolarmente durante il sonno.

Il grasso addominale solleva il diaframma, riducendo l’ampiezza delle escursioni. Ciò riduce la

capacità polmonare totale, il polmone diventa piccolo e rigido.

Si riducono le proprietà elastiche della parete toracica, limitando l’espansione della gabbia toracica

e provocando una riduzione dell’ampiezza dell’inspirazione e dell’espirazione.

Il paziente obeso deve realizzare atti respiratori frequenti che, mobilizzando piccoli volumi di aria,

provocano ipoventilazione polmonare e rischio di riduzione della quantità di ossigeno disponibile.

I sintomi sono:

• Respiro frequente e difficoltoso anche in seguito a sforzi moderati, respiro sibilante e dolore

toracico

• Respirazione orale

• Disturbi del sonno (russamento/respiro rumoroso, apnea, risvegli notturni, sonno agitato,

difficoltà respiratoria)

• Difficoltà di risveglio al mattino, cefalea mattutina, incapacità di concentrazione, ridotto

rendimento scolastico, iperattività

• Nella sindrome da ipoventilazione (anche detta di Pickwick) il bambino presenta tendenza

ad addormentarsi anche di giorno.

Per valutare il rischio di ipoventilazione polmonare e quindi di addormentamento diurno esiste un

questionario detto “Scala del sonno di Epworth”.

CAPITOLO 5.5.1.2: SINDROME METABOLICA E DIABETE DI TIPO 2

Si definisce sindrome metabolica una condizione caratterizzata dalla presenza di tre o più delle

seguenti condizioni:

1. Obesità centrale

2. Ipertensione

3. Ipertrigliceridemia

4. Ridotti livelli di colesterolo HDL

5. Alterato metabolismo del glucosio

Queste condizioni sono tutte determinate dall’insulino-resistenza e rappresentano di per sé fattori

di rischio cardiovascolare.

La simultanea presenza di queste condizioni aumenta in maniera esponenziale il rischio

cardiovascolare. 35

La possibilità di danno cardiovascolare a esordio precoce in età adulta (angina pectoris, infarto del

miocardio, ischemia cerebrale o ictus, vasculopatie periferiche) richiede un forte impegno per la

prevenzione o la cura dei fattori di rischio e il mantenimento di una normale aspettativa e qualità di

vita dei pazienti.

Tutti gli aspetti della sindrome metabolica possono rallentare nella loro evoluzione e perfino

regredire con un miglioramento degli stili di vita e una riduzione del peso corporeo.

In base ad uno studio americano, la sindrome metabolica riguarda:

• 1/1000 adolescenti normopeso o in moderato sovrappeso (fino all’85° percentile del BMI)

• 1/14 (7%) adolescenti sovrappeso (BMI tra 85°-95° percentile)

• 1/4 (25%) adolescenti obesi (BMI > 95° percentile)

Ogni elemento della sindrome metabolica peggiora con l’aumentare dell’obesità

indipendentemente da età, sesso e pubertà.

Tra le componenti della sindrome metabolica comprende l’alterazione del metabolismo glucidico

e la modifica dei lipidi nel sangue (dislipidemia, cioè aumento dei trigliceridi e i bassi livelli di

colesterolo HDL). Le alterazioni glico-lipidiche sono legate all’insulino-resistenza con un

meccanismo abbastanza complesso: quest’ultima promuove nelle cellule adipose la lipolisi, cioè la

conversione dei trigliceridi in acidi grassi liberi (FFA) che quindi vanno in circolo. Un’alta

concentrazione di FFA rappresenta per il fegato un segnale per la sintesi di glucosio

(neoglucogenesi), che a sua volta comporta un aumento dell’insulinemia. L’insulina inoltre fornisce

alle cellule epatiche il glucosio necessario per formare trigliceridi e altera il funzionamento del

fegato che converte il glucosio in acidi grassi. L’eccesso di acidi grassi liberi arriva anche al tessuto

muscolare, riducendo ulteriormente la sensibilità all’insulina.

CAPITOLO 5.5.1.2.1: DISLIPIDEMIE

La dislipidemia quindi, è un aumento patologico dei livelli di colesterolo e/o di trigliceridi.

Si distinguono dislipidemie:

• Di forma primitiva da causa genetica, sono dovute ad un difetto enzimatico su base

ereditaria delle vie metaboliche che regolano la sintesi e il catabolismo lipidico

Di forme secondarie, conseguenza di diverse patologie come obesità, sindrome metabolica,

• diabete, sindrome colestatica, ipotiroidismo, nefropatie, ecc.

La dislipidemia nel bambino è un motivo di preoccupazione per la sua salute: livelli elevati di

trigliceridi o colesterolo totale, con una quota ridotta di colesterolo HDL contribuiscono a

determinare il danno vascolare. Studi autoptici dimostrano lesioni di tipo aterosclerotico già

nell’infanzia o adolescenza. Alti valori di colesterolo e/o trigliceridi si trovano nella stessa famiglia

sia per fattori ambientali condivisi sia per fattori genetici. Bambini e adolescenti con dislipidemia

sono suscettibili di avere alterati livelli anche in età adulta. 36

CAPITOLO 5.5.1.3: IPERTENSIONE ARTERIOSA

Un errore comune è considerare che l’ipertensione arteriosa sia appannaggio solo degli adulti.

Bambini e adolescenti obesi possono presentare valori di pressione arteriosa ai limiti alti o

francamente patologici.

Su 100 ragazzi obesi, si contano fino a 15 ipertesi, mentre nella popolazione giovanile generale la

percentuale raggiunge il 2-3%.

La misurazione di questa avviene nel seguente modo: bambino, calmo e rilassato, in posizione

seduta, con il braccio non dominante su un supporto rigido a livello del cuore. Il bracciale deve

essere di misura adeguata. L’altezza della camera d’aria dovrebbe essere pari al 40% della

circonferenza del braccio nel suo punto medio tra acromion e olecrano. La lunghezza della camera

d’aria deve coprire l’80-100% della circonferenza del braccio. Il fonendoscopio deve essere

posizionato a livello dell’arteria brachiale, prossimalmente e medialmente alla fossa cubitale,

distalmente al margine inferiore del bracciale. La cuffia deve essere gonfiata fino a circa 20 mmHg

oltre la scomparsa del polso radiale e sgonfiata alla velocità di 2-3 mmHg al secondo.

La pressione arteriosa sistolica è rappresentata dal I tono di Korotkoff (comparsa del battito), la

diastolica coincide con la scomparsa del battito (V tono).

Per fare diagnosi di ipertensione sono necessarie almeno tre misurazioni in momenti diversi.

Attualmente sono stati proscritti gli sfigmomanometri a mercurio, per la tossicità di tale elemento,

si usano apparecchi aneroidi o oscillometrici automatici

Il monitoraggio pressorio delle 24 ore permette di identificare le forme di ipertensione da “camice

bianco” (elevati valori pressori nello studio medico e normali al monitoraggio) e quelle di

“ipertensione mascherata” (normali valori nello studio medico ed elevati al monitoraggio).

L’ipertensione è uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo di malattie cardiache,

cerebrovascolari e renali. Rappresenta un importante substrato fisiopatologico per lo sviluppo di

aterosclerosi e del conseguente danno d’organo a carico di cuore, vasi arteriosi, rene, sistema

nervoso e retina.

L’ipertrofia ventricolare sinistra, che nell’adulto è correlata a morbilità e mortalità cardiaca, è il

danno d’organo maggiormente documentato nel bambino e nell’adolescente iperteso.

L’aumento sia fisiologico che patologico dei valori pressori modifica progressivamente la geometria

del ventricolo sinistro determinando un aumento della parete cardiaca. La normalizzazione della

pressione arteriosa determina una normalizzazione ecocardiografica della massa e dei parametri

funzionali del ventricolo, ma il rischio cardiovascolare rimane più elevato rispetto ai soggetti

normotesi. Quindi bisogna evitare l’ipertensione.

L’ipertensione arteriosa, tra i danni provocati, comprende l’ispessimento del setto e delle pareti del

cuore. 37

CAPITOLO 5.6: LIPOPROTEINE PLASMATICHE

I grassi, insolubili in ambiente acquoso, possono essere trasportati nel sangue soltanto se legati a

specifiche lipoproteine. Queste ultime, sono macromolecole derivanti dalla combinazione di una

proteina con lipidi di varia natura: colesterolo, esteri del colesterolo, fosfolipidi e trigliceridi.

Le lipoproteine sono suddivise in base alla loro densità (la densità è legata al contenuto lipidico;

essa è tanto minore quanto maggiore è la quantità di trigliceridi) in:

• Chilomicroni, sono quelli meno densi e quindi più ricchi di trigliceridi; derivano dall’intestino

• Lipoproteine a densità molto bassa (Very Low Density Lipoprotein, VLDL), si sviluppano a

partire dai chilomicroni portati al fegato

• Lipoproteine a densità intermedia (Intermediate Density Lipoprotein, IDL), si sviluppano

dalle VLDL; hanno contenuto di colesterolo e trigliceridi quasi uguale; sono scarsamente

presenti nel sangue e quindi la loro importanza clinica è minima; sono conosciute anche

come “remnants”

• Lipoproteine a bassa densità (Low Density Lipoprotein, LDL), sono quelle più ricche di

colesterolo; si sviluppano dalle VLDL e dalla loro forma intermedia che sono le IDL

• Lipoproteine ad alta densità (High Density Lipoprotein, HDL), più ricche di proteine e più

dense; sono le seconde per contenuto di colesterolo

Altre informazioni sulle lipoproteine sono:

• Chilomicroni; prodotti negli enterociti, dai quali vengono immessi nel circolo linfatico e,

successivamente, in quello ematico. Dopo aver distribuito il loro contenuto lipidico ai vari

tessuti, sono trasportati al fegato (chilomicroni residui), che provvede a distruggere il loro

involucro proteico e a riciclare i residui lipidici racchiusi al loro interno

• VLDL; sintetizzate dagli epatociti. Trasportano trigliceridi dal fegato (dove sono stati

sintetizzati, per esempio, a partire dal glucosio) ad altri tessuti (soprattutto quello adiposo e

muscolare)

• LDL; derivano dalle VLDL, per progressivo impoverimento del loro contenuto in trigliceridi.

Sono cariche di colesterolo che trasportano e distribuiscono ai tessuti periferici 38

• HDL; secrete nel sangue da fegato e intestino. Sono deputate al trasporto del colesterolo dai

tessuti periferici al fegato.

I valori accettabili di trigliceridi in bambini, adolescenti e adulti sono riassunti nell’immagine che

segue:

Età fino a 9 anni tra 10-18 anni adulto

accettabili 75 mg/dl 90 mg/dl 150 mg/dl

borderline 75-100 mg/dl 90 -130 150-200 mg/dl

alti >100 mg/dl >130 mg/dl >200 mg/dl

CAPITOLO 5.6.1: COLESTEROLO E IPERCOLESTEROLEMIA

Il colesterolo è un grasso di vitale importanza: contribuisce alla formazione delle membrane cellulari

ed è precursore di ormoni importanti (cortisolo, aldosterone, testosterone, estradiolo,

progesterone, vitamina D). Ad alte concentrazioni nel sangue è un nemico per la salute ma senza di

questo la vita sarebbe incompatibile.

Il fegato ne produce ogni giorno circa 1 grammo mentre con gli alimenti se ne assumono circa 0,5gr.

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L’ipercolesterolemia familiare è una malattia su base genetica (alla fine è l’ipercolesterolemia ma

provocata da fattori genetici) caratterizzata da elevati livelli di colesterolo plasmatico. Esiste in due

forme:

• Forma omozigote, molto rara; caratterizzata da livelli di colesterolo da quattro a otto volte

superiori alla norma (400-1200 mg/dl), evidenza di xantomi (accumulo di lipidi nella pelle,

soprattutto a livello dei tendini) già nei primi anni di vita, anamnesi familiare di malattia

cardiovascolare precoce in uno o più parenti di primo grado. Comporta un rischio elevato di

insorgenza di malattia cardiovascolare già durante la prima infanzia e la prognosi è negativa

se non trattata precocemente

• Forma eterozigote, molto più frequente; è caratterizzata da livelli di colesterolo molto più

bassi rispetto a quella omozigote, ha una minore evidenza di xantomi e ha una prognosi

migliore

L’accumulo di colesterolo a livello palpebrale è chiamato xantelasma.

La prevenzione della ipercolesterolemia, in generale, si basa sul ridurre i livelli di colesterolo nella

popolazione in età pediatrica e adolescenziale, migliorando le abitudini dietetiche a partire dai 2

anni di età (campagne di sensibilizzazione). In maniera individuale invece, consiste nel selezionare i

soggetti a rischio tramite test di screening della colesterolemia seguenti i seguenti criteri:

• Genitore o nonno con evento miocardico< 55 anni

• Genitore con livelli di colesterolo totale > 240 mg

• Fumo di sigaretta in adolescenti, ipertensione, obesità, dieta con eccesso di grassi saturi,

diabete mellito, vita sedentaria

• Tutti gli adulti dai 20 anni in poi

Si può anche attuare una prevenzione nutrizionale che prevede il limitamento dell’assunzione di

grassi: la dose massima raccomandata di grassi saturi nella dieta corrisponde a meno del 10% delle

calorie.

Quando con la dieta non è possibile controllare i livelli di colesterolo, allora bisogna instaurare una

terapia farmacologica: il trattamento farmacologico viene suggerito per bambini > 10 anni, nei quali

dopo un adeguato tentativo di regolarizzazione tramite dieta, permangono livelli di colesterolo LDL

elevati. I farmaci di scelta in questi casi sono le statine, che bloccano la sintesi del colesterolo epatico

o le resine che impediscono l’assorbimento del colesterolo, sequestrando gli acidi biliari nel lume

intestinale. 40

CAPITOLO 5.6.1.1: ACIDI GRASSI

Gli acidi grassi sono classificati in base al numero di doppi

legami. I saturi non contengono doppi legami, i

monoinsaturi ne contengono uno e i polinsaturi ne

contengono 2 o più.

Gli acidi grassi polinsaturi sono classificati a seconda della

posizione del primo doppio legame in:

• Omega-6 primo doppio legame in corrispondenza

del 6° atomo di carbonio lungo la catena dell’acido

grasso; derivano principalmente dall’acido linoleico

• Omega-3 primo doppio legame in corrispondenza del 3° atomo di carbonio lungo la catena

dell’acido grasso; derivano principalmente dall’acido alfa linolenico

Tutti i grassi sono composti da una

combinazione di acidi grassi saturi,

monoinsaturi e polinsaturi,

generalmente con la predominanza di

uno di essi.

Alcuni alimenti, per esempio i latticini e

certi tipi di carne, hanno una quantità

relativamente maggiore di grassi saturi,

mentre altri, come la maggior parte degli

oli vegetali e dei pesci grassi, contengono

una quantità superiore di grassi insaturi.

CAPITOLO 5.7: STEROLI E STANOLI

Gli steroli vegetali (fitosteroli) e gli stanoli vegetali (fitostanoli) sono costituenti naturali delle

piante. Sono strutturalmente simili al colesterolo, riducono l’assorbimento del colesterolo a livello

intestinale, con meccanismo competitivo, diminuendo così le concentrazioni plasmatiche di LDL-C.

Sono abbondanti negli oli vegetali e nell’olio d’oliva, ma anche nella frutta e nelle noci.

Recenti progressi tecnologici hanno consentito la produzione di prodotti alimentari come la

margarina, latte, yogurt e cereali arricchiti con steroli/stanoli con proprietà ipocolesterolemizzanti.

41

CAPITOLO 5.8: INSULINO-RESISTENZA E DIABETE MELLITO DI TIPO 2

L’insulino-resistenza può essere definita come la ridotta capacità dell’insulina di promuovere

l’utilizzo periferico e sopprimere la produzione epatica di glucosio.

Essa può essere determinata da vari fattori, quali un minore numero o un’alterata funzione dei

recettori dell’insulina, una disfunzione nei meccanismi che permettono all’ormone di svolgere la sua

funzione all’interno della cellula, o la presenza nel sangue o nei tessuti di antagonisti dell’insulina

(lipidi o ormoni come i cortisonici e le catecolamine).

L’insulina è un ormone prodotto dal pancreas che è un organo che si trova nell’addome e questo ha

una parte esocrina che produce enzimi importanti per la digestione, e una endocrina organizzata in

isole di Langherans (contengono cellule alfa, beta e delta) che producono glucagone, insulina e

somatostatina.

L’insulina ha diversi effetti metabolici. Questa infatti, agisce sul metabolismo di:

• Glucidi,

Riduce la concentrazione di glucosio nel sangue

o Facilita l’ingresso del glucosio nel tessuto muscolare e adiposo

o Stimola il deposito di glicogeno nel fegato

o

• Lipidi, Inibisce la lipolisi (scissione dei trigliceridi)

o Promuove la sintesi degli acidi grassi nel fegato

o Quando il fegato è saturo di glicogeno, l’eccesso di zuccheri viene convertito in acidi

o grassi, che sono trasportati mediante le lipoproteine al tessuto adiposo per la sintesi

di trigliceridi

• Proteine,

Stimola l’uptake degli aminoacidi

o Effetto anabolizzante

o

Il glucaone fa aumentare i livelli di glicemia quando questi si abbassano (quindi fa l’effetto opposto

a quello dell’insulina). Fa questo, stimolando la scissione di glicogeno nel fegato, attivando la

gluconeogenesi epatica a partire dagli amminoacidi e aumentando lievemente la lipolisi.

Insulina e glucagone sono i due ormoni pancreatici che regolano la glicemia e la mantengono in un

range di valori normale: l’insulina infatti, è secreta in risposta all’ iperglicemia (ma può anche essere

generata da altri stimoli come quelli neuronali della vista e del gusto, oppure dall’aumentata

concentrazione di amminoacidi e acidi grassi), mentre il glucagone è prodotta in risposta

all’ipoglicemia (ma può anche essere prodotta da altri stimoli come un alto livello di amminoacidi in

caso di dieta iperproteica o da stimoli provenienti dall’esercizio fisico).

Il pancreas risponde alla ‘minore efficacia’ dell’insulina producendone in quantità maggiori. Si

ristabilisce così un equilibrio in grado di assicurare la giusta concentrazione di glucosio nel sangue

sia a digiuno sia dopo i pasti. In alcuni casi questo equilibrio si rompe e compare intolleranza al

glucosio o diabete. 42

Ciò accade spesso in età adulta, e più

raramente in età pediatrica. Il rischio di

una rottura dell’equilibrio glicemico è

tanto maggiore quanto più alto è il

grado di obesità.

Nei bambini il passaggio dall’insulino-

resistenza al diabete vero e proprio

sembrerebbe avvenire in modo

particolarmente veloce. Negli adulti

occorre un tempo protratto prima che

l’Intolleranza al glucosio (IGT) evolva in

diabete di tipo 2. CAPITOLO 5.9: DIABETE MELLITO

Si parla di diabete quando il valore della glicemia è superiore o uguale a 126 mg/dl a digiuno (in

almeno due occasioni) e/o a 200 mg/dl a 2 ore in corso di OGTT (test orale di tolleranza al glucosio,

quindi dopo carico di glucosio).

Il diabete mellito può essere:

• Tipo 1, genesi autoimmune; compare già in età pediatrica o adolescenziale

• Tipo 2, patogenesi legata all’insulino-resistente che col tempo diventa insulino-privo;

compare negli adulti e l’obesità e uno dei fattori di rischio

Il diabete di tipo 1 è la forma più diffusa in età pediatrica. Dovuto ad un’aggressione autoimmune

che distrugge in modo progressivo e inarrestabile le β-cellule del pancreas deputate alla produzione

di insulina. Richiede terapia con iniezioni di insulina sottocute per tutta la vita.

Il diabete di tipo 2 si sviluppa per lo più in età adulta (> 40 anni di vita) ed è spesso associato a

obesità grave e a resistenza all’azione dell’insulina, che almeno nelle fasi iniziali viene prodotta in

quantità superiore alla norma (iperinsulinismo). Dopo svariati anni dall’esordio, le β-cellule possono

esaurire la capacità di produrre l’ormone. Può essere curato per lungo tempo con farmaci

(ipoglicemizzanti orali) che stimolano la secrezione di insulina e/o migliorano il suo effetto sui tessuti

periferici.

I sintomi del diabete (quindi dell’iperglicemia) sono molteplici: fame, sete, poliuria, enuresi,

dimagrimento, stanchezza, alito acetonemico, coma.

La presenza di diabete di tipo 2 è indicativa di grave scompenso metabolico, condiziona il rischio

cardiovascolare e la comparsa delle altre manifestazioni della sindrome metabolica. 43

Le complicanze del diabete sono a livello cardiovascolare, oculare, renale e nervoso; si sviluppano

dopo diversi anni di compenso metabolico mediocre.

In età pediatrica è possibile rallentare la progressione e perfino far regredire il diabete di tipo 2

intervenendo in maniera decisa sugli stili di vita e fermando l’aumento ponderale.

La terapia del diabete di tipo 2, si basa in primo luogo su un cambiamento radicale dello stile di vita,

basato su una dieta rigorosa e incentivazione dell’attività fisica, da attuare per un periodo minimo

di 3-6 mesi. Qualora questo sia inefficace, si può ricorrere alla terapia farmacologica con

metformina. La metformina è un farmaco insulino-sensibilizzante. Agisce sui tessuti periferici,

favorisce la funzione regolatrice del fegato, stimola la β-cellula a secernere insulina e riduce

l’assorbimento intestinale del glucosio. Solo in caso di ulteriore fallimento si può passare alla terapia

con insulina.

Nella terapia del diabete di tipo 2, è indispensabile la modifica dello stile di vita: ai bambini obesi

è infatti consigliata una dieta abbinata all’esercizio fisico. 44

CAPITOLO 6: OBESITA’ PEDIATRICA – PROBLEMA MECCANICO IN UN

INDIVIDUO IN CRESCITA

Un soggetto obeso da piccolo, quasi sicuramente avrà dei problemi ortopedici e locomotori associati

proprio all’obesità pediatrica.

L’obesità pediatrica infatti risulta essere una vera e propria disabilità in quanto condiziona

pesantemente la vita del bambino obeso (anche a livello di inserimento sociale) e compromette

l’efficienza fisica e la forza muscolare di questo, la sua postura e la locomozione, provoca stress

cronico sulle articolazioni e dolori muscolo-scheletrici.

L’obesità pediatrica è ancora più grave rispetto alla “classica obesità” in quanto questa colpisce i

bambini che sono dei soggetti in crescita e quindi, l’eccessivo carico sul sistema locomotore provoca

una condizione di stress cronico sulle strutture connettivali di questo (cartilagini, ossa, articolazioni

e tessuti molli) che quindi possono alterarsi e provocare problemi di crescita.

La fitness fisica bei bambini/adolescenti obesi, è stata valutata con diversi test di efficienza fisica: è

emerso che i bambini obesi mostrano ridotta performance in tutti i test che valutano la velocità,

l’agilità, la resistenza aerobica, la forza e la resistenza muscolare. Fanno eccezione solamente i test

che valutano la forza degli arti superiori.

Tutti gli studi fatti, affermano che la forza muscolare degli arti inferiori nei bambini obesi è ridotta

rispetto a quella dei bambini normopeso: in valore assoluto il bambino obeso è più forte del

normopeso ma i valori relativi di forza normalizzati per BMI o per chilo di massa magra, questa

risulta essere inferiore.

Se esposti a movimenti che sollecitano la postura (es. appoggio su una sola gamba, pedana

basculante), gli obesi sono più instabili e a rischio di caduta, poiché spostando in avanti il baricentro,

devono esercitare un aumento della forza dei muscoli dell’anca per stabilizzare il corpo. Inoltre,

sempre a livello posturale, i bambini obesi fanno registrare durante la locomozione, una fase di

doppio appoggio più lunga (più breve invece quella del singolo appoggio) e una fase di oscillazione

più breve, questo provoca una ridotta velocità del cammino, una maggiore ampiezza del passo e

una minore lunghezza e frequenza del passo stesso (tutto questo in seguito a cause anatomiche

come la circonferenza più grande delle cosce e l’alterato equilibrio statico dei bambini obesi).

Il bambino obeso si muove poco ma quando lo fa spende più energia rispetto a quello normopeso:

si è osservato infatti, che la camminata del bambino obeso fa consumare la stessa energia che usa

un bambino normopeso quando corre; pertanto il movimento nell’obeso è meno economico.

Quando il peso è in eccesso le difficoltà nel fare attività antigravitarie aumentano (camminare,

correre, saltare ecc.): in questo caso quindi è consigliato far fare al soggetto obeso l’attività motoria

con più basso impatto, cioè il nuoto. Si crea pertanto un circolo vizioso che porta il soggetto a stare

sempre più fermo causa limitazione e quindi il peso aumenta sempre più.

La flessibilità muscolare negli obesi non sembra peggiorata quindi anche le attività di stretching si

possono fare. 45

CAPITOLO 6.1: COMPLICANZE ORTOPEDICHE

Le complicanze ortopediche associate all’obesità sono:

• Piede piatto, è l’appiattimento della volta plantare: praticamente le fasce muscolari che

mantengono la convessità del piede si appiattiscono, a causa del peso eccessivo che provoca

doppio appoggio prolungato. Si valuta con esame baro-podometrico. Nella maggior parte il

piede piatto è funzionale (perché per arrivare a quello anatomico e irreversibile ci vuole

molto tempo). Questa alterazione compare sotto carico, ma è riducibile se il soggetto si

solleva sulla punta dei piedi. Può provocare una deambulazione sgradevole alla vista e

deformazione delle scarpe. Può provocare atteggiamento scoliotico perché si disallinea il

bacino

• Ginocchio varo o ginocchio valgo; Il ginocchio valgo consiste nelle classiche “ginocchia ad x”

quindi angolo (tra asse femore e asse tibia) aperto verso l’esterno; nel ginocchio varo invece

l’angolo è aperto all’interno. Queste due problematiche fanno scaricare il peso sul ginocchio

(se si è obesi il peso è superiore e quindi ancora più pesante). In caso di ginocchio valgo si

sovraccarica la tibia interna mentre in quello varo si carica la parte esterna di questa.

Nei bambini, questo sovraccarico fa usurare di più la cartilagine di accrescimento e quindi

c’è una mancata crescita perché la cartilagine si distrugge: pertanto, il ginocchio vago/valgo

diventa irreversibile

• Malattia di Blount, prevede un’eccessiva distruzione della cartilagine che quindi provoca

varismo. Il 50-80% dei soggetti che hanno questa patologia sono obesi. Questa provoca

dolore al ginocchio, torsione interna dello scheletro della gamba

• Epifisiolisi, è lo scivolamento del nucleo di accrescimento della testa del femore sul collo. Se

non trattata può provocare seri problemi all’articolazione dell’anca. E’ una complicanza

molto rara ma l’eccesso di peso può crearla e consiste praticamente in uno scivolamento

della testa del femore sul collo. Questa patologia si accentua con le attività che prevedono

salti. Provoca dolore a livello dell’anca, zoppia, limitazione dei movimenti dell’anca,

deambulazione con piede e gamba rinvolti all’esterno e dolore riflesso al ginocchio

• Malattia di Osgood-Schlatter, è una necrosi della cartilagine dove si va ad inserire il tendine

del quadricipite. E’ una osteocondrosi della tuberosità tibiale anteriore. E’ tipica dei calciatori

perché fanno molta attività con il ginocchio. Si vede esternamente e a occhio nudo in quanto

è presente una tumefazione a livello del ginocchio

I bambini e le persone obese, in genere, lamentano dolore, soprattutto al piede (questo ovviamente

è dovuto all’eccesso di peso). Se il bambino/la persona dimagrisce, il dolore scompare o diminuisce

e questo effetto può motivare il soggetto a dimagrire ancora di più.

Il bambino obeso è anche a maggior rischio di fratture. I bambini hanno si delle ossa più elastiche e

quindi più resistenti a fratture con urti/cadute banali, ma quelli obesi sono comunque più a rischio

a causa del peso eccessivo che si scarica sul braccio (i bambini si rompono più spesso infatti polso e

avambraccio proprio perché, in caso di caduta, mettono le mani avanti istintivamente e quindi, se

sono obesi, l’osso non riesce a leggere quel peso eccessivo). Ovviamente per le dinamiche

importanti (tipo caduta da diversi metri ecc.) non c’è differenza tra bambino obeso e bambino

46

normopeso.

Le fratture nei bambini obesi sono comunque frutto di una serie di fattori, tutti collegati tra loro:

l’obeso infatti, è più impacciato nei movimenti e ha scarso equilibrio, pertanto il rischio di caduta è

maggiore e aumenta anche la difficoltà a proteggersi da questa. A questi ovviamente, come detto,

va aggiunta la maggior forza applicata sull’osso a causa del sovrappeso in caso di caduta ed ecco

quindi che la frattura si genera più facilmente.

CAPITOLO 6.2: IMPATTO DELL’OBESITA’ SULL’AUTOSTIMA

L’aspetto estetico ma soprattutto le capacità fisiche limitate dei soggetti obesi, incidono gravemente

sull’autostima di questi ultimi. Delle indagini fatte con dei sondaggi, hanno evidenziato come

l’aspetto fisico sia la cosa più importante per i bambini/adolescenti (soprattutto maschi) obesi e

sovrappeso e quindi questo incide molto sull’autostima di questi soggetti. In generale invece, le

donne obese si sentono molto meno accettate e hanno una bassa autostima (anche per loro

comunque l’aspetto fisico e la cosa più importante e che più abbatte la loro autostima se sono

sovrappeso o obese).

Gli obesi non vedono lo sport come motivo di socializzazione e di divertimento. Inoltre, gli obesi

lamentano problemi di salute nelle motivazioni che non li fanno fare sport.

Anche gli allenatori incidono sul poco sport fatto dagli obesi perché pensano alla ricerca del talento

sportivo, sono poco sensibilizzati alle problematiche del bambino obeso e sono poco propensi ad

un allenamento adattato alle capacità motorie di questi. Bisogna quindi cercare di coinvolgere il più

possibile gli obesi negli allenamenti e nello sport, magari aumentando la componente ludica e

aerobica degli esercizi e adattando lo sport alle caratteristiche del bambino obeso.

CAPITOLO 7: BULLISMO E OBESITA’

La parola bullismo ha una duplice etimologia: il termine originario anglosassone contiene in sé la

parola inglese “bull” (toro), dal momento che l’immagine associata a tale animale è stata usata per

sottolineare l’imposizione sugli altri, istintiva e basata sulla forza. In alternativa la parola bullo

deriverebbe da “bule” termine germanico che significava “intimo amico” per sottolineare il

significato di “partecipante a violenza organizzata”.

La definizione di bullismo è la seguente: “Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è

prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni

offensive messe in atto da parte di uno o più compagni”.

Si può parlare tranquillamente di bullismo quando:

• E’ presente il desiderio di fare del male

• Si fa un’azione offensiva

• Si verifica uno squilibrio di potere o un utilizzo ingiusto di questo

• C’è il piacere evidente da parte dell’aggressore 47

• La vittima ha la sensazione di essere oppressa

Esistono diverse forme di bullismo:

• Bullismo diretto, consiste nell’aggressione fisica, nella sottrazione di oggetti altrui o

nell’aggressione verbale con insulti, minacce e prese in giro

• Bullismo indiretto o relazionale, consiste nell’isolamento sociale (modalità più sleale di

bullismo, basata sul pettegolezzo, sulla calunnia e mirante ad isolare ed escludere dal gruppo

i destinatari)

• Cyberbullismo, bullismo elettronico assimilabile al bullismo indiretto. Uso di strumentazioni

elettroniche e dispositivi di comunicazione (posta elettronica, i blog, SMS, MMS ecc.) o di siti

web con contenuti diffamatori, per molestare in qualche modo una persona o un gruppo. Il

bullismo elettronico permette un maggiore anonimato del bullismo diretto o indiretto; ciò

può ridurre il senso di responsabilità da parte di chi agisce, permettendo l'azione

prevaricante anche da parte di soggetti che nella conflittualità sociale diretta non

troverebbero la forza di agire

Il Cyberbullismo consente al bullo di “diventare un eroe multimediale”: la spettacolarizzazione e la

circolazione massima sono assicurate. La vittima, non rimane vittima una sola volta, ma diventa la

vittima catturata dall’infinito spazio virtuale; e l’immagine (fotografia, film, ecc.) che riprende la

violenza subita (verbale, fisica) viene immortalata e resa intangibile nello spazio virtuale. Se il bullo

diventa “bullo globale” anche la vittima diventa “vittima globale”; ciò comporta che il suo disagio e

malessere aumentino in modo esponenziale.

Il bullismo diretto è più frequente nei maschi, quello indiretto nelle femmine. La prevaricazione

verbale risulta essere la modalità più diffusa di sopraffazione a tutte le età (cioè in generale prevale

quello verbale). La prevaricazione diretta di tipo fisico (rivolta contro la persona o la proprietà come

la sottrazione di oggetti) è diffusa maggiormente nelle scuole elementari. Il bullismo indiretto

prevale nelle scuole secondarie inferiori. Col passaggio alle scuole superiori si ha una riduzione del

fenomeno, forse per l’incremento delle capacità empatiche, prevalgono le forme verbali.

CAPITOLO 7.1: PROFILI CARATTERIALI ASSOCIATI AL BULLISMO

I profili caratteriali associati al bullismo (cioè i “protagonisti” di questo fenomeno) sono:

• Bulli, sono dei leader, provocano la vittima con atti di prepotenza, hanno scarsa empatia

cioè non capiscono il dolore che infliggono alle vittime. Possono avere dei seguaci, cioè delle

persone che prendono parte attivamente all’aggressione ma non sono LORO gli iniziatori

• Vittime, possono avere dei difensori che li aiutano attivamente oppure dei possibili difensori

che non amano il bullismo e pensano che dovrebbero aiutare le vittime

• Bulli/vittime, cioè delle vittime che diventano a loro volta bulli con altre persone

• Neutrali, “aiutano” comunque i bulli con il loro “non fare niente”

Il bullo, oltre alla scarsa empatia, ha altre caratteristiche che lo contraddistinguono come: cercare

esibizioni di forza fisica, di pseudo-maturità, di potere e controllo sulla vittima e sui suoi oggetti,

provare invidia e frustrazione nei confronti della vittima, difficoltà ad esprimersi in modi diversi (ad

esempio con rendimento scolastico o risultati sportivi), difficilmente sottostà alle regole e ha una

48

ridotta abilità verbale che lo porta ad essere aggressivo. Il bullo solitamente agisce in gruppo e in

modo pianificato.

La vittima invece, spesso fa parte di una minoranza, è obeso, o comunque diverso dalla massa.

Presenta una personalità debole, una bassa autostima, non eccelle negli sport e ha paura di farsi

male, non si confida con nessuno ma si auto-colpevolizza e può avere un aspetto particolare (essere

obeso appunto o avere dei difetti fisici).

Nel bullismo, anche la famiglia di bullo e vittima ha il suo ruolo: quella del bullo infatti, solitamente

ha una eccessiva permissività o un estremo rigore e severità che quindi portano il ragazzo a

diventare un bullo, oltre a un basso livello di calore affettivo; quella della vittima invece è

solitamente iperprotettiva.

Il problema del bullismo non va sottovalutato in quanto dietro spesso si celano vere e proprie azioni

criminali.

La vittima di bullismo vede manifestarsi delle conseguenze che condizionano in modo tangibile la

sua vita: questa infatti presenta dei sintomi fisici (ad esempio mal di testa o problemi

gastrointestinali), sintomi psicologici come disturbo del sonno ed ansia, disturbi alimentari, rifiuto

scolastico o calo del rendimento scolastico, depressione e comportamenti autodistruttivi.

La vittimizzazione più frequente a scuola negli adolescenti è proprio la persona obesa.

CAPITOLO 7.2: DOVE AVVIENE IL BULLISMO E CHI LO METTE IN ATTO

Gli atti di bullismo a scuola si verificano nelle aule, nei corridoi e nei cortili; quelli che si verificano

in ambienti extrascolastici avvengono nei parchi pubblici e negli spogliatoi delle palestre

soprattutto alla fine di una partita.

Maschi e femmine sono esposti in egual misura al bullismo: soprattutto al bullismo verbale, seguito

da bullismo indiretto, cyberbullismo e violenza fisica.

Il ruolo di perpetratori di bullismo è stato descritto in adolescenti maschi obesi di 15-16 anni, ma

non nei più piccoli (11-14 anni) (forse a causa della maggiore dominanza fisica).

Nella maggior parte dei casi, il bullo è un coetaneo della vittima. Il primo adulto invece che fa

bullismo è l’allenatore o l’insegnante sportivo.

L’allenatore quindi non può rimanere indifferente davanti ad un simile problema che investe i

giovani e gli ambienti dove questi si relazionano. La figura del mister è vista dagli adolescenti come

un autentico mito. Solo un comportamento giusto ed equilibrato potrà influire positivamente nel

percorso formativo dell’allievo. Pensiamo agli atteggiamenti aggressivi adottati dall’allenatore per

farsi rispettare.

L’allenatore non dovrebbe mai mettersi in competizione con i propri allievi, nè spingerli

all’aggressività (cioè allo scontro anziché al confronto) né beffeggiare i più deboli o gli sconfitti.

Compito dell’allenatore infatti, sarà quello di educare alla competitività, al rispetto, all’ accettazione

della sconfitta, all’accettazione di chi è diverso perché meno abile o meno dotato. 49

Da una recente ricerca, è emerso che una grande quantità di bambini obesi o sovrappeso, hanno

abbandonato lo sport proprio a causa dei compagni o dell’allenatore.

Il bambino obeso, viene solitamente preso in giro per l’aspetto fisico o per altri motivi ma

soprattutto viene ancora più spesso escluso dall’attività sportiva.

CAPITOLO 8: OBESITA’ E CORRELATI PSICOLOGICI

Il termine obesità deriva dal latino ob (su, oltre) ed edo (mangio), quindi praticamente significa

mangiare troppo.

L’obesità ha tantissime cause: solo in pochi casi è possibile ricondurre l'eccesso ponderale a cause

strettamente organiche: l'indagine anamnestica e clinica mostra come l'obesità sia la conseguenza

di uno squilibrio fra apporto calorico e dispendio energetico, squilibrio sostenuto sul piano

comportamentale da iperfagia (è una cosa familiare e consiste nel fatto che i genitori invogliano i

figli a mangiare molto) e riduzione dell'attività motoria, quasi sempre riconducibili a sottostanti

problemi psico-sociali.

Possiamo quindi dire che l’eziopatogenesi dell’obesità comprende fattori diversi:

• Fattori genetici

• Fattori ambientali (socioculturali e familiari)

• Fattori nutrizionali

• Fattori metabolici ed energetici

• Fattori neurobiologici

• Fattori psico-affettivi, quindi l’obesità è anche una malattia/condizione psicologica

L'origine dell'obesità è da ricondurre ad una relazione madre-bambino caratterizzata da:

• Difficoltà materna a riconoscere i segnali emessi dal bambino nei vari stati di bisogno e a

rispondere ad essi in modo adeguato

• Uso privilegiato del cibo come mezzo per placare le tensioni del figlio, cioè i genitori tendono

spesso a “comprare” con il cibo i bambini. Sarebbe più utile che questi dedicassero del tempo

ai figli invece di comprare loro delle cose

Secondo Bruch (1984), legato al disturbo di obesità vi è un atteggiamento onnipresente della

madre con incapacità da parte del bambino di fare da solo, unito a sentimenti di insicurezza. Le

conseguenze sono l'instaurarsi nel bambino di difficoltà a discriminare adeguatamente le proprie

tensioni interne e la tendenza a rispondere a queste tramite l'assunzione di cibo.

Quindi l'alimentazione rappresenta una strategia per attenuare stati d'ansia e depressione, per

risolvere le frustrazioni e delusioni e per gratificare sé stessi. A lungo andare l'introduzione di cibo

non è più regolata dai centri ipotalamici della fame e della sazietà, ma è scandita da stati emotivi e

vuoti affettivi, producendo un aumento di peso.

Un disturbo psicologico spesso presente nei bambini obesi è la percezione distorta di sé. Infatti,

l'obesità infantile può interferire con lo sviluppo dell'immagine corporea e dell'identità del

50

soggetto. Molti bambini e adolescenti obesi hanno un concetto di sé negativo, che si manifesta con

alterazioni dell'immagine corporea. Tali bambini hanno una fragilità di rappresentazione

dell’immagine del proprio corpo perché vi è una fragilità nella costituzione dello sviluppo psichico.

La figura del corpo nei bambini obesi è dunque frequentemente alterata, questa è modificata

maggiormente quanto più l'obesità è precoce. Un altro elemento, frequente, della personalità del

bambino obeso è l'esperienza depressiva dietro un atteggiamento di forza.

Nel bambino obeso è spesso presente:

• Dipendenza dalla figura materna per le attese di nutrimento affettivo

• Tendenza depressiva compensata dalla gratificazione alimentare

• Notevole insicurezza

• Distorta percezione del proprio corpo

• Rallentamento o negazione del proprio ruolo o identità sessuale

Nell’adolescente le turbe del comportamento alimentare sono senz’altro più facilmente correlabili

a turbe comportamentali tipiche della pubertà. La ragazza oltre all’obesità può presentare

amenorrea secondaria e/o irsutismo (presenza di peluria in zone dove non dovrebbe essere

presente) da eccessiva produzione di ormoni androgeni, per cui il suo corpo appare diverso da

quello delle coetanee mature e fertili, quasi a voler sopprimere ogni identificazione sessuale

femminile. Il ragazzo che sviluppa l’obesità potrebbe esprimere incapacità a vivere la separazione

dall’universo femminile materno e quindi la stessa ginecomastia e le rotondità simil-femminili

(soprattutto a livello della mammella) possono indurre una certa ambiguità nello sviluppo puberale.

La persona obesa può comunque migliorare la sua fitness, la sua VO max e forza anche senza un

2

grosso calo di peso. Se cala di peso ovviamente i risultati sono migliori.

CAPITOLO 8.1: OBESITA’ E CORRELATI PSICOLOGICI – IL RUOLO DELLA

FAMIGLIA

La famiglia ha un ruolo centrale nell’obesità infantile dal punto di vista genetico, socio-economico,

culturale e psicopatologico.

Le caratteristiche familiari sono state valutate in diversi studi: In uno di essi viene descritta una più

elevata frequenza degli antecedenti di disturbi depressivi nei genitori di adolescenti obesi che nei

genitori di controllo non obesi.

L’iperfagia è stata descritta come familiare: più i genitori incoraggerebbero il loro bambino a

mangiare, più il tempo passato dal bambino a mangiare durante il pranzo sarebbe importante e più

il suo peso quindi sarebbe elevato.

E’ stata descritta la tendenza all’utilizzo non nutritivo dell’alimentazione (consolatorio,

ricompensa, conforto del dolore) nelle famiglie nelle quali un bambino è obeso. E’ chiaro dunque

che l’arruolamento di un bambino obeso in protocolli medici prevede quello di tutto il nucleo

familiare, che vedrà messo in discussione il suo sistema relazionale. 51

Quindi se la famiglia ha una visione diversa dell’obesità, ha un proprio vissuto, può sicuramente

influenzare meglio il bambino e non farlo diventare obeso o curarlo da questa malattia. La famiglia

in pratica, deve fare la sua parte nella lotta all’obesità infantile.

CAPITOLO 8.2: OBESITA’ E CORRELATI PSICOLOGICI – TRATTAMENTO

PSICOLOGICO

Sul piano psicologico si lavora per:

• Migliorare l’autostima di bambini ed adolescenti obesi

• Promuovere l’autocontrollo del comportamento alimentare

• Risolvere eventuali problemi psicologici

• Sostenere la motivazione

La necessità di un trattamento psicologico di bambini ed adolescenti obesi è fondamentale per

molte ragioni: da una parte gli insoddisfacenti risultati delle terapie mediche usate da sole,

dall’altra le difficoltà di adesione ad un trattamento costrittivo e di lunga durata, ed infine le

difficoltà psicologiche riscontrate in alcuni obesi.

CAPITOLO 8.3: OBESITA’ E CORRELATI PSICOLOGICI – CONSEGUENZE

PSICOLOGICHE

Le condizioni/conseguenze psicologiche più frequentemente associate all’obesità in età evolutiva

sono:

• Insoddisfazione e svalutazione del proprio corpo

• Sintomi depressivi

• Perdita di controllo rispetto al mangiare

• Patologica preoccupazione per il peso

• Relazioni sociali problematiche

• Riduzione dell’attività fisica per le difficoltà connesse all’immagine corporea

• Compromissione generale della qualità della vita

Queste conseguenze possono variare a seconda delle caratteristiche demografiche del soggetto:

• Età, costituisce un fattore di moderazione nel senso che le conseguenze psicologiche

dell’obesità sembrano maggiori e più gravi in soggetti in età adolescenziale. Per quanto

l’adolescenza sia di per sé una fase dello sviluppo caratterizzata da un aumento

dell’assunzione di comportamenti a rischio, gli adolescenti gravemente obesi tendono a

mettere in atto condotte a rischio (consumo di alcol, droghe, tabacco ecc.) con modalità più

pericolose rispetto ai pari normopeso 52

• Genere, il disagio psichico delle femmine obese sembra essere maggiore di quello dei

maschi, probabilmente perché esse attribuiscono maggiore importanza all’immagine

corporea

• Etnia, gli adolescenti di “colore” sono meno vulnerabili dei “bianchi” al disagio psicologico

connesso all’obesità ed hanno una migliore HRQOL, poiché nella comunità “nera”

prevalgono standard normativi secondo cui l’essere “in carne” è sinonimo di benessere

• Status socioeconomico, per lo stesso motivo del punto precedente, bambini ed adolescenti

obesi appartenenti ad uno stato socioeconomico più basso presentano un minore disagio

psicologico rispetto ai coetanei obesi di status più elevato

Un altro fattore di moderazione di queste conseguenze è la stigmatizzazione/pregiudizi connessi

all’obesità: bambini ed adolescenti obesi infatti, sono più soggetti ad isolamento sociale, scarsa

partecipazione alle reti sociali rispetto ai pari normopeso, e quindi più esposti ad episodi di bullismo

e/o di vittimizzazione da parte dei coetanei normopeso. Spesso si genera un circolo vizioso: l’obeso

viene più frequentemente vittimizzato e marginalizzato sul piano sociale con l’attribuzione di

stereotipi negativi che, nel tempo interiorizza, vergognandosi della propria condizione ed evitando,

quando possibile, il confronto sociale.

Ancora, un altro fattore di moderazione è la salute mentale materna: la presenza nella madre di

ansia e depressione, disturbi del comportamento alimentare ed elevati livelli di stress correlano

con maggiori problematiche psicologiche nei bambini ed adolescenti obesi e, quindi, con più alti

livelli di insuccesso terapeutico nei programmi di dimagrimento proposti.

Pertanto, è possibile affermare che il disagio psicologico correlato all’obesità gioca un ruolo decisivo

nel successo terapeutico.

L’attenzione ai correlati psicologici da parte dei clinici migliora i risultati a lungo termine nei

programmi di perdita del peso con bambini ed adolescenti. I correlati psicologici si rilevano tramite

questionari somministrati ai genitori del bambino obeso.

In presenza di gravi sintomi psicologici come sindrome depressiva, ansia, tratti dismorfofobici e

rischio suicidario diventa indispensabile il ricorso, all’interno dell’equipe multidisciplinare, allo

psicologo clinico, che potrà porre in maniera più corretta la diagnosi e mettere in atto un

trattamento psicoterapico specifico.

CAPITOLO 8.4: OBESITA’ E CORRELATI PSICOLOGICI – DISTURBI DEL

COMPORTAMENTO ALIMENTARE (DCA)

Si ritiene erroneamente che alla condizione di obesità sia sempre associato un disturbo del

comportamento alimentare ma non è cosi.

I DCA rappresentano una specifica classe psicopatologica possono essere o meno associati

all’obesità. Attualmente, infatti, l’obesità non rappresenta una categoria diagnostica autonoma

all’interno dei sistemi nosografici della Psichiatria, essendo una condizione definita solo su base

morfologica per la mancanza di specifici pattern psicopatologici. 53

Nel DSM questa patologia trova segnalazione nell’ambito dell’asse III del manuale, tra le condizioni

fisiche da valutare o nel capitolo dei Disturbi della condotta alimentare (DCA) come una delle

conseguenze di uno specifico disturbo definito binge eating disorder (BED). Il BED si caratterizza per

la presenza di ricorrenti episodi di abbuffate in un breve periodo di tempo accompagnate dalla

perdita di controllo. Il comportamento di abbuffata è simile a quello descritto nella bulimia nervosa,

ma in quest’ultima si accompagna a marcate condotte di compensazione.

Tra tutti i DCA il BED è il più frequente disordine nella popolazione obesa, sia adulta che infantile.

L’età media di insorgenza del BED è tra i 25-30 anni, ma può insorgere anche in infanzia ed

adolescenza. Il BED è distribuito in tutte le classi sociali con una maggiore prevalenza tra quelle di

livello socio-economico più basso ed è associato a un’elevata familiarità per obesità infantile. Viene

messo in evidenza che bambini in sovrappeso o obesi, rispetto ai loro coetanei normopeso,

presentano un numero più elevato di episodi di abbuffate oggettive e soggettive, con perdita di

controllo, indicatore quest'ultimo centrale nella diagnosi di BED. In recenti studi si è evidenziata la

presenza di BED già nella prima infanzia oltre che nell’adolescenza ed in età adulta.

CAPITOLO 9: SEDENTARIETA’

La sedentarietà si può definire come un “Comportamento caratterizzato dalla scelta di attività che

hanno un basso dispendio energetico Comprende attività come dormire, stare seduto, stare sdraiato,

guardare la televisione e altre forme di intrattenimento davanti ad uno schermo”.

La sedentarietà si riferisce a qualsiasi attività di veglia caratterizzata da un consumo energetico

inferiore o uguale a 1,5 MET e dall’assunzione di una posizione seduta o sdraiata. Il MET serve per

classificare l’intensità di un’attività svolta.

La sedentarietà si misura in vari modi:

• Tramite questionari o tramite un diario delle attività fatte durante tutta la giornata

• Con strumenti come GPS, accelerometri (è il più preciso perché rileva la posizione del

soggetto, in piedi o seduto a prescindere da ciò che sta facendo), inclinometri ecc.

La portatilità di molti strumenti elettronici può creare un’ulteriore confusione sulla valutazione dei

comportamenti: si può giocare ai videogames all’aperto o si può parlare al telefono camminando.

In pratica oggi dire stare all’aria aperta è relativo perché si può stare seduti all’aperto, giocare con

cellulare/videogiochi ecc.

Oggi si parla anche di sedentarietà multitasking, cioè ad esempio, guardare la TV, parlare al telefono

e usare il computer contemporaneamente. E’ interamente da studiare l’eventuale rischio per la

salute associato a questi comportamenti multipli.

Con degli studi, si è osservato che nel fine settimana, aumentano i comportamenti sedentari. Nel

dettaglio, questi studi, hanno evidenziato che, durante tutta la settimana, i maschi guardano più la

TV mentre le femmine trascorrono più tempo a studiare. Nessuna differenza invece nel navigare su

internet. Si è anche osservato che la sedentarietà aumenta con l’età e con l’uso della tecnologia. 54

CAPITOLO 9.1: DETERMINANTI DELLA SEDENTARIETA’ E TV

Negli ultimi 100 anni l’evoluzione tecnologica ha compiuto passi da gigante, comportando un

cambiamento radicale dello stile di vita, tipico dell’ “Homo Sedentarius”

In pratica, è diminuita l’attività motoria, l’attività all’aria aperta (anche a causa della pericolosità

dell’ambiente esterno), diminuiti i giochi di movimento e aumentate le televisioni, i videogiochi e i

PC.

Secondo uno studio fatto su 1570 bambini inglesi, è emerso che i fattori determinanti di

cambiamenti della sedentarietà infantile sono:

• Aumento sedentarietà

Elevato SES, cioè l’elevato livello socio economico che ha fatto aumentare la

o sedentarietà perché c’è anche più tecnologia

Uso di TV e PC dei genitori nel week-end e sedentarietà di questi

o Limitazione a giocare fuori casa (soprattutto le bambine)

o

• Riduzione sedentarietà

Numero di fratelli

o Frequenti visite al parco con la famiglia (maschi)

o Partecipazione familiare allo sport (maschi)

o

L’ambiente domestico oggi è obesogenico: un chiaro segnale di ambiente obesogenico è la

numerosa presenza di televisori in casa, la TV infatti oggi rappresenta anche il primo

intrattenimento per i bambini anche perché è sicuro e non espone il bambino a pericoli.

Il comportamento sedentario maggiormente studiato nei bambini è guardare la tv. A vantaggio di

questo fattore negativo ci sono vari elementi come la presenza della TV in ogni stanza, il fatto che

guardarla è piacevole e non pericoloso, attività alternative alla TV richiedono tempo e impegno da

parte dei genitori e anche i genitori non dovrebbero guardarla per dare l’esempio. Oggi staccare il

bambino dalla TV è difficile anche perché i programmi per loro sono continui e quindi non c’è un

inizio e una fine.

In sostanza, bisognerebbe togliere la TV soprattutto nella stanza dei bambini ed esporli il meno

possibile a questo oggetto. Infatti, i bambini con un televisore nella loro camera da letto Aggiungono

circa 1 ora al giorno alla quantità di tempo normalmente spesa davanti ad uno schermo. Inoltre, il

loro rischio di obesità aumenta del 31% e il rischio di avvicinarsi al fumo è doppio. Questi bambini

non partecipano ad attività alternative come la lettura, gli hobby e i giochi e possono avere difficoltà

scolastiche.

A causa dell’elevato tempo trascorso davanti ad uno schermo, i media contribuiscono a modellare

gli atteggiamenti e le azioni dei giovani molto più di quanto possano fare i genitori o gli insegnanti,

sostituendosi e diventando così, i loro educatori, i loro modelli di comportamento e le loro primarie

fonti di informazioni sul mondo. I media possono essere nocivi ai giovani perché: generano

comportamenti aggressivi, deviano comportamenti sessuali, inducono all’uso di sostanze illecite,

disturbano il regolare andamento scolastico e inducono ad alimentarsi male anche a causa della

55

pubblicità di cibi spazzatura: colui che vede la TV tende ad alimentarsi modo più vorace non capendo

cosa sta mangiando, giocare ai videogiochi fa diminuire questa cosa perché si hanno le mani

occupate. Vietare gli spot di fast food durante la pubblicità televisiva trasmessa nella

programmazione per bambini ridurrebbe il numero di bambini in sovrappeso del 18% per quelli di

età compresa tra 3-11 anni e del 14 % per gli adolescenti tra 12-18 anni.

Guardare la TV e fare attività fisica sono costrutti separati, non fattori che si escludono: ridurre le

ore di TV infatti, non implica necessariamente un aumento di attività fisica. Poiché sia l’uno che

l’altra sono importanti determinanti dell’incremento ponderale, i programmi preventivi devono

essere dedicati a modificare separatamente queste due attività.

CAPITOLO 9.2: SEDENTARIETA’ E OBESITA’

L’inattività è un fattore che contribuisce enormemente allo sviluppo dell’obesità infantile. È

dimostrato che uno stile di vita sedentario favorisce lo sviluppo di obesità in età infantile e lo

sviluppo di malattie cardiovascolari, diabete e persistenza dell’obesità in età adulta.

In un campione di bambini che vivono in Svizzera l’uso di giochi elettronici e la visione di tv sono

stati significativamente associati ala presenza di obesità e sono apparsi inversamente proporzionali

alla pratica di attività fisica. Il guardare la TV riduce il dispendio energetico a riposo, sottrae tempo

all’attività fisica, aumenta la quantità e peggiora la qualità degli alimenti assunti e l’obesità aumenta

le ore di TV.

CAPITOLO 9.3: RACCOMANDAZIONI PER LA RIDUCIONE DELLA SEDENTARIETA’

I bambini non dovrebbero essere sedentari per più di 60 minuti per volta, a parte i periodi di sonno.

I bambini sotto i 2 anni non devono vedere la TV e, in generale, bisogna spegnere questa durante i

pasti e lo studio. Bisogna limitare la “videoesposizione” a non più di 1 ora/ die (età prescolare) - 2

ore dopo i 6 anni e togliere la TV dalla stanza dei bambini, controllando anche i contenuti dei

programmi televisivi. Inoltre, è utile educare i bambini, discutendo con loro, ad una visione critica

dei media, oltre ad essere d’esempio per i bambini.

Esiste anche la piramide motoria che dice che bisogna fare attività motoria tutti i giorni e in cima

abbiamo la TV e tutte le attività sedentarie che vanno tolte.

La sedentarietà più che eliminata, è utile interromperla per almeno 2 minuti ogni tot di tempo, al

fine di attivare la lipolisi e far entrare il glucosio nelle cellule, riducendo quindi i fattori di rischio.

Esistono pochi studi sulla relazione tra uso di computer e obesità: tutti dimostrano che non c’è una

associazione significativa.

Ridurre la sedentarietà, da sola, non basta a ridurre l’eccesso di peso: serve infatti muoversi e fare

attività a mano il più possibile. 56

CAPITOLO 9.4: USO DEI VIDEOGAMES

La maggior parte degli studi trasversali e longitudinali non evidenzia un’associazione significativa tra

uso di videogames e obesità.

Le exergaming activities sono i cosiddetti “videogiochi motori”, cioè quelli che obbligano il

giocatore a muoversi per giocare. Questi possono offrire l'opportunità di aumentare la spesa

energetica dei giovani durante il tempo libero e convertire ciò che è tradizionalmente un’attività

sedentaria in un’attività che richiede il coinvolgimento fisico.

I videogiochi possono creare dipendenza. I videogames motori possono essere un’idea per far

muovere il bambino appassionato di questi. Ovviamente non sono dei sostitutivi dello sport vero e

proprio CAPITOLO 9.5: IL RUOLO DEL SONNO SULLA SEDENTARIETA’ E SULL’OBESITA’

Non si sa come influisce il sonno: sicuramente questo è un momento di ricostruzione.

Meno dormono i bambini e più sono obesi, forse perché c’è interferenza di grenina (stimola

l’appetito) e leptina (inibisce l’appetito) che variano: aumenta infatti la grenina.

Bisogna quindi abituare i bambini a dormire regolarmente, limitando loro l’utilizzo di apparecchi

tecnologici (spegnerli almeno mezz’ora prima di andare a dormire), non bere molte bevande con

caffeina/teina, non “scatenarsi” troppo ecc. Il bambino piccolo deve dormire 12 ore, l’adolescente

9.

Se ci si sveglia tardi, si salta la colazione e quindi si entra in un circolo vizioso che altera la regolare

alimentazione. 57

CAPITOLO 10: PREVENZIONE DELL’OBESITA’ INFANTILE

La prevenzione deve iniziare molto presto in quanto la prevalenza dell’obesità è in aumento ad un

ritmo allarmante e l’età di insorgenza si sta abbassando.

L’obesità è il risultato non solo di determinanti biologici e comportamentali, ma anche di influenze

ambientali. I cambiamenti quindi vanno fatti sia a livello individuale che ambientale.

La famiglia rappresenta l’istituzione sociale primaria che influenza i comportamenti dei bambini fin

dai primi anni, per cui è probabile che molti fattori di rischio modificabili dell’obesità trovino le loro

radici nel contesto familiare. La famiglia è uno dei fattori che influenzano le scelte dei bambini: basti

pensare infatti che sono loro a fare la spesa e quindi decidere cosa deve mangiare il bambino. I

genitori tendono a sottostimare le quantità del cibo e anche a valutare male il peso del bambino.

Inoltre, i genitori hanno un ruolo chiave anche sulle abitudini motorie dei bambini e sulle ore di TV

di questi: spesso i loro “buoni” tentativi sono ostacolati dall’ambiente esterno.

I bambini, durante la loro crescita, costruiscono le scorte di nutrienti nei tessuti (ad esempio il ferro

che, se non viene mai perso salvo tagli da bambini). Stesso discorso per il patrimonio di calcio che si

fa fino ai 25-30 anni. Le diete squilibrate non possono quindi essere fatte assolutamente nei bambini

o nella donna in gravidanza (tipo quella vegana ecc.). I bambini devono anche rispettare il pattern,

cioè fare i 4 pasti al giorno come previsto.

Esistono anche le preferenze, cioè scegliere cosa mangiare e cosa no: nei bambini si dovrebbero

vincere queste avversioni verso dei cibi (classiche quelle verso le verdure), magari cucinandoli in

altri modi.

Il bambino con il latte materno è avvantaggiato perché con questo si assumono i nutrienti.

Dopo i 2 anni, i bambini possono sviluppare la neofobia, cioè la paura del nuovo: proprio a quest’età

infatti il bambino inizia a mangiare praticamente come un adulto e quindi può iniziare a mostrare

delle avversioni (queste hanno anche delle cause psicologiche).

Geneticamente si tende ad accettare il cibo che è dolce o salato perché glucosio e sale servono per

le funzioni vitali. L’amaro e l’acido invece hanno un senso di protezione della vita, quindi si tende a

sputare il cibo che ha questi sapori (quindi è normale che il bambino non accetta verdura e frutta).

La mamma però deve continuare a proporre questi cibi continuamente perché bisogna abituare a

mangiare anche questi alimenti e accettare questi sapori. 58

CAPITOLO 10.1: TAPPE NELL’ALIMENTAZIONE E SVILUPPO DI OBESITA’

Le tappe nell’alimentazione sono:

• Nascita – 4/6 mesi, in questa tappa il latte materno è fondamentale. Alcuni studi indicano

negli allattati al seno minore rischio di obesità, minori livelli pressori e di colesterolo in età

adulta. Migliore autoregolazione nell’ assunzione calorica. Maggiore preferenza al gusto e

accettazione di cibi sani. L’ allattamento materno, se non ci sono problemi, è il cibo migliore

e quello che da più vantaggi al neonato fino ai 6 mesi (cioè dopo questi deve esserci lo

svezzamento). Inoltre, questa pratica rafforza anche l’attaccamento del bambino con la

madre quindi vantaggio psicologici e permette anche l’autoregolazione, cioè il bambino

quando è sazio smette di succhiare e si addormenta, evitando eccessi che con il biberon

invece sono frequenti. Prima dei 4 mesi il bambino non deve ingerire nulla che possa

provocare allergie/intolleranze quindi solo latte.

• 4/6 mesi – 2 anni, avviene il passaggio tra la dieta lattea e la dieta solida (svezzamento)

quindi c’è una variazione sostanziale e radicale nel pattern alimentare. Inoltre, bisogna

abituare i bambini ad usare le posate e mangiare spontaneamente, senza forzarli a mangiare

sempre e comunque. In questa fase c’è una progressiva inclusione nella dieta di tutti gli

alimenti e c’è l’adattamento alla frequenza dei pasti dell’adulto. I comportamenti alimentari

in questa età spesso si caratterizzano per la conflittualità nella relazione madre-bambino

relativa all'autonomia, alla dipendenza e al controllo

• 2 – 6 anni, a partire dai 5 anni il segnale di fame e sazietà si tende a perdere perché il

bambino subisce le influenze esterne (perde l’autoregolazione) e si tende anche a dare cibi

dolci/schifezze come premio al bambino. L’inquadramento di un cibo come “salutare” fa

ridurre la tendenza ad assumere quel cibo (soprattutto in questa fase ma anche nelle altre

successive)

• 6 – 10 anni, in questa fase si allargano le influenze esterne sui comportamenti e sulle scelte

alimentari. I bambini sono spesso soli, con nonni o baby sitter e la televisione. Si tende anche

a mangiare più spesso fuori casa.

• Adolescenza/pubertà, questa fase è vulnerabile dal punto di vista nutrizionale per le

aumentate richieste nutrizionali, le modifiche nelle abitudini alimentari e le modifiche nello

stile di vita

Nel controllo dell’alimentazione, le responsabilità sono “divise” tra genitori e bambini: I genitori

non devono transigere su cosa deve mangiare, quando e dove mentre i bambini possono decidere

quanto mangiare e se si o no a un cibo (cioè dare più opzioni sempre scelte dai genitori). Più rigido

è il controllo dei genitori, meno i figli sono in grado di regolare l’introito calorico e dei nutrienti.

Nei primi anni di vita, è bene: limitare lo zucchero, introdurre il sale con moderazione, evitare

alimenti ad alta densità calorica specie fuori pasto, non utilizzare il cibo come premio e/o

consolazione, incoraggiare i bambini ad assaggiare i cibi non preferiti, presentandoli in maniera

gradevole, abituare il bambino a masticare riducendo gradualmente i cibi semi-solidi, evitare l’abuso

di succhi di frutta e bevande zuccherate, eliminare l’abitudine di alimentazione prima di andare a

letto. 59

I principi della sana alimentazione tra i 6 e i 10 anni sono:

• Mangiare in relazione a quanto si consuma, il fabbisogno energetico varia a seconda

dell’età, del sesso, della conformazione fisica, della statura e del tipo di attività che si svolge.

• Alimentarsi in maniera equilibrata e varia

• Distribuire l’assunzione di cibo in 5 momenti nella giornata

Prima colazione, l’evidenza supporta il dato che i bambini e gli adolescenti obesi

o tendono più frequentemente a saltare la prima colazione o ad assumere una

colazione scarsa dei loro coetanei normopeso. Saltando la colazione, si ha un maggior

consumo di fuoripasto, quindi c’è un maggior apporto di grassi, un minore apporto

di fibre e micronutrienti e quindi si può avere uno scarso rendimento scolastico

Spuntino di metà mattina

o Pranzo

o Merenda

o Cena

o

I fuoripasto/spuntini hanno come scopo di spezzare il digiuno quindi non è sbagliato farli due volte

(metà mattina e metà pomeriggio) al giorno ma devono essere una cosa leggera. Questi non sono

la causa dell’obesità infantile.

Il marcatore di sana alimentazione è mangiare a casa, pasti ovviamente fatti a mano (non già pronti)

mentre mangiare spesso fuori è segno di cattiva alimentazione.

Non bisogna legarsi al peso degli alimenti ma ai suoi componenti. La frutta è un ottimo spezza

appetito perché, anche se molto pesante, contengono poche calorie. Stesso discorso per le insalate

e la verdura cruda che si può mangiare a volontà.

Il miglior energizzante post allenamento è il latte scremato.

CAPITOLO 10.2: CONSIGLI UTILI PER UNA SANA ALIMENTAZIONE

1. Abituare i bambini ad una prima colazione adeguata

2. Non sgranocchiare cibi dolci o salati fuori pasto

3. Limitare il consumo di alimenti di origine animale, utilizzando le proteine dei cereali e dei

legumi.

4. Limitare gli alimenti grassi

5. Preferire come condimento gli olii vegetali

6. Privilegiare l’assunzione di zuccheri complessi rispetto a quelli semplici

7. Assicurare l’apporto giornaliero di frutta

8. Assicurare un giusto apporto di fibre (cereali e pane integrale, verdure, frutta e legumi)

9. Limitare le bibite dolci 60

CAPITOLO 10.3: PREVENZIONE DELL’OBESITA’ INFANTILE – RACCOMANDAZIONI

SULL’ATTIVITA FISICA

La famiglia può influenzare in modo notevole i comportamenti motori dei figli: I bambini

apprendono i comportamenti motori e gli atteggiamenti verso l’attività fisica molto precocemente,

osservando ed imitando i genitori. Pertanto, se i genitori sono molto avvezzi all’attività fisica, è più

probabile che anche i figli si dedicheranno a questa. Inoltre, i genitori sono quelli che sostengono

economicamente e psicologicamente i figli nello svolgimento della pratica sportiva.

L’aumento dell’obesità negli ultimi anni è andato in parallelo con una riduzione dell’attività fisica: è

bene precisare però, che non è stata dimostrata una diretta correlazione tra le due cose. Di sicuro,

il soggetto obeso tenderà a muoversi sempre meno.

Il soggetto attivo, a riposo, avrà un metabolismo basale più alto rispetto a quello del sedentario. Il

muscolo scheletrico già a riposo consuma circa il 20% del MB. Il 60-65% dell’energia spesa ogni

giorno è utilizzata dal metabolismo basale, il 5-10% dall’effetto termico del cibo e il restante 25-35%

dall’attività fisica.

L’attività fisica è un fattore determinante nel mantenimento del bilancio energetico e del consumo

dei grassi.

Il cervello, i muscoli e il fegato sono gli organi metabolicamente più attivi e quindi sono quelli che

consumano più ossigeno.

La partecipazione all’attività fisica in età pediatrica è:

• È influenzata dal livello socio-economico

• Declina con l’età

• E’ inferiore nelle ragazze rispetto ai ragazzi

• E’ più bassa negli obesi

L’attività fisica si tende ad abbandonarla per vari motivi (abbandonano principalmente le donne)

tra i quali ricordiamo: mancanza di tempo/interesse, mancanza/lontananza di impianti sportivi,

mancanza di motivazione e difficoltà ad iniziare per preoccupazioni legate al proprio aspetto fisico

e alle proprie capacità. In Italia si osserva che la pratica sportiva è più elevata al Nord rispetto alle

altre parti del Paese.

I livelli di attività fisica raccomandati prevedono che si dovrebbero fare almeno 60 minuti al giorno

di attività fisica moderata ma si hanno benefici, soprattutto nei sedentari, anche con 30 minuti al

giorno. E’ utile fare prevalentemente attività aerobiche, con presenza di attività di forza e di

flessibilità almeno 3 giorni/settimana e inserire attività più intense quando possibile.

Gli interventi motori preventivi sono:

• Ridurre videoesposizione a meno di 2 ore al giorno e rimuovere TV e PC dalla stanza del

bambino

• Ridurre l’abitudine a mangiare davanti alla TV

• Incoraggiare attività motorie con tutta la famiglia 61

• Promuovere la partecipazione ad almeno 60 minuti di attività fisica moderata/intensa al

giorno

CAPITOLO 10.3.1: PREVENZIONE DELL’OBESITA’ INFANTILE – RUOLO DELLA

SCUOLA

La scuola deve educare i bambini alla sana alimentazione, coinvolgere i genitori e la comunità nella

vita scolastica e nelle attività motorie ma non solo. Questa infatti, insieme ai genitori, non può

esimersi dalla lotta all’obesità e quindi deve anche dare un’opportunità di fare una sana

alimentazione (attraverso la refezione scolastica della scuola materna e primaria ed eliminando i

distributori automatici) e dare l’opportunità di fare attività fisica e le ore di educazione fisica.

La scuola ha questi ruoli perché raggiunge tutti i bambini ed è il luogo in cui questi trascorrono gran

parte del tempo. Inoltre, una parte delle materie di questa ha agganci con la salute e gli insegnanti

possono usare le loro abilità educative per diffondere messaggi di salute e di educazione alimentare.

Alla scuola di ogni ordine e grado, si chiede:

• Trasmettere informazioni nutrizionali nell’ambito degli insegnamenti scientifici;

• Creare motivazione verso l’esercizio fisico negli insegnamenti di educazione fisica;

• Adottare menù salutari ed equilibrati nella refezione scolastica;

• Disincentivare il consumo di snack ipercalorici e bevande zuccherate non accettando

distributori automatici, ma favorendo la distribuzione di fuori pasto sani e acqua

Purtroppo, attualmente, le ore di educazione fisica fatte a scuola, non sono tali da soddisfare le

raccomandazioni e influire sulla salute, ma sono uno stimolo ad apprezzare il piacere dell’attività

motoria. Si fanno infatti 2 ore di EF a settimana in ogni grado di scuola. Un altro problema è che

spesso manca l’insegnante di EF nella scuola. Dal 1999, a livello Nazionale, si sta cercando di

valorizzare l’EF nelle scuole con varie iniziative.

Oltre agli interventi fatti a livello scolastico, per contrastare l’obesità, bisogna mettere in pratica

anche delle iniziative a livello sociale e politico che realizzino un ambiente favorevole a pedoni e

ciclisti e ai giochi sicuri all’aria aperta. Uno degli interventi possibili, potrebbe essere limitare la

pubblicità di prodotti ipercalorici e poco salutari per i bambini, promuovendo invece prodotti sani e

utili per una corretta alimentazione. 62

CAPITOLO 11: TERAPIA DELL’OBESITA’ PEDIATRICA

L’obiettivo principale della terapia dell’obesità è migliorare la vita e la condizione di salute del

soggetto (quindi non fargli perdere peso che è l’ultimo degli obiettivi).

La terapia dell’obesità si basa sulla seguente “formula”:

Dieta + attività fisica – sedentarietà

Con questa, si mira anche a far acquisire al soggetto obeso, delle durature e salutari abitudini di vita.

Gli obiettivi della terapia sono:

• Rieducazione ad uno stile di vita salutare

• Coinvolgimento dell'intera famiglia

• Calo ponderale lento (0,5-1 kg/mese)

• Mantenimento della crescita in altezza

• Raggiungimento del peso ideale in 2 anni

• Assenza di ricaduta a distanza di 5 anni

• Limitare al massimo il fenomeno del drop-out (abbandono)

I bambini obesi, piuttosto che perdere peso, dovrebbero mantenere il peso o rallentare il guadagno

di peso. Inculcare abitudini alimentari salutari è meglio di una dieta restrittiva. Bisogna incoraggiare

uno stile di vita attivo: ridurre i comportamenti sedentari va affiancato alla promozione dell’attività

fisica. E’ utile anche identificare i problemi psicosociali, che sono importanti cause e conseguenze

del sovrappeso/obesità e disegnare terapie comportamentali su base individuale. Tutti i trattamenti

devono trovare il consenso e l’appoggio della famiglia.

Iniziare una dieta, spesso incentiva il bambino a fare attività fisica ed è consigliabile, come detto,

disegnare una dieta ad hoc per il soggetto e che lo scoraggi a lasciare.

La dieta fa ridurre i fattori di rischio cardio-vascolari facendo scendere il peso grazie alla riduzione

della massa grassa. Se parallelamente si fa attività fisica, si evita che con la dieta si perda anche la

massa muscolare/magra (che è quella metabolicamente attiva e che quindi viene preservata

proprio grazie all’attività fisica) e la fitness fisica/aerobica: anzi, è possibile affermare che senza

attività fisica, la dieta non può mai funzionare del tutto. Senza attività fisica quindi, con la sola dieta

si perderebbe massa grassa e massa magra.

L’attività fisica quindi ha un duplice vantaggio nella terapia dell’obesità che possiamo riassumere

così: l’esercizio fisico modifica la composizione corporea proteggendo la massa magra e riducendo

quella grassa, fa anche migliorare la fitness fisica e quindi ha un effetto diretto sulle componenti

della sindrome metabolica (come l’insulino-resistenza, l’ipertensione ecc.) che quindi si riducono. 63

Volendo riassumere ulteriormente, gli effetti dell’esercizio fisico sono:

• Aumento della spesa energetica totale giornaliera

• Decremento della % di grasso corporeo

• Incremento della % di massa magra

• Aumenta la capillarizzazione muscolare con aumento del flusso ematico e di ossigeno ai

tessuti

• Riduzione del tono simpatico e della pressione arteriosa

• Aumento dell’insulino-sensibilità, migliora il trasporto muscolare di glucosio insulino-

indipendente

• Miglioramento del profilo lipidico (riduzione dei TG, aumento colesterolo HDL)

• Prevenzione delle complicanze associate all’obesità (diabete mellito, ipertensione,

dislipidemie)

L’esercizio di tipo aerobico contribuirà ad aumentare le fibre muscolari di tipo 1 (quelle rosse).

Parallelamente, ci sarà anche un aumento del numero dei mitocondri per cellula e si

incrementeranno anche gli enzimi mitocondriali del metabolismo ossidativo: questi effetti

migliorano l’utilizzo dei substrati di origine lipidica nell’esecuzione dell’attività fisica.

L’esercizio fisico influenza anche la via recettoriale dell’insulina: in pratica viene rimosso il blocco

della lipolisi e quindi la funzione del recettore insulinico migliora la sua funzione.

L’efficacia dell’esercizio fisico sulla salute è stata dimostrata con uno studio fatto a Yale su tre adulti

(due 35enni e uno di 60) che sono stati invitati a correre sul treadmill e si sono misurati vari

parametri come la VO max. E’ emerso che il soggetto molto attivo (cioè che si allena ogni giorno) ha

2

una VO max, un cuore molto efficiente e un circolo arterioso ben evidente. Il metabolismo aerobico

2

in esso era molto pronunciato ed efficiente anche grazie alle tante fibrocellule di tipo 1 che gli

permettono di correre senza stancarsi. L’altro 35enne è un tipo sedentario con evidente

adiposità/pancia: ebbene questo ha fatto registrare una VO max praticamente dimezzata rispetto

2

a quella del suo coetaneo allenato e una velocità di corsa molto più bassa a causa del suo

pronunciato metabolismo anaerobico che lo fanno stancare subito. Il 60enne allenato invece, ha

una VO max migliore del 35enne grasso e presenta un metabolismo di natura aerobica. Questo

2

quindi conferma come l’esercizio fisico influenza la salute del soggetto.

Per la terapia dell’obesità è consigliato l’esercizio aerobico di moderata intensità (60-75% della

frequenza cardiaca massima pari all’incirca al 50-65% della VO max) e di lunga durata: l’intensità

2

deve essere questa in quanto è a questo valore che si brucia una quantità uguale di carboidrati e

grassi. Nell’attività aerobica di bassa intensità (33% VO max) e di lunga durata (90min) risultano una

2

maggiore ossidazione totale di grassi rispetto all’attività fisica moderata (66% VO max) e di durata

2

minore (45min) a parità di dispendio calorico.

E’ bene precisare comunque che il solo esercizio fisico (proposto in maniera graduale) non basta per

combattere l’obesità senza un’adeguata dieta. Anche ridurre solamente la sedentarietà non basta

senza le altre due cose. 64

E’ stato dimostrato da molti studi che gli interventi più efficaci contro l’obesità sono quelli che:

• Prevedono l’associazione di dieta ed attività fisica.

• Sono realizzati da un’equipe multidisciplinare.

• Coinvolgono l’intera famiglia.

• Sono finalizzati ad un mutamento dello stile di vita, attraverso una ristrutturazione degli

schemi cognitivo-comportamentali relativi al cibo e all’attività motoria.

• Sono quelli di durata complessiva tra 25-75 ore per un percorso di almeno 2 anni

Anche di fronte a una terapia farmacologia o chirurgica, senza una modifica dello stile di vita,

l’obesità non può essere mai curata del tutto.

CAPITOLO 11.1: PROMOZIONE DELL’ATTIVITA’ FISICA NEL BAMBINO OBESO

La prescrizione dell’attività fisica nei bambini ed adolescenti obesi va adattata alla gravità del

sovrappeso. Il tipo di attività va deciso, insieme con il pediatra, dopo un’attenta valutazione della

gravità dell’eccesso ponderale e dello stato di salute generale del bambino, in relazione alle esigenze

specifiche del soggetto. L’attività fisica va sempre adeguata allo stadio di sviluppo psicomotorio e

fisico, cioè rapportata all’età del bambino e alle sue competenze motorie.

Il tipo di attività fisica da prescrivere ai bambini è quella di tipo aerobico (attività di forza e di

flessibilità) che devono essere svolte almeno 3 giorni a settimana.

Riguardo all’intensità dell’esercizio da proporre a un bambino obeso, bisogna ricordare che questo

ha un maggior dispendio energetico per lo spostamento della massa corporea rispetto a uno

normopeso. L’intensità varia l’ossidazione dei nutrienti: nei soggetti obesi infatti, è più utile

camminare che correre per bruciare più grassi. Pertanto, bambini ed adolescenti obesi devono

essere incoraggiati a fare esercizio fisico all’intensità che riescono a raggiungere. I miglioramenti

2

sulla composizione corporea infatti, possono essere ottenuti anche con attività moderata .

L’effetto dose/risposta su vari marcatori di salute indica che quanto più attività si fa, meglio è per la

salute. Mediamente la quantità raccomandata è di 60 minuti/die (fino a molte ore) di attività fisica

moderata. Si registrano benefici anche con 30 min/die. Il tempo totale può essere suddiviso in

sessioni di almeno 10 minuti. Una volta diminuito il peso, l’attività fisica non va interrotta, ma deve

fare parte dello stile di vita.

Nei bambini obesi, è giusto e importante adoperare attività fisiche che evitano il carico sulle

strutture di sostegno (anca, ginocchio, piede): sono consigliate infatti attività con minore carico sulle

articolazioni come nuotare, pedalare e remare. In generale, un bambino sovrappeso può fare

qualunque tipo di attività aerobica o a componente mista aerobica/anaerobica (camminare,

pattinare, arti marziali, sci, basket, pallavolo, rugby, calcio, nuoto). Un bambino che presenta una

obesità lieve/moderata può fare attività aerobiche che non richiedono costantemente il

sollevamento del peso corporeo (cammino, nuoto, ciclismo, esercizi ergometrici o aerobica per gli

Per attività fisica moderata si intende l’intensità compresa tra 3 e 6 MET (equivalente metabolico), mentre per attività

2

fisica intensa si intende quella che supera i 6 MET. 1 MET (equivalente metabolico) = 3,5ml di O2 consumato per Kg di

65

peso corporeo/min = 1Kcal per Kg di peso/h)

arti superiori; anche l’allenamento di forza è consigliato. Un bambino con obesità severa invece

deve evitare ogni attività che preveda lo sforzo di sollevare il corpo che sia superiore al cammino,

consigliabili nuoto o bicicletta, esercizi in posizione seduta o sdraiata.

Riassumendo: l’attività fisica nel trattamento dell’obesità pediatrica deve essere di tipo aerobico e

con poco carico, deve essere fatta ad intensità moderata e per 30-60min/die anche in più momenti.

Per promuovere l’attività fisica nei bambini obesi è bene iniziare con obiettivi a breve termine e

attività di lieve intensità e di facile esecuzione per il soggetto. Inoltre, è bene spronare il bambino a

migliorare giorno dopo giorno. L’allenatore deve promuovere la fiducia del soggetto e far leva sulla

propria capacità di praticare l’attività fisica e quindi non deve essere rigido e giudicante, deve evitare

giochi ad eliminazione e proporre esercizi appropriati all’età e alla condizione.

CAPITOLO 11.1.1: ALLENAMENTO DI FORZA

Recenti studi hanno dimostrato che i soggetti obesi aumentano la massa magra quando il training

di forza si affianca all’esercizio aerobico. I bambini obesi come gli adulti possono preferire

l’allenamento di forza perché non richiede agilità o capacità aerobica.

Programmi di allenamento di forza muscolare, ben disegnati e supervisionati, possono avere

influenza positiva su composizione corporea, lipidi, insulino-sensibilità e densità minerale ossea.

CAPITOLO 11.2: SPORT E DISAGIO SOCIALE NEL BAMBINO OBESO

Spesso un bambino obeso, in un contesto sociale come il gruppo sportivo, subisce atti di

prevaricazione fisica o verbale. Ciò si verifica per lo più negli sport di squadra, dove può essere

indicato come la causa dell’insuccesso del gruppo. La derisione è una delle cause di abbandono delle

attività sportive. Questi problemi vanno prevenuti effettuando un’attenta scelta delle discipline da

praticare in modo tale da evitare l’abbandono delle attività. Potrebbe essere preferibile che il

bambino pratichi uno sport individuale per migliorare le performance fisiche e accrescere

l’autostima, per poi provare discipline di squadra dove possa sentirsi maggiormente coinvolto e

meno estraniato dal gruppo a causa del suo peso.

La preferenza va data agli sport di resistenza aerobica che sono praticati ad intensità medio-elevata

ma per un tempo prolungato e continuato (nuoto, corsa, canoa). Sono utili sia per migliorare

l’efficienza cardiopolmonare, sia per favorire lo sviluppo armonico di un adeguato tono muscolare.

Considerate le caratteristiche “individuali” e ripetitive di queste discipline, è opportuno far eseguire

esercizi divertenti che prevedano uno sforzo fisico alternato e che facilitino il coinvolgimento del

bambino nell’attività, come possono essere ad esempio i giochi con la palla. 66

CAPITOLO 11.3: TERAPIA FARMACOLOGICA DELL’OBESITA’ IN ETA’ PEDIATRICA

La terapia farmacologica in età pediatrica viene solamente utilizzata in casi eccezionali e sempre in

associazione a dieta, riduzione della sedentarietà e a una terapia comportamentale mirata a variare

lo stile di vita del soggetto. Gli unici farmaci consentiti sono l’orlistat e la metformina (se c’è

diabete). CAPITOLO 11.4: TERAPIA CHIRURGICA DELL’OBESITA’ IN ETA’ ADOLESCENZIALE

Negli adolescenti si sta ricorrendo spesso alla terapia chirurgica che però si può applicare solamente

quando sussistono i seguenti criteri:

• BMI > 35 con rischio di complicanze letali (sleep apnea)

• BMI > 40 con complicanze meno severe

• Insuccesso dopo 6 mesi di tentativi di perdita di peso

• Dimostrare capacità decisionale

• Essere in grado e disposto ad aderire ad un programma dietetico dopo l’intervento

• Avere il sostegno della famiglia

Un intervento chirurgico è il palloncino gastrico che fa ridurre il volume dello stomaco dando

maggior senso di sazietà e riducendo l’alimentazione.

Un altro intervento di tipo restrittivo e reversibile è il bendaggio gastrico: viene diviso lo stomaco

in due parti (una prossimale e una distale) e anche questo da un maggior senso di sazietà.

Un intervento più demolitivo e irreversibile è quello della diversione biliopancreatica che provoca

una riduzione dello stomaco e un intervento di tipo malassorbitivo: prevede una parte

“gastrorestrittiva” ottenuta con gastro-sezione ed una parte “diversiva” bilio-pancreatica volta a

creare un malassorbimento selettivo per i grassi. Il cibo ingerito passa direttamente dallo stomaco

al piccolo intestino. La bile e i succhi pancreatici, responsabili dell’assorbimento lipidico, vengono

deviati dal ciclo digestivo e riversati solo nel tratto terminale dell’ileo dove avviene la digestione e

l’assorbimento dei grassi e delle proteine. 67

CAPITOLO 12: DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

I disturbi del comportamento alimentare che riguardano il sistema nervoso sono la principale causa

della magrezza. CAPITOLO 12.1: MAGREZZA

La magrezza è una condizione clinica che si instaura come risultato di un bilancio energetico

negativo che comporta una riduzione della massa adiposa al di sotto del 5% della massa corporea

e/o una riduzione del peso corporeo al di sotto del 15% rispetto al peso ideale per età, sesso e

altezza. Negli adulti si parla di magrezza quando il BMI è inferiore a 17,5 mentre nei bambini si

considera magro colui è sotto al quinto percentile.

Le possibili cause di magrezza possono riguardare le forme costituzionali: ovvero persone magre

che presentano una normale costituzione corporea senza alcuna patologia. Possono oppure

riguardare delle cause intestinali: un malassorbimento intestinale, come per esempio le persone

celiache che appunto presentano uno scaso peso, oppure la magrezza è dovuta ad un ridotto

apporto calorico, si dimagrisce di peso perché si mangia poco e può verificarsi o per una diminuita

assunzione di ciò. Si può anche parlare di anoressia nervosa cioè la mancanza di appetito che è di

natura patologica e comporta una ridotta assunzione calorica. L’ultima causa di magrezza può

essere un aumento del dispendio calorico come per esempio nel caso dell’ipotiroidismo.

I segni della malnutrizione che si verificano sono sia dal punto di vista fisico che mentale: dal punto

di vista fisco abbiamo una cute pallida per la mancanza di ferro, capelli redi e secchi proprio perché

c’è una carenza di proteine che sono utilizzate come fonte energetica, e quindi il muscolo va in

astenia. Altri sintomi sono lo svenimento per l’ipoglicemia e l’abbassamento di pressione, vertigini,

stipsi e anche amenorrea cioè l’assenza di ciclo. Invece dal punto di vista mentale abbiamo segni

che riguardano il sistema nervoso quindi c’è una difficoltà di concentrazione, depressione, irritabilità

e di conseguenza un isolamento sociale e ne risente con il rendimento quotidiano.

CAPITOLO 12.2: TIROIDE ED IPERTIROIDISMO

La tiroide è una ghiandola che si trova nel collo e le cellule tiroidee sono organizzate in follicoli:

queste sintetizzano gli ormoni tiroidei che sono amminoacidi (Tirosina con tre atomi di iodio T3 e

tiroxina con quattro atomi di iodio T4). Tali ormoni svolgono tre funzioni fondamentali:

differenziazione cellulare, crescita e regolazione del metabolismo: difatti aumenta il metabolismo

basale, aumenta la produzione di calore, stimolano la ossidazione dei grassi, aumento del glucosio

nelle cellule, la gluconogenesi e la produzione di glucosio. Inoltre, hanno anche effetti sulla crescita

della statura e sullo sviluppo del cervello fetale e neonata difatti la carenza di ormoni tiroidei nei

primi anni di vita è causa di un possibile ritardo mentale; ma hanno anche effetti cardiaci per quanto

riguarda la frequenza cardiaca, la vasodilatazione con u aumento del flusso ematico agli altri organi.

68

L’ipertiroidismo è più presente nell’adolescente e nel giovane adulto, ed ha un maggiore prevalenza

nelle femmine. L’ipertiroidismo è una produzione eccessiva di ormoni tiroidei. La forma più

frequente è la malattia di Graves su base autoimmunitaria, vi è una predisposizione genetica (casi

familiari) ma anche associazione con altre malattie autoimmunitarie diabete mellito, celiaca). In

alcuni casi, l’ipertiroidismo può essere dovuto ad ingestione di ormoni tiroidei (bambini < 5 anni) o

ad eccesso di iodio (alimenti, alghe, antisettici topici, farmaci, mezzi di contrasto iodati) in pazienti

affetti da noduli tiroidei.

Gli aspetti clinici di questo sono:

• Esordio spesso insidioso, impiegando settimane o mesi prima che compaia la sintomatologia

tipica.

• Molti sintomi e segni sono simili a quelli dovuti all' eccesso di catecolamine, che

strutturalmente sono simili agli ormoni tiroidei

• La tiroide è di grandezza normale o lievemente aumentata. In alcuni casi si possono palpare

uno o più noduli

I sintomi sono iperattività, intolleranza al caldo, disturbi del sonno, i segni invece sono gozzo,

tachicardia, e stimolano anche il tessuto connettivo dell’occhio e quindi gli occhi sono spalancati in

avanti come se il soggetto stesse continuamente con un’espressione di allerta.

La terapia deve essere un controllo di sintomi (con dei sedativi benzodiazepine) e un blocco della

sintesi ormonale (metimazolo propiltiouracile).

CAPITOLO 12.3: DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE – PARTE 2

L’adolescenza è un periodo di profondi cambiamenti fisici e psicologici. Difatti durante l'adolescenza

avvengono delle modifiche sostanziali nella composizione e nella forma corporea e quindi

l'adolescente mostra una maggiore attenzione all'apparenza, al peso, alla forma fisica, e

rappresentano gli aspetti chiave per la propria identità dell'adolescente. L'idea del corpo magro e

della super tonicità corpo negli adolescenti condiziona sia l'immagine che si ha di sé stessi e sia il

come ci si relaziona con gli altri, ciò comporta ad un contrasto tra l'immagine corporea ideale di

magrezza o di ipertonicità ed il confronto che ciascuno compie rispetto ad essa, di conseguenza

l'adolescente sarà insoddisfatto della propria immagine corporea. Gli adolescenti tendono a

sperimentano qualunque metodo per raggiungere ciò che si considera perfetto per la società, un

esempio eclatante è il doping che appunto può essere usato per il raggiungimento di un corpo

“perfetto”) quindi l’adolescente sfida la salute.

Inoltre, il problema del sovrappeso è sicuramente un problema di salute pubblica: è aumentata

infatti la stigmatizzazione dei soggetti obesi (la stigmatizzazione è il fenomeno sociale che

attribuisce un sinonimo negativo a un soggetto o più della comunità in modo da declassarlo a un

livello inferiore), pertanto gli adolescenti pur di dimagrire spesso si avvicinano a metodi non salutari,

quindi adottano delle procedure incongrue (saltare i pasti, lunghi digiuni, dita fai da te). Le

conseguenze dei tentativi non controllati e non salutari per perdere peso sono deficit nutrizionali,

ritardo di crescita e di pubertà, irregolarità mestruali. I tentativi di perdere peso sono maggiori nelle

69

ragazze rispetto ai ragazzi. Gli adolescenti che seguono una dieta restrittiva e non salutare arrivano

ad un drastico calo di peso, ma non appena riprendono a mangiare eccessivamente o

incontrollatamente avviene immediatamente un aumento di peso, questo perché il corpo assorbe

maggiormente e attiva un sistema di risparmio energetico.

Nel mondo dello sport estetico la mancanza di ciclo per esempio, i disturbi alimentari, il deficit

alimentar è molto comune tra gli atleti, ed è normale una situazione del genere proprio perché

alcuni sport ne richiedono, e questi comportamenti alimentari portano ad un’esecuzione della

performance peggiora questo perché l'anoressia porta l'astenia muscolare.

I disturbi del comportamento alimentare possono essere definiti come persistenti disturbi del

comportamento alimentare o comportamenti finalizzati al controllo del peso che danneggiano la

salute fisica o il funzionamento psicologico e che non sono secondari a nessuna condizione medica

o psichiatrica conosciuta.

Praticare attività fisica in presenza di un alterato regime alimentare può essere dannoso: questo

perché avviene l'utilizzo delle proteine muscolari come fonte di calorica da parte del nostro corpo

proprio perché all'organismo gli rimane solo quella fonte energetica, impoverimento della matrice

ossea, anemia da carenza di ferro ecc.

L'esercizio fisico eccessivo può svelare un inferiore disturbo del comportamento alimentare: c'è un

grande interesse nelle attività sportive in famiglia, inizialmente una ricerca del fitness del benessere

più che magrezza, avviene un passaggio da un esercizio fisico regolare ad un'attività compulsiva,

attento calcolo tra introito calorico e spesa energetica e sintomi di astinenza da sospensione di

attività fisica e la pratica di esercizio nonostante traumi sportivi.

CAPITOLO 12.3.1: ANORESSIA NERVOSA

L’anoressia nervosa è caratterizzata da una restrizione dell'apporto energetico relativo al bisogno,

che induce un significativo basso peso relativamente all’età, sesso, evoluzione dello sviluppo e

salute fisica. Un significativo basso peso è definito come un peso minore del minimo normale o, per

i bambini e gli adolescenti, minore del minimo atteso. E’ presente anche un'intensa paura di

aumentare di peso, di ingrassare e quindi c'è un anomalia nel modo in cui è percepito il peso e la

forma del proprio corpo nell'anoressia nervosa, essa può essere lieve oppure estrema se è

compromessa la vita, ovviamente il soggetto con l'anoressia nervosa ha un disturbo dell'immagine

corporea. In alcuni sport è richiesto il perfezionismo sportivo, cioè una condizione richiesta

soprattutto nella ginnastica e nella danza, che sono sport estetici.

Possibili cause:

• Fattori predisponenti: caratteristiche individuali (perfezionismo, bassa autostima, paure

legate alla maturità psicobiologica)

• Fattori scatenanti: separazioni e perdite, modificazioni dell’equilibrio familiare, nuove

richieste dell’ambiente in cui si vive (scuola, vita affettiva, etc.), malattie fisiche, inizio della

pubertà 70

• Fattori di mantenimento: una volta iniziata la dieta ferrea, alcuni fattori tendono a favorire

la cronicizzazione del disturbo; fra questi, i vantaggi conseguenti alla perdita del peso e del

controllo alimentare CAPITOLO 12.3.2: BULIMIA NERVOSA

Questo disturbo non si manifesta esclusivamente nel corso di episodi di anoressia nervosa.

La bulimia nervosa è caratterizzata da ricorrenti episodi di abbuffate in cui avviene il consumo di

una grande quantità di cibo in maniera incontrollata e c'è una mancanza di controllo sull'atto di

mangiare. La seconda caratteristica di questo disturbo è che questi episodi di abbuffate sono seguite

da comportamenti di compenso finalizzati a prevenire l’aumento di peso, come il vomito che, in

alcuni casi, può essere autoindotto, o attraverso l'assunzione dei farmaci in maniera impropria,

queste due caratteristiche devono verificarsi frequentemente.

Come nei soggetti affetti da anoressia nervosa, quelle con bulimia nervosa hanno una eccessiva ed

errata valutazione del peso e della forma del corpo, sono terrorizzate dall’idea di aumentare di peso.

Il disturbo non si manifesta esclusivamente nel corso di episodi di anoressia nervosa.

Questo significa che ci sono due disturbi dell’alimentazione, e non uno solo; così a una persona che

si abbuffa e vomita ma ha un peso basso (inferiore a un IMC di 18,5) verrà diagnosticata soltanto

l’anoressia nervosa con abbuffate/condotte di eliminazione, mentre se l’IMC è maggiore o uguale a

18,5 avrà una diagnosi di bulimia nervosa. Inoltre, sono presenti comportamenti a rischio in questi

soggetti, impulsività, alcol, droghe, depressione, vergogna, senso di vuoto.

Possibili cause:

• Peculiari tratti di personalità (bassa autostima o perfezionismo).

• fattori sociali che sensibilizzano l’individuo nei confronti del peso e delle forme corporee ed

incoraggiano la dieta e la ricerca della magrezza (obesità nell’infanzia, obesità dei genitori) 71

CAPITOLO 12.3.3: DIFFERENZE TRA ANORESSIA E BULIMIA NERVOSA

CAPITOLO 12.3.4: POSSIBILI CAUSE DELL’ANORESSIA E DELLA BULIMIA

Possono essere fattori predisponenti, cioè caratteristiche individuali, fattori scatenanti, per esempio

'inizio della pubertà, malattie fisiche, ma possono essere anche fattori di mantenimento, ovvero i

vantaggi della perdita di peso favorisce la cronicizzazione del disturbo, ma anche fattori

socioculturali che sensibilizzano l'individuo nei confronti del peso e delle forme corporee

incoraggiano la dieta e la ricerca della magrezza, l'idea di perfezionismo. fattori psicodinamici e

fattori psicologici: in questi soggetti la volontà è molto forte e determinata. 72

CAPITOLO 12.3.5: BINGE EATING (ALIMENTAZIONE COMPULSIVA

E' caratterizzata da episodi ricorrenti di abbuffate in periodi circoscritti in cui si mangia molto più

veloce, si mangia fino a quando non si ha una sensazione di dolore per l'aver mangiato troppo e

veloce, si mangia senza fame, in solitudine.

La presenza di alimentazione incontrollata è un serio fattore di rischio per lo sviluppo di obesità

soprattutto quando c'è anche una storia di obesità familiare.

I disturbi comportamenti alimentare comportano degli atteggiamenti caratteristici: riduzione della

quantità di cibo, lunghi digiuni, vomito indotto etc.

Inoltre, l'iperattività può anche essere conseguente alla restrizione calorica (neurormoni) e

caratterizzare i pazienti, nonostante il basso peso. Le attività fisiche maggiormente scelte sono

ginnastica, nuoto, particolarmente aerobica per le ragazze, per i ragazzi invece body.

CAPITOLO 12.3.6: ANOREXIA ATHLETICA

Il termine indica la presenza di un disturbo del comportamento alimentare in un atleta. Consiste

anche nella pratica di un esercizio fisico compulsivo, oltre quanto richiesto per un buon stato di

salute: questo è focalizzato più alla performance che alla forma corporea. La ricerca della magrezza

è funzionale alla performance. L’eccessivo impegno fisico è un mezzo per dominare l’ansia e

aumentare la fiducia in sé stesso. Prevale in sport che prediligono la magrezza. Sottrae tempo per

l’esercizio fisico alla scuola, lavoro e rapporti sociali. Si focalizza sulla sfida, e non sul divertimento.

Mai soddisfatto dei risultati. Non assapora la vittoria.

CAPITOLO 12.3.7: BIGORESSIA – ANORESSIA INVERSA

La bigoressia è:

• Condizione psicopatologica di recente identificazione che rientra nel quadro della

dismorfofobia, ma per alcuni avrebbe anche le caratterisiche di un disordine alimentare.

• Ossessione per essere troppo piccoli, deboli e poco sviluppati, nonostante sia presente una

buona massa muscolare

• Si dedicano ad esercizi in palestra (sollevamento pesi) in modo smisurato, anche in presenza

di traumi

• Può condurre all’ abuso di integratori alimentari e steroidi, nonostante i rischi per la salute 73

CAPITOLO 12.4: PREVENZIONE DEI DISTURBI DEL COMPORTAMENTO

ALIMENTARE

A causa della difficile guarigione dai disturbi del comportamento alimentare, è importante la

prevenzione.

I segni di allarme di disturbo immagine corporea sono:

• Preoccupazione dell’apparenza fisica (trascorrere molto tempo davanti allo specchio, uso

quotidiano della bilancia)

• Condotte alimentari incongrue (assunzione eccessiva o scarsa di determinati alimenti, di

integratori o di preparati dimagranti).

• Drastici cambiamenti nel fisico (calo di peso improvviso, pallore, perdita di capelli, aumento

di peso e di massa muscolare, acne, cambiamento voce, ginecomastia (maschi) atrofia

mammaria (ragazze)

• Drastici cambiamenti dell’umore (tristezza, affaticamento, aggressività, depressione (da

sospensione di steroidi)

• Nuove priorità (peggioramento del rendimento scolastico, riduzione della socializzazione)

Nella prevenzione bisogna:

• Aumentare l’autostima, la fiducia e il rispetto verso se stessi

• Decentrare il peso corporeo e l’apparenza fisica dal concetto di autostima

• Incoraggiare un approccio critico alle pressioni socioculturali

• Incoraggiare abitudini, comportamenti ed atteggiamenti alimentari e motori più corretti

I disturbi alimentari sono spesso correlati ad un'ossessione per la perfezione che si esprime anche

nel campo scolastico e nei rapporti con il gruppo dei coetanei. Un'attenzione preventiva ed una

comprensione precoce di tali espressioni può essere utile per cercare di approfondire con la ragazza

o con la famiglia i problemi all'origine. Pertanto, anche l’insegnante deve far attenzione ad eventuali

sintomi mostrati dagli alunni e agire al più presto, magari parlando in privato al ragazzo,

comunicando la sua preoccupazione, non giudicare ecc.

Date le strette implicazioni tra disturbi del comportamento alimentare ed esercizio fisico, anche i

professionisti nel campo delle attività motorie e sportive (insegnanti di educazione fisica, palestre,

centri di dimagrimento) sono fortemente coinvolti nei programmi di prevenzione. Lo sport d'elite

ha come scopo il raggiungimento del risultato sportivo e quindi il raggiungimento di un peso e una

forma ottimali, ciò porta a competitività, ansia da prestazione, perfezionismo e di conseguenza

disturbo del comportamento alimentare (avviene quindi la ricerca della performance attraverso

l'immagine corporea e il peso). 74

CAPITOLO 12.4.1: TRIADE DELL’ATLETA ADOLESCENTE

Questa triade è un insieme di disturbi fisici e psichici che comprende:

• Disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia, binge eating)

• Disturbi del ciclo mestruale (amenorrea: fattori di rischio cardiovascolari c'è una diminuita

funzionalità vascolare)

• Diminuzione della densità ossea di vario grado(osteoporosi)

La Triade riguarda l'atleta che si allena eccessivamente senza un adeguato apporto calorico

giornaliero, cioè alimentandosi in maniera inadeguata (c'è un disequilibrio tra le energie spese per

gli alimenti e quelle introdotte attraverso la dieta). E' molto diffusa soprattutto negli sport estetici

dove è richiesto un corpo snello, capace di compiere grandi performances quindi richiedono un

mantenimento del peso corporeo ottimale, spesso ricorrendo a diete drastiche (come per esempio

nella ginnastica artistica, danza, pattinaggio artistico sono sport che privilegiano l'aspetto esteriore,

il nuoto e la corsa sulla distanza richiedono un corpo sottile per la resistenza, il canottaggio e la lotta

in cui ci sono delle categorie di peso). Le indagini di screening (rappresentato dalla visita medica che

si esegue prima delle gare) sono molto importanti in quanto permettono un intervento terapeutico

precoce.

La triade dell'atleta è spesso misconosciuta e una diagnosi tardiva incide negativamente

sull'efficacia del trattamento. 75

MODULO BIOCHIMICA E NUTRIZIONE – PROF. D’ANGELO

CAPITOLO 1: ASPETTI BIOCHIMICI NUTRIZIONALI

I macronutrienti sono:

• Carboidrati

• Lipidi

• Proteine

I micronutrienti invece sono:

• Vitamine idrosolubili e liposolubili

• Sali minerali

• Macroelementi come calcio, fosforo, potassio, sodio, cloro, magnesio

• Microelementi e oligoelementi come ferro, zinco, rame ecc.

I gruppi alimentari permettono di dividere tutti i cibi in sette categorie ben distinte in base al loro

contenuto di nutrienti.

La bioenergetica si occupa di studiare il metabolismo basale, il fabbisogno energetico e il dispendio

energetico quotidiano.

CAPITOLO 1.1: NOTE INTRODUTTIVE SULL’ALIMENTAZIONE

Alimentarsi è un gesto quotidiano che si compie fin dal momento della nascita ed è un gesto guidato

dall’istinto. L’alimentarsi è in gran parte influenzato da abitudini e pressioni ambientali, sociali,

culturali, che certamente ne condizionano anche l’esito finale. Nel corso del tempo ci sono state

notevoli modifiche nei nostri comportamenti alimentari, non sempre positive per la salute. La

società contemporanea, caratterizzata da ritmi frenetici e vita per la maggior parte fuori dalla

propria abitazione, consuma pasti affrettati e quasi sempre non equilibrati sul piano nutrizionale.

Quanto si mangia e fino a un certo punto cosa si mangia sono dei determinanti principali del peso

corporeo. L’assunzione di cibo dovrebbe avere un ruolo centrale in tutti i tentativi di controllo del

peso. La priorità infatti, nei trattamenti dell’obesità, è ottenere un bilancio energetico negativo,

poiché questo è l’unico modo per perdere peso e grasso corporeo.

Un bilancio energetico negativo è ottenuto:

• Riducendo l’introito di energia, ossia mangiando meno

• Aumentando il dispendio energetico, ossia svolgendo più attività fisica

• Preferibilmente fare entrambe le cose dette nei punti precedenti

Per perdere peso, ogni paziente deve cambiare il proprio modo di alimentarsi e i ritmi della propria

vita. 76

Programmi che promettono risultati senza una dieta e senza un’attività fisica, saranno sicuramente

inefficaci a lunga scadenza.

Si crede comunemente che l’obeso mangi troppo ma non ci sono studi che confermano questa cosa.

Anche se i soggetti obesi spesso sottostimano l'introito di energia e tendono a sopravvalutare

l'attività fisica, non si può presumere che tutti gli individui con problemi di peso mangino di più di

coloro che hanno un peso normale.

Il fabbisogno d’energia varia considerevolmente tra gli individui a causa di:

• Fattori genetici, fisiologici e metabolici

• Dello stato di salute

• Altri fattori come il livello di attività fisica, l’età, il sesso, il peso e la composizione corporea

Sono disponibili strumenti di valutazione dell'introito calorico che possono essere somministrati al

paziente o utilizzati da operatori medici. Questi includono le storie dietetiche, i diari alimentari per

periodi di tempo variabili, le inchieste per ricordo di 24 ore, anche ripetute, i questionari sulla

frequenza di cibi e liste di controllo.

CAPITOLO 1.2: CONCETTI GENERALI SULL’ALIMENTAZIONE

Come si può dedurre dalle parole di Ippocrate di Cos, medico e geografo vissuto nel 400 a.C, già

nell’antichità si è capita l’importanza dell’alimentazione in rapporto alla nostra salute ed al nostro

benessere psico-fisico.

Nel 1862, Feuerbach, ha affermato che “siamo ciò che mangiamo”, e questo noto aforisma

riassume il senso del collegamento che esiste tra sana alimentazione e concetto di benessere e

salute. Per raggiungere questo obiettivo primario la dieta deve essere il più possibile diversificata,

ovvero deve contenere tutti gli alimenti che fanno parte dei diversi gruppi (carni, pesci, vegetali

ecc.).

Oggi, tendiamo a consumare prevalentemente alcune tipologie di cibo, soprattutto a causa della

pressione delle pubblicità e delle mode (i bambini sono maggiormente assoggettati da queste). E’

stata ormai abbandonata in gran parte la tradizionale dieta mediterranea dei nostri padri, per

approdare a una dieta di tipo cosiddetto “occidentale”, meno salutare.

L’obesità è una conseguenza dell’alimentazione scorretta e della spesso associata scarsa attività

fisica. Si è registrato inoltre un aumento impatto delle malattie croniche, che risentono fortemente

della tipologia e della quantità di cibo consumato.

Se opportunamente variata, la dieta contiene in sé tutti i nutrienti necessari alla salute

dell’organismo. I macronutrienti (proteine, carboidrati, grassi) e i micronutrienti (vitamine,

minerali) sono contenuti, infatti, in quantità diversa negli alimenti che fanno parte della nostra

alimentazione quotidiana. Gli alimenti forniscono all’organismo non solo nutrienti, ma anche altre

sostanze che possono esercitare effetti benefici sulla salute, contribuendo fisiologicamente a

ottimizzarne le funzioni. 77

I soggetti anziani spesso tendono a sottovalutare le loro esigenze nutrizionali e mostrano difficoltà

nel mantenere un regime alimentare bilanciato. Persone che invece svolgono attività sportive

amatoriali, spesso non considerano le interazioni con l’alimentazione.

CAPITOLO 1.3: DIAGNOSI DELL’OBESITA’

Nella diagnosi dell’obesità vengono considerati diversi cose:

1. Stato nutrizionale, tra cui viene valutata la composizione corporea (cioè la quota e la

distribuzione della massa grassa e della massa magra tramite test come BMI, DEXA e BIA); il

bilancio energetico tramite l’osservazione/registrazione del comportamento alimentare, del

metabolismo basale e del libello di attività fisica; i parametri biologici correlati all’aumento

della massa grassa e all’eventuale diminuzione della massa magra

2. Rischio cardiovascolare e respiratorio, tramite esami clinici, elettrocardiografici ecc.; viene

valutata anche la qualità del sonno

3. Profilo endocrinologico

4. Stato psicologico, in particolare la valutazione di disturbi dell’alimentazione, dell’immagine

del corpo, indici plurimi di psicopatologia e qualità della vita

5. Funzionalità motoria e problematiche osteo-articolari

Nel 2017 sono stati fatti diversi studi sull’alimentazione e sull’obesità ed è emerso che circa la metà

di tutti i decessi registrati negli USA nel 2012 per malattie cardio-metaboliche, sono in un modo o

nell’altro imputabili ad abitudini alimentari sbagliate. La più elevata percentuale di decessi è

risultata correlata ad un eccessivo consumo di sodio. Altri cibi killer sono risultati le carni processate,

le bevande zuccherate e un eccessivo consumo di carni rosse.

In 46 paesi oltre la metà degli adulti sono in sovrappeso o sono obesi: i più sedentari sono gli Europei

e, in Italia, circa il 60% dichiara di non praticare mai sport o attività fisica. La Svezia è il paese con la

più bassa percentuale di sedentarietà (9%).

CAPITOLO 1.4: STRATEGIE PER L’ATTIVITA’ FISICA OMS 2016-2020

L’OMS ha stabilito le dosi minime di attività fisica da praticare per godere di una buona salute: 20

minuti di attività aerobica al giorno, per un totale di 150 minuti a settimana. Questi minuti, a

seconda della fascia d’età del soggetto, possono essere praticati mediante varie attività.

L’inattività fisica è il principale fattore di rischio per la salute e va evitata per tutte le fasce della

popolazione. In Europa, proprio la sedentarietà causa ogni anno almeno un milione di decessi: il

10% circa del totale. 78

CAPITOLO 1.5: ENERGIA ALIMENTARE

Il dispendio energetico può essere:

• Teorico

• Valutato tramite valutazione reale, questa valutazione può avvenire con

Metodo diretto, usando la camera calorimetrica

o Metodo indiretto, usando la spirometrica o l’holter metabolico che serve a misurare

o l’effettivo consumo calorico ed il metabolismo di una persona prima di iniziare una

dieta personalizzata

La valutazione dello stato nutrizionale avviene mediante:

• Parametri antropometrici (misure immediate), come altezza e peso (possono essere usate

anche per calcolare il BMI), circonferenza vita e braccio, pliche cutanee

• Composizione corporea (misura strumentale), riflette la disponibilità pregressa di energia e

nutrienti ed è il miglior indicatore a lungo termine dello stato nutrizionale. Comprende la

valutazione della massa magra e della massa grassa 79

CAPITOLO 2: MACRONUTRIENTI – NUTRIENTI

Prima di scendere nel dettaglio dei vari macronutrienti, è bene fare la seguente distinzione tra

alimenti e nutrienti: gli alimenti sono l’insieme dei prodotti che gli esseri viventi consumano o

bevono per ottenere energia e funzionare in modo adeguato (rimanere vivi); i nutrienti invece fanno

parte degli alimenti, sono funzionali e possono essere catabolizzati. In pratica, gli alimenti sono

formati da nutrienti.

I nutrienti forniscono:

• Energia chimica, carboidrati e lipidi apportano all’organismo l’energia necessaria a

sostenere le varie funzioni corporee

• Substrati plastici

• Molecole regolatrici, come vitamine, proteine e diversi minerali che intervengono a vari

livelli, regolando lo svolgimento di numerose reazioni metaboliche

• Idratazione, cioè acqua

l nostro organismo ha un continuo bisogno di energia chimica, che ottiene attraverso il catabolismo

dei vari macronutrienti. Almeno metà dell'energia liberata da questo processo di demolizione viene

dispersa come calore. La macchina umana ricicla una parte di queste perdite, destinandole alla

regolazione della temperatura corporea (omeostasi termica).

L’energia contenuta nei nutrienti non viene liberata tutta in una volta ma gradualmente, mano a

mano che le varie reazioni metaboliche si susseguono. Ovviamente, tale energia per essere utilizzata

deve essere trasformata in ATP. L’ATP possiede un’elevata carica energetica, poiché è

chimicamente instabile e quindi in grado di trasformarsi con estrema facilità in un sottoprodotto più

stabile, liberando energia. La conversione di una mole di ATP in ADP libera 7,3kcal di energia

prontamente utilizzabile. L’energia fornita dall’ATP sostiene tutte le forme di lavoro biologico e

rappresenta la valuta energetica delle nostre cellule. Nonostante l’importanza di questa molecola,

l’organismo non possiede grandi scorte di ATP: nel corpo infatti sono conservati circa 80-100gr di

ATP che possono soddisfare le richieste energetiche soltanto per pochi secondi. Per mantenere

costanti i livelli energetici, l’ATP deve essere continuamente prodotto attraverso il catabolismo

ossidativo dei nutrienti.

I nutrienti si possono classificare in:

• Macronutrienti, cioè glucidi, lipidi e proteine; il loro fabbisogno si misura in grammi

• Micronutrienti, cioè vitamine e minerali; il loro fabbisogno si misura in milligrammi o

microgrammi

• Acqua

Il nostro corpo è fatto dall’insieme di tutti in quantità diverse. 80

CAPITOLO 2.1: MACRONUTRIENTI – PROTEINE E AMMINOACIDI

Le proteine/protidi svolgono la funzione costruttiva/plastica visto che rappresentano i mattoni che

costituiscono le nostre cellule.

Le proteine sono i costituenti fondamentali degli organismi viventi. Nell'organismo umano

rappresentano circa il 19% (varia in base all'età) del peso corporeo totale.

Le proteine sono costituite da sequenze di amminoacidi legati tra loro con legami peptidici (AA):

in natura esistono centinaia di amminoacidi e ancora oggi se ne scoprono di nuovi e con funzioni

biologiche diverse. Solamente venti AA sono coinvolti nella sintesi proteica e sono definiti come

amminoacidi proteinogenici. Più recentemente, questo numero è salito a 22 con l’aggiunta di

selenocisteina e pirrolisina.

I vari amminoacidi differiscono tra loro per la catena laterale o gruppo R.

A livello cellulare tutti i venti aminoacidi devono essere contemporaneamente presenti: 9 di questi

devono essere introdotti preformati con gli alimenti in quanto l’organismo non è in grado di

sintetizzarli. Questi nove aminoacidi vengono definiti aminoacidi essenziali (AAE). Una

fondamentale classificazione degli AA quindi è quella che li divide in:

• Essenziali, non possono essere sintetizzati dall’organismo quindi devono essere introdotti

con la dieta

• Non essenziali, sono elaborati a partire da altri spezzoni molecolari di diversa derivazione e

quindi sono sintetizzati nell’organismo

Tutti gli amminoacidi non essenziali, tranne la tirosina, vengono sintetizzati attraverso vie semplici

che partono da: piruvato, ossalacetato, alfa-chetoglutarato: questi precisamente formano alanina,

aspartato e glutammato. reazione di transaminazione.

La presenza negli alimenti di tutti gli amminoacidi essenziali in quantità adeguata è un requisito

fondamentale per assicurare la crescita di un bambino ed il mantenimento della massa corporea. In

caso di deficit, il bilancio di azoto diventa negativo e si ha una perdita netta di proteine.

L’essenzialità di un nutriente in generale dipende dalla specie, dalla situazione fisiologica, o dalla

presenza di altri nutrienti da cui quello in questione può essere ricavato.

Le proteine sono soggette ad un continuo processo di demolizione e di sintesi, il cosiddetto turnover

proteico: l’organismo infatti è in grado di rinnovare continuamente le proteine logorate,

sostituendole con nuovo materiale proteico. Questo processo permette all'organismo di

rimpiazzare gli amminoacidi utilizzati a scopo energetico e di depositarne eventualmente di nuovi

per rinforzare determinati tessuti (ad esempio in seguito ad esercizio fisico). Ogni giorno, vengono

degradati mediamente 30-40g di amminoacidi. 81

Le proteine, in base alla loro funzione, possono essere distinte in:

• Proteine di difesa

• Proteine di trasporto

• Enzimi

• Proteine regolatrici

• Proteine strutturali come collagene, proteine contrattili e cheratina

Come anticipato, la principale funzione delle proteine e quella plastica: è la capacità delle proteine

di formare alcune strutture dell’organismo oppure rinnovare quelle strutture che sono prodotte ed

utilizzate dall’organismo. La funzione energetica invece è di trascurabile rilevanza.

Le proteine, quando vengono ingerite, vengono demolite in peptoni, poi in peptidi e infine in

amminoacidi.

Il potere energetico delle proteine è di circa 4,5kcal per grammo (sarebbe più alto se il nostro

organismo fosse in grado di utilizzare l’azoto in esse contenuto). Se si considera che normalmente

viene assorbito il 92% delle proteine introdotte con la dieta, si può affermare che le proteine

forniscono al nostro corpo in media 4kcal per grammo.

Le proteine che contengono tutti e 9 gli aminoacidi essenziali sono complete e vengono definite ad

alto valore biologico. Queste proteine si trovano nei prodotti animali come uova, latte, carne e

derivati. Le proteine vegetali presenti ad esempio nei legumi enei cereali hanno invece un valore

biologico soltanto discreto, perché carenti di alcuni aminoacidi essenziali. Però, se assunte insieme

a quelle animali, queste si completano.

Alimenti ricchi di proteine, per 100g, sono la soia, il Grana padano, la bresaola, i pinoli, gli arachidi

e il prosciutto crudo. CAPITOLO 2.1.1: CARNE

La carne contiene grandi quantità di proteine complete ma molti altri fattori non sono in suo favore.

Anzitutto, quando la carne viene cotta vanno perdute importanti vitamine, come la B6 presente

nella carne cruda ma non in quella cotta. Inoltre, la carne impiega molto tempo per essere assimilata

dall'organismo prima e per essere espulsa poi. Se c’è qualche difficoltà (nervosismo, tensione, bassa

temperatura, cottura non adeguata) o in caso di leggera intolleranza, il tempo aumenta. Durante

questo periodo può avvenire una decomposizione e quindi una possibile distruzione di altre

sostanze nutritive, sovvertendo l'equilibrio dei batteri intestinali. A questo va aggiunto che spesso

la carne non è proprio fresca ed è trattata con farmaci e antibiotici che la rendono poco salutare. 82

CAPITOLO 2.1.2: LEGUMI

I legumi sono ricchissimi di proteine vegetali e, a differenza della carne, delle uova e dei formaggi,

hanno zero colesterolo e pochissimi grassi.

Fagioli, lenticchie, piselli, oltre a offrire una grande versatilità di preparazioni in cucina, vantano

proprietà nutrizionali che li rendono egregi sostituti dei secondi di origine animale, con il vantaggio

di costare pochissimo.

100g di legumi forniscono anche un buon apporto calorico.

Assumere legumi insieme ai cereali rende il tutto ancora migliore.

CAPITOLO 2.2: QUANTITA’ DI PROTEINE IN UNA DIETA EQUILIBRATA

In generale, la quantità giusta quotidiana di proteine da assumere è pari al 15% del fabbisogno

nutrizionale.

E’ bene precisare però che, la dose giornaliera raccomandata dipende dall’età, dal sesso e da stati

fisiologici o patologici del singolo soggetto.

Dagli studi effettuati è stata creata una tabella approssimativa che ci indica, precisamente, quante

proteine dobbiamo assumere quotidianamente che prevede:

• Adulti: 0,83 (0,9) g di proteine per kg di peso corporeo al giorno

• Lattanti, bambini e adolescenti: tra 0,83g e 1,31g per kg di peso corporeo al giorno, a seconda

dell'età

• Donne in gravidanza: assunzione supplementare di 1g, 9g e 28g al giorno rispettivamente

per il primo, secondo e terzo trimestre

• Donne in allattamento: assunzione supplementare di 19g al giorno nei primi 6 mesi di

allattamento e di 13g al giorno nel periodo successivo

Ovviamente, il quantitativo di proteine da ingerire quotidianamente, deve essere spalmato su tutti

i pasti e diviso tra i vari alimenti che li compongono. Uomo e donna hanno un fabbisogno proteico

quotidiano diverso (più inferiore quello di queste ultime).

Le proteine assunte devono provenire per 2/3 da alimenti di origine animale e per 1/3 da alimenti

di origine vegetale.

Dagli studi effettuati si è scoperto che oggi si assumono anche troppe proteine e La ragione di

questa indigestione di proteine sta nel fatto che gli stili di vita "occidentali" portano ad un elevato

consumo di carne rossa, anche quotidianamente (sarebbe quindi più salutare consumare carne

bianca). 83

Un eccesso di proteine in realtà può portare ad un accumulo di grasso e le scorie di questa

trasformazione danno origine all'urea, all'acido urico e

all'ammoniaca, sostanze che affaticano e danneggiano

fegato e reni. Assumere troppe proteine mette anche

il corpo a rischio di sviluppare malattie cardiovascolari,

tumori e osteoporosi. Le proteine sono molto utili ma

bisogna quindi fare attenzione a non esagerare e

sconfinare negli eccessi che possono solo determinare

danni al nostro organismo.

La quantità di proteine da assumere ogni giorno, varia

negli atleti, raggiungendo valori diversi a seconda della

tipologia di sport praticato (valori superiori se si

praticano sport di forza/potenza). Tuttavia, bisogna ricordare che la crescita muscolare non

dipende direttamente da quante proteine assumi ma piuttosto dall’intensità con cui ci si allena,

che a sua volta stimolerà la crescita e di conseguenza determinerà l’introito proteico giornaliero.

CAPITOLO 2.3: AMMINOACIDI RAMIFICATI

3

Gli amminoacidi a catena ramificata (BCAA ) sono i seguenti tre amminoacidi essenziali:

• Leucina

• Isoleucina

• Valina

Sono detti ramificati a causa della loro struttura che forma appunto delle ramificazioni. Hanno una

particolare importanza nella sintesi proteica e sono coinvolti nel processo per cui si ottiene energia

dalle proteine. Questi sono presenti in diversi alimenti, soprattutto di origine animale ma anche nel

pesce e nei legumi.

E’ noto che gli BCAA contribuiscono al metabolismo energetico durante l’esercizio. Il loro

catabolismo è una fonte di substrati ed intermedi (acetil-CoA e succinil-CoA) del ciclo di Krebs e della

glugoneogenesi. L’assunzione di carboidrati, specie se semplici, nelle prime fasi del recupero,

favorisce la comparsa di un picco insulinico che determina, a livello muscolare, una riduzione del

catabolismo proteico. Al contrario, alti livelli plasmatici di AA essenziali, specie Leu, promuovono la

sintesi proteica. Il bilancio del turnover proteico risulta quindi positivo e rimane tale fino a 12-24

ore dal termine dello sforzo.

Alcuni studi hanno dimostrato come, in vitro, il trattamento con BCAA aumenti la velocità del

recupero della forza di contrazione del 20-30% rispetto alla supplementazione con una miscela

standard di AA. Come conseguenza di questa evidenza i BCAA sono oggetto di considerevole

attenzione per il loro potenziale impiego come integratori per i soggetti che praticano attività fisica.

84

Dal termine inglese Branched Chain Amino Acids

3

In condizioni normali le proteine alimentari costituiscono una fonte minoritaria di AA, in quanto non

è «comune» assumere un pasto iperproteico prima di un esercizio fisico. Tuttavia, il pool di AA liberi

nel muscolo è molto elevato e rappresenta un’importante fonte di energia. Nonostante ciò, è stato

calcolato che la quantità di leucina ossidata durante un esercizio prolungato sia 25 volte superiore

a quella presente nel pool di AA liberi.

Nel muscolo scheletrico gli AA che possono essere ossidati sono principalmente i BCAA, ma anche

alanina, aspartato e glutammato. Dopo un pasto il 60% dei BCAA presente nella circolazione

sistemica viene captato dal tessuto muscolare. La prima tappa del metabolismo dei BCAA consiste

nella deamminazione: il gruppo amminico è trasferito all’alfachetoglutarato per formare

glutammato e l’alfa-chetoacido corrispondente (BCKA) e lo fa con una reazione catalizzata dalla

BCAA transaminasi (BCAT). I BCKA, cioè questi amminoacidi deamminati, possono fungere da

substrati energetici nel muscolo o in altri organi, come cervello, reni, fegato ed il cuore.

Leucina, isoleucina e valina devono essere somministrati insieme e in un rapporto che secondo la

letteratura deve essere 2:1:1. CAPITOLO 2.3.1: LEUCINA

La leucina è il principale dei tre amminoacidi ramificati. Questo amminoacido:

• Riveste notevole importanza per la crescita e la resistenza del tessuto muscolare

• Promuove la sintesi proteica nei muscoli e anche nel fegato

• E’ in grado di rallentare il processo di decomposizione delle proteine muscolari

• Promuove i processi rigenerativi

• Svolge attività chetogenica (può cioè essere convertito in corpi chetonici) e può quindi

sostenere il metabolismo nei periodi di digiuno

La leucina viene utilizzata da:

• Tessuto muscolare

• Fegato

• Tessuto adiposo

La leucina è particolarmente presente nei cibi ricchi di proteine, ma, a differenza di altri aminoacidi,

la si può trovare in discrete quantità anche in cereali e legumi. 85

CAPITOLO 2.3.2: ISOLEUCINA

L’isoleucina, nell’uomo, svolge diverse funzioni:

• E’ fondamentale per la formazione dell’emoglobina

• Ruolo importantissimo nella sintesi proteica, in particolar modo di quella muscolare

• E’ in grado di prevenire il catabolismo delle proteine strutturali

• Accelerare i tempi di recupero dopo sforzi di una certa entità

Questo è un amminoacido sia glucogenico (cioè che può essere convertito in glucosio) sia

chetogenico (può essere convertito ad acetil-CoA o acetoacetato e quindi contribuire alla

formazione di corpi chetonici).

In condizioni di normalità queste due vie metaboliche non sono particolarmente attive, ma

assumono notevole importanza nel caso in cui l’organismo venga sottoposto a un digiuno

prolungato oppure quando iniziano a ridursi le scorte di glucosio ematico a motivo di sforzi

prolungati nel tempo.

E’ presente nelle carni e nel pesce, ma anche nei legumi, nelle uova e nei latticini.

CAPITOLO 2.3.3: VALINA

La valina è un componente indispensabile della biosintesi proteica e assieme agli altri BCAA svolge

importanti funzioni di nutrimento dei muscoli. E’ importante per le funzioni mentali, il

coordinamento muscolare e le funzioni nervose.

La degradazione della valina porta alla formazione di propionil-CoA il quale, dopo la conversione in

succinil-CoA, contribuisce al completamento del ciclo di Krebs.

Fra i cibi che contengono discrete quantità di valina ricordiamo la carne di manzo, il petto di pollo,

il salmone, la segale ecc.

CAPITOLO 2.3.4: AMMINOACIDI RAMIFICATI E SPORT

Gli amminoacidi ramificati spesso sono considerati come integratori da assumere per migliorare la

performance sportiva (ma questo è sbagliato).

Rispetto al sedentario, l’atleta presenta un maggior fabbisogno proteico ed anche diversificato. In

particolare, l’atleta ha bisogno di BCAA perché risultano essere particolarmente importanti per i

processi relativi alla sintesi proteica: questi, diversamente dagli altri aminoacidi, vengono

catabolizzati direttamente delle fibre muscolari.

Secondo diverse ricerche, se l’attività fisica non è continua e sufficientemente prolungata (almeno

86

50min) l’assunzione di amminoacidi ramificati non è consigliata per recuperare lo sforzo.

Se possono essere importanti nella fase di recupero, gli aminoacidi (ramificati o no che siano)

sembra non abbiano nessuna particolare importanza nel miglioramento della prestazione.

In caso di allenamento molto intenso o competizione prolungata può essere utile utilizzare

integratori di BCAA prima, durante e dopo lo sforzo. Purtroppo, molti atleti abusano degli

aminoacidi ramificati nella convinzione che “male non fanno”. In realtà non è così poiché alte dosi

di aminoacidi possono alzare notevolmente l’azotemia con conseguente sovraccarico renale.

CAPITOLO 2.4: AMMINOACIDI E MUSCOLI

Assumere amminoacidi credendo di aumentare a dismisura la massa muscolare, è un’altra falsa

convinzione: una volta arrivati al limite infatti, anche assumendo grandi dosi di AA non si hanno

miglioramenti.

L’assunzione di questi non sembra influenzare la prestazione, ma interviene soprattutto nelle fasi

di recupero dopo l’esercizio, specie se prolungato. La loro azione è caratterizzata dallo stimolo sul

metabolismo proteico muscolare e dalla limitazione dei micro-danni delle miofibrille sottoposte ad

intense e prolungate sollecitazioni meccaniche.

L’aumento della massa muscolare nei bodybuilder non è dovuto all’assunzione di più proteine ma

di sostanze dopanti. Il catabolismo proteico entra in gioco solo quando lo sforzo è sufficientemente

prolungato, quindi il fabbisogno proteico di un bodybuilding è teoricamente minore di quelle di un

maratoneta (perché il maratoneta ne consuma di più).

L’assunzione di aminoacidi non aumenta i livelli di ormone della crescita, né la potenza aerobica,

né la prestazione in attività massimali. Non variano neppure le concentrazioni di testosterone o

cortisolo.

Chi si allena 3 volte a settimana può evitare l’integrazione di amminoacidi perché l’alimentazione è

abbondantemente in grado di ristabilire le condizioni ottimali per il prossimo allenamento.

Un corretto stile di vita e una corretta alimentazione sono le basi per la prestazione sportiva:

l’integrazione sugli atleti d’elite deve essere ponderata in base alle proprie esigenze.

CAPITOLO 2.5: GLUTAMMINA

La glutammina è l’AA più abbondante nel nostro organismo ed è definita come “integratore

universale” come supporto ergogenico. E’ un AA “condizionatamente essenziale”, cioè lo diventa

solo in alcune situazioni.

Questo, stimola la sintesi proteica con notevole effetto anabolico e ha un ruolo importante nella

funzione immunitaria. Previene anche l’affaticamento muscolare e il sovrallenamento.

Nello sportivo, la glutammina, interviene nell’aumento di volume delle cellule muscolari, favorendo

l’ingresso nelle cellule di acqua, AA ed altre sostanze e tale attività, secondo alcuni ricercatori,

87

stimolerebbe la sintesi proteica favorendo l'aumento di massa muscolare.

La glutammina è ampiamente presente sia in prodotti di origine animale, come le carni, il pesce, le

uova ed i prodotti caseari, sia in prodotti vegetali.

CAPITOLO 3: CARBOIDRATI

I carboidrati rappresentano un gruppo di macronutrienti e devono essere assunti in quantità

elevate.

Sono anche detti glucidi e sono contenuti principalmente negli alimenti di origine vegetale. In

media, forniscono 4kcal per grammo, anche se il loro valore energetico oscilla tra 3,7 e 4,2kcal. Di

queste calorie, circa il 10% viene utilizzato dall’organismo per i processi di digestione ed

assorbimento; Il restante viene trasformato in energia (ATP).

I carboidrati sono formati da tre elementi chimici: carbonio, idrogeno e ossigeno. Sono

principalmente costituiti da carboni e acqua ed ecco perché vengono anche chiamati idrati di

carbonio.

La funzione principale dei carboidrati è quella energetica, forniscono infatti energia

immediatamente disponibile. Questa funzione si ha perché sono ad assorbimento rapido e quindi

già li abbiamo nell’organismo (sotto forma di glicogeno o glucosio). Attraverso la glicolisi si ottiene

ATP da glucosio. Gli acidi grassi invece sono sottoposti a diversi processi prima di fornire energia.

Stesso discorso vale per le proteine, ancora di più degli acidi grassi (subiscono vari processi,

deamminazione, inserimento nel ciclo di Krebs come intermedio succinil CoA o acetil CoA).

Un’altra funzione è quella plastica: contribuiscono infatti alla costituzione di strutture essenziali per

gli organismi. Tra i carboidrati che fanno questo ricordiamo la cellulosa che però il nostro corpo non

è in grado di usare come fonte energetica causa mancanza di enzima. Oppure ricordiamo ancora il

peptidoglicano che è responsabile della rigidità della cellula.

Altre funzioni sono quella di risparmiatori di proteine, attivatori del metabolismo lipidico e

carburante del cervello.

I carboidrati/glucidi si classificano in:

• Monosaccaridi, come glucosio, fruttosio ecc. Sono i più semplici e più digeribili. Si

distinguono in aldosi e chetosi

• Disaccaridi, come saccarosio, lattosio ecc.

• Oligosaccaridi, maltodestrine

• Polisaccaridi, come la cellulosa (funzione strutturale) o amido e glicogeno (funzione

energetica)

I di- e polisaccaridi (zuccheri complessi) per poter essere assimilati ed utilizzati devono essere

suddivisi fino a monosaccaridi (zuccheri semplici).

I glucidi sono la principale fonte di energia dell’uomo e nell’organismo si trovano conservati:

• Nei muscoli scheletrici, nel fegato e nel cuore sotto forma di glicogeno

• 88

Nel sangue e nei liquidi extracellulari sotto forma di glucosio


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Obesità e Magrezza per l'esame opzionale dei prof. "Valerio-D'Angelo"

Argomenti contenuti nel file:
Crescita, statura fisica, pubertà, antropometria, percentili, tessuto adiposo, obesità e periodi a rischio e cause di questa, complicanze obesità, obesità pediatrica, bullismo e obesità, sedentarietà, prevenzione obesità pediatrica, disturbi comportamento alimentare, alimentazione, macronutrienti, micronutrienti, bioenergetica, metabolismo basale, peso ideale, BMI, composizione corporea e sua valutazione, nutrizione equilibrata, tipi di dieta, regolazione metabolica, digiuno, intolleranze alimentari

Il file contiene tutte le informazioni apprese durante il corso e rielaborate personalmente anche con l'utilizzo del materiale fornito dai docenti.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze motorie
SSD:
A.A.: 2018-2019

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