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che sempre secondo l’autore non è applicabile in relazione al solo modello giapponese considerata

la problematicità della questione.

Nell’analisi del modello giapponese vengono riportati due articoli, uno a cura dell’italiano Antonio

Guizzetti che si rifà all’ottica precedentemente definita “culturalista” e uno a cura di Benjamin

Coriat, che si è occupato a lungo della “questione giapponese”, di stampo “razionalista”.

L’obiettivo è dunque, quello di fornire una visione completa delle possibilità del “modello

giapponese” anche in relazione alla sua trasferibilità in altri contesti culturali ed economici ma

anche di evidenziare le caratteristiche uniche che hanno portato alla nascita di detto modello nonché

le difficoltà che si prospettano all’orizzonte.

L’ANALISI DEL CONTESTO GIAPPONESE

A. Guizzetti seguendo un’analisi di tipo “culturalista” definisce il Giappone una società in cui si

intrecciano tradizione e cultura. Intreccio che si riflette in ogni aspetto della vita sociale e dunque

anche nel settore economico dando vita ad un sistema che da un lato impone un ordine autocratico e

burocratico che ricompone in sé ogni elemento conflittuale della società, dall’altro adotta un’etica

del collettivo che antepone l’interesse nazionale a quello individuale, dall’altro ancora sancisce

valori normativi che armonizzano autorità e potere. Per questi motivi strettamente legati al

particolare contesto giapponese sembra che il modello sia di difficile esportazione.

Infatti il Giappone odierno nonostante sia fortemente legato alle sue tradizioni sembra tendere alla

modernità. Questo duplice aspetto della realtà giapponese, come precedentemente detto, si riflette

soprattutto nell’ambito dei rapporti di produzione tanto che è possibile parlare sia di capitalismo

istituzionale, in quanto si avvale di severe regole di controllo e autodisciplina a livello di sistema,

sia di capitalismo post-industriale poiché applica modalità originali ed effettivamente innovative.

Inoltre sembra che il sistema possa raggiungere i suoi rinomati livelli di efficienza solo in relazione

alla regola etica che privilegia gli interessi nazionali su quelli collettivi, la quale si associa ad un

elevato livello tecnologico dell’economia. Tale combinazione non è riscontrabile nella cultura

occidentale basata su un modello di capitalismo che privilegia l’interesse individuale e dove

l’innovazione tecnologica è molto più arretrata. Se tale combinazione, tipica del contesto

giapponese, non viene considerata si rischia di incorrere in numerosi pregiudizi quali ad esempio

considerare il sistema frutto del “complesso imperiale”, o attribuire alla capacità competitiva del

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sistema un intollerabile costo sociale o ancora individuare nella forza coesiva del sistema la

negazione di regole e di valori propri di una società civilmente progredita.

In realtà il Giappone dovendo compensare squilibri interni molto forti e una cronica mancanza di

risorse ha adottato appropriate regole per fronteggiare una sfida complessa e difficile.

Un luogo comune dipinge il Giappone come un paese economicamente progredito ma socialmente

arretrato, in relazione al suo sistema economico che, da una parte accelera i processi di

accumulazione capitalistica dall’altra frena i processi di distribuzione della ricchezza.

Non si può certo negare il fatto che la straordinaria crescita economica ha comportato dei notevoli

costi sociali in particolare per le classi più deboli. Lo Stato infatti ha tutelato fortemente il sistema

produttivo ma ha lasciato scoperto il sistema di sicurezza sociale in virtù di scelte orientate al

massimo utilizzo di risorse per le attività produttive.

Si tratta quindi di un contesto sociale fortemente caratterizzato e di difficile valutazione. Per capire

la realtà dell’odierno Giappone sono quindi necessari molteplici e diversi punti di vista, ma occorre

soprattutto non dimenticare che questo paese ha dovuto fronteggiare un drammatico mutamento

nella sua storia, non paragonabile ad altre situazioni nazionali, riuscendo ad orientarsi verso il

futuro senza abbandonare il proprio passato.

Per l’autore sembra molto complessa l’applicazione del modello giapponese in altri contesti sociali

data la particolarità delle caratteristiche del contesto in cui è nato e si è sviluppato.

CONCETTI E PRASSI DEL MODELLO GIAPPONESE

L’economista B. Coriat si è occupato approfonditamente del modello giapponese dedicando ad esso

il suo libro “Ripensare l’organizzazione del lavoro – Concetti e prassi nel modello Giapponese”.

In questo libro l’autore parte dalle considerazioni di Ohno, direttore della Toyota ed inventore del

modello giapponese, analizzando le caratteristiche dell’impresa nipponica, le sue differenze rispetto

all’impresa americana nonché la questione dell’esportabilità del modello in altri contesti. Ne

emerge un’analisi di stampo “razionalista” attenta e puntale che lascia spazio alla riflessione su un

modello di organizzazione tanto discusso.

Ohno sosteneva che il “metodo Toyota” (altro nome con cui viene identificato il modello

giapponese) poggia su due principi:

1. la produzione just in time

2. l’auto-attivazione della produzione 3

Su questi due aspetti si basa l’intera organizzazione del lavoro e da essi discendono altri fattori

fondamentali del modello in questione (tra cui, tanto per citare il più famoso, lo zero stock). In

particolare Ohno si sofferma sulle condizioni che hanno reso necessaria la creazione di un nuovo

modello produttivo, poiché ad un certo punto della sua storia, il Giappone si è trovato nella

necessità di produrre piccole quantità di numerosi tipi di prodotto. Dato questo particolare bisogno è

emersa la necessità di una produzione tendente alla diversificazione e pertanto l’esigenza di un

sistema altamente flessibile. Questa condizione particolare in cui si è trovato il paese del sol levante

era, infatti, in contrasto con il sistema di produzione di massa del modello tayloristico.

Si trattava in sostanza di, per usare le parole di Ohno, “pensare all’inverso” rispetto alle teorie di

Taylor e Ford, ossia di pensare un sistema funzionale alla produzione di piccole serie di prodotti

differenziati anziché alla produzione su larga scala di prodotti identici o di massa. Bisogna ricordare

che Ohno si era formato alla scuola americana ed aveva dunque una grande conoscenza dei metodi

tayloristici di organizzazione del lavoro.

La particolare situazione giapponese indusse Ohno a chiedersi quale meccanismo utilizzare per

aumentare la produttività quando la quantità richiesta e pertanto prodotta non subiva alcun

incremento. In relazione ad una simile condizione tutto il savoir-faire della produzione di massa non

era, infatti, più utilizzabile e pertanto si rendeva necessario pensare un “nuovo” metodo di

produzione diretto alla differenziazione di piccole quantità di prodotti.

La ricerca di questo nuovo metodo porta Ohno a scontrarsi con alcuni problemi primo fra tutti

quello degli stock. Tale problema era particolarmente pressante per il Giappone data la carenze

delle materie prime e l’elevato costo di quelli che erano all’ora i sistemi di produzione. Partendo

dalla questione degli stock, Ohno giungerà ad una serie di scoperte che porteranno alla creazione

dell’attuale modello giapponese.

La prima di queste scoperte basandosi sulla questione degli stock e del fatto che dietro ad essi si

nasconde una capacità produttiva esuberante, giunge a definire i contorni della cosiddetta “fabbrica

snella” cioè la fabbrica le cui funzioni produttive, il capitale fisso ed il lavoro impiegati sono ridotti

ai coefficienti strettamente necessari per far fronte alla domanda giornaliera o settimanale. Quindi

come prima caratteristica una fabbrica con un organico minimo.Tale caratteristica è uno dei due

modi individuati da Ohno per aumentare la produttività (l’altro più famoso e semplice consiste

nell’aumentare il volume di produzione).

Quindi utilizzare lo stock come strumento metodologico, così come per Taylor lo fu la one best

way, per individuare la manodopera esuberante e razionalizzare la produzione. La fabbrica minima

che ne emerge è dunque una fabbrica flessibile in grado di affrontare con un ristretto numero di

dipendenti le variazioni quantitative e qualitative del mercato.

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L’altra scoperta di Ohno è relativa al metodo di “gestione con gli occhi” ossia essere in grado in

ogni momento di esercitare un controllo visivo e diretto sui lavoratori subordinati, eliminando così

ogni elemento superfluo ed individuando seduta stante la comparsa di eventuali problemi nel

meccanismo di funzionamento. Ciò significa mettere in evidenza gli standard operativi su ogni

posto di lavoro tramite l’utilizzo degli Andon, tabelloni luminosi situati al di sopra di ogni segmento

della produzione, che informano sul funzionamento della linea e su eventuali difficoltà che possono

emergere disturbando il normale e programmato corso della produzione. I capi, in tal modo,

possiedono le informazioni necessarie per garantire che la produzione prosegua nel modo stabilito o

per risolvere eventuali problemi.

Se si sommano queste due scoperte, fabbrica snella tramite la gestione con gli stock ed il metodo di

gestione con gli occhi, si nota come la fabbrica giapponese sia basata sulla flessibilità e sulla ricerca

degli incrementi di produttività dall’interno. Si può affermare che la fabbrica giapponese si

contrappone alla fabbrica america fordista, la quale può definirsi una fabbrica “grassa” in quanto

accumula stock e ritiene che la sua efficienza dipenda dalla velocità d’esecuzione dell’operaio

singolo.

Utilizzando il metodo comparativo e mettendo quindi a confronto le caratteristiche dell’impresa

giapponese contemporanea e quelle dell’impresa fordista americana, emergono delle differenze

importanti. In particolare Aoki, al quale si può attribuire il merito di aver introdotto la discussione

sulla natura dell’impresa giapponese, in un articolo del 1986, individua tre tratti relativi alla

gestione della produzione, in base ai quali differenziare l’impresa giapponese da quella americana:

1. al livello delle officine: nell’impresa americana la divisione del lavoro avviene in base ai

principi della specializzazione e della rigida compartizione in relazione a standard

prestabiliti mentre in quella giapponese la divisione del lavoro è flessibile;

2. al livello dell’impresa: l’impresa americana utilizza un modo gerarchico di ripartizione

dell’autorità mentre l’impresa giapponese usa procedure snelle di coordinamento;

3. nel sistema d’appalto: l’impresa americana prevede un’integrazione rigida al contrario di

quella giapponese che utilizza diverse forme di deconcentrazione e di decentramento.

A tali tratti se ne possono aggiungere altri due inerenti:

a. la struttura finanziaria dell’impresa: l’impresa giapponese è caratterizzata dal fatto che i

rapporti incrociati a breve o lungo termine, tra l’impresa e le istituzioni finanziarie, sono tali

da garantire all’impresa stessa autonomia di gestione e stabilità nel lungo periodo,

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della società e del servizio sociale
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher melody_gio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Nuove forme di divisione ed organizzazione del lavoro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Cangiani Michele.

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