Il lavoro fra flessibilità e qualità totale: verso il modello giapponese?
M. La Rosa – Il lavoro nella sociologia – ed. Carocci, Roma, 2002, Cap. 11
Saggi di: A. Guizzetti, B. Coriat
Premessa
Il libro di M. La Rosa – Il lavoro nella sociologia – approfondisce numerosi temi legati al mondo del lavoro ed alla disciplina che di esso si occupa, ossia la sociologia del lavoro, illustrandone l’evolversi nel tempo e i principali paradigmi teorici. In particolare, un capitolo del libro approfondisce la questione relativa al futuro del lavoro nella società moderna e a quelle che sembrano essere le trasformazioni radicali in atto.
Ed è proprio in questo quadro di rapido mutamento che alcuni anni fa si è inserita la cosiddetta “sfida giapponese”, che a tutt’oggi sembra rappresentare il modello vincente nel panorama economico mondiale. Si rende dunque necessaria un’analisi di tale modello che ha dato vita a un intenso dibattito, nell’ambito del quale, l’autore evidenzia due orientamenti di analisi: quello definito “culturalista” e quello definito “razionalista”.
Il primo orientamento pone l’attenzione alle radici culturali, religiose e sociali del “modello giapponese” per tentare di spiegare come lo stesso sia di difficile esportazione nel contesto europeo, mentre il secondo approccio ritiene che l’Europa possa e debba accettare la sfida di un possibile trasferimento delle tecniche e modalità di produzione giapponesi nel proprio modello produttivo.
Tuttavia, mentre il dibattito è ancora in corso e mentre vengono attuati i primi tentativi di messa in pratica del modello giapponese a livello europeo, nel Giappone stesso, si manifestano dei segnali che portano alla rivalutazione del modello per ragioni di stampo soprattutto economico, in quanto sembra che questo funzioni solo in tempi di sviluppo accelerato; ma anche per ragioni socioculturali inerenti la nuova cultura giovanile.
L’autore si sofferma poi su quelli che sono i capisaldi del modello giapponese, ossia il just in time e la produzione snella che si combinano con la cosiddetta comunità di interessi, cioè relazioni industriali e sindacati di livello aziendale e “lavoro a vita” garantito dal sistema occupazionale (anche se solo per una parte della popolazione). Infine, viene affrontato il tema della qualità totale che, secondo l’autore, non è applicabile in relazione al solo modello giapponese considerata la problematicità della questione.
Nell’analisi del modello giapponese vengono riportati due articoli: uno a cura dell’italiano Antonio Guizzetti, che si rifà all’ottica precedentemente definita “culturalista”, e uno a cura di Benjamin Coriat, che si è occupato a lungo della “questione giapponese”, di stampo “razionalista”. L’obiettivo è dunque fornire una visione completa delle possibilità del “modello giapponese” anche in relazione alla sua trasferibilità in altri contesti culturali ed economici, ma anche di evidenziare le caratteristiche uniche che hanno portato alla nascita di detto modello, nonché le difficoltà che si prospettano all’orizzonte.
L'analisi del contesto giapponese
A. Guizzetti, seguendo un’analisi di tipo “culturalista”, definisce il Giappone una società in cui si intrecciano tradizione e cultura. Intreccio che si riflette in ogni aspetto della vita sociale e dunque anche nel settore economico, dando vita a un sistema che da un lato impone un ordine autocratico e burocratico che ricompone in sé ogni elemento conflittuale della società, dall’altro adotta un’etica del collettivo che antepone l’interesse nazionale a quello individuale, dall’altro ancora sancisce valori normativi che armonizzano autorità e potere.
Per questi motivi strettamente legati al particolare contesto giapponese sembra che il modello sia di difficile esportazione. Infatti, il Giappone odierno, nonostante sia fortemente legato alle sue tradizioni, sembra tendere alla modernità. Questo duplice aspetto della realtà giapponese, come precedentemente detto, si riflette soprattutto nell’ambito dei rapporti di produzione tanto che è possibile parlare sia di capitalismo istituzionale, in quanto si avvale di severe regole di controllo e autodisciplina a livello di sistema, sia di capitalismo post-industriale, poiché applica modalità originali ed effettivamente innovative.
Inoltre, sembra che il sistema possa raggiungere i suoi rinomati livelli di efficienza solo in relazione alla regola etica che privilegia gli interessi nazionali su quelli collettivi, la quale si associa ad un elevato livello tecnologico dell’economia. Tale combinazione non è riscontrabile nella cultura occidentale, basata su un modello di capitalismo che privilegia l’interesse individuale e dove l’innovazione tecnologica è molto più arretrata. Se tale combinazione, tipica del contesto giapponese, non viene considerata, si rischia di incorrere in numerosi pregiudizi, quali ad esempio considerare il sistema frutto del “complesso imperiale”, o attribuire alla capacità competitiva del sistema un intollerabile costo sociale o ancora individuare nella forza coesiva del sistema la negazione di regole e di valori propri di una società civilmente progredita.
In realtà, il Giappone, dovendo compensare squilibri interni molto forti e una cronica mancanza di risorse, ha adottato appropriate regole per fronteggiare una sfida complessa e difficile. Un luogo comune dipinge il Giappone come un paese economicamente progredito ma socialmente arretrato, in relazione al suo sistema economico che, da una parte accelera i processi di accumulazione capitalistica, dall’altra frena i processi di distribuzione della ricchezza.
Non si può certo negare il fatto che la straordinaria crescita economica ha comportato dei notevoli costi sociali, in particolare per le classi più deboli. Lo Stato, infatti, ha tutelato fortemente il sistema produttivo ma ha lasciato scoperto il sistema di sicurezza sociale in virtù di scelte orientate al massimo utilizzo di risorse per le attività produttive.
Si tratta quindi di un contesto sociale fortemente caratterizzato e di difficile valutazione. Per capire la realtà dell’odierno Giappone sono quindi necessari molteplici e diversi punti di vista, ma occorre soprattutto non dimenticare che questo paese ha dovuto fronteggiare un drammatico mutamento nella sua storia, non paragonabile ad altre situazioni nazionali.
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