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Appunti di Diritto privato romano: i rapporti giuridici e le loro partizioni; facoltà e oneri; soggetti giuridici; capacità giuridica e capacità di agire; le persone; status libertatis; status civitatis; status familiae; gli oggetti; i fatti e gli atti giuridici; il negozio giuridico;

Esame di Storia del diritto romano privato docente Prof. C. Lanza

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LE PERSONE

Il soggetto dei rapporti giuridici, come sappiamo, è una persona umana, la cd. persona fisica.

Nel mondo moderno ogni persona fisica è un soggetto giuridico: si dice che essa ha la capacità giuridica

(sostanziale), ossia la capacità di essere titolare di diritti e di doveri.

Non ogni uomo, però, ha la capacità di agire, ovvero di compiere validamente atti giuridici, gestendo da sé i propri

diritti (es. stipulare i contratti, agire in giudizio, etc.). La capacità di agire oggi si conquista con la maggiore età e si

può perdere (o ridurre) per alcune vicende quali l’interdizione o l’inabilitazione.

Nell’antica Roma, era soggetto di diritto la persona fisica intesa nel senso di un uomo, e veniva indicata con il

termine caput, che significa testa, individuo. Non esiste traccia di persone giuridiche intese in senso moderno: vi

erano solo associazioni ed enti cui non veniva mai riferito il termine persona.

Di conseguenza, solo gli uomini avevano capacità giuridica ed erano ritenuti soggetti di diritto.

Per essere soggetto di diritto occorrevano determinati requisiti: che la nascita fosse di soggetto vivo (non vitale).

Come è noto, i Proculeiani richiedevano per la prova della vita il primo vagito, mentre per i Sabiniani era sufficiente

qualsiasi segno di vita. Altro requisito era che il parto fosse perfectus, cioè maturo, di almeno sette mesi.

Premesso questo, nella terminologia romana, era importante il termine status, che indicava la posizione

dell’individuo nei confronti dell’ordinamento: uomo libero, cittadino, membro della famiglia.

- Ogni persona poteva essere rappresentata come appartenente ad uno dei tre seguenti status che poi andremo ad

analizzare:

1. Status libertatis (consistente nella divisione tra liberi e schiavi);

2. Status civitatis (divisione tra cittadini romani e stranieri);

3 Status familiae (divisione che riguardava la posizione occupata nel nucleo familiare).

Status libertatis

In relazione allo status libertatis, come sappiamo, la schiavitù è un fenomeno conosciuto e praticato in tutto il

mondo antico, tanto che il sistema produttivo tipico dell’antichità è stato definito a ragione “modo di produzione

schiavistico”.

Col passaggio da un’economia di semplice raccolta, all’allevamento del bestiame e alla pratica dell’agricoltura su

superfici più vaste, cominciano ad affiorare i primi germi dell’accumulazione che porterà alla divisione della società

in classi.

Secondo un’opinione che ha largo seguito la schiavitù a Roma si sarebbe diffusa solo all’età delle guerre di conquista,

ma è molto probabile che la Roma etrusca abbia riconosciuto sia pure in maniera indiretta l’istituto.

Fonte primaria della schiavitù nel corso di tutta la sua storia era la prigionia di guerra. Nelle epoche successive fonte

di schiavitù diviene anche il commercio internazionale degli schiavi; in questo contesto va ricordato l’isola di Delo,

dove venivano venduti fino a diecimila uomini al giorno. Alimento per la schiavitù fu anche la pirateria, fenomeno

anch’esso noto a tutto il mondo antico, combattuto non sempre con vero impegno poiché si trattava di un’attività

connaturata e funzionale al sistema di produzione schiavistico.

Il cittadino romano che cade prigioniero perde la capacità giuridica e diviene schiavo del nemico, ma la può

riacquistare al ritorno in patria.

Premesso questo, gli atti per revocare lo stato di schiavitù erano 2: manomissio civili e manomissio pretorie

La manomissio civili prevdeva sia l’acquisto della libertà che l’acquisto della cittadinanza romana e si poteva

verificare in 3 modi:

A. Manomissio Vindicta: il proprietario che decide di liberare lo schiavo si reca con lui ed un terzo soggetto davanti

al pretore (adsentor in libertatem) : il soggetto terzo pronuncia la formula di libertà dello schiavo, il dominus non

replica ed il pretore annuncia la libertà. Di solito lo si faceva come premio per gli schiavi fedeli ma ciò non implicava

per forza che essi se ne andassero dalla casa del padrone.

B. Manomissio testamentaria: il dominus predispone nel proprio testamento che lo schiavo diventi libero al

momento della sua morte. Inizialmente bisognava utilizzare una formula particolare affinché fosse valido.

C. Manomissio censitoria: consiste in un atto unilaterale del dominus che durante un censimento iscrive lo schiavo

come cittadino libero e gli da la possibilità di entrare a far parte di esercito e comizi. 4

A partire dalla fine dell’epoca repubblicana si affermarono le manomissio pretorie, esse sono manomissio che hanno

meno requisiti formali rigidi, hanno formule meno solenni, ed i pretori quando ne sentono il bisogno le inseriscono

nei propri editti, una volta liberato lo schiavo il dominus non può più tornare indietro. A differenza di quelle civile

quelle pretorie comportano l’acquisto solo della libertà e non della cittadinanza e sono caratterizzate tutte o da una

prova tangibile o dalla presenza di testimoni. Esse sono:

 Manomissio per epistola: lettera per esprimere la volontà del padrone.

 Manomissio per mensam: durante un banchetto e alla presenza di testimoni il dominus esprime la sua

volontà di liberare lo schiavo.

 Manomissio in ecclesio: manifestazione della volontà del dominus in chiesa davanti ai fedeli.

Le manomissio pretorie a differenza di quelle civile non comportano l’acquisto sia della libertà che della

cittadinanza ma comportano l’acquisto della libertà e della latinitas cioè una sfera di poteri che però non coincide

con quella determinata dalla cittadinanza romana.

Sin dall’antichità la condizione di apolide, libertà ma non cittadinanza, non veniva presa in considerazione dunque in

conseguenza di ciò nell’epoca del principato e precisamente nel 19 a.C. fu varata la “lex iuna norbana” con la quale

si concedeva a tutti coloro i quali avevano subito una manomissio pretoria la “latinitas”, ovvero la condizione

giuridica che anticamente contraddistingueva i rapporti giuridici tra gli abitanti di Roma e gli abitanti del Lazio. LQ

distinzione tra manomissioni civili e manomissioni pretorie dura fino alla metà del sesto secolo d. C. e, solamente

l’imperatore Giustiniano che abroga formalmente questa distinzione, di solito i romani non amano abrogare i propri

istituti giuridici ma preferiscono farli decadere, il quale inoltre promulga il “corpus iuris civili” composto di codice

digesto istituzioni e novelle col tentativo dir riordinare il sistema giuridico talvolta emana delle costituzioni imperiali

in cui abroga formalmente istituti già caduti in desuetudine.

In quest’epoca, il primo problema a cui si vuole porre rimedio è quello di evitare che cresca in maniera smisurata le

manomissioni a favore della popolazione schiavista. La prima preoccupazione era quella che a furia di manomettere

schiavi nascesse una popolazione di origine servile che però aveva guadagnato la libertà. A questo proposito si cita la

“lex fufia canina” promulgata da Augusto nel 2 a.c. per limitare le manomissioni testamentarie e fissa un limite

massimo alla possibilità di compiere manomissioni testamentarie in proporzione al numero di schiavi posseduto dal

testatore sancendo contemporaneamente la nullità delle manomissioni eccedenti tale quota, il limite massimo

concesso era comunque 100 in generale. Questa norma muove da ragioni politiche e da ragioni psicologiche-culturali

poiché il testamento era un atto molto caratterizzante e, in quest’atto i romani benestanti erano soliti elargire la

manomissione degli schiavi per dimostrare quanto fossero filantropi e generosi.

Nel 4 d.c., invece, viene varata un’altra legge; la “lex aeia sentia” con la quale si vogliono vietare le manomissioni di

schiavi inferiori ai 30 anni di età, o da parte di un proprietario inferiore ai 20 anni di età. Se un proprietario avente

meno di 20, avesse voluto effettuare comunque una manomissione, avrebbe dovuto attivare una pratica presso il

governatore provinciale di Roma che, dopo un’attenta istruttoria avrebbe potuto annullare la validità della “lex aeia

sentia” e permettere quindi di effettuare la manomissione. Con la messa a punto degli istituti di diritto privato e più

precisamente con le azioni adiatitie gli schiavi potevano trovare a gestire immensi patrimoni di patrizi e quindi erano

possibile operazioni delle frodi con cui lo schiavo cercava di mettere da parte un sostanzioso patrimonio personale

da utilizzare quando avrebbe ottenuto la libertà ed è anche per questo che si cercano di limitare la manomissio.

Questa manomissioni producono uno status particolare infatti, lo schiavo viene chiamato col nome di “liberto” ed

assume così una particolare posizione nella categoria delle persone libere. Vi sono due tipologie di liberto; gli

“ingenui”che erano uomini liberi poiché erano nati liberi, costoro sono diversi dai “liberti o libertini” i quali nascono

schiavi e poi vengono manomessi.

Sotto il profilo del diritto pubblico i liberti trovano una serie di limitazioni nei rapporti con coloro che li hanno liberati

e, inoltre, non gli viene concesso il permesso di accedere alle cariche pubbliche, soltanto in epoca imperiale si

comincia ad assistere al fenomeno di progressivo ingresso dei liberti nelle varie categorie dell’amministrazione

burocratica ma anche in questa fase l’ammissione ai ceti più elevati resta tendenzialmente difficoltosa. 5

Sono però più complessi i rapporti tra schiavo e padrone dal momento che il liberto non può far causa al “patrono”

(colui che lo rende libero) almeno che non abbia una concessione straordinaria da parte del magistrato, da

concedersi in casi particolari dopo un’attenta istruttoria. Qualora il liberto dovesse morire senza eredi il pretore

concede la possibilità al patrono di ereditare la metà degli averi del suo liberto.

Il liberto ha però dei doveri nei confronti del patrono; si possono evidenziare due categorie di doveri:

1. Doveri di carattere personale: il liberto deve l’ossequium infatti è tenuto ad accompagnare il patrono nel

foro e lo deve scortare nelle attività pubbliche che intraprende.

2. Doveri che hanno un contenuto economico: il liberto deve al patrono le cosiddette opere: favori di natura

operativa al patrono. Questi favori hanno un elevato contenuto economico patrimoniale. Visto che questi

favori sono di elevato contenuto patrimoniale la prestazione dei favori è preceduta dalla “promissio iurata

liberto” cioè una forma di promessa giurata obbligatoria.

LO STATUS CIVITATIS

Lo status civitatis è lo stato insieme allo status libertatis e allo status familiare che determina la capacità giuridica di

un soggetto. Nel mondo antico il rapporto di cittadinanza è così forte che l’individuo se lo porta sempre dietro con

conseguenze molto forti rispetto a quelle che ha adesso.

Ci sono due aspetti all’interno dello status civitatis che Roma concede progressivamente agli abitanti del Lazio con i

quali entra in rapporto. Questi due aspetti che aprono Roma verso l’esterno sono il “connubium” e il “commercium”

e sono degli istituti di ius gelsium che permettono allo straniero di compiere atti giuridicamente rilevanti all’interno

dello stato romano.

Il “connubium” si rifà all’istituto del matrimonio, (infatti, in un primo momento, si potevano sposare solo due

persone in possesso della stessa cittadinanza) ora, grazie al connubium, potevano sposarsi due persone che non

hanno la civitas romana. Questo aspetto è molto importante perché dal matrimonio tra un cittadino romano ed un

cittadina straniera munita di connubium (senza però che lei acquistasse la cittadinanza romana) in cui nascevano figli

essi erano liberi e veniva data loro la cittadinanza romana e potevano concorrere alle cariche di magistratura.

Il “commercium” è la possibilità concessa allo straniero di compiere a Roma i più alti negozi giuridici a contenuto

economico patrimoniale.

La cittadinanza romana dipende dalla cittadinanza dei propri genitori; in caso di padre con cittadinanza romana e

quindi frutto di matrimonio legittimo essa si acquista al momento del concepimento mentre in caso di madre

romana e quindi frutto di matrimonio illegittimo essa si acquista al momento del completo distacco del feto dalla

madre. A differenza di oggi nel diritto romano non veniva riconosciuto alcun diritto al feto prima della nascita. Per

quanto concerne invece la perdita della cittadinanza essa avveniva in tutti i modi previsti per la perdita della libertà.

I latini (abitanti del Lazio) godono di una particolare situazione giuridica la latinitas a causa sia della vicinanza

geografica ma soprattutto a causa di una lega che Roma nel 493 a.c. crea con altre città latine definita “lega latina”

ove i rapporti sono regolati da uno strumento fittizio chiamato “fedus cassianum”. I cittadini di tutte le città che

facevano aprte della lega in virtù della latinitas oltre a godere dei diritti sopra citati del connubium e del

commercium avevo altri diritti:

 Lo ius migrandi che era la possibilità di recarsi e domiciliarsi a Roma a votare per le elezioni comiziali.

 Lo ius civitatis per magistratum: istituto in base al quale si conviene ad un cittadino membro della lega

latina di acquistare la cittadinanza in un’altra città per aver esercitato in essa una carica di importanza

maggiore.

E’ da ricordarsi che in linea di massima come anche descritto nell’orazione probalbo di Cicerone il diritto privato

romano non accetta la doppia cittadinanza.

A partire dal quarto secolo a.c. si espande e acquista importanza sotto il profilo economico commerciale dello

straniero e si presenta il problema della tutela giurisdizionale dello straniero stesso e questo comporta come

sappiamo la nascita della figura del pretore peregrino e cioè il pretore che regolamentava i rapporti tra un cittadino

romano ed un cittadino straniero o fra cittadini stranieri ma oltre a questo vi è uno sviluppo del sistema civilistico e

cioè si assiste progressivamente ad un fenomeno che è determinato da una un’accezione dello ius gelsium (che non

è quella primaria secondo la quale la naturalis ratio introduce un diritto in tutti i popoli es. matrimonio) ma un’altra 6

nozione che ci serve per comprendere in quale misura viene completata la tutela dello straniero; una delle forme

tipiche di assunzione del vincolo giuridico obbligatorio è quella chiamata la stipulatio e cioè una fonte di obbligazione

che produce la nascita di un rapporto giuridico obbligatorio quando la parti si scambiano una congruente domanda e

risposta (interrogatio e responsio). Nel manuale gaiano si dice chiaramente che questa forma è di ius civile se la

forma verbale è una forma particolare e si utilizza il verbo spondere e ciò comporta la creazione di effetti solo tra

cittadini romani ma, Gaio, dice che la stipulatio può essere creato non da cittadini romani col solo limite di non dover

utilizzare il verbo spondere. Con il progresso del tempo l’ordinamento giuridico romano trova una serie di

accorgimenti in modo da poter allargare il numero di negozi giuridici che posso essere posti in essere tra cittadini e

stranieri e dunque si verifica una progressiva astrazione nello ius civile in senso stretto di quegli istituti che nascono

nello ius gelsium. Attraverso la civilizzazione dello ius gelsium si viene ad assicurare allo straniero una protezione

molto ampia che tra l’altro trova delle dimensioni molteplici perché man mano che si estende in Italia Roma crea

attraverso i trattati degli statuti giuridici differenziati che porta ad una giuridizzazione del rapporto tra Roma, colonie

e municipi.

Nel 212 d.c. quando attraverso un provvedimento dell’imperatore Caracalla estende e concede la cittadinanza

romana a tutti gli abitanti dell’impero che ne fossero sprovvisti ed essa ha il nome di constitutio antoniniana è una

costituzione imperiale e cioè una di quelle forme che in epoca imperiale rappresentano la fonte normativa imperiale

in quanto emanata dall’imperatore. Di questo provvedimento molto importante non abbiamo molte fonti che ce lo

confermino apparte in un passo del digesto di ulpiano, un cenno in una novella cioè in una costituzione di

Giustiniano, e in un testo in greco (papiro di gessem) che rappresente una bozza per qualcuno o per qualcuno una

vera e propria copia in latino della consitutio antoniniana.

Questo è un provvedimento che ha fatto discutere perché se è vero che Roma tende a concedere in maniera accorta

ma abbastanza generosa la propria Cittadinanza un provvedimento come questo si pensa che sia stato determinato

per fini fiscali perché rendendoli cittadini si rendeva loro soggetti alle tasse come i cittadini romani. Il vero problema

sono due altri aspetti:

 PROBLEMA SOGGETTIVO: questo riguarda il problema della estensione cioè a quali e a quante categorie di

soggetti si estende la cittadinanza, e da ciò si deduce dopo un’attenta interpretazione del papiro che le

categorie escluse (relativamente poche) erano coloro che avevano perso la cittadinanza per sanzione penale,

i latini iuniani (coloro i quali erano stati manomessi)

 PROBLEMA OGGETTIVO: molto più complesso era quello di stabilire quale fosse il diritto privato da utilizzare

a conseguenza del riconoscimento della cittadinanza romana a tutti coloro che vivevano nell’impero, ci si

domanda se queste persone siano obbligati ad utilizzare il diritto privato romano. Noi sappiamo dalla lettura

dei documenti redatti per iscritto che dopo il 212 d.c. le parti che stipulano un contratto si qualificano di

volta in volta per adottare accanto alla loro onomastica anche l’onomastica romana ed in particolare nelle

zone che erano sottoposte all’influenza greca affiancavano alla loro onomastica il nome dell’imperatore. Il

mondo grecizzato dell’impero romano tende a mantenere i propri istituti di diritto privato con una

tendenziale continuità come se la costituzione antoniniana non fosse sopravvissuta. Roma in linea di

massima adotta un atteggiamento prudente, man mano che si espande Roma non impone i proprio istituti

cerca si salvaguardare le istituzioni locali che trova quando queste sono efficienti e raramente le modifica a

vantaggio dei propri istituti giuridici. Da qui negozi giuridici in lingua greca vi troviamo la doppia onomastica

che ci fa capire come questi popoli si sentissero ormai romanizzati e addirittura si nota la tendenza di

affiancare al proprio nome originario greco il nome dell’imperatore. Da qui si è cercato di capire come due

principi opposti potessero coesistere e cioè il fatto che la concessione della cittadinanza romana avrebbe

dovuto portare all’utilizzo totalitario del diritto romano e dall’altra il fatto che lo stesso facesse fatica ad

essere utilizzato con continuità dalle popolazioni grecizzate limitandosi ad adottare solo l’onomastica

romana; qualcuno ha provato a sostenere che la cittadinanza romana non cancellasse la cittadinanza locale

di cui godevano le popolazioni ma questa teoria ha trovato scarso seguito proprio perché nelle fonti si fa

chiaramente intendere come la doppia cittadinanza fosse un fenomeno inconcepibile dal diritto romano, si è

poi pensato che la persistenza delle vecchie prassi tipiche dei popoli grecizzati anche dopo il 212 d.c fosse

spiegato perché i diritti locali sopravvivessero come consuetudini o usi locali in un sistema di fonti del diritto

7

di provenienza imperiale; bisognava capire quando le norme locali possono derogare le norme del diritto

romano e ciò è un problema molto complicato perché risente dell’impostazione data dai singoli imperatori.

Studiando le costituzioni imperiali agiscono con differenze personali nel tentativo di reperire un principio che

permettesse ai diritti locali di continuare ad essere esercitati e questa linea è mobile e tende a cambiare a

seconda degli istituti. Gli imperatore hanno comunque riposto una particolare attenzione sul fatto che il

diritto romano fosse superiore ma non sicuramente in tutti settori.

Ad esempio vi è particolare severità sul fatto che ci sia vigenza del diritto romano sul diritto di famiglia. Ad esempio

l’adozione nel diritto romano può essere effettuato solo da persone di sesso maschile perché essa comporta una

serie di effetti che si possono ottenere solo se si ha un particolare statuto che possiedono le persone di sesso

maschile. Questa è una regola inderogabile nel diritto romano classico ma del diritto greco ed ellenistico l’adozione è

permessa alle donne.

Tutto questo per dire che la persistenza dei diritti locali a partire dal 212 d.c. è affidata all’idea che il diritto romano

sia l’unico e che i diritto locali possano essere utilizzati e considerati solo come consuetudini in caso di lacuna del

diritto romano. Il punto di contatto viene lasciato alla sensibilità degli imperatori.

LO STATUS FAMILIAE:

La condizione determinata dallo status familiare può influenzare la capacità giuridica. Bisogna infatti distinguere

subito i soggetto in suis iuris e alieno iuris.

La locuzione latina alieni iuris veniva utilizzata per indicare le persone che erano soggette al potere di qualcuno.

Contrapposto al concetto di alieni iuris vi era quello di sui iuris, che stava ad indicare, invece, coloro che non erano

soggetti al potere di altri individui. Più in particolare si poteva divenire alieni iuris:

 O perché sottoposti alla potestas (patria nel caso dei figli o dominica nel caso si trattasse di schiavi)

 O perché sottoposti alla manus (è il caso delle mogli)

 Ovvero perché sottoposti al mancipium (qualora il pater familias avesse ceduto una persona a lui sottoposta

con l'atto della mancipatio).

Le conseguenze giuriche per gli alieni uris erano particolarmente svantaggiose. Ad essi infatti non spettava

alcun diritto nel campo del ius privatum. 8

5. Gli oggetti. Loro partizioni

Oltre i soggetti (attivo e passivo), l’altro elemento che caratterizza il rapporto giuridico è l’oggetto, ossia il bene in

relazione al quale si determina la situazione del soggetto (proprietario, creditore, debitore, ecc.).

Oggetti di diritto ( a parte i cd. diritti della personalità e le potestà familiari) sono oggi in genere i beni, le res, ossia

entità economiche. Ma nel diritto romano, oltre alle res, costituivano oggetto di diritto anche gli schiavi, i liberi in

potestate (figli soggetti alla patria potestas) e le mulieres in manu (le donne soggette alla potestà detta manus).

Vediamo alcune classificazioni:

- res corporales : termini utilizzati dai giuristi romani per indicare le entità materiali, intendendo proprio le res quae

tangi possunt [le cose che si possono toccare]. Solo le cose corporales erano suscettibili di possesso.

- res incorporales: si contrappongono alle res corporales, in quanto sono res quae tangi non possunt [che non si

possono toccare]. I giureconsulti utilizzarono questa espressione per indicare: eredità, usufrutto…

- cose in commercio: erano oggetto di proprietà privata, di rapporti giuridici patrimoniali.

- cose fuori commercio: non erano oggetto di proprietà privata. Erano fuori dal commercio:

- le res divini iuris [le cose di diritto divino]: in particolare erano:

1. Res sacrae: altari, templi, santuari

2. Res religiosae: luoghi utilizzati per la sepoltura

3. Res sanctae: le porte e le mura della città.

6. I fatti e gli atti giuridici

Il fatto giuridico è ogni accadimento dal cui verificarsi dipende una conseguenza o effetto giuridico. Esempio dalla

morte di un soggetto dipende l’apertura della successione ereditaria.

I fatti giuridici possono essere involontari (la pioggia, la morte naturale, ecc.) o volontari, cioè voluti da taluno

almeno dei soggetti di un rapporto (o interessato al rapporto). I fatti volontari si dicono atti giuridici; essi possono

essere leciti (consentiti dal diritto, che ne regola gli effetti) e illeciti (repressi dall’ordinamento con una sanzione:

esempio il furto, l’omicidio, il danneggiamento, ecc.). 9


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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nicoladigrazia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto romano privato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Seconda Università di Napoli SUN - Unina2 o del prof Lanza Carlo.

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