PSICHIATRIA, Marchesi
La diagnosi si basa esclusivamente su sintomi / segni di malattia, non
esistono esami specifici. Diventa fondamentale riconoscere le manifestazioni
della patologia. Problematico anche riconoscere la causa dei disturbi,
eliminati le nomenclature con rimando all’eziologia, es. il termine nevrosi
rimanda a conflitti fra strutture mentali, quindi viene eliminato perché non
dimostrabile.
Es. caso clinico 1, coppia coniugi, il marito non voleva recarsi alla seduta
ma la moglie lo convince perché è convinto che lei lo tradisca
(presumibilmente con un amico stretto).
Come si fa a stabilire se in gioco c’è un disturbo?
Evento di vita stressante oppure patologia alla base?
Comprendere [in psichiatria = immedesimazione nello stato d’animo/nel
vissuto del pz] la causa di tali pensieri/dubbi. L’esperienza dà la chiave di
lettura del comportamento : lo stesso comportamento può essere innescato
da motivazioni molto diverse, necessario indagare il vissuto del singolo.
Necessario che il colloquio si svolga in una dimensione di tranquillità, il pz
deve sentire l’obiettivo è l’aiuto.
“Come mai lei ha iniziato a dubitare di sua moglie?”
Il pz inizia a raccontare un episodio in cui l’amico e la moglie sono da soli in
una stanza ma non si parlano e si voltano reciprocamente le spalle, inoltre,
nel momento in cui la moglie si accorge della presenza del marito rimane
sorpresa. Da quel momento, ogni avvenimento, diventa sinonimo di
tradimento e non sono necessarie prove ma “è così”.
Es. caso clinico 2, pz ricoverato, la moglie ha paura del marito perché
riferisce che in alcuni momenti diventa minaccioso: l’uomo di farlo perché
sospetta che la moglie, oltre ad avere una relazione con il fratello, voglia
rubare l’eredità della madre. Non esiste nessuna evidenza ma per il paziente
è lampante da come la donna parla, gesticola e lo osserva. Non può
accettare la terapia perché in quel caso crollerebbe la sua costruzione
mentale, sarebbe l’ammissione del disturbo.
“Sono la vittima e mi fate ricoverare? Non è che lei è d’accordo con loro?“.
[In alcuni casi accondiscendenza mascherata, finta guarigione (es. clinico pz
modello, torna a casa, uccide la moglie e tenta il suicidio)].
Con questi pz è impossibile discutere perché rimarrebbero comunque fermi
sulla loro posizione, proporre soluzioni per stare meglio.
Es. caso clinico 3, il pz ripete che “lo sanno tutti che mia moglie lo tradisce e
me lo fanno capire”. Richiesta di chiarimento, “che scena la vissuto?”; fatto
oggettivo: è in auto ad un certo punto il vigile fischia e le persone intorno si
girano in direzione del vigile (che è anche la sua); vissuto soggettivo: il vigile
ha fischiato per attirare l’attenzione sul pz.
->Tutto quello che succede non è casuale ma è intenzionale, il
significato si ricollega alla convizione di partenza. Fallimento dell’esame
di realtà, se ne sgancia completamente.
Ma se il tradimento fosse reale cambierebbe il giudizio sulla presenza del
disturbo? No, ciò che è determinante è il vissuto. La persona si costruisce
una nuova identità che non viene scalfita dall’esperienza che non la
conferma. Giudizio di realtà: funzione del pensiero che permette in modo
immediato di avere consapevolezza di quello che si sta vivendo in quel
momento. Nel pz il giudizio di realtà è alterato. L’obiettivo è riportarlo nella
realtà comune da cui si è allontanato. Delirio = “fuori dal solco, de lira”, il
solco è il senso comune, il giudizio di realtà, non c’è possibilità se non quella
farmacologica. Non sempre la terapia funziona (soprattutto nei casi in cui il
disturbo sia presente da tempo), nel caso degli antipsicotici sono necessarie
due settimane prima di avere qualche effetto. Il farmaco inoltre non è sempre
accettato dal pz, necessario prima instaurare un rapporto di fiducia.
In tutte le forme psicotiche gravi la psicoterapia non serve a migliorare
la sintomatologia.
In alcuni casi invece è come se vivessero due realtà, una è quella reale
mentre l’altra è quella nuova -> occupa solo alcuni aspetti mentre gli altri
rimangono nella normalità, non ingloba tutta la vita del pz, alcune aree sono
conservate.
Schizofrenia: sintomi positivi -> qualcosa che nell’esistenza del soggetto non
patologico non c’è mentre nel caso del pz invece esiste / negativi -> qualcosa
che normalmente esiste ma nel pz non esiste. Allucinazione: diverso dal
delirio, cose che non esistono per il pz sono reali. Attivazione di aree cerebrali
indipendentemente dall’esistenza dello stimolo (specialmente temporali-
udito). Il pz però è estremamente convinto dell’allucinazione, quella è la
realtà. Frequenti le voci imperative, il pz le segue. Pseudo-allucinazioni:
riferisce di non sentire lo stimolo come proveniente dall’esterno ma interno a
sé stesso (es. se sto la voce nella mia testa), la riconoscono come
“esperienza estranea”. L’esperienza delirante (creazione di una nuova realtà)
può nascere spesso da fenomeni allucinatori. Nei pz. con lesioni cerebrali
l’esperienza allucinatoria viene riconosciuta come anomala mentre nel pz
psichiatrico è tutto reale. Illusione: si rende conto che l’esperienza sensoriale
è impossibile, es. mi è sembrato di sentire/vedere….lo stimolo ricorda un altro
stimolo e, in base allo stato emotivo, li lega; la persona sa che comunque non
è reale (lo stimolo c’è ma si lega a qualcosa che invece non c’è).
La schizofrenia rimanda a un mondo diverso fatto da allucinazioni e deliri.
inizialmente definita come “demenza precoce”, in questa accezione demenza
= disturbo talmente grave per cui la persona che ne soffre ha un completo
sovvertimento della vita psichica e della struttura di personalità,
compromissione del funzionamento cerebrale. Il pz schizofrenico, già nei
primi anni di malattia, manifesta un’evidente alterazione comportamentale e
della sfera personale / occupazionale. Ogni azione abituale diventa
esageratamente difficile, es. prendersi cura di sè, uscire, andare a lavoro
ecc., è come se qualsiasi cosa diventasse insormontabile, incluso il contatto
con gli altri.
Inizialmente si pensava che gli schizofrenici non provassero piacere nel fare
le cose ma non sempre è così, preferenza per la solitudine, quasi impossibile
instaurare relazioni amorose e sociali.
Farmaci efficaci sulla componente allucinatoria e delirante: cambiano il
decorso della malattia? Es. caso clinico, TSO, convinzione che il dentista
avesse messo un microfono in un’otturazione in modo che quello che diceva
venisse ascoltato dagli amici per poi prenderlo in giro. Dopo il ricovero e la
terapia si placa il delirio, dimesso e sospensione della terapia, riprendono i
sintomi e quindi secondo ricovero, il pz viene convinto a continuare la terapia.
Assenza di sintomi, vita famigliare normale, non nuovi ricoveri.
Prima dei sintomi vita normale e soddisfacente, dopo l’esordio cambia stile di
vita, smette di lavorare e inizia ad occuparsi dei lavori domestici, non lo fa per
scelta ma perché c’è stata una destrutturazione nella personalità del pz (il
funzionamento è compromesso). La terapia non è efficace su questo tipo di
problema: assenza di sintomi positivi ma la sintomatologia negativa permane.
Primo farmaco torazina, anni ’50. Drammatica riduzione dei pz occupati,
effetti scarsi sui sintomi negativi (funzionamento psichico), condizioni
lavorative impossibili da sostenere (es. turni, ritmi frenetici), cambia anche la
definizione di malattia (non basta una singola manifestazione per avere una
diagnosi, necessaria una certa durata e n. di sintomi, criteri più stringenti
quindi selezione di pz con gravità maggiore dei sintomi). Nonostante la
terapia non si riesce a migliorare in modo significativo il livello di
funzionamento dei pz.
Sintomi negativi: apatia = mancanza di interesse per la vita; abulia=
disinteresse per le attività quotidiane, la cura di sé; anedonia= la capacità di
provare piacere appare ridotta, come anche la capacità di esprimere le
emozioni, reazioni emotive poco coerenti con lo stimolo; incapacità di
mantenere/costruire relazioni sociali: tendenza alla solitudine, ritmi circadiani
alterati, uscite notturne per evitare il contatto con le altre persone.
Il pz sa di “non essere come gli altri”, consapevolezza dell’esistenza di un
disturbo, frattura sè-altri e, in certi casi, è anche motivo di disagio.
Revisione del concetto di demenza precoce, schizofrenia = cervello diviso;
problema dell’accettazione della diagnosi.
Valutazione delle funzioni cognitive: presenza di deficit già alla diagnosi.
Malattia associata ad una funzionalità strutturale e non solo funzionale del
cervello, riduzione della sostanza grigia. Studio giapponese: psichiatri
osservano video di bambini senza sapere se da adulti hanno avuto o meno
una diagnosi di schizofrenia; con buona approssimazione la valutazione degli
specialisti è corretta -> difficoltà nelle relazioni, tendenza a rimanere in
disparte, scarsa ricerca di contatto; indica già la presenza di difficoltà
cerebrali che possono sfociare nella patologia.
Esordio all’incirca 20/22 anni: ragioni biologiche -> ad essere
particolarmente compromesse sono zone cerebrale che raggiungono la
maturazione nella tarda adolescenza (prouning), come il sistema
dopaminergico e le regioni frontali; condizioni ambientali -> all’inizio dell’età
adulta aumentano le responsabilità e sono necessarie maggiori risorse, se
l’individuo non ne è provvisto si iniziano a vedere le difficoltà.
Riduzione della vita sociale può essere causata da deliri (sintomi positivi -
secondari es. ideazioni persecutorie) oppure dalla mancanza di interesse /
assenza della necessità di fare le cose (sintomi negativi, - primari). I sintomi
secondari sono difficilmente modificabili dalla terapia. Trattamenti che
addirittura possono accentuare i sintomi negativi, il livello di energia del
soggetto è molto basso (“zombie syndrome”).
Disorganizzazione: ulteriore aspetto osservabile nei pz schizofrenici, es.
comportamentale e linguistica. Test sulle funzioni cognitive deficitari rispetto
ai soggetti di controllo -> segno delle alterazioni funzionali e strutturali
cerebrali. Deficit funzionali riscontrabili in forma minore anche nei parenti
prossimi non patologici -> condivisione all’interno della stessa famiglia.
Disfunzioni sociali: pochi pz. occupati, anche in lavori di poche ore /
socialmente utili.
-> La scomparsa dei sintomi positivi non indica la guardigione, sono un
aspetto secondario della patologia.
Probabilità maggiore di 8 volte di morte non naturale, incidenti e suicidio in
primis. Consapevolezza di non essere come gli altri, incapacità di adattarsi
alla vita. Rischio di autolesionismo alto. Rischio di morte mediamente più alto
anche per altre cause: es. a 30 anni pz con la dentiera -> alimentazioni e
condizioni igieniche alterate, vita non salutare, stato di salute peggiore
rispetto ai non schizofrenici, scarsa compliance alle terapie, disinteresse per
la salute.
Predisposizione genetica alla schizofrenia. Studio su famigliari di primo
grado di pz schizofrenici: 11% di probabilità in più di ammalarsi se in famiglia
c’è uno schizofrenico. Ma quanto influisce l’ambiente su questo dato? Studio
di concordanza di malattia su gemelli -> se c’è base genetica è ammalato
uno deve essere ammalato anche l’altro, inoltre la percentuale di
concordanza deve essere maggiore nei monozigoti rispetto ai dizigoti) -> in
effetti è così, anche se non è al 100%. Studio sulle adozioni -> genitori
biologici schizofrenici / genitori non schizofrenici -> permette di valutare il
peso genetica / ambiente -> percentuale maggiore nei figli biologici di
schizofrenici.
Non sempre il rischio si trasforma in malattia. Anche problemi durante il
parto possono fare aumentare la probabilità.
Viene trasmesso un funzionamento “imperfetto” del cervello.
Negli anni ’70 approccio psicologico vs. Approccio biologico nella cura dei
disturbi psichici. Studio in cui veniva applicato l’approccio psicoanalitico,
sospensione dei farmaci, permanenza in struttura di 4 anni: sembrava
funzionare bene, non c’è più bisogno di ricovero né di terapia farmacologica e
normale ripresa della vita. Dopo 20 anni analisi longitudinale sui pz del primo
studio: risultati drammatici, ricominciano ad assumere farmaci, spesso
ricoverati, qualità di vita insoddisfacente.
-> Il trattamento psicoanalitico non serve come terapia per la
schizofrenia.
Fondamentale la terapia farmacologica, evita futuri ricoveri perché annulla
deliri/allucinazioni, osservazione di pz. trattati vs non trattati in 3 anni: il
rischio si riduce solo in presenza di trattamento. Se sospensione della terapia
riprendono i deliri e le allucinazioni nell’arco di un anno. Calcolo della
mortalità dei pz. trattati vs non trattati: nel secondo gruppo la probabilità
raddoppiava. Anche se la terapia ha effetti collaterali ne riduce l’aspettativa di
vita. Non c’è comunque guarigione dalla patologia. La malattia perde gli
aspetti più clamorosi (deliri, allucinazioni, aggressività) ma non è possibile
arrestare l’impatto sul funzionamento del soggetto.
Importanza dell’atteggiamento dei famigliari: possono essere collaboranti
e comprensivi oppure non collaboranti e non comprensivi. Si definiscono
famiglie a bassa emotività espressa (comprensivi) / famiglia ad alta emotività
espressa (non comprensivi). Ricadute: 13% in famiglie a bassa emotività vs
55% in quelle ad alta emotività. Un ambiente famigliare positivo può
migliorare il decorso della malattia.
Psicoeducazione ad orientamento comportamentale, 12 incontri di un’ora
con i famigliari, spiegazione della malattia e della sintomatologia e interventi
possibili: molto efficace, prendere consapevolezza della malattia e
accettazione. Gognitive remediation ha l’obiettivo di migliorare le abilità
cognitive del soggetto.
Clozapina si usa nei pz che non rispondono ad altri farmaci. Compliance
fondamentale, strategie per migliorare l’aderenza al trattamento.
Serenase in formulazione pronta: l’incremento ematico rapido provoca
sedazione. L'obiettivo non è sedare ma far mantenere la terapia,
Doldecanoeas: farmaco legato a una soluzione oleosa, il farmaco si libera
molto lentamente dalla struttura a cui è legato, l’effetto è lo stesso ma dura di
più (da 1-3 mesi), effetto molto stabile e a lungo termine.
Quindi la riduzione dei contati sociali per delirio persecutorio deriva dai
sintomi deliranti; la mancanza di interesse/necessità è diverso.
(Deliri sono secondari, la mancanza di interesse è primaria)
Sono migliorabili solo i sintomi secondari, i primi sono insiti nella malattia.
Umore= “tonalità” che accompagna il nostro stato d’animo, si può essere più
felici in alcuni momenti e più tristi in altri (colori vivaci vs. colori cupi).
Variazioni solitamente minime, impatto sulla vita discreto, c’è una certa
ampiezza della soglia di fluttuazione.
Esagerata tendenza al basso: depressione, non cambia solo l’umore ma la
vita in generale. “Non sono più quella/o di prima”, spesso i pz non hanno
consapevolezza di essere depressi, è preoccupato per altri aspetti. Si sente
semplicemente più triste del solito ma è più preoccupato per la stanchezza
estrema, dimagrimento repentino, mancanza di appetito -> preoccupazione
per gravi problemi di salute. Spesso infatti il pz arriva in cura per questi
sintomi secondari che lo spingono a rivolgersi al medico. Perdita dell’energia
vitale che subentra in ogni aspetto, anche fisiologico.
Può essere un momento transitorio, si può guarire dopo l’episodio
depressivo.
Anni ’30, prima terapia efficace per la depressione: elettroshock, è come se si
azzerasse il funzionamento attuale e si ricominciasse.
Così come il cervello smette di funzionare normalmente e si entra in
depressione, ad un certo punto si rosetta e ritrova il funzionamento originale,
si può guarire senza fare nulla. Allora perché trattarla? Dipende dalla gravità
dei sintomi, es. ideazioni suicide e dalla durata. Il 50% dei pz ha una durata
del disturbo inferiore ai sei mesi, nell’altro 50% dura più di sei mesi.
Generalmente compaiono diverse altre fasi abbastanza simili nel corso della
vita che, per profondità, durata e sintomi, tendono a ripresentarsi allo stesso
modo. (mediana: 4 episodi, dipende anche dalle variabili ambientali), il
problema è che il pz non riesce a mantenere una stabilità nel tempo.
Depressione ricorrente (o maggiore): pz che nel corso della loro esistenza
presenteranno solo episodi depressivi, esordio a 30/40 anni, prevalentemente
donne (2:1).
Sono la maggioranza. Disturbo di tipo unipolare: quando oscilla va solo in
una direzione, ossia verso il basso.
Disturbo bipolare: tendono ad oscillare molto sia verso il basso (fase
depressiva) ma anche verso l’alto (fase maniacale o ipomaniacale);
l’ipomania -sintomatologia attenuata- è curabile a domicilio, quello in mania
spesso in regime di ricovero (TSO). Il soggetto passa in una fase in cui si
sente benissimo e pieno di energia, diventa quasi ingestib
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