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Al di là delle esemplificazioni di Abel, le parole con significato opposto messe in luce dallo

studioso costituiscono una nozione inquietante.

Benviste mette in luce l’infondatezza di molti termini annoverati da Abel fra le parole

enantiosemiche. Ad esempio la parola latina altus designava “estensione dal basso verso l’alto”,

indipendentemente dalla posizione dello spettatore, pertanto dal fondo del mare alla superficie e

dalla terra al cielo. L’italiano traduce con alto e profondo non perché il termine latino fosse

enantiosemico, ma per diversa strutturazione del suo lessico.

Come dice la sua etimologia per enantiosemia si intende il fenomeno per cui una parola esprime

significati fra loro polarmente opposti.

AUFHEBEN in tedesco designa sia preservare, conservare che cancellare e togliere.

BARO in ebraico indica sia trarre dal nulla, creare sia annullare.

AVANZARE in italiano significa sia andare avanti che rimanere.

FORTUNA in latino copriva i due significati polari di buona e cattiva sorte, di prosperità e

avversità.

La presenza di parole enantiosemiche nelle lingue moderne non è per nulla inferiore rispetto a

quella nelle lingue antiche, come è stato erroneamente affermato da Abel. Nel lessico italiano se ne

individuano circa 160.

La presenza in uno stesso termine di significati opposti può essere dovuta a diversi fattori.

A volte il significato opposto emerge per evoluzione diacronica del semantismo iniziale, come nel

caso dell’aggettivo feriale che accanto al significato originario di festivo, sviluppa successivamente

il significato opposto di lavorativo, perché nell’uso liturgico i giorni della settimana venivano

chiamati feriae e quindi feriali in quanto dedicati alla festa di un santo, a differenza della domenica,

dedicata al Dominus.

Il fenomeno dell’enantiosemia non va confuso con antonimia (buono-cattivo; freddo-caldo), in

cui i due significati polari vengono espressi da due parole diverse.

L’enantiosemia si dà invece in una parola singola, è una proprietà semantica che caratterizza parole

prese individualmente.

Le parole enantiosemiche, sono un fenomeno di polisemia. Ci si potrebbe chiedere però se invece di

parole polisemiche, in cui il significante manifesta significati diversi, non si tratti piuttosto di

omonimi, in cui due segni diversi collassato nello stesso significante, mantenendo tuttavia lo statuto

di segni diversi.

Consideriamo gli omonimi lama1, lama2 e lama3, con i significati rispettivi di parte affilata,

animale mammifero e monaco. In uno stesso significante, lama, confluiscono significati del tutto

irrelati fra loro.

Di altra natura è invece la pluralità dei significati di un significante polisemico, tra i quali è

riconoscibile una certa relazionalità. Ad esempio i significati del verbo Promettere in: “Mi ha

promesso aiuto” e Promettere in: “Quel giovane promette bene” non sono del tutto irrelati, sebbene

il “far presagire certi esiti” sia un senso diverso da quello di “giocare la propria fides nell’impegno a

realizzare qualcosa di positivo per l’altro”.

La preposizione con in: “Luigi legge con gli occhiali” e con in “Luigi legge con Silvia” sono

accomunate da un significato di presenzialità, anche se nel primo caso si ha presenza di strumento,

nel secondo di compagnia.

La possibilità di negare le due preposizioni mediante senza (“Luigi legge senza occhiali”, “Luigi

legge senza Silvia”) sembra confermare che si tratti in entrambi i casi di un con presenziale, al di là

della differenza di senso. Mentre possiamo dire che Luigi si serve degli occhiali per leggere, non

possiamo altrettanto dire che per leggere si serve di Silvia.

Tornando alle parole enantiosemiche, osserviamo che in relazione alla differenza fra la pluralità dei

significati in una parola polisemica e in una omonimica, possiamo affermare che la loro natura è

senza dubbio polisemica, in quanto veicolano significati fra loro relati da un rapporto di

opposizione. 6

A differenza poi delle altre parole polisemiche, il cui nesso che si instaura fra i significati non è

riconducibile a sistematicità, qui si tratta di un nesso di natura costante che coincide con la base del

paradigma semantico.

L’enantiosemia non è pertanto un fatto accidentale o causale. Essa si situa all’interno di precise

strategie di organizzazione del significato, secondo un punto di vista per cui il significato non è

linguisticamente del tutto autonomo, bensì si inserisce all’interno del modo con cui gli esseri

categorizzano la realtà che li circonda.

Le parole di significato opposto trovano spiegazione a partire dal fenomeno più generale della

indeterminatezza semantica che pervade le lingue storico-naturali.

L’idea da cui siamo partiti è quella di indeterminatezza semantica, ossia quella condizione che

consente agli utenti di una lingua storico-naturale di estendere i contenuti di un segno linguistico

fino a includere al suo interno sensi nuovi e/o diversi rispetto a quelli di partenza.

E’ una caratteristica questa che presentano tutte le parole di una lingua storico-naturale, le quali,

proprio in virtù del loro essere indeterminate e perciò plurideterminabili, presentano una costante

apertura della loro sfera semantica.

Nell’enantiosemia la plurideterminabilità giunge a uno dei suoi punti estremi.

Portata alle estreme conseguenze questa proprietà ammette che all’interno del significato lessicale

di un segno linguistico possano svilupparsi accezioni che sono avvertite non solo come diverse, ma

anche come contrastanti tra loro, questo è il caso dell’enantiosemia.

Lo sviluppo di accezioni di questo tipo all’interno di un vocabolo polisemico può essere considerato

come una sorta di limite estremo all’estensibilità dei confini di una parola, e contemporaneamente

ci segnala che non si può a priori stabilire un limite alla compatibilità, all’interno delle parole, di

valori semantici diversi e addirittura in contrasto fra loro.

L’enantiosemia è pertanto una regolarità polisemia che caratterizza parole più polisemiche e più

suscettibili di essere modulate di altre che arrivano a sviluppare accezioni e poli avvertiti come

opposti, polari, reciproci.

Il semantismo delle parole enantiosemiche non va però pensato come coesistenza all’interno di uno

stesso lessema di significati tra loro contrari che si escludono vicendevolmente.

Esso va inteso come polarizzazione di un medesimo contenuto concettuale.

L’enantiosemia emerge a questo punto come una nozione a maglie larghe, non quindi compresenza

dei due sensi contrari, ma scoprimento dei due sensi attraverso un senso globale.

prefisso greco alfa-.

Il fenomeno della enantiosemia può comparire anche a livello prefissale

Apollo ovvero un carrefour di ipotesi ermeneutiche: a proposito di alfa privativo e inclusivo

Andiamo alle pagine del Cratilo che vedono Platone alle prese con la questione della correttezza del

nome, ossia se esso sia posto per natura o per convenzione.

Dopo aver trattato l’ipotesi della correttezza del nome per natura egli presenta, per bocca di Socrate,

una serie di etimologie suggestive di nome degli dei, fra cui quello di Apollo.

Duplice è l’etimologia che viene qui ricostruita per Apollo.

In quanto nome simbolico con cui i Pitagorici indicavano l’Uno inteso come superamento del

molteplice, privazione del molteplice, APOLLO, da ALFA privativo e POLLA (molto) può essere

interpretato come “privazione del molteplice”.

Nel contempo esso, meglio di ogni altro nome, riesce ad esprimere i quattro poteri del dio.

In quanto Dio della Medicina, APOLLO è colui che lava e purifica dai mali; in quanto Dio della

Divinazione è in nesso con ciò che è vero e semplice. Come Dio Guerriero è da intendersi come

colui che sempre lancia. Quale Dio della Musica che presiede all’armonia, egli è colui che fa

muovere tutto insieme.

Poiché il valore di OMO viene rappresentato anche dal prefisso ALFA- in molti lessemi della

lingua greca, colui che fa muovere insieme da OMOPOLOU diventa cosi APOLLOU.

Un valore analogo del prefisso alfa viene ravvisato da Platone nel nome del dio dei morti AIDES.

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Diversamente da più, che associano il nome del Dio dal suo stare nel mondo dell’invisibile (ADE),

Platone propende piuttosto per associarlo al suo conoscere tutto ciò che è bello, con cui il dio

intrattiene le anime nell’Ade.

Il prefisso ALFA, con questa sua possibilità di veicolare nel contempo significati opposti (CON e

SENZA), presenta evidentemente un fenomeno di enantiosemia.

Con valore privativo il prefisso è molto produttivo e compare in prefissati sia nominali che

aggettivali.

Come alfa inclusivo o copulativo ossia col valore di “unione, insieme” (OMOU) presenta minor

produttività. Compare con questa accezione per lo più nell’ambito del lessico dell’intersoggettività.

Ritornando al discorso di Platone, esso pare suggerirci che se la realtà è complessa e finanche

indecifrabile, è giusto che il linguaggio ospiti, al di là della razionale articolazione,

indeterminatezza ed ambiguità semantiche, fino a giungere all’enantiosemia.

La NEGAZIONE Come STRUMENTO di SVILUPPO della

CATEGORIALITA’

Dopo aver accertato l’importanza delle opposizioni e quindi della negazione per il costituirsi della

categorialità, ci accostiamo ora ad un utilizzo particolare della negazione che ne evidenzia non solo

il potenziale espressivo, ma anche una funzione rilevante nell’incremento della categorialità.

Il tema potrebbe essere adeguatamente affrontato solo ricorrendo in qualche misura all’aiuto di una

molteplicità di discipline: aspetti rilevanti di esso sono per tradizione, di pertinenza di volta in volta

della logica, della filosofia, in particolare della teoria della conoscenza e della epistemologia, cosi

come della fonologia, dell’antropologia ecc…

Il nostro discorso in sede teorica potrà solo formulare qualche ipotesi, mentre tratteremo con

maggiore dettagli a livello descrittivo l’uso di formativi con valore negativo nella formazione

lessicale.

Può offrire un primo spunto nella considerazione del tema la distinzione entro la concettualità fra

osservabili e costrutti.

Gli osservabili sono gli strumenti concettuali con cui riscontriamo e protocolliamo i fenomeni che

l’esperienza ci attesta. Servono dunque a fissare i dati. La loro origine è plausibilmente l’esperienza

stessa: se uno si chiede che cosa significa verde posso portare infiniti esempi di cose verdi che

popolano la mia esperienza.

Il fatto è che la conoscenza incomincia a essere interessante quando oltrepassa il livello dei dati e

punta a capire i fatti che restano nascosti all’esperienza diretta.

Li possiamo conoscere costruendo concetti non esemplificabili nell’esperienza.

Emergerà quindi come la negazione sia uno dei procedimenti più potenti nell’incremento della

categorialità necessaria per la costruzione della conoscenza metaempirica.

In linguistica rientrano in questa dimensione concetti come fonema, costituente, segno zero,

sintagma, connettivo, tema, rema, rilevanza ecc…..

I procedimenti con cui questi concetti si costituiscono sono i più svariati. Tutti abbiamo imparato a

non confondere il fonema con il suono e sappiamo che il morfema può manifestarsi con un segno

zero.

E’ interessante osservare come la negazione operi accanto agli altri procedimenti identificabili come

metafore in senso lato nella formazione della categorialità metaempirica. Parole come pensare,

riflettere, comprendere, capire e altre parole del lessico relativo alla sfera intellettuale sono esito di

questi procedimenti. Talvolta gli stessi contenuti sono espressi mediante procedimenti diversi:

spirituale vs incorporeo o immateriale.

Il ricorso alla negazione è tanto più insistito quanto maggiore è la lontananza dall’esperienza dei

dati. Segnaliamo a titolo esemplificativo la categorialità metaempirica usata da Dionigi Areopagita

nel suo trattato Nomi Divini : Invisibile, Ineffabile, Senza Nome, Inafferrabile e Irraggiungibile

sono solo alcuni dei numerosi aggettivi attributivi con alfa privativo a cui l’autore ricorre nel dare i

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nomi a Dio. Significativo che il procedimento negativo sia stato addirittura teorizzato come

procedimento fondamentale nel linguaggio religioso.

Apporto della negazione alla formazione lessicale

Il peculiare uso che degli aggettivi con alfa privativo viene fatto, per esempio, nell’ambito della via

negationis segnala la forte produttività di questo prefisso nella lingua greca.

Qui lo troviamo in forme aggettivali soprattutto denominali ma anche deverbali e deaggettivali.

Dalla lingua greca l’alfa privativo è entrato nelle lingue europee neolatine, germaniche e slave

(italiano amorfo, francese aseptique, inglese anomalous), in numerose forme aggettivali con base di

origine latina (italiano aconfessionale, francese anormal, inglese asocial).

Dal punto di vista semantico il prefisso A- veicola il significato di “assenza di quanto designato

dalla base” per estraneità rispetto ad esso. Il suo semantismo differisce pertanto da quello del

prefisso aggettivale IN-, a ben vedere solo apparentemente sinonimico, data la connotazione

semantica di opposizione a ciò che è designato dalla base aggettivale.

Se per esempio amorale, apolitico indicano un prescindere dalla morale o dalla politica, immorale,

impolitico indicheranno piuttosto una non conformità per opposizione ai dettami della morale e

della politica.

Etimologicamente affine al prefisso A-, oltre a IN-, è il prefisso UN- delle lingue germaniche.

Come concordano voci autorevoli nel campo della formazione di parole, la maggior parte degli

aggettivi prefissati in UN-, IN- presenta “affective evaluatively negative coloration”.

Regolarità o indecibilità?

“Any word could be negative by adding the affix UN-”, recita uno dei principles of Newspeak,

1984 di Orwell, posto a fondamento di quelll’operazione di eliminazione dalla lingua naturale delle

parole superflue, fra cui gli aggettivi che, come bad, potrebbero essere tranquillamente soppiantati

dal rispettivo prefissato negativo (ungood)..

Tenendo conto della dimensione della scalarità non può non sorgere un interrogativo sulla

plausibilità della sinonimia piena delle forme prefissate in UN- con il contrario polare della loro

base (UNGOOD vs BAD)

NB: Quando il valore è scalare fra i contrari si viene a creare una zona intermedia caratterizzata

come “Zone of Indifference” mentre un prefissato come uneven rimandando a un paradigma

discreto, viene a coincidere con l’estremo dell’opposizione (odd), un aggettivo scalare con

paradigma continuo come unhappy non coincide con l’estremo dell’opposizione sad, ma rimanda

alla zona intermedia.

Vediamo quindi cosa accade al prefisso UN- nella concretezza delle lingue storico-naturali.

Prendiamo in esame alcune forme aggettiva in UN- come l’inglese unhappy, unclean e il tedesco

ungut. La ricca produttività del prefisso sia in inglese che in tedesco potrebbe far pensare alla

possibilità della formazione di prefissati analoghi con gli aggettivi negativi inglesi unsad, unfalse o

con il tedesco unbose, che non sono invece ammessi in queste due lingue.

Una restrizione che richiede che la base dei prefissati in UN- sia positiva o semanticamente neutra.

Tale restrizione coinvolge anche il prefisso IN-.

La ricerca delle ragioni ha portato a una molteplicità di ipotesi.

Un “natural linguistic instinct” indurrebbe il parlante ad evitare il “sophisticated detour of

negativing a negative to obtain a positive”.

Si è avanzata l’ipotesi di una correlazione fra restrizione semantica e produttività, in base alla quale

la limitazione che comporta l’applicazione del prefisso sarebbe inversamente proporzionale alla

produttività del prefisso stesso.

Non mancano però controesempi che invalidano l’ipotesi di tale correlazione. Da un lato essa

sembra trovare conferma nel caso del prefisso UN- quando questo interviene nella formazione di

aggettivi deverbali in –ABLE, -BAR e di natura participiale. Qui il prefisso è completamente libero

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di unirsi a basi deverbali, anche negative undefeated, unblamable dando origine a forme

aggettivali semanticamente positive.

Ma questa ipotesi non riesce a rendere ragione delle forme aggettivali della lingua inglese in

–ABLE prefissate con IN- (irreprochable, invulnerable) analoghe alle precedenti quanto a natura

negativa della base aggettivale e valore semantico positivo dell’aggettivo cosi ottenuto, dove però il

prefisso in questione non presenta particolare produttività nella lingua inglese.

Inhuman, unhuman, nonhuman?

Anche se accomunati da “negative Wertung”, i prefissi IN- e UN- presentano una certa differenza

semantica, che cercheremo di fare emergere contrastandoli con un ulteriore prefisso negativo, NON,

particolarmente produttivo in inglese, a differenza del tedesco. Il tedesco ricorre preferenzialmente

al NICHT- con funzione prefissale.

Consideriamo un primo gruppo di coppie aggettivale costruite sull’opposizione IN-/UN- vs

NON-/NICHT.

Immoral vs Non-Moral

Irrationnel vs Non Realistico

In queste coppie oppositive le forme in IN- e in UN- presentano connotazione valutativa negativa, a

differenza di quelle in NON-/NICHT- che sono semanticamente neutre.

Cosi nel celebre esempio di Jespersen: “A Moslem is a non-christian but only a Christian can be

unchristian in behaviour, non-christian è scevro di qualsiasi connotazione negativa, mentre

l’aggettivo prefissato è fortemente connotato negativamente dal punto di vista valutativo.

Le forme aggettivali in NON-/NICHT- esprimono un essere diverso da, una alterità.

Come rileva Horn, gli aggettivi prefissati con NON-/NICT- hanno inoltre natura non scalare.

Come tali non possono essere oggetto di intensificazioni graduali, diversamente dagli aggettivi in

UN- e IN-

He is very unBritish

He is very non-British

Per la loro neutralità dal punto di vista valutativo, gli aggettivi prefissati con NON-/NICHT- si

avvicinano semanticamente alle forme aggettivali negative con ALFA PRIVATIVO.

Passiamo ora ad esaminare un secondo gruppo di coppie aggettivali, giocate sull’opposizione

IN- vs UN-:

Inartistic vs Unartistic

Immoralisch vs Unmoralisch

Il prefisso IN- continua ad essere percepito anche in questa coppia oppositiva fortemente connotato

in modo negativo: inartistic e immoralisch sono infatti dei valutativi negativi, che indicano in

entrambi i casi una non conformità rispetto a un certo canone.

Diversamente è percepito UN- che in queste coppie aggettivali si oppone all’estremo negativo come

termine neutrale dal punto di vista valutativo.

Con questa connotazione lo ritroviamo nell’esempio di Jespersen “Children are neither moral nor

immoral, they are naturally unmoral”.

Un1true e un2do: due omonimi a confronto

Il prefisso inglese UN1- delle forme aggettivali sopra prese in esame non va confuso con

l’omografo UN2- che incontriamo in prefissati verbali quali TO UNTIE, TO UNDO, il quale

differisce dal precedente dal punto di vista sia etimologico che semantico.

A differenza di UN1-, etimologicamente affine all’ALFA privativo, al prefisso latino IN- e

all’omonimo tedesco UN-, UN2- risale al prefisso Old English OND-/AND- imparentato

etimologicamente con il greco AUTI- e con il latino ANTE-.

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In quanto prefisso di verbi causativi, esso veicola il significato di “undoing the result of the verbal

action”, ossia il disfacimento dello stato risultativi a cui ha messo capo l’azione designata dalla base

verbale.

Precisazione a livello logico-semantico

Confrontiamo la forma negativa UNTIE con il causativo positivo TIE. Se TIE è analizzabile nei

termini di “to cause sthg to be tied”, il semantismo di UNTIE non sarà da ricondurre a “not cause

sthg to be tied”, che corrisponde a ben vedere a “non legare”, quanto piuttosto a “to cause sthg to be

no longer tied”, dove ciò che viene causato è l’annullamento dello stato di “tiedness”.

Tale risultatività costituisce qui il punto di applicazione dell’operato negativo manifestato da UN-.

Nel caso, meno frequente, di causativi denominali quali ad esempio to unvoice, to unman, con il

signficato di “to cause not to have/not to be” quanto è designato dalla base verbale, l’operatore di

negazione espresso dal prefisso UN2 invece di intervenire sulla risultatività assume come punto di

applicazione l’avere o l’essere – quindi il possedere – ciò che viene individuato volta a volta dalla

base.

Di altra natura è il punto di applicazione dell’operatore negativo nei prefissati con UN1-, dove la

negazione opera su un paradigma aggettivale, intervenendo sull’estremo di una opposizione, scalare

(unhappy) o binaria (unmarried).

Nel caso in cui il paradigma è continuo, la negazione dell’estremo dell’opposizione apre a una

gamma di valori intermedi previsti dal paradigma stesso (si può essere più o meno unhappy).

Se l’aggettivo invece è binario, la negazione dell’estremo dell’opposizione rimanda all’unica

alternativa prevista dal paradigma (non si può essere più o meno umarried).

Per questo c’è una notevole vicinanza fra opposizione privativa a due termini (married –

unmarried) e opposizione antifatica (married – not married) – anche se non si tratta di identità.

Posso parlare di unmarried e non semplicemente not married se voglio significare l’appartenenza a

una classe riconoscibili nella cultura di riferimento.

La differenza tra unhappy e undo, ossia fra UN- privative e reversative è pertanto riconducibile

sostanzialmente a una differenza di natura del frame argomentale assunto dallo scope della

negazione, in un caso uno dei momenti del semantismo del causativo, nell’altro un elemento del

paradigma.

Semanticamente affine ad UN2- è il prefisso latino e romanzo DIS- anch’esso usato a volte in

prefissati verbali causativi per esprimere l’undoing, il disfacimento di un stato di cose messo in atto

da una azione precedente. Anche qui è importante individuare il punto esatto di applicazione dello

scope della negazione, che si situa all’interno della compagine semantica del causativo.

Negli enunciati:

I have disarmed the prisoners

I have disassembled the mechanism

To disarm, to disassembled non sono evidentemente interpretabili come “not to arm” “not to

assemble”. Un’analisi corretta dei prefissati to disarm, to disassemble nei termini di “to cause

someone/something to come not to have arms” “to be not/no longer assembled”, vede intervenire la

negazione nella compagine interna del causativo invece che all’esterno di esso.

Ciò che è in gioco non è un “non causare” ma un “causare che non sia” e quindi un disfare uno stato

di cose precedentemente posto in essere.

Capitolo V: La Negazione sub specie rethoricae

Dopo aver delineato il ruolo della negazione, volgiamo ora lo sguardo alla sua funzione non meno

rilevante di strumento pour persuader.

Non poche sono le figure retoriche costruite sulle opposizioni negative.

Una caratterizzazione esauriente delle figure retoriche non può trascurare il role argumentatif da

esse svolto nel discorso orientato alla costruzione del consenso, nel quale l’elocutio affonda le sue

radici. 11


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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere (BRESCIA - MILANO)
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