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Letteratura italiana contemporanea

Poesia italiana del primo Novecento

La poesia italiana del primo Novecento si incentra soprattutto sul superamento del dannunzianesimo, del vivere inimitabile, generando quindi una frattura con la tradizione dei poeti vati.

Svevo e Montale

Svevo, che viene riscoperto in seguito a un articolo scritto da Montale, fa delle proprie opere un'analisi analitica della realtà che connota specialmente il suo modo di scrivere. A differenza di Montale, quindi, non ricorre a un linguaggio allusivo e metaforico, e non fa uso dei correlativi oggettivi, ossia quella tecnica che permette di esternare un'emozione tramite singoli eventi, oggetti o situazioni.

Concezione della letteratura

Pur essendo di generazioni diverse e scrivendo tipologie diverse (prosa e poesia), in qualche modo sono i primi grandi autori italiani del '900. Il problema è di concezione della letteratura, ovvero Svevo e Montale si muovono già all'interno di un mondo post-Einstein: Einstein pone il concetto della relatività e mette in crisi l'oggettività del tempo. Anche Bergson ammette l'importanza del tempo interiore rispetto al tempo oggettivo. Vediamo che viene posto al centro il soggetto. Il primo '900 si concentra appunto su concezioni soggettive.

L'interpretazione dei sogni

Inoltre, viene pubblicata di Freud: il cuore del soggetto risiede nell'inconscio. Ha senso quindi scrivere poesie se non si può arrivare al vero?

Questo è il problema su cui ruota la letteratura del primo '900. Svevo, Montale, Pirandello, Sabba... questo gruppo di autori riconosciuti dalla critica sotto il gruppo del Modernismo: gli esponenti del Modernismo sono più consapevoli di questa frattura epistemologica e nello stesso tempo continuano a cercare la verità pur sapendo che la verità ultima non si può trovare.

Importanza per il poeta

Perché ciò è importante per un poeta? Il poeta non si sente più un portatore della verità; questo ha un'immediata ricaduta non solo sui temi, ma anche sullo stile. Mentre prima D'Annunzio, Pascoli e Carducci sentivano di poter utilizzare termini altisonanti, nel primo '900 notiamo un abbassamento dello stile.

Chiusura del periodo tra i due secoli

Si chiude con Pascoli e D'Annunzio: entrambi credono ancora che la poesia sia un mezzo che consente al lettore di vivere una realtà superiore. In entrambi i casi, con questo tipo di elevazione, si ha in un rapporto simbiotico con la natura. La differenza sta nello stile: D'Annunzio ha saputo più di altri lavorare sulla musicalità del suono; insegna che la poesia può riuscire a esprimere i concetti che non sono presenti nel vocabolario. In Pascoli abbiamo più concretezza delle cose. Tuttavia, nel 1903 Govoni pubblica Le fiale, in cui per la prima volta vediamo uno stile molto basso; nel 1904 Corazzini pubblica Dolcezze. Vediamo già dei titoli che riguardano la vita quotidiana. Nella Coscienza di Zeno vi è un una combinazione tra verità e menzogna: pertanto, nella prosa non troviamo più la corrispondenza tra parole e cose.

Lampo di Pascoli

Nella poesia Lampo di Pascoli quello che colpisce è la perfetta corrispondenza tra contenuto e stile.

E cielo e terra si mostrò qual era: la terra ansante, livida, in sussulto; il cielo ingombro, tragico, disfatto: bianca bianca nel tacito tumulto una casa apparì sparì d'un tratto; come un occhio, che, largo, esterrefatto, s'aprì si chiuse, nella notte nera.

Tutto il testo cerca di dare l'idea della velocità e quindi della violenza del lampo. Quell' "E" cerca di riconnettersi a qualcosa che noi non vediamo, ossia la nascita improvvisa del lampo. "Si mostrò" è una forma verbale che tende a portare il testo in un tempo indefinito. Nei versi 2-3 manca il verbo perché non c'è tempo di dirlo, rende anche la lettura più veloce. Pascoli sta facendo vivere questa esperienza, consente al lettore di diventare lui stesso lampo. "Bianca bianca" ci porta a leggerlo velocemente, dà l'idea di quanto sia diventata la casa nella notte nera. Manca la punteggiatura tra apparì e sparì per leggere con la velocità del lampo. Anche nella similitudine troviamo un elemento di velocità. La t e la doppia t, che percorrono il testo, trasmettono il tremore che il lampo provoca. Pascoli in un certo senso rifiuta l'idea di una poesia narrativa e in qualche modo cerca un'immagine, che deve diventare l'espressione di un sentimento. Non è un sentimento traducibile in una parola perché il lampo si porta l'ebbrezza, la paura… Il lettore così partecipa al ciclo immortale della natura.

La pioggia nel pineto di D'Annunzio

La costruzione di D'Annunzio in questo testo è quella di rendere lui e la donna amata membri stessi della natura. La pioggia è una pioggia che accoglie tutti, anche i volti diventati volti di piante. Fusione della natura dall'alto verso il basso che rende la natura tutt'una. In secondo luogo, abbiamo l'incipit come invocazione al silenzio, descrivere il silenzio con la poesia. Le parole umane sono insufficienti a descrivere questo concerto naturale dato dalla pioggia e, tuttavia, ci prova con la musicalità del verso. Non sappiamo dove mettere la pausa e tendiamo a leggere velocemente. L'elemento lessicale: termini non comuni. D'Annunzio sta conducendo il lettore al di fuori del mondo concreto, spingendolo verso un mondo classico.

Govoni, crepuscolari e futuristi

Govoni si avvicina ai crepuscolari e poi ai futuristi, due movimenti che cercano la frattura.

Naufragio di Govoni

Sul mio capo di naufrago galleggiante sul mare nero della vita afferrato a una tavola sfasciata materna culla vedo ancora ondeggiare le stelle come un tenero ramo di mandorlo. Luce di fuori mondo o vertigine degli abissi incantevoli del nulla?

Sta dando un'indicazione leopardiana, l'idea che la poesia possa raccontare l'esperienza dell'Infinito. Un soggetto si è disciolto all'interno del mare che cessa di essere un elemento naturale e diventa simbolico: non è un mare accogliente, abbiamo l'esatto opposto del superuomo. Tuttavia, vede riflesse le stelle che sembrano in qualche modo poter liberare il soggetto. Ma termina con una domanda: è una luce salvifica o manifestazione che il senso è lontano? Questo è un tema tipico del '900, l'angoscia di essere gettato nel mondo senza un perché. Pascoli e D'Annunzio danno invece certezze.

Gozzano e i crepuscolari

I crepuscolari sentono di non doversi chiamare poeti, sentono di smarcarsi dalla tradizione.

L'amica di nonna Speranza di Gozzano

Loreto impagliato ed il busto d'Alfieri, di Napoleone i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto), il caminetto un po' tetro, le scatole senza confetti, i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro, un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve, gli oggetti col monito salve, ricordo, le noci di cocco, Venezia ritratta a musaici, gli acquerelli un po' scialbi, le stampe, i cofani, gli albi dipinti d'anemoni arcaici

Oggetti che si trovano in un salotto, sta prendendo in giro la propria tradizione.

Trieste di Umberto Saba

Portavoce della poesia post-dannunziana, riconosciuto come poeta che ha cercato una poesia fortemente comunicativa, franca e semplice. Sente il compito di ritornare a raccontare le esperienze di vita comune, ma tramite la poesia che le eleva. Parla di città, di Trieste. La poesia ci racconta l'io lirico che sale sul punto più alto della città e in qualche modo sente che la città è viva. Ci troviamo una sequenza filmica, un isolamento petrarchesco. "Scontrosa grazia", ossimoro, una contraddizione che non viene sanata: al contrario di Pascoli, in cui i contrari si uniscono all'interno di un sentimento comune, in Saba tutti gli aspetti più disdicevoli di Trieste rimangono: le asperità della vita non possono essere rimosse. Sta dicendo che non si può più estrarsi dal mondo, ma la vita va vissuta tra la gente.

Città vecchia di Umberto Saba

Ritornano gli aspetti di prima ma in maniera più evidente. Un momento di stasi non va trovato nella natura, bensì nel mezzo della città. La luce artificiale, la falsità si rispecchia nell'acqua: mette in crisi quel concetto, non si vedono più le stelle (Govoni), ma luci di fanali. Elemento di riscatto nell'umanità, ritrova la serenità solo grazie al contatto con altre persone. Introduce anche la tematica sessuale parlando della vita di tutti i giorni, negli umili sente compagnia, i suoi simili. Sente di dover descrivere anche il fremito del corpo.

Talor mentre cammino di Sbarbaro

Descrive un soggetto che ruota tra due emozioni: da una parte c'è il sonnambolo, sentimento di atarassia, si muove come un'ameba all'interno di una città artificiale, dall'altra momenti di improvvise scintille: talvolta, parla degli incontri erotici. L'inizio fortemente dannunziano, però quando si crea quella fusione tipica con la natura, gli prende il gelo al cuore. L'io lirico sente che c'è un'altra vita al di là più piena che non riesce a vivere. Sente che la sua vitalità potrebbe esplodere, ma non esplode e non esplodendo in qualche modo si sente all'interno di una vita che è semplice.

Ruolo del poeta nella società contemporanea

Accantonata la figura del poeta-vate, si assiste a tre reazioni:

  • Futuristi che vogliono distruggere la tradizione.
  • Crepuscolari che cantano le esperienze comuni e allo stesso tempo si sentono di dire che non sono dei poeti.
  • Modernisti (poesia: Sabba, Sbarbaro e Montale, prosa: Svevo, Pirandello e Tozzi) che da un lato cercano di mantenere il grande stile classico della poesia e la sua posizione privilegiata, ma dall'altro devono dimostrare che il mondo non è conoscibile. L'arte del primo '900 è detta "l'arte del nonostante": continua ricerca delle verità ultime anche se questo non può essere raggiunto e tuttavia nello sforzo di raggiungerlo si fa un'esperienza positiva.

Ossi di seppia di Montale

Montale in qualche modo dichiara che, quando scriveva Ossi di seppia, cercava di essere aderente a qualcosa che stava dietro, come se fosse in una cappa di vetro e lui cercava di trovare la verità al di là, sapendo però che non poteva essere trovata (velo di Maya di Schopenhauer).

Il mandato sociale: Montale sente che all'interno di un mondo che ha perso la possibilità di raggiungere il vero, il poeta perde il suo mandato sociale, sa di non essere indispensabile. I poeti vivono un senso di marginalità anche perché sentono crescere il genere narrativo e che la poesia sta traballando.

Congedo di Carducci

Il poeta, o vulgo sciocco, Un pitocco Non è già, che a l'altrui mensa Via con lazzi turpi e matti Porta i piatti Ed il pan ruba in dispensa. E nè meno è un perdigiorno Che va intorno Dando il capo ne' cantoni, E co 'l naso sempre a l'aria Gli occhi svaria Dietro gli angeli e i rondoni.

Descrive il ruolo del poeta: chiama il popolo sciocco, ruolo del poeta socialmente riconosciuto. Nella seconda parte descrizione di un'immagine forte. Homo faber che lavora con la fiamma per creare qualcosa, descrizione autocelebrativa. Viene riconosciuto come quello alla sommità del sapere, più di quello scientifico in quanto la letteratura godeva di un prestigio sconfinante.

La piccozza di Pascoli

Compare la solitudine del poeta. C'è un'idea che esista una sorta di paradiso. Una forza interiore lo spinge a salire.

Desolazione del povero poeta sentimentale di Corazzini

Poeta che segue le interpretazioni del proprio cuore, ma soprattutto povero. Desolazione rimanda a un senso di frustrazione, di autodenigrazione: esattamente l'opposto di Pascoli che fa della solitudine un punto di forza. Corazzini si rivolge al lettore. Sta scrivendo delle proprie angosce: grande rivoluzione di Corazzini. Si descrive come un fanciullo, un essere più fragile. Corazzini sta anche cercando di formare il suo lettore, farlo confrontare con temi semplici.

Chi sono? di Palazzeschi

Stesso argomento di Corazzini: parlano soltanto a nome proprio.

Ossi di seppia

Edizioni:

  • Gobetti 1925
  • Ribet 1928
  • Carabba 1931
  • Einaudi 1942

L'opera in versi, Einaudi, Torino 1980, a.c. di R. Bettarini e G. Contini Il libro, come lo leggiamo oggi, si viene a formare con l'edizione del '28, in cui vengono aggiunti alcuni testi che sono più elaborati. Questa gli conferisce notorietà e gli permette di diventare direttore del Gabinetto letterario Viesseux.

Ossi di seppia di Solmi su (1925)

E questo atteggiamento complesso dà alla sua poesia un sapore di compiutezza e d'oggettività, di materia dominata e intimamente esaurita da riavvisarvi – e vorremmo qui che le parole s'intendessero nel loro vero senso – una parvenza dell'unica classicità compatibile colla nostra epoca "difficile". Ormai non si riconosce più nella classicità di D'Annunzio, ma si cerca una forma di classicità moderna.

Sezioni di Ossi di seppia

Si costituisce di quattro sezioni:

  • In limine
  • Movimenti
  • Ossi di seppia
  • Mediterraneo
  • Meriggi e ombre
  • Riviere

In aggiunta le TEMI:

Adesione al mare. Ma l'adesione al mare è l'adesione all'indistinto, a perdere la propria identità. Significa confondersi con l'immagine paterna in tutt'uno uno indistinto (più in generale si tratta di un rapporto simbiotico -panico- con la natura). Il meccanismo di fusione però non funziona mai. Farsi un'identità, un volto proprio, essere individui unici e irrepetibili. Questo impone una rescissione del rapporto con il mare, e una condanna alla solitudine. Perdita del senso (rapporto spezzato con la natura). Rinunciare a tutte le illusioni e farsi adulto. In questo senso Ossi di seppia è un romanzo di formazione. Memoria legata all'infanzia, porta sempre il tema della sofferenza. Trovare una maglia rotta nella rete, di trovare qualcosa che ci libera dai lacci della mortalità, dai limiti e angosce che assillano la vita. L'io lirico che, per mezzo delle figure femminili, cerca di accedere a un mondo alto.

In limine (1924)

Rallegrati quando il vento che entra nel frutteto vi riporta la forza della vitalità dove c'è un inutile groviglio di ricordi, Godi se il vento che entra nel pomario non trovi un orto, ma un luogo di sepoltura. vi rimena l'ondata della vita: Il fruscio che senti non è il rumore delle ali di un uccello ma il trasalire della natura; viluppo di memorie, guarda come questo lembo di terra (il pomario) orto non era, ma reliquario. si riempie di vita.

Al di qua dell'alto muro c'è tormento. Il frullo che tu senti non è un volo, ma il commuoversi dell'eterno grembo; qui (cioè al di qua del muro) si snodano le storie e vedi che si trasforma questo lembo le azioni degli uomini, di terra solitario in un crogiuolo. (azioni) che sono destinate ad essere cancellate dal tempo (per lasciare spazio al futuro). Un rovello è di qua dall'erto muro. Cerca un buco nella rete che ci imprigiona, salta fuori, scappa! Se procedi t'imbatti vai, io l'ho desiderato per te - (se tu riesci a fuggire) la sete non mi farà più soffrire, la ruggine non sarà così amara… tu forse nel fantasma che ti salva: si compongono qui le storie, gli atti cancellati pel giuoco del futuro. Cerca una maglia rotta nella rete che ci stringe, tu balza fuori, fuggi! Va, per te l'ho pregato, – ora la sete mi sarà lieve, meno acre la ruggine…

Rime e struttura

I strofa: «pomario» 1 con «reliquiario» 5; «memorie» 4 è in allitterazione con 1 e 5, e con «morto» (3) per MOR; inoltre «morto» è in rima interna con «orto» (5) [secondo la Arvigo «reliquiario», 5, è in rima interna con «solitario» (9) dunque «vita», irrelata, diventa parola chiave II strofa: ABBA III strofa: «muro» (10) in rima con «futuro» (14); «imbatti» (11) con «atti» (12); «salva» (13) è irrelata. Qui il sistema è più regolare IV strofa ABAB; ma «ruggine…» (18) è in rima ipermetra con «fuggi!» (16).

Dedicata a una donna, a cui l'io lirico fa una preghiera che sia lei a cercare il miracolo, quella maglia rotta nella rete. La struttura del testo è ordinata, ma allo stesso tempo disordinata in quanto non abbiamo nella tradizione questa alternanza di strofe di 5 e 4 versi; anche il sistema di rime è da un lato disomogeneo (1 e 3 strofa). Vediamo come se cercasse di arrivare al massimo livello di classicismo senza però portare a termine questa missione. E sente che deve trasmettere il senso di insoddisfazione e il sistema classicista deve essere messo in crisi. L'«orto» rappresenta la vita, «reliquario» come memorie trascorse. Nel mondo dei mortali non c'è un orto, ma la figura femminile può fondersi con la natura. Creando una struttura binaria, parla del «vento» come portatore.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher LXANDRA di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Tortora Massimiliano.
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