Sessualità e omosessualità tra fine Ottocento e metà del Novecento
Se durante il corso del Vittorianesimo l’eterosessualità era considerata la norma che seguiva le leggi della natura, negli ultimi decenni dell’Ottocento le relazioni omosessuali (in particolare quelle maschili), fino ad allora tenute prevalentemente nascoste, risentirono di un’eco maggiore nella sfera pubblica rispetto alla prima metà del secolo, anche grazie al crescente interesse da parte delle nuove scienze umane, sociali e psicologiche.
Paradossalmente, però, l’attenzione alla sessualità umana e alle sue varianti, soprattutto quelle ritenute “devianti”, portò anche a una maggiore repressione e controllo nei confronti degli individui che apparivano fuori norma: esempi chiari sono le numerose condanne per sodomia ed “atti indecenti” nei confronti di esponenti del mondo artistico, tra cui il pittore Simeon Solomon e il celebre processo a Oscar Wilde.
Al tempo stesso, le idee tradizionalmente accettate e promosse da esponenti della politica e della cultura più tradizionali e gli ideali dominanti riguardanti la maschilità e la sessualità maschile cominciarono a essere messi in discussione e la pubblica opinione cominciò a conoscere dell’esistenza di una serie di pericolose minoranze dotate di comportamenti deviati da arginare, se la società doveva mantenersi solida e capace di far fronte alle sfide della modernità e della competizione coloniale.
Il contributo dell'arte e della letteratura
In particolare dalla metà del XIX secolo, anche l’arte e la letteratura contribuirono a diffondere nuove idee intorno al rapporto tra i sessi, ma anche intorno ai problemi, oltre che alle potenzialità positive, della sessualità come forma fondamentale di relazione umana. Un importante esempio fu la pubblicazione nel 1855 di Leaves of Grass, l’opera poetica più famosa del poeta statunitense Walt Whitman, la cui diffusione in territorio britannico contribuì a diffondere un’idea positiva di comradeship maschile.
Si trattava di un nuovo modo di percepire la maschilità nella società moderna: secondo l’idea di Whitman i rapporti maschili, rinnovati in modo da celebrare il corpo, l’affettività e la sessualità, potevano essere fattori fondamentali per allargare la democrazia e cementare le relazioni di solidarietà tra le classi, e non più da condannare o da punire. Le teorie di Whitman acquisirono particolare rilevanza nell’ambito artistico inglese. Edward Carpenter (poeta ed esponente del nuovo socialismo) e John Addington Symonds (esponente del movimento estetico e studioso di arte) furono due esempi di artisti e intellettuali che si appropriarono di queste idee, che apportavano sensibilmente alla valorizzazione delle relazioni affettive e fisiche tra uomini.
Fu proprio Symonds, nel 1883, il primo a pubblicare in forma anonima nel Regno Unito un’opera concernente questi temi, A Problem in Greek Ethics, nella quale intendeva paragonare il legame omosessuale dell’antica civiltà greca tra uomini adulti e giovani in un’accezione pedagogico/pederastica, con nuove modalità per riproporre in chiave moderna il valore di rapporti omosessuali: Symonds favoriva, seguendo Whitman, un legame paritario tra maschi e dotato di valori spirituali.
Riforme legislative e repressione
Provvedimenti riguardo l’omosessualità maschile furono adottati anche in campo legislativo, aggiornando le leggi contro la sodomia che erano già in vigore. Una prima avvisaglia si ebbe nel 1861 con il comma 61/2 della legge denominata “Offences Against the Person Act”: esso sancì la cessazione della pena di morte per il reato di sodomia, in vigore dal decreto emanato dal re Enrico VIII nel 1533, sostituendola con la pena massima dell’ergastolo.
In seguito, con l’emendamento Labouchère del 1885 venne dichiarato criminale qualsiasi atteggiamento tra uomini di “palese e volgare indecenza” (gross indecency), sia in pubblico che in privato, punibile in entrambi i casi fino a due anni di reclusione, con la possibilità di lavori forzati. Le condanne perentorie da parte della legge e dell’opinione pubblica non fermavano tuttavia lo sviluppo di identità sessuali che si differenziavano dall’eterosessualità.
Del resto sin dal Settecento si era sviluppata soprattutto a Londra una cultura sotterranea di travestitismo (crossdressing). Pochi anni prima dei processi a Wilde fece scalpore l’arresto di Ernest Boulton e Fredrick William Park, due giovani che vennero processati per avere indossato abiti femminili, anche pubblicamente, assumendo le identità fittizie di due donne, Fanny e Stella. Boulton e Park furono rilasciati poiché la legge non era chiara sullo statuto del travestitismo in relazione alle possibili definizioni di “perversione sessuale”.
Ciononostante, fatti di questo tipo provocarono una grande sensazione. La polemica alimentata dai media giornalistici non si fermò: attacchi furono rivolti anche contro i canoni artistici del nascente movimento estetico, accusato di propagare atteggiamenti immorali. La questione della difesa della maschilità tradizionale diventava sempre più cruciale.
Non a caso, negli stessi anni con la nascita del movimento scout da parte di Robert Baden Powell venivano ribaditi nell’educazione dei giovani maschi l’affermazione di modelli che inneggiavano all’espansione della cultura del corpo e della virilità, ritenuti opposti ai principi dell’arte che veniva ritenuta colpevole di effeminare l’identità maschile. In Gran Bretagna l’arte era già da tempo sotto osservazione per la difesa dei valori tradizionali.
Un esempio controverso era stato il movimento pittorico preraffaellita fondato nel 1848 in pieno Vittorianesimo e precursore sotto alcuni aspetti del successivo decadentismo. Le idee in comune tra i preraffaelliti e i decadentisti si potevano riassumere in un rifiuto generale della morale borghese, che tendeva a regolamentare la società attraverso lo stretto controllo e la repressione di ciò che sfuggiva alle convenzioni. La condanna dei preraffaelliti e di altri movimenti artistici di fine secolo portava a considerare tali forme d’arte come indecenti, sensualmente ambigue e pervase da rimandi all’androginia, ricollegabili a una latente omosessualità.
La lotta della morale comune contro l’arte fece vittime anche prima di Oscar Wilde: il già ricordato pittore preraffaellita Simeon Solomon venne arrestato e condannato nel 1873 per atti indecenti.
Reazioni culturali e nuovi studi
È importante notare come la presunta immoralità sessuale, secondo l’opinione pubblica vittoriana, fosse tra le piaghe più grandi da debellare nella società. Molti furono gli studiosi a pubblicare opere al riguardo, uno fra tutti Robert Burton. Egli, in appendice alla traduzione in inglese delle Mille e una notte (Arabian Nights) affermava l’esistenza di una cosiddetta “zona sotadica”, che comprendeva tra le altre l’Oriente e il Mediterraneo, in cui era favorita la nascita di perversioni di qualsiasi genere, in particolare quelle di tipo pederastico, a causa delle condizioni climatiche.
Burton non fu il solo a pronunciarsi sulle perversioni: gli ultimi decenni dell’Ottocento videro anche in Europa il lento affermarsi di una nuova scienza: la sessuologia, assai legata alla psichiatria. Il sessuologo viennese Krafft-Ebing tentò ad esempio di elencare in un catalogo dettagliato ogni forma di comportamento sessuale anormale senza scopo riproduttivo. Attraverso l’analisi di numerosi case studies, fu lui a introdurre termini come “sadismo”, “masochismo”, “pedofilia” e “feticismo” nel vocabolario.
L’interesse delle nuove scienze per le forme “devianti” della sessualità (analogamente all’interesse antropologico per le diversità delle culture umane, e soprattutto per quelle considerate più primitive) manifestava un aspetto quasi morboso, tra attrazione e repulsione. Questa contraddizione era stata del resto una caratteristica nascosta di una parte della sessualità vittoriana.
Tra le testimonianze dell’epoca pervenute fino ai giorni nostri, spicca l’archivio che raccoglie le fotografie scattate e collezionate da un gentleman inglese di nome Arthur Munby. Nel suo caso, il feticcio ossessivo era di tipo voyeuristico: si trattava di donne lavoratrici che incontrava percorrendo i quartieri popolari di Londra. Se inizialmente si era limitato a disegnarle ed a descriverle nei suoi diari, in seguito, oltre a fotografarle nella loro condizione di operaie, iniziò a farle travestire anche in abiti maschili, immortalandole in una situazione in cui la confusione dei generi era chiara.
Il caso Wilde e le sue conseguenze
L’avvicinarsi della fine del secolo portò con sé lo scandalo dei processi a Oscar Wilde. I tre processi subiti dall’artista ebbero un grande impatto sociale, sia a causa della celebrità dello scrittore, sia per l’influenza esercitata dai media sul caso: dopo l’emissione definitiva della condanna contro l’autore il legame tra illegalità e omosessualità venne rafforzato dinanzi l’opinione pubblica, condannando le persone omosessuali a vivere come clandestini.
Wilde fu accusato sulla base delle leggi contro la sodomia di avere avuto una relazione con Lord Alfred Douglas, figlio del marchese di Queensberry: venne condotto in giudizio per ben tre volte e condannato nel 1895, grazie al già citato emendamento Labouchère di un decennio prima. Wilde scontò due anni di reclusione e lavori forzati nel carcere di Reading, nel quale scrisse la sua lunga lettera di confessione, il De Profundis.
Lo scalpore provocato dal caso fu di grandissima portata e l’evolversi delle vicende giudiziarie fu costantemente discusso da quotidiani e riviste popolari che dipinsero l’artista come una caricatura. I media ne trassero beneficio e rafforzarono il loro potere di intrattenimento per il popolo: si può dire che il caso Wilde divenne un nuovo genere di intrattenimento, una sorta di nuovo dramma popolare con caratteristiche che toccavano i generi del melodramma e persino del fotoromanzo.
Wilde fu trattato come “il soggetto perverso”, addirittura semplicemente chiamato Oscar, innescando così, attraverso il potere dei mezzi di comunicazione, un processo di familiarizzazione con il pubblico. La stampa poteva non nominare mai la “perversione” di Wilde poiché bastava la semplice allusione, mentre “le sofferenze fisiche e mentali” patite dall’imputato dopo la condanna furono ritenute dall’opinione pubblica l’effetto della perversione che lo tormentava.
Degenerazione e nuove prospettive scientifiche
Come già visto in precedenza, negli stessi anni del processo a Wilde si era diffusa in Gran Bretagna la traduzione del libro Entartung (Degenerazione) ad opera del critico tedesco Max Nordau. L’autore denunciava i pericoli della decadenza morale della società moderna come qualcosa di patologico, scagliandosi contro l’ipersensibilità nervosa e isterica che minacciava anche l’identità maschile, il soggettivismo estremo del movimento estetico e la deviazione sessuale che vi si sarebbe accompagnata. Dedicò in particolare un intero capitolo ad una critica nei confronti di Oscar Wilde.
Il rigetto di tutto ciò che era diverso traspariva dal legame del discorso sulla degenerazione con una sorta di darwinismo sociale che riguardava l’evoluzione della specie umana. Lo scopo di Nordau era sostenere il concetto di purezza, morale e razziale, negando la legittimità di qualsiasi diversità ed unendo la sua tesi a scopi politici, come la già discussa espansione coloniale.
Non tutte le voci concordavano con questa visione pessimista della modernità, vista come minacciata dalla decadenza, anche sessuale. Timidamente si affacciavano anche in Inghilterra delle posizioni più progressiste: nel voluminoso studio intitolato Studies in the Psychology of Sex lo psicologo Havelock Ellis dedicò nel 1897 l’intera quinta parte di questa serie alla trattazione del concetto di sexual inversion, come era definita l’omosessualità in quegli anni.
La teoria dell’inversione sessuale affermava che tale fenomeno derivava da una sorta di rovesciamento di genere risalente alla nascita dell’individuo: diffusa dal giurista tedesco Karl Heinrich Ulrichs negli anni Sessanta dell’Ottocento, il termine “inversione” significava che l’omosessuale maschio possedeva un’anima femminile intrappolata in un corpo maschile, mentre la donna lesbica possedeva un’anima maschile nel suo corpo femminile.
Non era un termine negativo e soprattutto eliminava ogni concetto di colpa dal soggetto omosessuale, che quindi non doveva essere punito dalla legge per una caratteristica della sua natura. L’omosessualità diventava una caratteristica psicologica individuale, e in quanto tale doveva essere studiata; naturalmente, secondo molti psichiatri e sessuologi dell’epoca, costituiva anche una deviazione dalla normalità e in quanto tale poteva essere considerata una patologia, ma innata.
Nel frattempo, duranti gli ultimi anni dell’Ottocento a Vienna Sigmund Freud fondava la psicoanalisi, che rivoluzionò tutte le teorie precedenti intorno alla sessualità, ivi compresa l’omosessualità. In primo luogo, Freud introdusse il concetto di inconscio per spiegare le pulsioni sessuali, che non seguivano le regole della razionalità; in secondo luogo liberò la sessualità dalla riproduzione, poiché l’istinto sessuale si manifestava sin dalla più tenera infanzia e non aveva uno scopo immediatamente riproduttivo; infine, l’approccio psicoanalitico eliminava ogni giudizio morale sulle cosiddette perversioni e, anzi, mostrava come elementi di “perversione” fossero presenti in ogni forma di sessualità umana.
La Prima Guerra Mondiale e le identità di genere
L’avvento della Prima Guerra Mondiale non determinò soltanto una catastrofe politica, militare e di perdite umane. Essa ebbe anche importanti ripercussioni dal punto di vista delle identità e dei ruoli di genere. Dal punto di vista maschile, ad esempio, i soldati, arruolatisi sotto l’influenza di ideologie patriottiche che propagandavano la virilità e il cameratismo maschile si ritrovarono ad affrontare la crisi radicale di tutte le loro aspettative e delle speranze legate alla guerra.
In breve diventò chiaro che la permanenza nelle trincee significava un logoramento fisico e psicologico ed il sentimento di disillusione si accompagnò a veri e propri sintomi fisici. La perdita dei compagni nelle battaglie, le mutilazioni, l’uso di gas tossici e dei nuovi strumenti bellici (carri armati, bombardamenti aerei…) causarono ciò che con grande clamore venne riconosciuto nel 1917 come un trauma di guerra: in inglese si parlava di shell shock, una nuova malattia che colpiva il soggetto maschile traumatizzato.
Con esso venivano identificate tutte le nevrosi causate dalla guerra e i relativi sintomi: incubi, allucinazioni, perdita di memoria e di parola, oltre che tremori e paralisi. Ufficiosamente si parlò di più di ottantamila casi del genere, ma non tutti i soldati con sintomi corrispondenti a quelli del trauma bellico furono curati seguendo tale diagnosi: molti vennero ricoverati come pazienti in strutture psichiatriche, a sottolineare la fragilità mentale del singolo individuo.
Il tentativo era quello di arginare il fenomeno e negare che riguardasse un'intera collettività maschile, in modo che esso non potesse minare l’idea convenzionalmente accettata di maschilità. Il riconoscimento ufficiale del trauma di guerra fu accolto come una scandalosa vergogna: la crisi dell’identità maschile e dell’ideale di gloria che aveva condotto in precedenza i soldati al fronte. Non stupisce se nel corso della Grande Guerra i disertori inglesi siano stati oltre sedicimila.
Se nel tardo Vittorianesimo le idee tradizionali riguardanti la sessualità cominciavano a essere gradualmente messe in dubbio, l’avvento della Grande Guerra segnò la fine dell’ottimismo del secolo precedente e non fece che estendere i dubbi sulla loro validità. Questo valeva anche per le idee tradizionali sulle identità di genere, anche grazie ai movimenti del primo “femminismo” e delle suffragette. Si poteva ancora parlare di ruoli prestabiliti? Inoltre, quali cambiamenti poteva provocare il conflitto sulla tanto discussa identità sessuale della popolazione?
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