Il colonialismo europeo e l'imperialismo inglese in India
Prima di trattare nel dettaglio la situazione coloniale in India, è opportuno fornire un quadro europeo del colonialismo, un fenomeno storico che a partire dal XVI secolo ebbe una vasta espansione e portò nel XIX secolo al dominio europeo su scala mondiale. Quest'ultimo periodo è chiamato Imperialismo e consiste in una competizione aggressiva tra gli stati per la conquista dei territori e la formazione di un impero coloniale superiore a quelli altrui per grandezza e ricchezza, sommata a uno sfruttamento intensivo della popolazione autoctona e delle risorse.
Tra le potenze maggiori emersero la Francia, la Germania, l'Italia, l'Olanda, il Belgio e soprattutto il Regno Unito, che diede vita al più grande impero coloniale della storia, con 32.253.955 kmq di area calcolata nel 1921 e territori in tutti i continenti. Ciononostante, la stabilità dell'impero iniziò a essere minacciata già a cavallo tra '800 e '900 dalle prime rivolte condotte dalle popolazioni delle colonie che si organizzarono in eserciti anti-britannici.
Le guerre anglo-boere
Tra le rivolte più significative che minarono la potenza e la stabilità dell'impero anche in patria, vi furono le guerre anglo-boere. Avvenute tra il 1899 e il 1902 nell'attuale Sudafrica (ai tempi Transvaal e Orange), queste guerre scaturirono dai crescenti contrasti tra i colonizzatori inglesi e i precedenti colonizzatori bianchi, i Boeri, di origine olandese. Questi non accolsero di buon grado la presenza inglese, aumentata fortemente dopo la scoperta di giacimenti d'oro in queste regioni; molti emigrarono subito oltre confine e fondarono repubbliche autonome che iniziarono a progettare la cacciata dei nuovi colonizzatori inglesi.
Gli Inglesi punirono la popolazione rimasta con pesanti tributi e la limitazione della libertà, cercando di espandersi in tutto il Sudafrica. A questo punto l'esercito boero dichiarò guerra agli Inglesi. Gli scontri, che coinvolsero anche la popolazione nera (ad esempio gli Zulu), durarono tre anni e portarono a ingenti perdite umane, ma alla fine gli Inglesi ottennero il controllo su tutta l'area, concedendo parziali autonomie alle repubbliche boere. Questi accordi portarono la pace politica nel Sudafrica ma non risolsero i problemi all'origine del conflitto.
Le difficoltà dell'impero
Rivolte di questo tipo iniziarono a esplodere anche in altre colonie periferiche dell'impero; era sempre più difficile per l'Inghilterra gestire questi territori, sia per la lontananza, sia per la dispendiosità di mezzi e uomini che comportava una spedizione sul luogo della rivolta. Anche all'interno dell'Inghilterra cominciarono a prendere voce degli intellettuali contrari all'ideologia dell'impero, che iniziavano a dubitare della sua stabilità ed effettiva potenza, sostenendo anche la difficoltà di mantenere un'identità anglosassone in un impero così vasto.
In sintesi, le spinte alla dissoluzione dell'impero arrivavano sia dall'esterno che dall'interno dell'Inghilterra, portando l'unità dell'impero e l'ideale di potenza globale a un fragile equilibrio destinato presto a essere sconvolto. Gli effetti del colonialismo furono la crescita di tensione tra gli stati europei, che spesso arrivarono ad affrontarsi in scontri armati nei territori coloniali, e che furono una delle cause dello scoppio della prima guerra mondiale, ma furono anche la diffusione delle lingue e della cultura europea nelle colonie, creando le condizioni per una cultura sostanzialmente ibrida.
Il dominio inglese in India
Un possedimento dell'Impero britannico che subì profonde trasformazioni durante il periodo coloniale fu l'India. Nel 1876 la regina Vittoria veniva proclamata Regina delle Indie rendendo ufficialmente l'India un territorio dell'impero Britannico. Il processo di acquisizione dell'India era iniziato circa un secolo prima e si completò a metà dell'800, quando fu per la prima volta riunita sotto un unico governo, gestito inizialmente dall'East India Company.
Il dominio inglese in India durò circa due secoli e seguì due fasi: dapprima fu soltanto di duro sfruttamento. Le piantagioni di cotone furono prese dagli Inglesi, che tolsero alla manifattura indiana quasi tutti i terreni e quindi le possibilità di rendita. Lo stesso trattamento venne riservato all'agricoltura. Da quasi un secolo i diversi villaggi dell'India utilizzavano pacificamente i campi in modo comune ricavandone il necessario per il fabbisogno degli abitanti, mentre con l'arrivo degli Inglesi si diffuse il metodo latifondista, che strappò le terre agli abitanti nativi e le sfruttò per il commercio.
L'India era chiamata dagli Inglesi the jewel in the Crown perché era una colonia molto redditizia e forniva all'impero cotone, pietre preziose, tè e altre risorse naturali; inoltre dava al commercio britannico accesso al mercato asiatico e la popolazione numerosa permise agli Inglesi di guadagnare molto dalle tasse.
Le ribellioni indiane
Nel 1857, però, una serie di ribellioni da parte dei civili – considerata dagli Indiani di oggi la prima guerra di indipendenza indiana - provocò un cambiamento nel modello di dominio coloniale. Il governo britannico instaurò un complesso apparato burocratico, militare e scolastico col fine sia di riportare ordine nel paese, sia di "civilizzare" e acculturare il popolo indiano. In questo modo l'economia indiana si risollevò e iniziò a formarsi una classe di indiani istruiti e addestrati a collaborare con il governo coloniale.
La missione civilizzatrice britannica era sentita come una responsabilità da parte dei colonizzatori, i quali volevano trasmettere i loro progressi in campo tecnico, scientifico e amministrativo alla popolazione indiana, considerata arretrata, quasi primitiva. Lo stesso Rudyard Kipling, importante scrittore e giornalista, scrisse a riguardo di questa missione nella poesia The white men's burden, dando a questa espressione una doppia valenza: da un lato rappresentava il bagaglio culturale che l'uomo bianco possedeva e doveva quindi trasmettere ai paesi non civilizzati; dall'altro suggeriva una sfumatura negativa della missione civilizzatrice, vista come un peso, un'azione dispendiosa e a volte pericolosa.
Inoltre i colonizzatori tentavano sempre di imporre una gerarchia sociale definita e di mantenere un distacco, isolandosi in comunità che ricreavano l'ambiente britannico all'interno di un territorio profondamente diverso, senza cercare un contatto con la popolazione autoctona. Non a caso gli Inglesi incontrarono una forte resistenza da parte degli Indiani nel momento in cui diffusero la loro cultura, poiché ignoravano completamente il radicamento della cultura millenaria indiana nella popolazione.
Ideologie razziste e il darwinismo sociale
La mentalità inglese di fine '800 era pervasa da ideologie razziste, derivate dal darwinismo sociale e rinforzate nel 1895 dall'introduzione in Inghilterra del libro Degenerazione del critico tedesco Max Nordau. Il darwinismo sociale fu elaborato negli anni ottanta dell'800 dal filosofo Herbert Spencer, il quale reinterpretò le teorie evoluzionistiche di Darwin in chiave sociale, declinando la lotta per la vita e la morte ("the struggle for life and death"), uno dei principi cardine della teoria evoluzionista, nella competizione tra le diverse razze umane.
Secondo il darwinismo sociale, infatti, esisteva una gerarchia tra i popoli dipendente dal grado di evoluzione e di adattamento, al cui vertice si trovava la razza bianca. Questa teoria fu sfruttata a livello politico per giustificare la violenta espansione coloniale, vista come un'operazione necessaria di civilizzazione, e le stesse ideologie razziste.
L'opera di Nordau denunciava anche la progressiva decadenza morale della società di quel periodo, attribuita soprattutto ad arte e letteratura. Il movimento estetico in particolare veniva considerato in quest'opera fautore di promiscuità sessuale e causa di indebolimento nell'identità maschile tradizionale: gli uomini moderni rischiavano secondo Nordau e i suoi seguaci di essere sempre più affetti da nevrosi e isterie che li allontanavano dall'immagine classica dell'uomo vittoriano e in generale dall'uomo borghese europeo.
L'opera conteneva anche considerazioni sulle profonde trasformazioni sociali prodotte dalla rivoluzione industriale e dall'urbanizzazione in Europa e invitava i lettori a riconquistare gli antichi valori della solida razza ariana. Vista in senso più ampio e collegata al darwinismo sociale, Degenerazione poteva essere un buon riferimento per coloro che volevano stabilire in modo scientifico e oggettivo i concetti di "normalità" e "abnormalità", e che professavano la purezza e superiorità della razza bianca.
Infatti, attraverso lo studio dei tratti somatici e culturali delle diverse popolazioni, gli antropologi europei dell'epoca aspiravano a stilare una gerarchia delle diverse razze umane (naturalmente influenzata dalle ideologie dell'epoca) a partire dalle più primitive, considerate degenerate, immorali e sessualmente promiscue, sino alle più evolute, tra le quali primeggiava la razza ariana.
Il movimento eugenista
È opportuno inoltre ricordare la diffusione del movimento eugenista, il quale tra il XIX e XX secolo ebbe grande consenso da parte di intellettuali e uomini politici di vari Paesi europei e in America del Nord. Il termine "eugenics" venne coniato dall'intellettuale darwinista Francis Galton nel 1883 e indicava la possibilità di intervenire nel processo di riproduzione della specie attraverso una selezione artificiale, al fine di garantire la nascita dei soli soggetti portatori dei tratti ereditari migliori.
Questa teoria diventò una vera pseudo-scienza e spinse medici ed esperti a effettuare interventi di sterilizzazione su particolari categorie di soggetti considerati non adatti, come i malati mentali o gli immigrati. Lo scopo del movimento era quello di preservare e difendere i tratti migliori e caratteristici della razza bianca, contrastando la degenerazione morale e fisica del popolo.
La cultura di massa e la valorizzazione dell'uomo bianco britannico
Un altro fenomeno che giocò un importante ruolo nella valorizzazione dell'uomo bianco britannico fu la diffusione della cultura di massa legata all'economia di mercato, che sfruttò la missione coloniale inglese e la differenza razziale anche per promuovere prodotti commerciali. Gli esempi più eclatanti si vedono in alcune pubblicità di saponi e detersivi dell'epoca, la cui forza detergente veniva definita così efficace da rendere bianchi anche i corpi delle persone di colore. Spesso questi messaggi presentavano contenuti decisamente razzisti: ad esempio, "We are going to use Chlorinol and be like the white nigger" è lo slogan utilizzato da una ditta produttrice di candeggina. Altre esaltavano il ruolo "purificatore" dell'impero coloniale britannico, considerato come il "Globe" Polish, cioè un detergente globale.
Più di ogni opera filosofica, libro o trattato scientifico, furono i mass-media ad avere un effetto sempre più dirompente, anche sugli strati più bassi della popolazione, grazie alla distribuzione di giornali popolari a basso prezzo. Ad esempio il Daily Mail, pubblicato per la prima volta nel 1896, divenne il secondo giornale più venduto in Gran Bretagna per il suo prezzo molto accessibile, la sua impostazione diretta a un pubblico di lettori della lower-middle class e la presenza di messaggi pubblicitari (molti dei quali diretti specificamente alle donne).
La rappresentazione coloniale nella narrativa
All'interno della enorme produzione narrativa tardo-vittoriana e di inizio Novecento si trovano diversi racconti e romanzi che parlano della vita coloniale, per esempio quelli di Kipling e Forster. Non tutti gli autori, però, trattano questo tema allo stesso modo: alcuni forniscono una descrizione piuttosto idealizzata, raccontano di luoghi esotici e selvaggi, pericolosi e popolati da popoli primitivi, alieni e difficili da avvicinare (come nel racconto di Kipling "The Mark of the Beast"); altri invece dipingono le relazioni tra Inglesi e Indiani in modo più realistico, mostrando i due popoli separati nei modi di vivere, nella religione, nella cultura, ma inevitabilmente mischiati, messi a confronto nella vita di ogni giorno e influenzati reciprocamente.
Quest'ultima realtà viene ben delineata nel romanzo Passage to India (1924) di Edward Morgan Forster. Il romanzo racconta del viaggio di Adela, una giovane inglese giunta in India per conoscere il suo futuro sposo, un funzionario dell'impero inglese stabilitosi in India. Contro la volontà di quest'ultimo, Adela esprime il desiderio di conoscere la vera cultura indiana e prenderà parte a vari eventi organizzati per far avvicinare Inglesi e Indiani, aiutata in questo da Mr. Fielding, un funzionario molto aperto alla cultura Indiana. Ad uno di questi parties conosce Aziz, un giovane medico indiano che fa dubitare la ragazza del suo amore per il fidanzato inglese. Durante il corso del romanzo emergono i contrasti tra le culture, ma anche diverse posizioni ideologiche nei confronti del popolo indiano.
Un tema cardine comune a molte delle opere narrative ambientate in India è infatti il rapporto con l'Altro, con identità definite diverse da sé e radicalmente non assimilabili. L'India è spesso identificata come ciò che è alieno, un mondo completamente a sé opposto all'Inghilterra; il colonizzatore si scontra con un popolo enigmatico, la cristianità con le molteplici divinità induiste, la cultura occidentale con quella orientale, e così via.
Rudyard Kipling e le sue opere
Un autore di questo periodo che a causa delle sue vicende biografiche racchiudeva in sé entrambe le culture è Rudyard Kipling. Nato nel 1865 in India e cresciuto a contatto con una cultura ibrida (anglo-indiana) fino all'età di cinque anni, fu mandato in Inghilterra a frequentare le scuole, ma per tutta la vita viaggiò tra la Gran Bretagna e l'India, dove lavorò come giornalista e con la quale creò un profondo legame. I paesaggi esotici, le divinità misteriose e ricche di simbologie, le leggende e le tradizioni affascinanti di quel popolo erano le principali fonti di ispirazione dell'autore dei celebri The Jungle Book e Kim. Egli ambientò quasi ogni suo romanzo, resoconto di viaggio e racconto in questo Paese dai mille volti, idealizzandolo in misura minore o maggiore.
Le storie dei due Paesi rimasero intrecciate per quasi un secolo. La colonizzazione inglese nel territorio indiano implicò forti cambiamenti (in parte positivi) nell'organizzazione politica, industriale e sociale della colonia; inoltre la lunga permanenza dei colonizzatori modificò profondamente le loro vite e la loro cultura. Talvolta la convivenza tra le due culture produsse le prime unioni interrazziali, che rappresentavano un grosso strappo alla regola imposta dalle ideologie Vittoriane. A partire dal XX secolo un'élite di intellettuali indiani spinse il popolo alla lotta per l'indipendenza, il nazionalismo indiano diventò una minaccia per gli Inglesi e si intensificò dopo la prima guerra mondiale.
L'indipendenza venne conquistata nel 1950, in seguito a vari scontri tra il governo coloniale e il Congresso Nazionale Indiano (un partito anticolonialista fondato nel 1885 e punto di riferimento del movimento indipendentista indiano). Alla battaglia che contribuì alla liberazione del Paese contribuì in modo decisivo anche Gandhi, che predicava la resistenza passiva, fondata sulla satya (verità) e sull'ahimsa (nonviolenza). Nel 1950 l'Indian Independent Act dichiarò l'India e il Pakistan stati indipendenti, separati su base religiosa.
The Mark of the Beast: domande e risposte
- This theory accounts for some of the more unnecessary horrors of life in India. Secondo la voce narrante non tutte le sventure che capitano agli Inglesi in India sono inevitabili. In che senso, secondo la voce narrante, l’episodio narrato potrebbe essere “unnecessary”, e quindi evitabile?
- Quali aspetti dell’identità britannica e del suo progetto coloniale vengono messi in dubbio nel corso del racconto? In che modo e da chi?
- Perché l'horror di questo racconto coincide con una trasformazione corporea dall'umano all'animale? Rifletti sulla somiglianza tra Fleete trasformato e il Silver Man indiano.
Rudyard Kipling e la sua visione dell'India
L’India è controllata da una compagnia fino al 1857 (indirettamente controllata dall’Inghilterra), poi è subentrata l’Inghilterra, a seguito di alcune rivolte. Quindi, l’India diventa una colonia dell’Inghilterra. Rudyard Kipling (1865-1936) fu scrittore, giornalista e poeta, nato in India ma educato in Inghilterra. Tutta la sua vita fu scandita da viaggi e attività nell'uno o nell'altro Paese. Considerato uno dei più importanti fautori dell'imperialismo britannico, Kipling ambientò molte delle sue opere nella colonia indiana, evidenziando con abile ironia anche i lati più aspri del dominio e non solo elogiando gli ideali britannici. Le sue opere più celebri sono i romanzi The Jungle Book e Kim.
The Mark of the Beast tratta il tema coloniale in chiave quasi horror, mostrando i pericoli a cui sono esposti i colonizzatori in una terra straniera e sconosciuta. Il racconto fu pubblicato per la prima volta nel luglio 1890 nella rivista Pioneer (una rivista in lingua inglese scritta e pubblicata in India, per la quale lo stesso Kipling lavorò dal 1887 al 1889) e in seguito anche sul Pioneer Mail e sul New York Journal. Nel 1891 fu inserito nella raccolta di racconti Life's Handicap, composta dallo stesso Kipling, molti dei quali ambientati in India.
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