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CAP.1 IL DISAGIO NEI CONTESTI EDUCATIVI

1. DEFINIZIONI DI DISAGIO

Disagio designa la condizione di chi vive ai margini, si sente escluso, isolato, lontano dagli altri e da

se stesso. Il disagio é inteso:

• come sintomo dell'incapacità e dell'impossibilità del soggetto di trovare soluzioni soddisfacenti e

coerenti alla propria identità rispetto alla contraddizione esistente tra la centralità soggettiva e la

marginalità oggettiva; il disagio, perciò, esprime una specie di impasse insolubile tra ciò che é

percepito come possibile e ciò che é percepito come radicalmente negato dalla società;

• come incapacità di tollerare e di gestire la complessità e di sostenere il peso della precarietà, della

flessibilità e dell'eccessiva aleatorietà che caratterizzano la società attuale a livello di valori e di

possibilità da parte dei soggetti dotati di identità fragili;

• come sintomo di una domanda non patologica dei problemi psicologici ed affettivi, delle difficoltà

familiari e relazionali, delle difficoltà scolastiche, del malessere esistenziale legato alla costruzione

dell'identità;

• come espressione della difficoltà di assolvere ai compiti evolutivi richiesti dal contesto sociale per

conseguire l'identità e le abilità necessarie per gestire le relazioni quotidiane;

• come risultato della difficoltà a gestire la complessità e a far fronte alle contraddizioni legate ai

processi di socializzazione e di maturazione verso l'età adulta.

Nelle definizioni offerte dagli studiosi si possono individuare alcuni elementi chiave: il disagio

indica comportamenti e atteggiamenti non patologici, indica un malessere diffuso strettamente

legato a difficoltà e problemi derivanti dai compiti evolutivi, dalle contraddizioni e dalla

complessità relativa alla relazione individuo-società complessa.

2. CARATTERIZZAZIONI E FORME

2. 1. Livelli nella rilevazione del disagio

Una prima distinzione riguarda sostanzialmente le aree in cui si può manifestare il disagio nella vita

del soggetto intrapsichica, interpersonale e sociale. A livello individuale esso si delinea come una

condizione interiore caratterizzata dalla difficoltà a star bene con se stessi e dentro di sé. A livello

interpersonale, in secondo luogo, il disagio si manifesta nell‘incontro tra persone, ad esempio nel

rapporto educatore-educando, genitore-figlio, che il soggetto tende a vivere con difficoltà ne

derivano ansia, inquietudine, irritazione, sfida, rabbia diffusa. A livello sociale, in terzo luogo, il

disagio origina e si manifesta in tutte quelle situazioni note come condizioni di svantaggio e di

emarginazione.

2. 2. Disagio oggettivo, soggettivo, “presunto”

Un primo approccio allo studio del disagio é di tipo soggettivo. Esso si focalizza sui vissuti

psicoesistenziali che l'accompagnano, come ad esempio malessere, irrequietezza, insicurezza,

frustrazione, senso di impotenza. Tali vissuti, anche se sono privati, possono facilmente

manifestarsi attraverso vari segni divenendo osservabili e misurabili. Il secondo approccio, invece, é

di tipo oggettivo e focalizza l'attenzione prevalentemente sulle situazioni o sulle condizioni di vita

che vengono designate come premesse o antecedenti del disagio. Vengono accertati, di

conseguenza, disagi evolutivi che ogni soggetto in determinati periodi dello sviluppo vive come

componente inerente al passaggio da uno stadio all'altro, come conseguenza delle crisi e dei compiti

che ciascuna fase implica; vengono indicati disagi sociali oggettivi legati alle situazioni che il

soggetto “abita”. È ovvio che qualunque situazione problematica non at mai indifferente. Qualsiasi

carenza, deficit, problema ha degli effetti. La risposta personale, però, risulta notevolmente

variabile e diversificata dinanzi allo stesso disagio oggettivo.

Ciascuno, infatti, ha un sistema cognitivo, una propria storia, degli stili, dei modi di sentire e delle

opzioni strettamente personali. Pertanto alcuni rispondono alle situazioni in modo incongruente, a

volte inadeguato, in altri fuori misura o esagerato. Il disagio, in certi casi, può diventare

“procurato”. I percorsi che generano esperienze e risposte incongruenti indubbiamente sono

influenzati da una notevole quantità di fattori e di variabili. Il soggetto è convinto che i fattori

responsabili di quello che gli accade siano dentro di sé, interne piuttosto che esterne. L'intervento

educativo dovrebbe promuovere l’internalità del locus of control dinanzi alle situazioni, agli eventi,

agli insuccessi, al disagio. La storia personale, come una specie di occhiale, rischia in certi casi di

risultare poco efficace, fuorviante, può diventare perfino patologica quando non si riesce a

distinguere quanto appartiene al passato e quanto fa parte del presente. In educazione, in particolare,

occorre rilevare e prevenire eventuali comportamenti scenici sia da parte degli educatori che da

parte degli allievi. Il rischio per l'educatore è innanzitutto quello di sperimentare e trattare

l'educando non per quello che é, ma sulla base di situazioni conflittuali irrisolte non simbolizzate.

Questo può avvenire in due modi:

a) proiettando sugli allievi esperienze personali inconsce (es. provocazioni, slide);

b) reagendo al comportamento degli allievi in modo difensivo (es. manifestando reazioni

sproporzionate).

Per quanto attiene gli allievi é importante che l'educatore tenga conto che egli stesso può diventare

oggetto di proiezione. In particolare alcuni possono creare con l'educatore una relazione analoga a

quella originaria vissuta col padre o con la madre. Quando ha il senso di essere oggetto di proiezioni

da parte degli allievi é conveniente che l'educatore eviti di assumere atteggiamenti e comportamenti

difensivi.

2. 3. Disagio sintomatico e asintomatico

Un aspetto fondamentale che caratterizza molti disagi attuali é dato dall'ambiguità. Più

precisamente si può distinguere un disagio sintomatico da uno sottointeso. Mentre il primo é quello

classicamente noto e segnalato attraverso sintomi di vario tipo (tossicodipendenza, alcolismo...), il

secondo è sommerso in quanto asintomatico e, di conseguenza, meno studiato ed analizzato. I

soggetti portatori del disagio, nell'uno e nell'altro caso, sono accomunati dalla medesima difficoltà a

vivere in quanto le competenze richieste dalla società sono carenti. In altre parole molti disagi si

configurano come situazioni di apparente normalità: i sintomi sono sfumati, scarsamente vistosi,

esiguamente eclatanti, poco clamorosi. Siamo dinanzi a quelli che vengono definiti disagi

asintomatici che richiedono nell'educatore una capacità di lettura e di abilità diagnostica molto

raffinata per rilevare ed interpretare sintomi a volte pluralizzati e a volte travestiti che si diluiscono,

si stemperano e si mescolano ai segni di processi, situazioni e accadimenti pressoché normali.

Risulta necessario, dunque, guardarsi dal rischio di ridurre il campo di attenzione solo su quei

soggetti che palesano la presenza di problematiche visibili e dichiarate. Identificare i problemi é uno

dei compiti più delicati o più difficili e, anche se sembra scontato e banale, e appena il caso di

osservare che tanti errori educativi derivano da questa incapacità: dalla mancata risposta dovuta alla

disattenzione, all'incapacità di identificare e di riconoscere un problema e, quindi, i bisogni

educativi sottesi. L'educatore non può considerare portatori di disagio soltanto coloro che

dimostrano sintomi chiari, vistosi, incontrovertibili. Coloro che non mostrano direttamente segni di

disturbo facilmente potrebbero dar l'idea che non abbiano bisogno di aiuto. È necessario, dunque,

superare l'analfabetismo educativo a partire dalla capacità di decodificare i segnali esterni del

disagio non limitandosi alle sue manifestazioni palesi, dichiarate, oggettivamente accertabili. La

pedagogia speciale, caratterizzata innanzitutto dalla prerogativa fondamentale di cogliere il

problema che sfugge e di dare interpretazione e risposta al disagio indipendentemente dai segnali

esterni, ci ha avvertiti proprio da questo rischio.

3. SUPPOSIZIONI E PROPOSTE INTERPRETATIVE

Dinanzi allo stesso disagio si possono individuare cause diverse ed una stessa causa può

determinare effetti differenti e non sempre prevedibili in quanto i fattori correlati sono molteplici e

talvolta aspecifici e ignoti.

3. 1. Premesse, antecedenti e luoghi del disagio

Seguendo la storia di un soggetto non é difticile individuare degli antecedenti, delle premesse che

possono aver iniziato dei percorsi che hanno poi portato al disagio. Vanno al riguardo considerate le

problematiche ricorrenti e gli incidenti a livello di ambienti di vita e di relazione (es. in famiglia, a

scuola, in strada) che, comportando talvolta una certa aliquota di stress, possono ostacolare anche

seriamente lo sviluppo del soggetto. Si possono inoltre considerare quelle situazioni che tipicamente

sono concepite come vere e proprie premesse del disagio: ad esempio lo svantaggio psicofisico,

quello socio-economico e culturale.

3. 1. 1. Ruolo delle difficoltà e degli svantaggi

La presenza di menomazioni, deficit, handicap che gravano sulla salute del soggetto é una delle

premesse principali di disagio obiettivo. Lo svantaggio fisico, quello connesso alla condizione

socio-economica e culturale del soggetto e della sua famiglia, quello connesso a certe minoranze

etniche, religiose, linguistiche, complica il processo di integrazione e accentua la diversità. Alcune

dimensioni da cui possono derivare delle diversità legate agli svantaggi sono: l'appartenenza di

classe sociale, la collocazione nel sistema produttivo, i livelli di consumo e gli stili di vita, le

opportunità di istruzione e di accesso ai servizi, la capacità di resistere all’emarginazione.

3. 1. 2. Incidenti nella carriera scolastica

La scuola presenta un elevato tasso di problematicità e fenomeni ricorrenti quali irregolarità,

abbandono precoce o anticipato, risultano piuttosto rilevanti sul piano del rischio di disagio. Si

distinguono al riguardo diverse forme: selezione palese, selezione occulta e abbandono scolastico.

La selezione palese riguarda quei soggetti ai quali si preclude il passaggio alla classe successiva in

maniera evidente e manifesta. Ne sono esempi le bocciature o i provvedimenti disciplinari volti ad

allontanare l'allievo dalla scuola. Nel caso della selezione occulta, al contrario, non si respinge

direttamente l'allievo, gli si consente generalmente il regolare proseguimento degli studi e

l'ammissione alle classi successive. Tuttavia, non curandosi di realizzare interventi volti alla

comprensione delle difficoltà, al recupero e all’integrazione, facilmente tali allievi incontreranno

ostacoli e, di conseguenza, subiranno successivamente la selezione palese. La selezione occulta

viene perciò intesa come selezione differita e indiretta in quanto l'istituzione scolastica non boccia

direttamente, ma neanche si attiva perché l'allievo superi le difficoltà o, peggio, mette in atto degli

interventi, non necessariamente consapevoli, che scoraggiano l'allievo dal continuare la frequenza

della scuola. L'abbandono scolastico, in terzo luogo, riguarda quegli allievi che apertamente

lasciano la scuola senza arrivare a conseguire il titolo di studio o senza concludere l'anno scolastico.

Fenomeni come drop out, insuccesso scolastico, disagio, disadattamento risultano piuttosto

complessi e richiedono competenze qualificate negli educatori per poter di volta in volta capire ed

intervenire. La scuola, dunque, necessita di attrezzarsi adeguatamente per poter rispondere ai

bisogni speciali, al disagio, alle difficoltà della popolazione scolastica. I soggetti del disagio

rischiano di venire ulteriormente frustrati, inoltre, dal confronto stressante ed impari con i compagni

più formati. I docenti sono invitati, ad osservare tutti i segni del disagio, compresi quelli relativi alle

sconfitte che si ritrovano nella classe implicita, quella segreta, fatta di drammi affettivi ed esclusioni

dal gruppo classe. Quando le agenzie educative non risultano del tutto in grado di accogliere il

disagio dell'individuo e di rispondervi efficacemente, dopo aver bussato a molte porte alcuni si

rivolgono alla strada, una sorta di luogo di fuga, ambiguo, contraddittorio che accoglie quei ragazzi

che non hanno ricevuto quanto era loro necessario dalla famiglia e dalla scuola e portano con sé,

dunque, un ricco bagaglio di microtraumi, rifiuti, disconferme.

La strada diviene una specie di ultima spiaggia, un luogo a cui ci si rivolge per aver risposta al

proprio disagio, un luogo meno esigente di quello delle istituzioni famiglia e scuola molto

caratterizzate dagli adulti, dalle loro aspettative, dalle loro regole. La strada, composta da coetanei

che hanno vissuto esperienze analoghe e, pertanto, meno intransigenti degli adulti, diventa, dunque,

una sorta di famiglia adottiva meno minacciosa, meno esigente a cui si chiede sostegno, cura,

protezione e appagamento di quei bisogni cui né famiglia né scuola sono stati in grado di dare

risposta.

3. 1. 3. Le frustrazioni nella vita di relazione

Parecchi antecedenti del disagio si originano da difficoltà relazionali. Va sottolineata l'importanza

della problematicità relazionale a livello familiare (presenza di conflitti persistenti ed estenuanti,

separazioni, divorzi), da cui derivano facilmente frustrazione e stress per i membri del sistema. Le

relazioni singolari tra diverse forme effettive di rifiuto e il sentimento di abbandono interno che si

manifesta attraverso gravi forme di disadattamento e nei casi più gravi di disagi patologici possono

sfociare nel suicidio, nel fenomeno delle fughe, del vagabondaggio, dell'uso di droghe, dell'alcool,

delle esplosioni di violenza immotivata e gratuita.

3. 2. Il disagio fra disadattamento e iperadattamento

I soggetti portatori del disagio sintomatico e sommerso sono accomunati dalla medesima difficoltà a

integrarsi in quanto le competenze richieste dalla società sono complesse. Più precisamente quanto

é risultato efficace in famiglia non sempre risulta altrettanto adeguato per far fronte alle logiche che

caratterizzano gli altri sottosistemi come scuola e gruppo dei pari. Mentre, però, alcuni soggetti

normali sono in grado di entrare ed uscire disinvoltamente dai vari sottosistemi adattandosi alle

logiche in essi vigenti, altri faticano e vanno invece in confusione, in crisi ed avviano dei percorsi

che conducono al disagio. Sebbene il disadattamento sia ordinariamente inteso come scarsa capacità

di inserimento attivo e creativo nella società e nelle istituzioni, l’ideale educativo non è

l'adattamento, ma l'integrazione intesa come possibilità di entrare in accordo con la realtà e nello

stesso tempo di trasformarla in modo attivo e creativo. Un certo grado di adattamento, quale finalità

educativa, risulta fondamentale, necessario, auspicabile, mentre un eccesso di adattamento é da

considerare con sospetto in quanto facilmente segnala qualche disagio. Alcuni bambini, infatti, pur

di poter essere in qualche misura considerati, riconosciuti, accolti nei sistemi (es. in classe, in

famiglia, nel gruppo dei pari...) ricorrono ad un eccesso di adattamento avendo riscontrato che,

altrimenti, nessuno si accorgerebbe di loro: diventano oltremisura ubbidienti, ordinati, studiosi,

educati, disciplinati, diligenti, volenterosi. Si preoccupano di non spazientire le figure significative

(es. genitori, insegnanti), di non farle arrabbiare, di fare, in sostanza, quanto essi si aspettano pur di

ottenere quell'elemento fondamentale per vivere costituito da riconoscimenti, considerazioni,

carezze. L'adattamento sproporzionato, però, si realizza a scapito dello sviluppo del sé autentico per

lasciare spazio alla costruzione del falso sé. Le conseguenze in termini di rischio di disagio, di

devianza e di sviluppo di patologie in periodi successivi sono spesso inquietanti. L'educatore,

qualora constatasse che l'educando privilegi dei percorsi caratterizzati da iperadattamento, dovrebbe

innanzitutto evitare di assecondarli, incoraggiarli e, in secondo luogo, dovrebbe insegnare a

sostituirli con percorsi alternativi espressivi di sé, che si fondano su di sé come riferimento e non

sugli altri e sul dare risposte agli altri.

3. 3. Disagio, violenza, abbandono

L'esito è l'aumento del numero di quelli che si possono considerare figli dell'abbandono, soggetti

psicologicamente denutriti in quanto vivono rapporti superficiali o occasionali con i genitori spesso

costretti a delegare il proprio ruolo ad altri e, in certi casi, perfino agli strumenti di socializzazione

di massa (mass media, TV) usati come baby-sitter. In taluni casi, inoltre, i bambini sono invitati ad

assumere molto precocemente moli tipici degli adulti e a smettere di essere bambini.

La caduta di attenzione verso i figli e verso i giovani segnala un grande cambiamento antropologico

tuttora in atto: la società è caratterizzata da alcuni atteggiamenti difensivi volti a garantire la

conservazione, la qualità della vita a quanti esistono e a quanti hanno potere contrastando i rischi e

le minacce di ogni genere, vivendo come tale perfino il diritto di quanti vorrebbero venire al mondo.

3. 4. Disagio e frustrazione dei bisogni

L'esperienza soggettiva di patimento quale esito dell'insoddisfazione e della privazione é

considerata una delle maggiori costanti che accompagna il disagio che sottende sempre la presenza

di bisogni insoddisfatti. I protagonisti, pertanto, vivono una costante situazione di tensione, di

bisogno, di necessità, che incontra limitazioni, dinieghi, opposizioni da parte del mondo e del

sociale piuttosto che accoglienza, ascolto, risposta positiva. A seconda dei bisogni

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/04 Pedagogia sperimentale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher caranzame di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Monitoraggio degli interventi educativi sul disagio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università della Sicilia Centrale "KORE" di Enna o del prof Amenta Giombattista.
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