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Capitolo 1: Modernità e progresso

Problema: Quando comincia l'età contemporanea? La periodizzazione tradizionale vuole che essa si apra con la congiuntura rivoluzionaria di fine '700 che travolse il continente europeo e tutto il mondo della politica con la rivoluzione francese e che in GB muta il mondo della produzione e del lavoro con la rivoluzione industriale. A seguito di questi eventi tutto l'800 risente profondamente di questa spinta iniziale. Essi introducono due concetti importanti: mutamento come condizione naturale della società a seguito del progresso che fa da base a questi cambiamenti. Quali sono i modi e i tempi di questo mutamento? E come si combinano nella cultura ottocentesca i temi del progresso, della rivoluzione, della reazione e del moderatismo?

L'età del pasto gratis

Nella metà del XVII sec. in Europa vigeva una fase di straordinaria creatività tecnologica che modifica il modo di produrre beni e servizi, divenendo per molti studiosi la vera leva della ricchezza europea. Tale evoluzione tecnologica in Europa ha saputo fornire quella che gli economisti chiamano l'opportunità del pasto gratis a significare un incremento della produzione superiore all'incremento degli sforzi e dei costi necessari per ottenerla. Cioè ha avuto inizio quel processo di grande complessità definito rivoluzione industriale che ha rappresentato:

  • La trasformazione dei metodi produttivi che contemplava una complessa serie di progressiva sostituzione della forza di uomini e animali con quella delle macchine.
  • Sostituzione dell'energia idraulica ed eolica con quella derivante dal carbone fossile e dal vapore.
  • Sostituzione del legno con il ferro.
  • Sostituzione delle sostanze vegetali ed animali con quelle minerali.
  • Sostituzione del lavoro domestico e dei sistemi protoindustriali con l'organizzazione centralizzata del lavoro della fabbrica.

L'innovazione, pur lenta, coinvolse tutto il sistema economico: dall'agricoltura ai trasporti, dal commercio alla finanza alle istituzioni (scuole, amministrazioni, ecc.).

Scienza e tecnologia

L'unione tra scienza e tecnologia avviene sulla base della condivisione di una fede nel progresso che si nutre della medesima curiosità per la natura e il mondo materiale e si basa sulla convinzione che sia dovere degli uomini conoscere la natura, dominarla e modificarla. È questo spirito faustiano, come è stato definito, e non già l'interscambio diretto delle conoscenze a nutrire la scienza e la tecnologia della prima fase dell'industrializzazione.

Per arrivare a ciò nel '700 la scienza è ecumenica (valida e comune a tutti), internazionale ed universalista: un esempio è rappresentato dal fatto che francesi ed inglesi si corrispondono. La seconda fase dell'industrializzazione è la tecnologia governa e indirizza la scienza: la ricerca è finalizzata dalle richieste del committente (in gran parte lo Stato) soprattutto rivolta alla ricerca di nuove armi (1900). Scienziato, tecnico, ricercatore sono precise ed internazionali professioni ad alto grado di specializzazione e non più una versatilità amatoriale. Agli inizi del XIX sec. i percorsi si differenziano molto da nazione a nazione per poi amalgamarsi nella metà del secolo. Infatti la storia delle grandi scuole politecniche, dei laboratori, delle riviste, dei periodici congressi scientifici è la storia di un gigantesco processo di imitazione e diffusione culturale ed istituzionale: le prime Écoles erano frequentate da un pubblico internazionale che avrebbe esportato le differenti esperienze scientifiche ed organizzative nelle proprie nazioni.

Fanno da base al processo di industrializzazione:

  • Il capitale sociale rappresentato da un ampio strato di popolazione colta sensibile al fascino del pensiero scientifico, incline al miglioramento delle tecniche e predisposto al rischio imprenditoriale.
  • La cornice istituzionale sia giuridica che politica amministrativa volta alla propagazione e alla difesa di tali valori.
  • L'economia e in particolare dell'economia politica volta ad indagare i meccanismi della produzione della ricchezza, di cosa spinge gli uomini ad arricchirsi.

Le presunte leggi economiche cominciano a diventare nella coscienza degli uomini dell'800 leggi naturali connaturate all'homo oeconomicus.

Un'epoca di (troppe) rivoluzioni?

La trasformazione in senso industriale dell'economia inglese ha innescato un processo di emulazione che dalla seconda metà dell'800 si è diffuso rapidamente e tumultuosamente al resto d'Europa, agli Stati Uniti e al Giappone cambiando la faccia del mondo e costruendo le odierne società industriali. Infatti il valore rivoluzionario delle trasformazioni in GB non risiede nella capacità della trasformazione ma nella sua irreversibilità.

Borghesia e capitalismo

Le vecchie élites e le nuove: conflitto o assimilazione? Esiste un'ambivalenza del termine borghesia. Un ceto sociale ed un sistema economico (il capitalismo) aperti e mutevoli. Nell'800 gli strati più dinamici della borghesia europea sono dunque capitalistici, e sono alla guida della trasformazione imprenditoriale dell'economia: risparmiano ed investono, costruiscono e producono e soprattutto chiedono ed ottengono regimi politici il più delle volte liberali, basati sulla divisione dei poteri e la rappresentanza oligarchica. Chiedono ed ottengono codici civili e di commercio, leggi di controllo delle classi pericolose e sull'associazionismo operaio in nome della difesa della proprietà privata e della libera iniziativa.

Tutto ciò rappresenta la borghesia capitalistica nell'800 e il capitalismo borghese. Ma il capitalismo cos'è? Qui basti ricordare che l'elemento più significativo del sistema economico si afferma tra il '700 e l'800 ed è rappresentato dal passaggio da una dimensione accumulativa ad una produttiva. Il capitale produttivo, il risparmio, l'investimento sono nuove categorie da analizzare. Il protagonista della mentalità borghese come di quella capitalistica è l'individuo.

L'idea del progresso

È legata a quella di rivoluzione. Essa rappresenta un movimento migliorativo sia nel campo dell'economia che in quello della politica e della cultura. L'ideale è quello illuministico che prevede un processo di crescita intellettuale, sociale e politico.

Teorie economiche

Per A. Smith è la divisione del lavoro che avvia tutto il mondo civile verso la modernità e la distingue dal suo passato barbaro. Essa determina una fitta rete di scambi a livello interregionale e internazionale che si chiama mercato. Il valore della merce è determinato dalla quantità di lavoro che ci è voluto per produrla. Smith era un liberista e credeva nella virtù dell'integrazione commerciale internazionale che consente ai consumatori di acquistare le merci laddove costano meno. E così Ricardo nei principi dell'economia politica formula la teoria dei costi comparati: ogni paese deve specializzarsi nelle merci che esso può produrre a prezzo più basso.

Marx ed Engels definiscono il capitalismo come un conflitto di classe (borghesia e proletariato). Profitto e rendita, lo storicismo. Dalla storia all'antropologia di Engels. Darwin. Evoluzione e progresso.

Capitolo 2: Il ritorno della rivoluzione

La grande rivoluzione francese nel 1789-96 costituì per tutta la prima metà dell'800 una presenza tanto intensa da condizionare pesantemente le strategie e scelte sia di chi ne desiderava il ritorno che di chi temeva questa eventualità. I paradigmi della rivoluzione francese fanno riferimento a una matrice unica di discorsi politici molto diversi tra loro. Quale influenza ebbe la rivoluzione francese sulla costruzione di paradigmi che ad essa si richiamavano?

Una restaurazione a misura di rivoluzione

Con la sconfitta definitiva di Napoleone, il Congresso di Vienna del 1814-15 concluse il periodo di guerre rivoluzionarie. Protagoniste di tale evento furono Gran Bretagna, Russia, Prussia ed Austria che si mossero con l'intento di restaurare il passato, di riportare cioè il mondo all'ordine politico, culturale e sociale precedente alla rivoluzione con particolare attenzione alla distruzione dei principi più innovativi. Riportarono al trono francese la dinastia borbonica con Luigi XIII e risistemarono gli equilibri politici-dinastici: i Romanov in Russia, gli Asburgo in Austria, gli Hannover in GB, i Borbone in Spagna ed Italia meridionale ed in Francia. Tutto ciò fu attuato con l'ottica di stemperare e di ridurre al minimo le tensioni internazionali (evitare guerre per evitare la rivoluzione).

Dal punto di vista territoriale e tenendo sempre presente il principio di equilibrio:

  • La GB era padrona dei mari e si preoccupò di acquisire basi (isole) nel Mediterraneo per contrastare l'espansione a sud e a nord della Russia.
  • La Francia mantenne le caratteristiche della grande potenza anche se era schiacciata a nord da paesi capaci di fronteggiare le eventuali velleità di espansione.
  • La Russia ottenne la Finlandia e buona parte della Polonia affacciandosi minacciosamente in occidente anche se dovette accettare che ai suoi confini ad ovest si formasse una Prussia più forte che nel passato con un territorio diviso in due per far fronte alla Francia e alla stessa Russia.
  • Al centro dell'Europa si ergeva il territorio austriaco anche se esso non egemonizzava tutta quella parte (estensione verso l'Italia e i Balcani) che condivideva con una Confederazione di Stati tedeschi (39).

In Italia nel meridione venne restaurata la dinastia dei Borbone, degli Asburgo-Lorena in Toscana e dei Savoia nel Piemonte. La Lombardia, l’ex repubblica di Venezia e i ducati di Parma, Piacenza e Modena all’Austria (Impero Asburgico). Politicamente in Italia come in tutta l’Europa fu ancora più arduo il compito di restituire credibilità e forme statuali legate a concezioni dell’antico regime. In Europa chi aveva sperimentato l’impatto dirompente di una rivoluzione che aveva sostituito al re per il diritto divino una collettività di cittadini responsabili della sorte della patria comune. Per cui fu da questa commistione tra rigidità di principio e oculatezza pragmatica che scaturì il compromesso per la restaurazione nel senso che ad esempio: mentre nell’ambito del diritto privato resta viva l’impronta del codice civile Napoleonico che avevano sancito il principio dell’eguaglianza giuridica dei soggetti (fatte eccezione le donne); nella sfera pubblica si cercò di riaffermare una concezione del sovrano come unica fonte di volontà ed autorità.

Ma il ritorno al passato si realizzò anche con il terrore bianco cioè assassini politici di esponenti repubblicani o napoleonici che condusse, senza processi, ad epurazioni di massa oltre che ad un clericalismo persuasivo e poliziesco che in molti paesi cattolici rappresentò il più convinto portavoce di istanze feudal-aristocratiche e l’immancabile collante di tutte le forze che aspiravano ad un deciso ritorno al passato. Ma proprio negli ambienti dei nobili e degli ecclesiastici dovettero ben presto constatare che i privilegi di cui cercavano di riappropriarsi erano poco più dell’ombra di quelli che avevano goduto nel passato e che la loro posizione economica, ora che il denaro stava diventando la misura di tutte le cose, non avevano più le consistenze di una volta.

Si è soliti definire che dopo il Congresso del 1815 gli equilibri creati garantirono una pace secolare fino alla prima guerra mondiale. Forse tale affermazione è azzardata, visto che dappertutto negli stati formati ci furono moti insurrezionali volti a rimuovere situazioni di rigida e paralizzante ossequienza al canone restaurativo. Essi furono ispirati ai principi dell’uguaglianza civile e del liberalismo politico e sorretti da un intervento attivo di gruppi dirigenti organizzati e da un consenso passivo di settori cruciali della società; ma contrastati da un’altrettanta repressione da parte degli stati interessati a tali insurrezioni.

Moti '20/'21

La prima scintilla scoppiò a Cadice dove truppe spagnole si concentrarono ed erano pronte per salpare per riconquistare le terre in America Latina. L’obiettivo di tali moti era quello di ripristinare la Costituzione del 1812 concessa ad uomini, che per primi, si definirono liberali e cancellata nel 1814. Essa era imperniata sul principio di sovranità popolare, su un parlamento monocamerale e, cosa più importante, sulle nette limitazioni al potere regio. Sulla scia di questa rivoluzione nel napoletano furono i militari a prendere l’iniziativa di una sollevazione mentre nel Piemonte l’obiettivo era di portare i Savoia in veste costituzionale e la libertà della Lombardia dall’Austria. I moti furono sempre repressi grazie all’intervento attivo delle grandi potenze. I caratteri comuni delle rivoluzioni 800sche erano individuati da trame organizzative costituite da sette segrete per ripristinare dappertutto la Costituzione spagnola del 1812 e richiami comuni a oggetti (tricolore e berretti rossi) e concetti (patria e nazione) che si identificarono con l’idea stessa di rivoluzione.

In realtà ad occupare la scena della rivoluzione furono soprattutto quei gruppi che per professione e collocazione sociale vedevano nei principi della R.F. (libertà e sovranità popolare) un’acquisizione irrinunciabile. Ne è una conferma la centralità assunta ovunque dall’obiettivo della costituzione e in quell’ambito da un parlamento inteso come luogo per eccellenza di espressione della sovranità popolare e di esercizio della politica da parte dei rappresentanti di una borghesia ansiosa di poter interpretare quegli interessi generali di cui si diceva portatrice.

L’ultima congiura contro la R.F. fu quella del silenzio: non c’era nessuna narrazione dei fatti per coloro che all’indomani della caduta di Napoleone avesse voluto informarsi di ciò che era accaduto per riuscire ad organizzare le esperienze in un discorso sufficientemente articolato. Tutto ciò poiché entrare nel merito e cercare di analizzare i vari passaggi significava darle una patente di legittimità.

Nel luglio del 1830 il tentativo reazionario di Carlo X, che cercò di mettere a segno il colpo di stato antiparlamentare, scatenò la reazione degli abitanti di Parigi (3 giornate di luglio) a cui seguì la decadenza dei Borboni e fu nominato, con il benestare della GB, Luigi Filippo d’Orleans re di Francia. Egli giurava fedeltà alla carta costituzionale figlia delle barricate. Una settimana dopo entrava in carica il governo Laffite espressione di quei circoli liberali aperti ai canali di comunicazione con il movimento popolare e con i gruppi politici più avanzati. Tale avvenimento costituì la scintilla per le diverse rivoluzioni che scoppiarono in tutta Europa: Belgio, Berlino, Breslavia, Polonia, Italia. In particolare l’insurrezione rovesciò i ducati di Piacenza e di Modena dove gli uomini che guidarono i governi provvisori formatisi si caratterizzavano da una sterile attesa dell’intervento militare francese in loro favore dove, invece, per l’appunto l’Austria non ebbe difficoltà a farli capitolare per la loro debolezza.

L’importanza dei moti del ’30 sta nel fatto che oramai era chiaro che porre fine alle istituzioni residue del medioevo non era più un’opzione ma un compito inderogabile del secolo per l’emergere di un nuovo tessuto connettivo europeo fondato sull’affermazione di un modello di cittadinanza e di Stato e di una società imperniata sui principi, i valori e gli uomini della moderna borghesia. A seguito delle giornate di luglio francesi anche in GB la classe dirigente inglese dovette scendere a patti con l’orgogliosa conservazione del proprio passato accettando nell’aprile del 1932 di varare una riforma elettorale organica (Reform Bill) fondata su una razionalizzazione dei collegi e dei requisiti elettorali che sostituiva il principio del diritto a quello del privilegio (da parte dell’aristocrazia).

L’idea delle giornate di luglio era che si aprisse allora il regno delle classi medie e soprattutto della borghesia come classe politicamente egemone. Era apparsa evidente la dimensione di massa della politica con tutto ciò che comportava in termini di rapporto tra democrazia e liberalismo, fra società e Stato, fra rivendicazioni economico-sociali e lotta politica. Nella stessa Italia, sempre più moderata, si ebbe una svolta: Mazzini che fino ad allora aveva operato attraverso le associazioni segrete con la partecipazione di pochi poneva l’accento sull’importanza di costruire una formazione politica stabile, operosa con un programma definito e noto a tutti con una militanza attiva (gli uomini del popolo). Ecco l’importanza della Giovine Italia.

Negli anni ’30 si viveva la contraddizione tra espansione economica e crisi politico sociale. Con le politiche legate al Laisser-faire si entra in un periodo dominato da un intreccio esplosivo di dinamismo e precarietà. Con i primi processi di industrializzazione in GB crescevano a vista d’occhio gli squilibri fra alcune zone ed altre del continente, fra città e campagna, fra gli estremi della scala sociale. La conseguente crescita demografica nelle città e il tema della miseria cominciò a trasformarsi in ossessivo richiamo alla questione sociale tanto da generare le prime Poor law (1834). Per restare alla GB è importante ricordare il periodo cartista (associazioni tra piccoli borghesi e popolo). Le insurrezioni del 1848 che da Parigi si estenderanno per tutta l’Europa faranno riferimento alla riduzione delle condizioni di povertà e di disagio sociale e per dare concretezza a un’idea di repubblica incardinata su quella di giustizia sociale.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

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