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modello del partito socialdemocratico tedesco il PSI fu il primo partito organizzato sulla scena politica italiana. Intanto

si andava organizzando anche un opposizione cattolica al liberismo e allo Stato Italiano che fu sancita nel 1874con il

non expedit cioè l’indicazione data dal Papa ai cattolici della non leicità di partecipazione alle competizioni elettorali né

come candidati né come elettori. Fin dagli anni 70 la presenza sociale cattolica si era espressa attraverso l’Opera dei

Congressi, un’organizzazione di associazioni cattoliche attive nel campo sociale e religioso postesi al servizio del Papa.

Sviluppando la vocazione economicosociale i cattolici intransigenti trasformarono le loro basi antimoderne in una

risposta ai problemi sociali del capitalismo avanzato e la critica dell’individualismo liberale divenne un programma

articolato di intervento pubblico in campo sociale di tutela della piccola e media impresa e della piccola proprietà che,

riconoscendo i motivi delle rivendicazioni operaie, avvio la creazione di società di mutuo soccorso, e di banche

cooperative, sul modello medievale delle corporazioni, misto di padroni e di lavoratori.

Dopo Crispi gli successe de Rudinì capo del governo, che nonostante istituì l’assicurazione obbligatoria contro gli

infortuni e una cassa di previdenza e vecchiaia, reagirà alla crescente protesta popolare (a seguito di una magra annata

agricola e il conseguente aumento del prezzo del pane) con metodi repressivi che nel 1898 sfociarono nelle stragi

compiute dal gen. Bava Beccaria che aprì il fuoco sulla folla uccidendo molte persone. Altri tumulti scoppiarono in

molte città e vennero repressi con la stessa violenza. Vittima di questo clima di ribellione fu il re Umberto I accusato di

essere il vero responsabile dei tentativi antidemocratici e delle sanguinose repressioni degli anni precedenti tanto da

essere assassinato a colpi di rivoltella a Monza da un anarchico giunto apposta dagli USA il 29 lug 1900. Ascese al

trono il figlio V.E.III più sensibile agli orientamenti liberal democratici dei gruppi che si erano opposti alla Camera al

tentativo reazionario. Le elezioni vinte dai gruppi di sinistra liberale e radicale portarono al governo un illustre liberale

della generazione precedente: Giuseppe Zanardelli.

Il nuovo secolo si apre all’insegna di una netta svolta politica rappresentata dalla figura di Giovanni Giolitti.

Piemontese e proveniente dalla Pubblica Amministrazione. Egli rilanciò a livello di governo l’alleanza tra liberal-

democratici, radicali e socialisti riformisti (che avevano vinto nella crisi di fine secolo la lotta politica con i socialisti

radicali. Fautaore di cio fu Filippo Turati e il suo programma minimo). L’obiettivo era quello di salvaguardare e

rafforzare le libertà istituzionali e civili inserendo le masse popolari nello Stato liberale e sostenendo lo sviluppo

produttivo che si era già avviato in Italia con caratteri più marcati tanto da far parlare di decollo industriale. Infatti a

partire dagli ultimi anni del XIX sec. Il mondo entrò in una fase di notevole espansione e l’Italia questa volta vi

partecipò appieno entrando in settori di punta della II riv. industr.: l’industria metallurgica, meccanica, chimica ebbero

un incremento notevole anche se però si tratto di un’industrializzazione squilibrata perché concentrata nella sezione

nord occidentale del paese per cui le differenziazioni tra Nord e Sud furono accentuate. Nel complesso però la nazione

ne ebbe un beneficio e i redditi disponibili per tutti subirono un notevole incremento. La riforma bancaria del 1893 e il

contemporaneo risanamento della finanza pubblica crearono le condizioni per un più moderno mercato dei capitali. La

Banca Commerciale Italiana come modello di banca mista, importato dalla Germania, e come contemporaneo istituto di

credito e deposito rastrellava i mille depositi a breve scadenza e li investiva a lunga scadenza in imprese industriali e ciò

fu di grande utilità per una economia come quella italiana che disponeva di pochi capitali. Anche se priva di materie

prime l’Italia di fine secolo potè trasformarsi in un paese limitatamente industriale e quindi pagare le importazioni di

materie prime destinate ad essere trasformate dall’industria in quanto agli inizi del XX sec. a)l’introduzione dell’energia

elettrica (nella sua forma di energia idroelettrica) mise i paesi che non producevano carbone in condizioni migliori.

b)l’esportazione dei materiali non lavorati (seta grezza) e di prodotti agro-alimentari costituì una delle voci in attivo

nello sforzo di riequilibrio di una bilancia dei pagamenti nazionale quasi sempre in dissesto al quale inoltre dette un

contributo notevole le rimesse degli emigranti che a cavallo dei 2 secoli si diressero in zone transoceaniche e che erano

soprattutto meridionali. Infatti essi con le loro rimesse in valuta pregiata ai familiari paradossalmente sostennero

l’economia nazionale e dunque il decollo industriale dell’Italia del Nord. In un’ottica produttivistica Giol. Fu favorevole

a politiche di alti salari che allargassero il mercato interno. Si fece paladino delle libertà sindacali e annunciò la

neutralità dei poteri pubblici nei conflitti tra del capitale che del lavoro che nel 1906 culminarono con la costituzione

della CGDL Confederazione generale del lavoro di ispirazione socialista riformista e dall’altro lato le confederazioni

padronali dell’industria e dell’agricoltura. Per quanto riguarda le riforme sociali fece approvare una legge di tutela sul

lavoro minorile e femminile; fu istituito un ufficio del lavoro e fu introdotta la municipalizzazione dei servizi pubblici.

Per la politica estera G. rinnova ancora una volta la triplice alleanza ma stringe accordi segreti con la Francia, GB e la

Russia che lo portarono nel 1911 all’occupazione della Libia sia per evitare che gli altri precedessero l’Italia che per

venire incontro alle esigenze del movimento nazionalistico che si andava ad affermare sia politicamente che

culturalmente.

Nei brevi periodi di intervallo 1906, 1909-10, 1910-11, in cui G. non fu al governo coloro che vi furono ottenero alcuni

limitati risultati. Comunque né il programma giolittiano né quello di coloro che lo sostituirono non furono mai capaci di

costruire stabili bilanciamenti politici di governo e pertanto il sistema politico italiano del tempo era imperniato su

singole personalità e sulla capacità di aggregare e di mettere di volta in volta in sede parlamentare i diversi interessi e

così come quella di De Pretis la dittatura parlamentare di Giolitti ottenne i suoi successi accanto accantonando i punti

più controversi dei suoi programmi iniziali. Per la sua capacità di guadagnare consensi e di manovrare le elezioni anche

con brogli e violenze dove i conflitti erano più forti (es. nel Sud) fu definito dallo storico socialista Salvemini “il

ministro della malavita”. Infatti anche G. non guadagnò il consenso degli intellettuali del suo tempo.

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Ma il vero nodo strutturale del paese era la frattura tra Nord e Sud che perdurava oramai da 30 anni. Si parlava già di

questione meridionale spesso sposandola con una questione sociale per far intendere l’esistenza di grossi problemi

strutturali a cui porre interventi specifici, problemi che da molti erano attribuiti alla mancata trasformazione in senso

borghese della proprietà terriera e per altri da attribuire alle scelte economiche e tributarie compiute dalle classi dirigenti

post unitarie che nella loro ansia di unione nazionale non avevano tenuto conto dei problemi specifici del mezzogiorno.

Anche se G. aveva un programma piuttosto industrialista e attento allo sviluppo del settentrione varò invece alcuni

programmi di intervento speciale per il Sud come le leggi per l’industrializzazione di Napoli, per la costruzione

dell’acquedotto pugliese e provvedimenti per la Basilicata che comunque ebbero scarsa incidenza sulla disastrosa

situazione economica e sociale del mezzogiorno dove si susseguivano scioperi e sanguinosi conflitti con la forza

pubblica (eccidi proletari) mentre milioni di persone emigravano. Nel 1911 G. istituì il monopolio delle assicurazioni

sulla vita con la creazione dell’INA che rappresentava il I ente pubblico con organizzazione privatistica. Nel 1912 la

riforma elettorale con suffragio quasi universale dove furono ammessi per la prima volta al voto anche gli analfabeti. Ma

né la concessione dell’allargamento del suffragio (rivendicata dai movimenti democratici e socialisti) né la ripresa del

programma espansionistico (sostenuto dai nazionalisti) appartenevano all’originario progetto di G.. Dal 1912 al 1914

quando G. lasciò il governo all’interno del partito socialista prevalse la sinistra rivoluzionaria che nel 1912 sotto la

guida di Mussolini ottenne l’esplusione di Bissolati e dell’ala riformista. Mussolini nominato poi direttore dell’Avanti

gli diede un indirizzo antigiolittiano. Si ruppe nel frattempo anche l’unione sindacale e i sindacati rivoluzionari

abbandonarono la CGDL e fondarono USI unione sindacale italiana. Salandra nel giu 1914 succede a G. egli era

espressione di una coalizione tra liberali, conservatori, nazionalisti e cattolici (patto Gentiloni). In questi stessi giorni a

Sarayevo ebbe inizio la I guerra mondiale.

Capitolo VIII Imperi e Nazionalismi dell’Europa Orientale

Nel corso del XIX l’Europa orientale era ancora in gran parte dominata da 3 imperi plurinazionali: quello ottomano,

l’asburgico o austriaco e lo zarista o russo. Ma via via al loro posto nacquero anche in questa parted el continente

nuovi stati basati su quell’idea di nazione che in occidente si era già affermata e che nel frattempo si impose anche in

Italia (1861) ed in Germania (1971).

L’impero asburgico era un mosaico di territori e popoli tenuti insieme dalla obbedienza alla dinastia degli Asburgo-

Lorena, da una corte, un esercito una burocrazia e una diplomazia imperiale. Nel 1815 comprendeva l’Austria e la

Slovenia, la corona di Boemia, i paesi ungheresi, il lombardo-veneto e la Galizia (ex polacca). Erano tutte minoranze

nazionali in quanto nessuna di queste nazionalità raggiungeva il 25% dell’intera popolazione su cui territorio risiedeva.

Tra esse dominavano la tedesca e l’ungherese mentre le dominate erano le slave tra cui in posizione intermedia vi erano

le italiane. Circa 10 anni prima della riv. franc. l’imperatore Giuseppe II aveva cercato di fare dell’impero uno Stato

centralizzato e unificato fondato sulla minoranza tedesca. Tanto da imporre il tedesco a tutti i sudditi e ciò provocò la

reazione dei ceti dominanti ungheresi, dei cechi, l’opposizione dei nobili e della chiesa; ma poi la riv. franc. accelera il

risveglio dei sentimenti nazionali. Comunque nel 1815 l’impero asburgico era un vero e proprio baluardo delle

conservazione.

L’impero russo si era guadagnato lo status di grande potenza grazie alle riforme dello zar Pietro il grande che avevano

assicurato l’esistenza di un settore economico moderno. Tra il 1772 e il 1815 era mutato anche l’equilibrio tra le

nazionalità a causa degli enormi acquisti territoriali a occidente e nel meridione (spartizione della Polonia) e da zone

acquistate a seguito di una guerra con l'impero ottomano. Polonia, Bielorussia, Crimea aumentarono la popolazione

minando il predominio dei russi (che fino ad allora arrivava al 70%) le diverse etnie minacciavano anche il monopolio

delle chiese ortodosse. Fu così che già agli inizi del XIX sec. furono adottate misure repressive nei confronti degli ebrei

cui veniva riservata una zona di residenza obbligata ed il divieto di stabilirsi nella Russia vera e propria. Però il

contemporaneo divieto di possedere terre stimolò le attività commerciali e artigianali su cui sarebbe fiorità l’attività e lo

sviluppo del popolo ebraico.

L’impero ottomano ad inizio secolo dominava ancora su gran parte dei Balcani, Grecia, Romania, sul Medio Oriente

(Arabia, Siria e Palestina) e su tutto il Nord Africa. Aveva a suo vertice il sultano padrone di ogni bene e persona. Il

corpo sociale sotto di lui era organizzato a strati orizzontali: a) lo strato superiore era rappresentato dai suoi servitori

diretti cioè i membri dell’amministrazione statale. b) Al di sotto vi era il reya (gregge) disposto secondo una piramide

sociale alla cui base vi erano i contadini. Accanto a questi stratificazione sociale vi era una forte segmentazione

religiosa: Mussulmani (dotati di sostanziali privilegi) e zimmi (fedeli delle religioni protette: ebrei e cristiani di vario

tipo). Quest’ultimi erano considerati sudditi di II classe divisi al loro interno in millet (organizzazioni). La religione

definiva l’identità delle persone anche in campo ammm.vo ostacolando la formazione di gruppi intellettuali laici.

Il processo della formazione degli Stati nazione sui territori dell’Europa orientale fu più contrastato e violento. Esso

provocò la distruzione degli imperi, accompagnata da feroci conflitti tra le nazionalità vecchie e nuove che sfociarono in

ripetute purificazioni etniche cioè deportazioni e stermini di popolazioni intere con lo scopo di raggiungere

l’omogeneità etnica nei confini territoriali. I nuovi Stati nazionali si posero come primario il problema di recuperare il

gap relativo allo sviluppo economico che essi soffrivano rispetto alle altre nazioni. La spinta acceleratrice del processo

di formazione degli Stati nazione risaliva al XVIII sec.. Lo strumento per raggiungere tale obbiettivo era quello di darsi

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una compattezza istituzionale (quasi sempre rappresentata da monarchie assolute) e dotarsi di un esercito forte e stabile

capace di combattere guerre (ciò comportava spese enormi per bestiame, uomini e approvvigionamento delle armi).

Ecco la necessità dell’intreccio politico-economico e la conseguente presenza ingombrante dello Stato nell’economia

almeno alla nascita di esso per meglio preservarlo. I principi della rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche

diedero la spinta non tanto alla nascita del patriottismo e del nazionalismo (fenomeni di elites) ma piuttosto

all’estensione e all’apertura alle masse di tali concetti; il fuoco delle passioni si trasferì dalla religione alla politica.

La differenza cruciale tra Europa occidentale ed orientale era data dalla non omogeneità, diversità etniche sommate a

diversità religiose alimentavano conflitti anche tra città e campagne. La religione spesso giocava un ruolo cruciale

nell’identità dei popoli. Il nazionalismo si collega spesso al razzismo ed esso spesso colpiva gli ebrei. L’antisemitismo

fece nascere per reazione il sionismo il cui obbiettivo era la realizzazione di uno Stato ebraico in Palestina.

La realizzazione di nuovi Stati nazione è sempre riuscita legando la “questione nazionale” a quella “sociale”. A tal

proposito l’internazionalismo socialista è l’antitesi della nazionalità ma la forza del nazionalismo riuscì al prevalere

sull’ideologia socialista tanto da sfruttarla come uno strumento per la propria causa (nazionalsocialismo).

Nel 1854-55 la guerra di Crimea sanzionò l’appoggio occidentale all’impero ottomano contro l’invasione russa. Gli

ottomani poco dopo diedero il via ad un programma di riforme politico sociali che prevedevano l’abolizione dei poteri

civili delle gerarchie religiose, l’apertura dei cristiani nell’esercito e il nuovo motto era “libertà e patria”. Vi fu il varo di

un nuovo codice civile, una nuova legge per i diritti di cittadinanza. Ma nel 1874 ci fu un collasso economico

dell’impero con la restaurazione (e l’abolizione della Costituzione) ad opera del sultano di cui si approfittò subito la

Russia. Nel 1878, le grandi potenze grazie alla mediazione di Bismark, ridimensionarono le proporzioni della vittoria

Russa proclamando la nascita di nuovi Stati (Romania e Montenegro) e formalizzando l’indipendenza della Serbia. La

Bulgaria fu eretta a principato autonomo dalla Turchia e la Bosnia-Erzegovina fu concessa in amministrazione agli

austriaci. Nessuno dei nuovi e vecchi Stati era contento del territorio che era stato assegnato. Tutti i nuovi Stati erano

tenuti ad affrontare problemi socio-politici (l’amministrazione politica di essi era problematica dopo la partenza dei

turchi per la mancanza elites alte tradizionali) ed economici enormi (monocolture) . Nel 1908 ci fu un’insurrezione

nell’impero e la conseguente caduta del sultano ad opera del movimento nazionale dei giovani turchi che comunque in

pochi anni non poteva raddrizzare le enormi difficoltà economiche dell’impero. Esse sfociarono nel 1912 con una nuova

sconfitta da parte dell’Italia e la conseguente perdita della Libia e di alcune isole greche. Scoppia nel 1913 la prima

guerra balcanica che vide contrapporsi da una parte la Serbia, il Montenegro, la Grecia e la Bulgaria e dall’altra i turchi

con la vittoria dei primi sui secondi. Ma la spartizione nel 1913 dei territori conquistati diede luogo alla seconda guerra

balcanica che oppose la Bulgaria (appoggiata dall’Austria che contrastava le mire espansionistiche serbe : vedi Croazia)

e la Serbia (appoggiata da Grecia, Romania e la stessa Turchia). La vittoria serba fu accompagnata da feroci

purificazioni etniche (comunque reciproche) che sconvolsero tutta l’Europa.

Capitolo IX La democrazia in America.

La storia americana risulta per molti aspetti diversa e per altri simile a quella europea. E’ affine a quella di molti Stati

europei in merito alla costruzione dello Stato nazione che avvenne con caratteristiche proprie in quanto il territorio

dello Stato (considerato come un dato fisico naturale, privo di storia e di cultura) fu conquistato con la guerra. Infatti

non si trattò di inglobare realtà statuali preesistenti (come in Italia ed in Germania) bensì di spazzarle via. Tali realtà

erano le nazioni indiane che non furono riconosciute come interlocutori autoctoni; infatti i diritti di sovranità vennero

contrattati a livello internazionale con le nazioni economicamente e politicamente interessate ai nuovi territori (GB,

Francia, Spagna, ecc.). La popolazione considerata legittima era nuova al territorio formatasi sia al seguito

dell’espansione dei coloni che dall’immigrazione europea di gente diversa che doveva essere americanizzata ed insieme

ai quali vivevano comunque i già residenti quali messicani conquistati, nativi sottomessi e schiavi deportati. Per cui gli

USA si pensarono come una nazione euro-americana trapiantata in altro continente; però fin dall’inizio questo nuovo

Stato si presentava come una società post-rivoluzionaria nel senso che aveva un governo repubblicano, consenso dei

governati, eguaglianza civile, diritti di cittadinanza democratica molto evoluti. Per questi aspetti molti ritenevano che la

democrazia americana fosse faro di speranza e modello per il futuro dell’umanità mentre altri pensarono che l’America

fosse solo una meravigliosa eccezione non comparabile con altre esperienze storiche.

Bisogna dire però che l’America di cui si parlava era quella settentrionale ed anglofona. Nella parte meridionale,

centrale e nel Messico invece il potere reale rimase nelle mani dei Creoli che formarono una ristretta élite di proprietari

fondiari che portarono alla formazione di Stati molto dipendenti economicamente dalla GB. Per cui l’ideologia

democratica che fu detta americana non celebrava l’unicità di tutta l’America quanto solo quella degli USA.

Il popolo sovrano era molto esteso dal 1830 esisteva il suffragio universale maschile esteso a tutti i maschi adulti e

bianchi che fossero cittadini degli USA e anche gli immigrati che avessero avviato le pratiche di naturalizzazione. La

società USA era democratica e repubblicana la cui forma di governo era federale e dove vigeva una separazione tra

poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) molto netta con meccanismi di controllo reciproco. La sua autorità era

delimitata con precisione dalla costituzione che lasciava competenze ampie ed esclusive agli Stati che a seguito

dell’espansione territoriale aumentavano di numero. Ciò comportò inevitabilmente un accrescimento del potere del

governo federale e con esso la tensione conseguente tra centro e periferia.

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Gli Stati che avevano ottenuto l’indipendenza dalla GB con la rivoluzione (1776) ne erano 13 tutti compresi tra l’oceano

atlantico e i monti appalachi. Nel 1860 erano diventati 33 e si estendevano fino al Minnesota e al Texas e dall’Oregon

alla California sul Pacifico. A fine secolo ve ne erano 45 e quasi tutto il continente era stato colonizzato. La formazione

degli Stati era regolata da una legge del 1787 che prevedeva con il raggiungimento di un certo numero di abitanti

bianchi un territorio poteva darsi una costituzione e fosse automaticamente ammesso nell’unione su un piede di parità

con gli Stati originari. La lotta per il dominio in Nord America non fu combattuta solo fra popoli e potenze europee ma

già al tempo della rivoluzione lo scontro era tra tre pretese di sovranità territoriale (quella dei coloni bianchi, degli

inglesi e dei nativi). La vittoria della rivoluzione segnò la fine dell’autorità britannica, l’affermazione dell’indipendenza

degli americani di origine europea e l’inizio della fine dell’indipendenza per le nazioni indiane. Per questi ultimi fu una

vera e propria catastrofe risolta con la forza delle armi per tutto l’800 e furono guerre feroci perché la posta in gioco era

il controllo del territorio e lo sfruttamento della terra.

Nelle nuove terre al seguito dei bianchi giunsero anche gli schivi neri deportati dall’Africa. La schiavitù era

sopravvissuta alla rivoluzione, essa aveva una importanza economico sociale strategica specie nel Sud. All’inizio

dell’800 il fulcro dell’economia schiavistica si spostò dalla costa atlantica al profondo Sud sulla costa del golfo del

Messico che divenne il grande regno delle piantagioni di cotone. In tale periodo gli interessi delle due macro aree

regionali (il Sud agricolo e schiavistico e il Nord con l’industria nascente e libero) entrarono in rotta di collisione

sconvolgendo gli assetti nazionali: alla questione dell’espansione verso l’Ovest si unirono altre di ordine economiche

doganali (il Nord protezionista per difendere la propria industria nascente ed il Sud liberista per favorire le sue

esportazioni agrarie), politiche ed ideali che portarono a tentativi di compromesso. Ma quando il nuovo partito

repubblicano tutto nordista si affermò alla guida del governo federale ed elesse presidente Abraham Lincoln (1861) gli

Stati schiavisti abbandonarono l’unione e decisero di formare la confederazione degli Stati del Sud. La secessione

scatenò la guerra. Essa durò 4 anni e si concluse con la vittoria dei nordisti. Fu una guerra moderna dove si scontrarono

esrciti di massa a leva obbligatoria sostenuti da apparati industriali e veloci sistemi di trasporto (ferrovie) e

comunicazione (telegrafo). E infatti fu il carattere industriale del conflitto a determinare il destino del Sud che vi entrò

debole e vi uscì sconfitto. Il Nord aveva il monopolio dell’industria siderurgica, tessile e meccanica, conoscenze

scientifiche e tecnologiche, del lavoro specializzato, controllava il commercio e il capitale finanziario e aveva la rete più

estesa delle ferrovie. Il Sud sottovalutando questi fattori aveva creduto che il Nord, messo di fronte al fatto compiuto

della separazione, lo avrebbe accettato; ma così non fu. La guerra fu moderna anche per le ingenti perdite umane dovute

alla partecipazione di massa. Il Nord ricordò la guerra come una guerra civile fra cittadini appartenenti alla stessa

nazione e il Sud come una guerra per l’indipendenza materiale o una guerra fra Stati diversi. Gli ex schiavi neri

ricordano una guerra per l’emancipazione. La vittoria del Nord fu accompagnata da uno sconvolgimento della società

meridionale dove il potere dei grandi proprietari fu distrutto e ridimensionato a livello locale. La schiavitù venne abolita

e gli ex schiavi ottennero diritti civili e politici (emendamenti alla costituzione del 1865-70). Il governo federale guidato

dai repubblicani acquistò autorità rispetto a quelli Statali e assunse un ruolo propulsivo nello sviluppo economico.

I repubblicani del Nord all’indomani della vittoria cercarono di ricostruire la società meridionale con l’occupazione

militare e il controllo politico (non mancarono prevaricazioni e corruzioni) e attiva fu la partecipazione che i neri liberati

ebbero in questa vicenda, partecipazione violentemente contrastata dagli attacchi di una associazione terroristica

razzista, il Ku Klus Klan, costituitosi nell’immediato dopoguerra. A pochi anni dalla libertà i neri conquistarono il

suffragio universale maschile ed una porzione reale del potere politico (per la prima volta furono eletti nelle assemblee

legislative degli Stati e nel congresso federale) Ci furono progetti per distribuire agli ex schiavi parte della terra da loro

stessi coltivata ma essi fallirono e i neri rimasero senza risorse in balia dei vecchi padroni. Quando ci fu l’inizio di una

riconciliazione tra Nord e Sud essi furono oggetto di nuove forme di oppressione che scaturirono in leggi statali che li

privarono dell’esercizio effettivo dei diritti che erano stati sanciti dalla costituzione federale. I neri dovevano essere

tenuti segregati e la pratica del linciaggio fu applicata per ottenere ciò.

La guerra civile diede al governo federale l’opportunità di prendere importanti provvedimenti di politica economica:

protezionismo e infrastrutture, terra agli agricoltori, sostegno alle società ferroviarie, salvaguardia delle corporations

(nuove grosse società per azioni), moneta stabile (creazione nel 1913 della Federal Reserve Bank). Inoltre gestì un

efficiente sistema postale e promosse l’immigrazione di forza lavoro dall’Europa. Questo atteggiamento del governo

USA dopo il periodo bellico cambiò radicalmente passando ad adottare una politica del laisser faire del tutto opposta a

quella precedente. L’industrializzazione investì tutti i settori: siderurgia, tessile, chimica, meccanica, fonti energetiche

(carbone, elettricità, petrolio). L’industria dei beni di consumo, con tecniche di vendita innovative (pubblicità, grandi

magazzini, vendita per corrispondenza), si creò un mercato nazionale omogeneo. Nuovi modi di produzione, spesso

sviluppati dalla ricerca scientifica e tecnologica più avanzata, portarono ad una efficiente organizzazione del lavoro, alla

meccanizzazione, all’emergere del sistema di fabbrica che comportò anche nel campo agricolo una maggiore

produttività. Questa politica fu favorita anche comunque del fatto che gli USA godettero di un’eccezionale disponibilità

di terre e risorse alimentari (destinate anche all’esportazione), di materie prime non agricole e risorse energetiche. La

grande domanda interna favorì quindi lo sviluppo di una industria di beni di consumo di massa e a basso costo, così

come in un paese ancora sottopopolato la mano d’opera era scarsa e con salari piuttosto elevati, per cui quello che

poteva sembrare un limite divenne un buon motivo per introdurre nuove tecniche produttive e organizzative che

risparmiassero lavoro e aumentassero la produttività. Nascevano SPA gigantesche intorno al 1900 il Big Business

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dominava la scena. Gli USA erano diventati il principale produttore mondiale di generi alimentari, materie prime,

acciaio. Insieme alla Germania erano i protagonisti della seconda rivoluzione industr. Che tolse il primato alla GB. Fra il

1870 e il 1910 anche la popolazione cambiò con un’ondata migratoria senza precedenti.

L’immigrazione fu un fattore fondamentale nella formazione del popolo americano. Tra il 1820-60 giunsero circa 5

milioni di emigrati. Tra 1861-1910 né giunsero 23 milioni. Il primo flusso migratorio fu costituito da tedeschi,

britannici, scandinavi e irlandesi anche dotati di cultura e a volte di capitali spinti più da motivazioni politiche e

religiose che economiche che si insediarono sia nelle aree urbane dell’Est che in quelle agricole dell’Ovest. Il secondo

flusso fu costituito da italiani, austroungarici e russi spinti essenzialmente dalla povertà. La cittadinanza era consentita

solo agli adulti maschi e bianchi per questo gli asiatici erano esclusi. La seconda ondata alimentò la forza lavoro della

riv. indusr. nelle città in convulsa nascita come Chicago e Los Angeles. Gli immigrati popolarono quartieri etnici

compatti mantenendo tradizioni, usi e cultura originaria. Ciò comportò sia reazioni di rigetto dei residenti di antica data

sia atteggiamento di assimilazione dei nuovi arrivati alla cultura americana; problema quest’ultimo che fu oggetto di

discussione per tutto l’800. Varie politiche furono provate per favorire l’integrazione, ma forse tale processo ebbe un

forte incentivo nella partecipazione alla politica elettorale, alle attività associative, alla vita pubblica dominata dai mass-

media (pubblicità, giornali popolari), al mercato dei consumi che tendevano ad omogeneizzare gusti e stili di vita. Negli

USA di inizio 900 nacque l’idea di una America come melting pot cioè come crogiolo di etnie, lingue, religioni diverse

da cui sarebbe stato forgiato un tipo nazionale del tutto originale. Bisogna però tenere sempre presente che le

popolazioni di discendenza africane, asiatica o indo americana non erano contemplate.

Anche negli USA la crescita industriale creò la moderna classe operaia e come in Europa occidentale fece esplodere la

questione sociale. I conflitti fra capitale e lavoro erano cominciati negli anni precedenti la guerra civile, ma fu in quelli

successivi che ebbero dimensioni nuove. Infatti dal 1877 in poi ci furono molte agitazioni e scioperi volti ad ottenere

salari più alti, giornate lavorative di 8 ore e riconoscimenti sindacali. Però rispetto a quelle dei paesi industrializzati

europei la classe operaia americana ebbe caratteristiche particolari. I continui flussi migratori di diverse etnie

introducevano fra i lavoratori nuove culture, lingue e tradizioni dividendoli e costringendoli a difficili opere di

ricomposizione. A fine secolo con l’avvento della grande fabbrica meccanizzata nacquero nuovi tipi di lavoratori non

qualificati messi alla catena di montaggio che misero in crisi le figure 800sche dei lavoratori di mestiere. Ma comunque

in America non c’è socialismo perché l’individualismo vi trionfò fin dalle radici ma soprattutto una democrazia

repubblicana precoce fece sì che il suffragio universale maschile fosse conquistato senza rivoluzioni popolari e prima

che nascesse un proletariato di fabbrica. A fine 800 quando si formò un moderno proletariato di fabbrica i lavoratori

erano cittadini ed elettori da più generazioni, essi si riconoscevano in partiti di massa che non rispecchiavano i recenti

conflitti industriali ma altri precedenti conflitti. Tutto ciò impedì il formarsi di una coscienza di classe e pertanto i

durissimi scontri sociali del periodo rimasero confinati nei luoghi di lavoro e nelle comunità locali o furono negoziati

all’interno delle organizzazioni di partito. Un’altra eccezione tutta americana era costituita quindi dal ruolo di partiti. I

grandi partiti americani si erano formati in momenti diversi della storia nazionale. Il partito repubblicano si era formato

alla vigilia della guerra civile. Quello democratico aveva radici nell’ultimo decennio del 700 e aveva assunto una

precisa fisionomia sotto la presidenza di Jackson (1829-37) e fu proprio in quel periodo che i partiti divennero

organizzazioni di massa nel senso moderno del termine in concomitanza del suffragio universale maschile. Negli USA il

secolo dei partiti fu l’800 e non il 900 come in Europa. I partiti avevano programmi e principi diversi ed in

competizione tra loro; l’identità di partito era rappresentato da uno stile di vita tramandato da padre i figlio, coltivato

nelle famiglie e rafforzato da reti di associazioni radicate nelle comunità. Essi erano insomma organizzazioni permanenti

e a larga base popolare per molti versi simili a quelli che domineranno la vita politica 900sca europea.

Nei primi anni del 900 la repubblica americana visse un profondo mutamento a seguito della corruzione dei partiti nei

settori pubblici. Essi persero influenza e potere come rappresentanti delle forze sociali in parte sostituiti da gruppi di

interesse organizzati ed autonomi come le associazioni industriali e professionali, sindacati, movimenti monotematici.

La diffusione del suffragio universale ebbe un ruolo decisivo nella formazione degli Stati Uniti. Infatti la società

americana bianca dal punto di vista economico sociale era molto stratificata. Le differenze di ceto non corrispondevano

solo ai redditi ma anche a cultura e stili di vita: Upper class (aristocrazia), Middle class (classe media ) e Working class

avevano modi e costumi differenti e vivevano in aree residenziali nettamente diverse. In questo contesto di

diseguaglianze la comune cittadinanza politica era il simbolo dell’egualitarismo repubblicano.

Capitolo X Imperialismo e colonialismo.

Tra il 1870 e il 1914 i maggiori Stati europei attuarono una più intensa espansione coloniale (paragonandola a quella

500/600sca) per cercare nuovi sbocchi ad una produzione industriale in costante crescita e per crearsi un impero che

fosse testimonianza di potenza politica e militare. Tale colonialismo imperialistico, sostenuto da ideologie

nazionalistiche e razziste, causò l’asservimento economico e la disgregazione sociale delle popolazioni sottomesse e,

dopo una prima fase di spartizioni relativamente pacifiche, determinò una sempre più accesa conflittualità tra le

maggiori potenze.

Il dibattito sulle cause e sulla natura dell’imperialismo fu assai vivace tra i partiti socialisti della seconda internazionale.

L’ala revisionista (Bernstein) ritenne che l’espansione del commercio estero era più proficuo se l’interscambio avveniva

19

tra i paesi più ricchi e quindi la fase estensiva territoriale era destinata a concludersi. L’ala rivoluzionaria (Luxenburg)

ritenne che il mercato era oramai saturo e quindi insufficiente a garantire l’accumulazione capitalistica di conseguenza

per la sopravvivenza erano necessari sbocchi aggiuntivi (contadini e paesi arretrati. Questa ipotesi sottoconsumistica

prevedeva il crollo del sistema capitalistico dovuto all’antagonismo delle grandi potenze. Lenin sosteneva che

l’imperialismo era l’ultimo stadio del capitalismo.

Altri aspetti dell’imperialismo economico erano da ritrovare nell’esportazione dei capitali verso i paesi europei

bisognosi di infrastrutture per la costruzione di ferrovie, linee telegrafiche e telefoniche, ecc.. (colonialismo informale).

Gli investimenti stranieri nelle lontane colonie svilupparono pochi settori specializzati strettamente legati al mercato

interno delle madre patria (centro). Ciò comportò che le economie delle colonie (periferie) si specializzavano per eventi

esterni e non producevano per il fabbisogno interno restando legate ai lontani mercati europei trascurando quasi del tutto

il commercio ei contatti coi paesi vicini.

Il colonialismo servì anche ad accrescere il prestigio e la sicurezza degli Stati; gli accordi diplomatici (sempre segreti)

infatti si sviluppavano intorno sia agli equilibri rispetto alle altre potenze che nei confronti dell’opinione pubblica

interna.

La politica internazionale degli Stati scatenò tra i partiti varie correnti di opinione intorno alle quali si raggruppavano

movimenti favorevoli o meno a tale atteggiamento. Nell’età dell’imperialismo il ruolo dello Stato veniva esaltato non

solo in termini di potenza internazionale, ma anche in termini di potere interno. Strumento per tali politiche fu, tra

l’altro, una manipolazione dei problemi politici e sociali interni, tanto abile da ottenere il consenso delle masse in

relazione al fatto che il colonialismo portava ricchezza per tutti i cittadini dello Stato. Così l’imperialismo incoraggiava

le masse ad identificarsi con lo Stato e con la nazione imperiale. Questa nuova nazionalizzazione non si collocava al

principio di nazionalità del periodo che diede impulso a movimenti di indipendenza, l’imperialismo invece si sispirava

al mito della nazione come forza espansiva, come motore della storia (civiltà delle nazioni).

Capitolo XI Novecento apogeo e crisi del moderno

Le rivoluzioni e i conseguenti processi di democratizzazione inducono alcuni pensatori e filosofi ad interrogarsi sulla

natura e le conseguenze di queste trasformazioni. Si faceva strada il fatto che una conoscenza scientifica non fosse

fondata su leggi universalmente valide ed entrò in crisi l’ottimismo nel progresso proprio del positivismo. Con Simmel

(con la scoperta delle dimensioni inessenziali”), Freud (e il suo concetto di inconscio), Levy Bruhl (e la suo prelogismo)

e Dilthey (con le scienze dello spirito contrapposte a quelle della natura e la sua nuova concezione della storia “come

cantiere aperto”) si cerca di focalizzare l’attenzione su grandezze non materiali come il denaro per la sfera sociale e

l’esperienza dei sogni nella sfera individuale, e ancora il riconoscimento della positività della differenza delle culture e

della loro pari dignità ed infine l’interrogazione pressante sul senso della storia e i suoi limiti da assegnare agli Stati e al

potere economico. Fu con il methodenstreit o dibattito metodologico che emerse una differenziazione tra scienze

naturali e scienze dell’uomo, in quanto la posizione dell’epoca sosteneva che le azioni umane erano legate a delle leggi e

quindi andavano studiate seguendo il metodo deduttivo delle scienze fisiche seguendo un approccio di tipo naturalistico

positivistico. E qui che interviene Dilthey a differenziare lo Status e quindi il metodo tra le scienze dello spirito e quella

della natura per poi arrivare all’ermeneutica weberiana. La crisi del positivismo avviene perché si acquisiscono nuove

cognizioni sulla struttura della materia, sui problemi dell’energia, nel campo delle scienze biologiche che fecero crollare

l’idea secondo cui la conoscenza scientifica fosse basata su leggi universali.

Questa perdita di certezza però fa si che da più parti la cultura del Novecento sembra rinunciare alla razionalità in nome

del mito che diventa il prodotto della volontà di credere. Ecco spiegato perché nel 900 si è assistito a regimi totalitari

con il coinvolgimento di masse intere che in precedenza avevano gridato libertà, uguaglianza e fratellanza ed ora

appaiono odi razziali, rivoluzioni e massacri. Poiché con la perdita di significato dell’esistenza nelle democrazie si sono

prodotte le passivizzazioni del pensare, dell’agire e del giudizio.

Capitolo XII L’economia del XX sec.

Nel XX sec. l’economia capitalistica basata sul profitto privato e sul mercato (economia di mercato) si è confermata

superiore agli altri modi di produzione nello sviluppare il reddito ed i consumi e nell’accrescere la ricchezza materiale

delle nazioni.

Anche se contraddittorio e diseguale lo sviluppo economico è stato tumultuoso e stupefacente. Gli elementi che lo

contraddistinguono dall’industrializzazione 800sca sono molteplici. Mai una crescita del prodotto procapite (intesa

come produzione di beni e consumo) era stata più rapida a livello mondiale tra l’inizio e la fine del secolo con le

conseguenze che hanno visto l’aumento sia del volume che dell’estensione del commercio internazionale e cosa più

importante l’aumento demografico. Il 1900 ha visto trasformazioni radicali delle fonti e degli usi delle risorse.

L’agricoltura ha perso rapidamente peso rispetto all’industria prima, e poi rispetto al terziario. L’autoconsumo tipico

della società contadina è divenuto consumo di massa di merci resi familiari dalla pubblicità e vendute sul mercato. Gli

investimenti per impianti, macchinari sono diventati quantitativamente più importanti. La scienza si è trasformata in

tecnologia sistematicamente rivolta alla produzione. 20

Il progresso tecnico è stato il fattore decisivo sia sulla crescita della produzione che delle sue trasformazioni, i suoi

effetti sono stati pervasivi nelle economie di mercato dotate delle capacità imprenditoriali e delle istituzioni più idonee a

promuoverlo e a valorizzarlo. Esso ha interagito, con il mutare dei consumi, nel determinare un processo continuo di

creazione e distruzione di posti di lavoro, l’effetto netto sull’occupazione è stato non dirado negativo, e così il XXI sec.

si apre con la questione lavoro al centro dell’attenzione. Le politiche del lavoro sono state rivolte oltre ad una maggiore

occupazione ma anche ad attività lavorative migliori. Il lavoro è partecipe della vita della collettività e chi ne viene

escluso subisce inevitabilmente una perdita di status sociale, la disoccupazione crea sfiducia e abbandono nelle scuole e

il mancato progresso professionale, la perdita di contatto con le nuove tecnologie depauperano il cosiddetto capitale

umano, rafforza le resistenze all’introduzione dei miglioramenti produttivi e organizzativi. Nel ‘900 l’innovazione

tecnologica (che nel’800 era per lo più dovuta ad inventori individuali e a piccole imprese) si estende sia alle grosse

corporations, che investono nella ricerca, che ai governi. Essa non è più causale ma scaturisce da un impegno

programmato. Diminuiscono nel corso del secolo le ore di lavoro procapite. L’efficienza poi è stata favorita dalla più

alta quantità delle risorse umane e dai cambiamenti nell’organizzazione interna delle fabbriche, degli uffici ed in

generale delle unità produttive. In questo secolo gli Usa predominano l’economia mondiale a discapito della GB.

Il ‘900 è il secolo dell’instabilità economica accanto alla crescita e alle forti trasformazioni. Nel secolo precedente, negli

stessi paesi industrializzati, i salari superavano appena la soglia della sopravvivenza per cui la recessione poteva dire

penuria e fame mentre nel ‘900 il risparmio dei lavoratori, le forme assicurative e di mutualità, le politiche sociali

hanno attenuato le ripercussioni delle fluttuazioni e delle crisi, pur non eliminandole. Le economie di mercato del XX

sec. hanno attraversato 2 crisi economiche gravissime: quella degli anni 30 in cui la disoccupazione dilagò, il

commercio mondiale diminuì di ¼ , il protezionismo soppianto le libertà di commercio e si pose fine al regime aureo. E

quella degli anni ’70 meno evidente dal punto di vista della disoccupazione, ma particolarmente insidiosa, essa pose fine

alla fase di eccezionale sviluppo (età dell’oro) tra gli anni 50 e 70 a cui si unì l’inflazione e l’abbandono del sistema

monetario internazionale basato sul legame tra l’oro e la valuta più forte cioè il dollaro USA. Si coniò in questo periodo

il termine stagflazione che è una combinazione di stagnazione (ristagno delle attività produttive e disoccupazione) più

inflazione.

Il ‘900 ha visto inasprirsi, e poi declinare, la sfida sovvertitrice rivolta dal socialismo marxista all’economia di mercato,

lo Stato doveva sostituirsi al mercato in un sistema economico ispirato al principio della collettivismo e contrario

all’individualismo. La sfida è fallita nella forma del comunismo sovietico e del socialismo reale. Le economie

collettivistiche dell’Est europeo sono franate nel passaggio dalla fase dell’industria pesante alla fase dell’uso delle

risorse per il consumo; dalla fase della produzione estensiva a quella qualitativa a più alta efficienza. Mentre negli anni

dal 28 al 39 la produzione dell’URSS si era molto più accresciuta rispetto a quella USA tanto da far pensare, anche in

occidente che l’economia pianificata avesse una capacità di crescita persino superiore a quella di mercato, nel 1973/90

lo sviluppo dell’URSS discese al di sotto di quello USA. Anche con il concorso di altri fattori è stata questa inefficienza

dinamica la causa determinante della disintegrazione istituzionale e del crollo economico del blocco dell’Est Europa

dalla fine degli anni ’80. Mentre l’URSS entrava in crisi si sviluppa la Cina. Nel corso del ‘900 gli equilibri del potere

mondiale sono mutati per almeno 3 volte: 800 inizio 900 dalla prevalenza inglese si è passati al dominio pieno, anche se

fortemente contrastato dagli USA, della Germania e del Giappone. L’economia mondiale non solo non è più imperniata

su Londra ma non è neppure più eurocentrica. Con lo svilupparsi dell’economia statunitense si fa largo l’idea di unire

l’Europa per creare un’entità con peso economico pari, se non superiore, a quello USA e del Giappone.

Il secolo in esame vede lo svilupparsi di 2 tendenze: globalizzazione intesa come una interdipendenza economica e

sociale tra tutti gli Stati del mondo. La scala su cui si svolgono i traffici, si dispiega la concorrenza, si attuano le

strategie delle imprese è sempre più una scala planetaria. La rapidità dei trasporti e delle comunicazioni costituisce il

presupposto di questa economia globale. L’altra tendenza è la finanziarizzazione intesa come la crescita delle finanze

internazionali, lo spessore e l’integrazione del mercato mondiale dei capitali sono stati il riflesso di un’espansione

straordinariamente veloce delle attività bancarie e dei mercati mobiliari all’interno stesso delle principali economie.

Lo Stato diventa protagonista dell’economia, il suo impegno nel regolare il sistema economico e migliorarne gli

andamenti sono divenuti parte integrante delle attività di governo. Pieno impiego dei lavoratori, stabilità monetaria,

equilibrio della bilancia dei pagamenti, concorrenza tra le imprese, trasparenza e funzionalità dei mercati, crescità

nell’efficienza sono diventati obiettivi dello Stato. Ad esso si sono unite in questo impegno istituzioni autonome come le

banche centrali nel campo monetario e le Autorità antitrust chiamate a contrastare i monopoli, gli oligopoli e gli abusi

delle imprese in posizione dominante sul mercato. Uno degli strumenti utilizzati nel corso del secolo è stato

l’ampliamento della spesa pubblica e il conseguente inasprirsi della tassazione.

Nonostante le politiche rivolte allo sviluppo le posizioni relative delle grandi aree economiche del globo sono rimaste

sostanzialmente invariate: America Latina, Asia e Africa erano e restano agli ultimi posti. La scienza economica non ha

ancora espresso una teoria dello sviluppo, della ricchezza delle nazioni, traducibile in politiche sicuramente efficaci per

ridurre le distanze. L’economia di mercato offre grandi opportunità all’intraprendenza individuale, erode le barriere alla

mobilità sociale; ma stenta a ridurre le diseguaglianze interne, non meno di quelle internazionali e fra regione, gruppi e

persone. 21

Capitolo XIII La I guerra mondiale

Fu una guerra moderna con eserciti di massa e mondiale la prima della storia dell’umanità in cui vi prese parte anche

una potenza exstaeuropea: gli USA. Durò 4 anni e vide la fine di 3 imperi quello Russo, quello Austro Ungarico e quello

Tedesco. Le cause sono da ricercare in: a) rivalità anglo tedesca alimentata dall’economia in espansione della Germania

che minacciava il predominio della GB; b) vecchi rancori, mai sopiti, tra Francia e Germania e l’annessione dell’Alsazia

e della Lorena da parte di quest’ultima; c) contrasti nel settore dei Balcani tra Austria e Russia che voleva estromettere

la presenza asburgica dalla penisola balcanica e affermarsi Stato guida di tutti i popoli slavi; d) la scintilla fu l’uccisione

dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo (28/6/1914) erede al trono Austroungarico ad opera di uno studente

nazionalista serbo, Gavrilo Princip personaggio simbolo di classi sociali, idee e popoli emergenti. Del fatto l’Austria

accusò la Serbia che non si sottopose ai suoi ultimatum (condizioni troppo gravose per accettarle) per cui il 28 luglio

1914 l’Austria Ungheria dichiarò guerra alla Serbia. Cronologia: Nel 1912 la I guerra balcanica vide contrapporsi la

Bulgaria, la Serbia, la Grecia e il Montenegro contro la Turchia che venne sconfitta. Nel 1913 scoppia, per contrasti

sulla spartizione dei territori, la II guerra balcanica che vide contrapporsi la Serbia (appoggiata dalla Russia),. Il

Montenegro, la stessa Turchia e la Grecia contro la Bulgaria (appoggiata dall’Austria) che ne uscì disfatta. Alleanze: la

Russia si alleò con la Serbia, la Germania (legata alla triplice alleanza, di cui faceva parte anche il Regno d’Italia)

alleata dell’Austria dichiarò guerra alla Russia e la Francia (legata alla triplice Intesa di cui faceva parte anche la GB)

alleata con la Russia si schierò contro la Germania. I tedeschi invadono il Belgio (neutrale) e interviene a suo favore la

GB. Nel frattempo l’Italia è neutrale poiché ritiene che sia stato un abuso quello dell’Austria (sua formale alleata con la

Germania) di dichiarare guerra alla Serbia. Nella nazione però gli umori sono contrastanti dove all’opportunismo

egoista di Salandra (primo ministro) che ritiene in un primo momento di essere neutrale per aspettare la giusta ora

dell’intervento si oppongono i nazionalisti e i sindacalisti radicali e rivoluzionari interventisti. Nell’autunno del 1914 i

francesi fermano l’avanzata dei tedeschi sul fiume Marne: la guerra invece di folgoranti anvanzate divenne guerra di

posizione ( e di trincee). Il conflitto si allarga e assume proporzioni mondiali dove la Turchia e la Bulgaria sono a favore

degli imperi centrali (Germanico e Austro Ungarico) e la Romania, Grecia. il Portogallo, e poi il Giappone a favore

delle potenze dell’Intesa a cui si aggiunge nel 1917 anche gli USA. Il 24 mag 1915 l’Italia entra in guerra schierandosi

contro il suo nemico storico (ma alleato formale) forte di un accordo segreto con i paesi della triplice Intesa. L’esercito

italiano guidato da Cadorna ebbe i suoi primi successi conquistando importanti postazioni strategiche in Trentino verso

Trieste con una logorante guerra di trincea. Nel 1916 dopo i successi degli imperi centrali nella parte orientale contro la

Russia e la Serbia si spostano, per meglio fortificarli, sugli altri fronti. E così sul Brenta e sul fiume Adige l’Austria

attaccò inaspettatamente l’Italia che fermò l’avanzata e contrattaccò sull’Isonzo e sul Carso conquistando Gorizia e altre

importanti postazioni, mentre i francesi resistevano a Verdun. La rivoluzione socialista in Russia nell’ottobre del 1917 e

la conseguente disgregazione dell’esercito zarista costringe la Russia alla pace con gli imperi centrali a condizioni

pesantissime. Liberatesi dell’incombente presenza russa le truppe tedesche e Austro Ungariche furono trasferite

sull’Isonzo e sferrando un micidiale attacco sfondarono le trincee e la linea italiana a Caporetto tanto da avanzare verso

la pianura padana ma ancora una volta l’esercito italiano arrestò l’invasione nemica sul Grappa e sul Piave. La sconfitta

di Caporetto fece destituire il gen. Cadorna sostituito da Armando Diaz. Nel 1917 giungevano in Europa gli americani.

Nell’estate del 1918 a Vittorio Veneto gli Austriaci tentarono un ulteriore attacco al fronte italiano ma vennero travolti.

Il 3/11/1918 le nostre truppe entrarono a Trento e Trieste e il 4 nov l’Austria firmò la pace. Il 11/11/1918 si arrende la

Germania. Le potenze vincitrici così a Parigi si riunirono e a Versailles la Germania firmò la pace rinunciando alla

Polonia e all’Alsazia e alla Lorena riprese dalla Francia. La GB e la Francia si divisero le colonie tedesche, L’impero

Austro Ungarico fu smembrato e nacquero l’Austria, la Cecoslovacchia, l’Ungheria e la Jugoslavia. L’Italia ebbe il

trentino Alto Adige, la Venezia Giulia e invece della Dalmazia come promesso ebbero solo Zara e le isole di Lussino e

Cherso. Mentre solo più tardi tramite un accordo con la Jugoslavia Fiume fu annessa all’Italia.

In questa guerra si contrappongono prima l’innocenza originaria della Nazione che si pone come tale e si afferma libera

e indipendente dagli altri e contro gli altri Stati sovranazionali; e poi la corruzione di quello stesso principio che da

stimolo all’autoliberazione diviene pretesto di espansione e sopraffazione sugli altri.

Tra i belligeranti però nessuno accetta di passare per l’aggressore; neppure la Germania che gli avversari rappresentano

come l’epicentro del militarismo prussiano e dell’imperialismo. Tutti e anche i tedeschi dichiarano di agire solo per uno

stato di necessità per difendersi dall’accerchiamento e di essere trascinati alle armi per evitare di farsi sopraffare dagli

altri. E così: l’Austria deve dare una lezione ai terroristi serbi; la Russia deve intervenire come protettrice dei fratelli

slavi; la Francia è legata alla Russia attraverso la triplice intesa per il contenimento dell’Austria; la GB pratica una volta

di più la sua politica tesa ad arginare il crescere di qualunque potenza capace di contrastare sul continente il suo dominio

sui mari; la Germania assicura di voler solo rompere l’assedio che le stringono tutto attorno gli altri impedendole di

crescere in potenza secondo natura. L’identità dell’aggressore che nessuno vuole indossare rimane materia di

propaganda altrui e serve a deformare le fattezze del nemico. Dovunque l’opinione pubblica infervorata dai diritti -

doveri della propria Nazione in armi sospetta intrusioni nazionalistiche altrui in banche, imprese e ditte dal nome

straniero. Le espulsioni e gli internamenti di individui e gruppi di stranieri fattisi all’improvviso sospetti sono uno dei

tanti tratti distintivi della chiusura a riccio in se stessi delle maggioranze nazionali e dei duri processi di irrigidimento

degli Stati. Si assiste al paradosso per cui gli italiani d’Austria (nell’impero Austroungarico), in quando sudditi soggetti

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ad obblighi di leva, vengono mandati in guerra al fronte mentre molti dei loro familiari sono allontanati in quando

sudditi potenzialmente infedeli dal Trentino, dal Friuli e dalla Venezia Giulia ed internati in zone meno vicine all’Italia.

Addirittura poi da interi territori vengono fatti sgomberare gli abitanti e così i civili sono costretti ad imparare presto che

in tempo di guerra pericoli e danni non provengono solo dalle linee nemiche.

Lo scoppio della guerra in Europa colse l’Italia smarrita sul da farsi. Il governo Salandra comunque, non ravvisando gli

estremi d’applicazione del trattato della triplice alleanza (in quando l’Austria aveva compiuto azione aggressiva senza

consultare l’Italia) dichiarò il nostro paese neutrale. Ma ben presto si sviluppò un’aspra polemica fra neutralisti, che

ritenevano più utile e vantaggioso per il paese restare fuori dal conflitto, e gli interventisti che auspicavano l’ingresso

dell’Italia in guerra secondo motivazioni non sempre omogenee. Tra i neutralisti si schierarono i socialisti, i cattolici e i

liberali giolittiani mentre tra gli interventisti vi furono i nazionalisti e i sindacalisti rivoluzionari e radicali (estrema

sinistra). I socialisti italiani si dichiararono subito per la neutralità anche perché in Italia operai e contadini erano

istintivamente e profondamente contrari alla guerra. I socialisti però perdono progressivamente presa sulla piazza e nel

maggio 1915 si scoprono vacillanti nei sentimenti, espulsi dalle piazze, censurati dalla loro stampa (Mussolini dirigeva

l’Avanti) e soli in parlamento. I cattolici anch’essi adottarono un atteggiamento di disciplinata obbedienza ai fatti

compiuti, manifestando con tale atteggiamento alle scelte di governo la loro natura di uomini d’ordine. I liberali

giolittiani con a capo appunto Giolitti erano contro la guerra poiché convinti che l’Italia avrebbe potuto realizzare

l’obbiet00tivo di riunire alla madre patria le terre irredenti soggette all’Austria mediante trattative diplomatiche.

Tra gli interventisti il gruppo più attivo fu quello nazionalista e i sindacalisti rivoluzionari che vedevano la guerra come

uno strumento che avrebbe condotto alla rivoluzione. A questi ben presto si unì Benito Mussolini esponente di spicco

dell’ala sinistra del PSI e direttore dell’Avanti. Espulso dal partito trovò finanziamenti da gruppi economici favorevoli

all’intervento e fondò un quotidiano, il Popolo d’Italia, che divenne dei più decisi e violenti fogli interventisti.

Dopo lunghe e segrete trattative il 26 aprile 1915 l’Italia firmava con le potenze dell’Intesa il cosiddetto Patto di

Londra. Con esso l’Italia si impegnava ad entrare in guerra entro un mese e si assicurava in caso di vittoria il Trentino,

l’Alto Adige, Trieste, l’Istria e Valona in Albania. Un ostacolo all’attuazione del piano di Salandra era rappresentato dal

parlamento in maggioranza neutralista che difficilmente avrebbe approvato l’intervento italiano. Solo sollevando la

piazza con le chiassose forze nazionaliste ed interventiste il governo e la Monarchia avrebbe potuto spingere il

parlamento ad approvare l’entrata in guerra contro l’Austria. Contro i neutralisti e Giolitti fu creato un movimento

interventista appoggiato da G. D’Annunzio che non faticò certo a rimarcare l’inedita tiepidezza rispetto ai climi

accalorati di allora e a tirargli addosso lo sdegno della piazza interventista. Il parlamento intimidito dalla piazza

appoggiò il governo Salandra al quale concesse pieni poteri. Così il 24 maggio 1915 l’Italia entrò nel conflitto

dichiarando guerra solo all’Austria e non alla Germania proprio perché si pensava che l’intervento avrebbe dovuto

limitarsi alla liberazione delle terre irredente soggette al governo austriaco. L’anno successivo le potenze alleate

convinsero il governo italiano a dichiarare guerra anche alla Germania.

L’entrata in guerra dell’Italia moltiplica tutti i poteri delle autorità politiche e militari, costringe al silenzio o sulla

difensiva le forze che possono essere sospettate di non piena adesione allo sforzo patriottico e ciò ricrea di continuo

nuove preoccupazioni e motivi di conflitto interno. Anzitutto permane la lacerazione iniziale tra interventisti e

neutralisti. Sospetti e rancori circondano Giolitti e i giolittiani, dei leader e le forze di una scelta antitetica rispetto alla

collocazione del paese. La guerra volontaria degli interventisti non corrisponde alla guerra coatta di cui si sente vittima

il grosso dei richiamati, i quali sono tutt’al più disposti (e non sempre) alla guerra di disciplina che hanno nei loro

schemi mentali e nella loro formazione i militari di carriera e gli alti comandanti. Tant’è che l’esercito di Cadorna e dei

generali usciti dalla stessa scuola 800sca non può amare quelli irredentisti o volontari che pure contraddistingueranno la

nostra guerra e le danno significato. L’idea di questi ultimi è che di un’adesione politicamente motivata c’è da diffidare:

oggi si può giocare a favore domani contro. Gli stessi Salvemini, Battisti e Mussolini cioè gli uomini di bandiera

dell’intervento sono guardati a vista, da molti dei commilitoni sono visti come dei matti o criminali che hanno voluto un

inconsulto massacro. Benedetto Croce, buon conoscitore del meridione, ripete che il popolo considera questa, come

ogni altra, guerra come un cataclisma naturale: si può solo cercare di sopravvivere e aspettare che passi. Questa

espressione del filosofo esprime solo un concetto del popolo; ma non si rivolge ad esso. Del popolo e al popolo, tanto

più se contadino e analfabeta, continua a parlare la chiesa cattolica. I cappellani militari sono dei personaggi che

svolgono un ruolo importantissimo di cerniera in quando l’inedita guerra di massa che si tratta di far combattere a quasi

6 milioni di mobilitati suggerisce alle autorità militari e politiche di ricorrere subito ai ripari attraverso appunto a

possibili direttori di coscienza dei soldati semplici al fine di incrementare l’obbedienza agli ordini e la rassegnazione

alla volontà superiore. Tra i cappellani il francescano A. Gemelli, addottrinato nelle moderne tecniche dell’analisi

psicologica, ottenne il consenso del comando di studiare sul campo la reazione dell’uomo in guerra. Pose al centro

dell’analisi la trincea, inedita protagonista di una guerra antieroica, e le forme di resistenza e di difesa elaborate

dall’organismo umano per far fronte allo stato di pericolo nei vari momenti di cui si compone la quotidianità militare.

Egli giunse alla conclusione raccolta in un volume, il nostro soldato, che il combattente migliore alla fine è il sodato

massa capace di adattarsi meglio alla routine della trincea mentre gli ardori del volontario trovano spesso fine nel

disincanto che si sviluppa allorché egli si trova a contatto con la grigia crudezza e macchinalità della vita reale.

Don Giovanni Minozzi invece da il via ad un’importante opera di supplenza alla latitanza dello Stato che consiste

nell’apertura delle cosiddette case del soldato con l’intento di offrire asilo e qualche modesto conforto materiale e

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morale ai militari nelle fasi in cui non sono in trincea e neppure a casa in licenza. La rassegnazione è garantita però dalle

ferree leggi del codice militare che, già duro in partenza, viene reso ancora più coattivo dalle circolari del comando

supremo. Logicamente obbedienza, passività e rassegnazione sviluppano sentimenti di ostilità alla guerra a cui risponde

il durissimo atteggiamento del gen. Cadorna e fra i politici il ministro degli esteri Sonnino, nei confronti dei prigionieri

di guerra italiani che erano sempre tanti anche perché la guerra imposta ai più porta a sospettare che ogni militare covi

un’ansia di estraneazione e di salvezza che non potendo esprimersi in forme collettive esplode in vie di fughe

individuali, le azioni autolesionistiche, le diserzioni all’interno e le fughe verso il nemico. Dopo la disfatta di Caporetto

nella quale centinaia di migliaia di uomini si sbandarono e si dettero prigionieri, anche senza combattere, il gen. A. Diaz

sostituisce Cadorna. Con lui non cessa al fronte la repressione ma essa si accompagnava ad interventi positivi a favore

del soldato e della sua famiglia che comprendevano sia aiuti concreti che promesse per il dopoguerra tra cui il grande ed

inesausto sogno della terra ai contadini che poi molti ricorderanno inutilmente alle classi dirigenti dopo il 1918.

Attraverso il servizio di propaganda giornali illustrati e riviste, affidato solo ora a tecnici, arrivano ai soldati

informazioni ad hoc deformate e migliora il morale delle truppe che in questo periodo (1917) sono in fase forzatamente

difensiva e quindi meno un momento meno rischioso. In un contesto in cui diventa più agevole sentire la guerra logica e

giusta (resistenza sul Piave) anche per tutti quelli che non l’avevano sentita prima arrivano le prime vittorie.

Capitolo XIV Tra le due guerre: l’età della crisi

La società europea uscì profondamente sconvolta dalla tragica esperienza della I guerra mondiale. Il costo delle vite

umane fu elevatissimo. Sul fronte interno l’inflazione e l’attività speculativa determinarono una sempre minore

disponibilità di generi di prima necessità e un conseguente peggioramento delle condizioni di vita. Sul piano economico

la guerra fornì il consolidamento dell’industria nei settori siderurgico e meccanico e rafforzò il ruolo dello Stato.

La ripresa economica fu ostacolata da una preoccupante crisi finanziaria, gli USA che fino al 1914 erano debitori con

l’Europa divennero creditori di somme gigantesche. L’entità del debito contratto dai paesi europei era in stretta

relazione con le spese di guerra, tutti i contendenti rimasero indebitati anche i vincitori. Al conseguente arricchimento

del nuovo continente corrispose un impoverimento del vecchio: alla fine degli anni 20 l’economia americana aveva

capitalizzato tutti i vantaggi che le derivavano dalla posizione peculiare che aveva mantenuto durante il conflitto e della

straordinaria produzione industriale conseguenza diretta del progresso tecnologico e delle sue innovazioni. Tra il 20 e il

29 il PIL aumentò del 40% circa; il boom più forte si registrò nei settori dell’automobile, degli apparecchi radio e nel

campo tessile con l’invenzione delle fibre sintetiche come il raion. Nessun prodotto però riassumeva meglio il senso e le

dimensioni della crescita produttiva dell’America e del suo modello di consumi come la diffusione dell’automobile. Ciò

grazie a H. Ford colui che aveva rivoluzionato, mediante la metodologia della produzione di massa e rivolta alle masse,

l’industria automobilistica e il suo prodotto finale frutto del nuovo industrialismo. Infatti fu il primo a intuire che la

soluzione del problema sociale ed umanitario stava nell’accrescere la capacità di consumo e il benessere delle masse

operaie mediante progressivi aumenti dei salari. Importante fu lo scientific management dell’ing. Tylor, precedente

all’intuizione fordista, che aveva suddiviso e parcellizzato le singole operazioni di lavoro in una serie predeterminata di

gesti elementari atti a semplificare ed accelerare l’intero processo. Ford andando oltre e realizzando la catena di

montaggi, che altro non era l’accelerazione tecnologica realizzata con la drastica semplificazione e la standardizzazione

del lavoro, fu in grado di alimentare il mercato americano al ritmo di una modello T (l’auto per tutti) molto sostenuto. A

partire dal 1925 fu il primo a vedere i propri dipendenti come potenziali consumatori per cui la sua produzione di massa

doveva abbattere i costi di lavorazione e aumentare i salari. Ma questa enorme produzione non scongiura la crisi

imminente. In realtà la crisi del 29 aveva trovato la sua genesi in una situazione che era appesantita da una struttura

societaria inadeguata delle imprese e dall’eccessiva frammentazione del sistema bancario. La profondità e la

drammaticità di essa vennero acutizzandosi e amplificandosi dal rapporto tra l’economia reale e finanziaria. Negli USA

poi dovevano essere le reazioni a catena a determinare dei fallimenti delle banche di provincia a propagare dovunque le

conseguenze della crisi generalizzandole alla società intera. Nel 1931 in Europa i danni economici procurati dalla guerra

avevano stravolto i criteri oramai consolidati tra economia e Stato: cioè quello di concepire il processo economico con il

semplice equilibrio del bilancio statale e il mantenimento della convertibilità aurea in moneta. Nacque così l’esigenza di

una pianificazione dell’economia (non nel senso socialista; ma più moderata) con la partecipazione di tutte le

componenti che ad essa facevano parte: gli industriali, lo Stato, gli operai. Il corporativismo creato era qualcosa di

molto diverso da quello in cui credevano i fascisti (cioè delega di tutta l’autorità allo Stato) ma poggiato su fondamenta

elettive e pluralistiche, finì l’era del laisser-faire. La crisi finanziaria europea esasperava la crisi sociale (disoccupazione

galoppante) e i primi segni di risanamento si ebbero quando sia la Francia che la Germania, e dopo l’Italia, adottarono

delle politiche deflative cioè una drastica riduzione del flusso della spesa pubblica. Ma tale pratica deflazionistica non

poteva essere applicata a lungo ed ecco che con Keynes si fa strada una nuova cura per il risanamento dell’economie

nazionali (sfociato nel programma del new deal di Roosvelt negli USA). Essa si fondava su una politica monetaria

espansiva, e quindi un’inflazione più sostenuta (anche se controllata) e una ridistribuzione dei redditi più equa (poiché la

propensione marginale al consumo era più bassa per i redditi medio alti). Per fare ciò lo Stato doveva essere più

presente nell’economia: K. era convinto che bisognava alimentare sia le aspettative degli imprenditori (aumentando la

spesa pubblica e quindi le commesse per le infrastrutture pubbliche) che incentivare gli investimenti (abbassando il

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costo del denaro e di conseguenza aumentando l’inflazione). Mentre gli USA applicavano il New Deal (nuovo corso),

l’Italia in alternativa propose lo Stato imprenditore con la costituzione dell’IRI. In Germania, come in Italia, la presenza

dello Stato nell’economia era pesante ed ingombrante. In questo quadro politico ed economico in cui lo Stato si impone

come forza emergente restano fuori le compagini di sinistra e i movimenti socialisti. Solo la Svezia, la Norvegia e la

Danimarca i partiti socialdemocratici ebbero il sopravvento impostando un programma strutturato di politiche sociali

che diverranno poi il principio dei moderni Welfare State.

Il New Deal. Nelle elezioni del 1932 il candidato democratico Roosvelt diventa presidente degli USA. Il New Deal che

R. proponeva agli americani si ispirava ad una precisa dottrina economica politica: quella di Keynes. Infatti i punti fermi

del programma riformatore erano la decisione di affrontare la crisi mediante un intervento della mano pubblica e

l’impegno a pianificare le attività economiche del paese. La nuova politica economica riteneva profondamente errrata

l’ortodossia deflazionistica attuata da quasi tutti i paesi europei (GB, Italia, Germania e Francia). Con l’aiuto di un trust

di cervelli, ossia un gruppo di collaboratori competenti, nei primi mesi della sua presidenza R. decise una forte

svalutazione del dollaro in modo da rialzare i prezzi e stimolare la ripresa. Per ridurre la disoccupazione, il governo,

promosse un vasto programma di lavori pubblici (specie edili). Fondò un corpo civile per la conservazione della natura,

la Tenesse Valley Autority (che portò a termine la sistemazione di quella valle costruendo dighe e centrali elettriche) e

fece costruire molte centrali idroelettriche per fornire energia a costi più bassi. Sussidi furono concessi agli agricoltori

perché diminuissero la produzione o distruggessero una parte dei loro raccolti per evitare la caduta dei prezzi. All’Ente

Nazionale per la Ripresa Industriale fu dato il compito di stimolare il rilancio delle industrie e di spingerle alla

formazione di un codice, che consentisse di mantenere i prezzi ad un livello remunerativo. Per quanto riguarda le

finanze, per reperire i fondi necessari alla realizzazione della nuova politica, si ricorse all’aumento del debito pubblico

che risultò raddoppiato. Si stamparono più dollari, si abbandonò la base aurea e si provocò un’inflazione controllata per

facilitare le esportazioni specie di derrate alimentari. Dal 1935 fu varato un programma di riforme: una legge sulla

sicurezza sociale fissò consistenti indennità per la disoccupazione, l’invalidità e la vecchiaia. Una riforma fiscale

provvide a turare i pertugi che facilitavano le evasioni fiscali. Leggi che regolavano i rapporti di lavoro concedette il

riconoscimento giuridico ai sindacati e obbligò le aziende ad accettare la contrattazione collettiva, così alla vecchia

American Fondation of Labor, si aggiunse nel 35 il Congress of Industrial and Organization (CIO). Se in principio il

New Deal era stato accettato da tutti le riforme successive al ’35 incontrarono un’opposizione che, per la salvaguardia

dei propri interessi, accusavano il presidente di autoritarismo. Queste campagne non impedirono a R. di essere rieletto.

Nel 1937 mentre il governo restringeva la spesa pubblica per non aumentare il deficit del bilancio l’ostilità dei capitalisti

si manifestò in uno sciopero in bianco del capitale che consistette in un forte decremento degli investimenti. R. fu poi

rieletto una 3° volta nel 40 ed una 4° nel 1944 cosicché egli tenne la presidenza degli USA quasi fino al termine della II

guerra mondiale, infatti morì il 12 aprile 1945. Per fare un bilancio sommario del New Deal si può affermare che esso

introdusse la pratica dello Stato assistenziale. Il proposito di cancellare la soverchia concentrazione dei capitali in poche

mani non fu realizzato, tanto che gli imprenditori usarono i provvedimenti promossi come strumento di speculazione

capitalistica. Il New Deal allargò e tutelò le libertà sindacali e consolidò le libertà politiche, tanto che gli USA

divennero il rifugio degli intellettuali scacciati dalle loro patrie come Einstein, Mann e Fermi.

Capitolo XV Fascismo e Nazismo

La strada verso la democratizzazione cui sembrava avviarsi tutta l’Europa dopo la I guerra mondiale si interruppe in

Italia col fascismo e in Germania con il Nazismo. La grave crisi economica italiana del dopoguerra, scaturita dalla

difficile riconversione dell’industria bellica e dal conseguente fallimento della banca di sconto forte debitrice verso gli

alleati. Sul fronte politico il 1919 vide l’introduzione del sistema proporzionale che favorì i partiti di massa cioè dotati

di un’organizzazione centralizzata e basati su un corpo militante: il PSI aveva la maggioranza relativa mentre il PPI

(fondato da don Sturzo per dar voce ai cattolici) e i liberali non ebbero grandi consensi. Infatti la vecchia classe

dirigente era incapace di dare risposta al nuovo che incombeva ancora alle prese con i vecchi rancori tra shieramenti

neutralisti ed interventisti della prima guerra. Tra i neutralisti il PSI continuò a predicare contro la guerra. Nel frattempo

maturò una nuova ideologia tra gli italiani del dopoguerra figlia dell’interventismo e del grande sforzo collettivo

compiuto nelle trincee tra il 15 e il 18 il combattentismo che era un movimento di reduci il cui nucleo più

rappresentativo era l’ANC (associazione nazionale combattenti) su linee di centro sinistra e da esso in Sardegna nascerà

il Partito Sardo d’Azione. Anche se c’è da dire che questo movimento era nato da un impasto di temi di destra e di

sinistra tra di loro collegati dal radicalismo del cambiamento. Nel mezzogiorno i combattenti si misero alla testa

dell’occupazione dei latifondi (era ancora ben presente la promessa fatta dal governo in guerra). Il combattentismo non

fu mai un partito, figlio dell’interventismo che aveva considerato il conflitto come una rivoluzione per travolgere la

politica dei piccoli compromessi (di cui Giolitti era abile rappresentante). Mentre vincevano le elezioni i neutralisti si

fece strada l’idea di combattere chi con il conflitto si era arricchito nelle fabbriche con le commesse belliche: gli operai.

Con lo slogan del potere politico ai produttori e ai combattenti non ai neutralisti e ai notabili liberali che il

parlamentarismo aveva espresso fino ad allora si lottava per il cambiamento. Confrontata con le aspettative la vittoria si

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presentava mutilata cioè incapace di compensare i sacrifici compiuti per ottenerla. E ciò gli interventisti non potevano

accettarlo. Ai problemi economici, sociali e finanziari si aggiunsero anche i mancati obbiettivi della guerra.

Sulla scorta dell’esperienza bellica di alcuni reparti scelti formatisi nel corso del conflitto (gli arditi) capace di occupare

Fiume e mettere di fronte al fatto compiuto le autorità della nuova situazione geopolitica nacquero il fasci di

combattimento costituiti da Mussolini (ex leader socialista) a Milano nel ’19 il cui programma (detto di San Sepolcro)

prevedeva la vittoria contro tutti, lotta ai neutralisti, il controllo operaio nelle aziende, riforma agraria e la Repubblica. Il

termine Fascio era tratto dalla tradizione radical-socialista post-risorgimentale e da sinistra vennero altri futuri leader

del fascismo. I fascisti parteciparono con esito negativo alle elezioni del ’19; ma con successo nel ’20 e nel ’21

impegnandosi in un crescendo di violenze ad opera di squadre (squadrismo fascista) ad hoc create. Le violenze

sostanzialmente si rivolgevano contro i socialisti ed erano sostenute dai finanziamenti dei proprietari e grandi

imprenditori agricoli (con l’obiettivo di controllare la manodopera bracciantile) a cui si aggiunse il sostegno

dell’esercito (e del governo di Giolitti, tornato al comando, al fine di unificare i gruppi dirigenti e l’opinione

conservatrice). La distruzione delle case del popolo sedi delle leghe contadine ad opera dello squadrismo fece risaltare

la debolezza organizzativa e di reazione del socialismo italiano. Furono seminate morte e terrore quasi ovunque con

l’aiuto della forza pubblica a sostegno delle squadre. Il connubio tra liberali giolittiani e fascisti sfociò nel ’21 con

l’assegnazione di 35 deputati a questi ultimi. Essi comunque, sia nelle proprie correnti di sinistra che di destra,

conservarono il loro radicalismo ed una piena autonomia dagli alleati grazie alla forza militare delle squadre e

all’organizzazione politico sindacale messa su nelle aree liberate dai rossi.

Gli unici veramente contrapposti ai fascisti erano i socialisti che però divisi al loro interno tra moderati ed estremisti (da

cui nacque il PCI di A. Gramsci) potevano fare poco per contrastare l’escalation dei fascisti che culminerà con la

marcia su Roma in armi alla quale il re non volle rispondere con lo Stato d’assedio affidando a Mussolini di formare un

nuovo governo. M. si presenta, tra minacce e blandizie, schierandosi per un governo di coalizione appoggiato da quasi

tutti i gruppi liberali e dai popolari. Nel 1921 nasce il Partito Nazionale Fascista e il suo leader M. sembrava il solo

mediatore tra i bellicosi gruppi locali e i spauriti conservatori che vedevano in lui colui il quale era capace di ristabilire

l’ordine. La sua politica era una sorta di commistione tra partito e Stato: 1923 L’Associazione Nazionalista confluisce

nel PNF e il filosofo Gentile inizia la riforma per l’istruzione pubblica per la formazione del futuro uomo del regime

(totalitarismo). Nel ’24 la politica estera di prestigio porta all’annessione di Fiume. Si arrivò al monopolio di diritto dei

sindacati fascisti nelle trattative con la CONFINDUSTRIA scalzando i sindacati socialisti. Ottenne la legalizzazione

della forza armata del suo partito: milizia volontaria per la sicurezza nazionale e la costituzione del Gran Consiglio

Fascista. Esse segnarono la commistione tra istituzioni e organi del partito e i primi stravolgimenti costituzionali. Così

muovendosi il fascismo assunse una dimensione nazionale e fu nel meridione che nelle elezioni politiche del ’24 la lista

governativa ebbe più ampio consenso. Cresceva parallelamente l’antisocialismo: Matteotti sequestrato da parte di un

gruppo alle strette dipendenze di M. che proibì la stampa dei giornali e l’associazionismo partitico delle opposizioni

cancellando ogni libertà con leggi dette fascistissime. Anche Gramsci subì le conseguenze imprigionato (in questo

periodo scrisse le lettere dal carcere) delle violenze squadriste contro gli antifascisti. Il parlamento rimase ma privo di

reali poteri e periodicamente il popolo veniva chiamato a votare su schede che vedevano nomi solo degli appartenenti al

partito unico (PNF). Cicliche epurazioni affidate a funzionari inviati dal governo centrale per selezionare e svelenire le

entità locali del partito. M. governò appoggiandosi ai funzionari, in periferia si affidò ai prefetti (provenienti da Roma.

Erano burocrati e tecnici che non provenivano dal partito) che venivano inviati per sminuire il potere delle autorità di

partito locali. Grandissimo ruolo fu concesso alla chiesa nella vita pubblica italiana con la stipula del concordato del

1029 che cancellò il retaggio laicista dei governi liberali. Il rapporto tra fascismo e consenso è stato in molti casi

caratterizzato da un consenso passivo drogato da una mancanza di alternativa politica e comunque rivolto, non tanto al

partito, ma verso M. e il complesso equilibrio di regime più rassicurantemente moderato, di cui egli era garante.

Gerarchia è la parola chiave del fascismo e gerarchi vengono chiamati i leader del PNF e il loro punto di incontro e solo

nella figura del capo. La sua forza è stata nella capacita di mediazione tra la rivoluzione e l’establishment, nell’essere

insieme duce del fascismo e capo del governo. Assurto, nonostante la propaganda contraria, a figura paterna e

infallibilmente superiore ai gerarca in camicia nera e ai prefetti. Tutte le decisioni ricadono su di lui e così l’Italia

affronta la crisi economico-sociale del ’29. Il Nazismo al potere… La repubblica di Weimar prese il nome dalla

cittadina dove fu elaborata la costituzione della nuova Germania che nasceva dalla sconfitta e secondo i radicali di

sinistra e di destra dal tradimento. Secondo i primi il tradimento era da attribuire alla Spd per aver sposato una politica

relativa ad una repubblica borghese e non il comunismo secondo il modello bolscevico e la relativa eliminazione fisica

della Luxenburg, leader dell’area rivoluzionaria del Spd (il tutto suggellato, secondo i socialisti estremi, con la

complicità della socialdemocrazia con le milizie di destra). Ma in realtà la prospettiva russa venne rifiutata dalla

maggioranza del movimento operaio e dalla stragrande maggioranza dei tedeschi che già nelle elezione del ‘19 diedero

una netta preferenza all’Spd e al suo programma moderato. Ma i veri nemici più irriducibili la neo repubblica li trovò a

destra tra coloro che ritenevano che il tradimento più grosso era quello perpetuato nei confronti della patria e dalle

insurrezioni del ’18 che la costrinsero alla resa e all’ingiusta ed umiliante pace di Versailles. Nei fatti però i tedeschi si

erano arresi già prima dei moti, ma comunque questa polemica fece si che fu completamente delegittimata la repubblica

e la sua costituzione democratica. Finiva così lo strapotere del governo e della burocrazia del centrosinistra che già

nel’20 perse la buona parte dei consensi elettorali mentre la destra mostrava la sua forza elettorale e anche il suo rifiuto

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alla convivenza coi traditori del ’18. La questione delle riparazione postbelliche restava una ferita ancora aperta in

quanto gli sconfitti non sarebbero stati in grado di pagare le indennità pretese dai vincitori. Negli anni che vanno dal 23

al 28 a seguito di un compromesso sulle riparazioni e agli ingenti investimenti USA si ebbe una notevole ripresa

economica. Cosa quest’ultima che diede fiato ai governi moderati succedetesi in quegli anni e alle conseguenti

emarginazione dei movimenti estremi (sia di sinistra che di destra). Tanto che il partito nazionalsocialista di Hitler nel

1923 promuoveva a Monaco un’insurrezione subito repressa e la conseguente conversione del leader politico ad un

percorso più legale non ottenendo, comunque, nessun successo elettorale. Così nel 1929 i socialdemocratici entrarono

nella maggioranza governativa. La crisi economico-sociale del ‘30 oltre a ad aggravare la fiducia nella repubblica ed a

segnare la crisi del Spd spianò l’ascesa ad Hitler. I disoccupati, i borghesi e i moderati votarono per i nazisti che

vedevano accrescere il proprio prestigio e quello del suo indiscusso leader (anche grazie all’azione violenta delle

squadre naziste: le SS “guardie hitleriane” e le SA espressione del nazismo di sinistra) e von Papen (cancelliere) ricercò

l’alleanza con i nazionalsocialisti per formare il nuovo governo. H. nel gen ‘33 ebbe il compito formare il nuovo

governo in alleanza con il centrodestra. Alla fine di febbraio la sede del parlamento viene distrutta da un incendio di cui

si fece subito ricadere la colpa alle opposizioni ed in particolar modo sui comunisti (messi così fuori gioco). Dopo

l’investitura con nuove elezioni, H. vennero sciolti gli altri partiti ed il nuovo governo attuò una politica centralizzazione

riducendo notevolmente l’articolazione federale dei poteri. Il nazismo come il fascismo seguì una strada a doppio

binario per raggiungere il potere consenso delle istituzioni e dei moderati, violenza contro i rossi. La notte dei lunghi

coltelli il 30giu1934 la situazione precipita dopo l’assassinio dei leader del nazismo di sinistra e alla morte di

Hindenderburg (ex presidente) H. assunse entrambe le cariche quella di cancelliere e quella di presidente concentrando

tutto il potere nelle sue mani. L’economia risaliva anche grazie all’enorme politica di riarmo dal ’34 al ’38.

L’identificazione di una nazione con un regime capace di mettere nemici interni ed esterni ad essa in condizione di non

nuocere rappresenta l’idea comune di fascisti e nazisti. I contrasti del dopoguerra svela ai loro occhi la fragilità di quel

rapporto tra popolo e nazione inducendoli a pensare che solo la soluzione autoritaria possa evitare la disgregazione della

patria rispetto alla lotta di classe teorizzata dai socialisti e alla politica dei compromessi cara ai liber democratici. Per il

fascista tutto è nello Stato e nulla di nuovo o di spirituale è fuori da esso. A tale concezione si riferisce il termine

totalitario creato dagli antifascisti additare il crescente regime in senso negativo poi ripreso in positivo dai fascisti stessi.

I nazisti come i fascisti esaltano la forza militare, l’onore, l’obbedienza e la virtù di un mondo tradizionale da opporre

all’idea di progresso razionale introdotta dall’era nevrastenico del XX sec.. Emblematico è il ruralismo, cioè l’idea della

superiorità morale del contadino che obbedisce e fa i figli per gli eserciti della patria. Notevole è lo sforzo per

circondare la morte e la distruzione di un manto eroico come si vede anche dai simboli mortuari esibiti con fierezza

dalle SS e dalle camice nere. Per la teoria dei gruppi (psicologia sociale) tanto maggiore sarà la compattezza del popolo

attorno al regime (coesione interna) quanto più il regime saprà additare al popolo un nemico (lotta esterna al gruppo). Il

meccanismo è quello del capro espiatorio per cui ci si sente più uniti contro qualcuno che per qualcosa in comune.

Allora per l’Italia il nemico è il complotto delle potenze demoplutocratiche (democratiche perché ricche) che

nell’immaginario dei fascisti cercano di privare l’Italia del suo spazio vitale di un presunto diritto all’espansione

imperiale. Per la Germania nazista l’idea del complotto tende ad impedire il suo accesso all’espansione economica e

politica oltre i confini orientali, soprattutto presente è l’ossessione del complotto ebraico. La figura dell’ebreo è quella

che si presta meglio al meccanismo del capro espiatorio infatti le comunità ebraiche hanno conservato le loro diversità

attraverso: secoli e nel XX sec. ottengono la concessione dei diritti politici. In questa nuova situazione essi oscillano tra

la prospettiva dell’assimilazione e la difesa della propria identità culturale. Però è proprio nella prospettiva dei

nazionalismi più estremi che tendono a giudicare la diversità alla stregua del tradimento che l’ebreo, che conserva con i

suoi correligiosi sparsi per il mondo, una rete di solidarietà e personifica 2 internazionalismi: quella dei banchieri che

sfruttano i produttori e quella del bolscevismo che trova tra l’intellettualità ebraica i suoi sostenitori. La figura reale

dell’ebreo serve inoltre per la costruzione (mitica) ariano germanico razza che potrà vincere solo se avrà saputo liberare

se stessa da ogni impurità politica (socialismo e democrazia) e biologica (ebrei). Così il razzismo nazista si concretizza

nelle leggi di Norimberga (1935) con cui i nazisti privano gli ebrei di ogni diritto, nelle manifestazioni antisemite del

’38, nella creazione dei campi di concentramento oltre che contro gli ebrei anche per gli zingari, omosessuali, per gli

oppositori nella deportazione di massa e infine durante la guerra nello sterminio pure e semplice. Una tale coerenza tra

ideologia e fatti rappresenta in effetti la tremenda peculiarità del nazismo a differenza del comunismo e dei gulag russi.

L’idea che l’intera razza quella ebraica fosse in essenza il nemico da eliminare tutto, dai vecchi ai bambini, è ciò che

differisce il nazismo dal fascismo ideologicamente più composito. Come H., che fino al ’34, aveva eretto M. a suo

modello nella seconda metà degli anni 30 e poi 40 sarà il fascismo ad ispirarsi al nazismo. La reciproca imitazione dei 2

regimi si basa sulla comunanza delle ideologie, delle aspirazioni al rovesciamento degli equilibri internazionali della

logica concorrenziale e la sua democrazia e quella bolscevica. Il ricorso da parte del fascismo ad una legislazione

antisemita si spiega dunque col tentativo di rimanere all’altezza con l’alleato.

Tanta adesione a questi regimi si spiega come: i fascisti polemizzarono con la vecchia Italia borghese notabilare,

pacifista e neutralista. Essi credevano al partito unico e nei suoi rituali come grande struttura pedagogica di massa per

fare gli italiani come non avevano saputo fare i liberali. Così per il nazismo lo Stato è lo strumento della condizione

nazionalsocialista della vita. L’ordine totalitario a differenza dell’autoritarismo tradizionale, che tendeva a mantenere

l’ordine scongiurando la partecipazione politica, chiede invece partecipazione e pretende un’attiva condivisione delle

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sue finalità. In questo senso il totalitarismo è frutto della modernità. I consumatori delle ideologie sono le masse urbane

e la figura sociale che meglio sembra corrispondere all’uomo massa è il piccolo borghese considerato il vero

protagonista del fascismo: individui atomizzati incapaci di vivere una dimensione collettiva non inseriti in una rete

notabilare o familiare come avveniva nella società tradizionale ne in un’organizzazione basata sulla comunanza di

interessi come il sindacato. Perciò questi regimi si basano sul partito unico perché non possa esprimere un elites. Il

carisma del capo sulle masse è nella mitologia fascista garanzia di volontà compatta di mistica obbedienza. Le parate, le

divise, le canzoni, la stampa e la radio attentamente controllate da appositi organismi accentuano questo rapporto. Il

partito non può che obbedire al governo al quale invece spetta tutta un’attività di carattere psicologico e formativo,

quindi è il periodo in cui si sancisce la presenza obbligatoria alle manifestazioni di regime, si prescrivono i

comportamenti e persino le parole: il voi al posto del francesismo lei, costruzioni di strutture ricreative popolari

inquadrandole appositamente (dopolavoro). Si organizzano le prime vacanze al mare per i figli dei proletari e ai

sindacati oramai privati del loro ruolo originario viene demandata l’assistenza ai bisognosi. Fascismo e nazismo in un

epoca dominata dalla crisi del ‘29 si presentano come III via tra capitalismo e comunismo capace di prendere il meglio

dell’uno e dell’altro attraverso il corporativismo. Esso rappresentava un sistema di organizzazione delle forze del lavoro

e di quelle padronali non in strutture classiste come i sindacati ma in corporazioni interclassiste di base settoriali

(metallurgia, viticoltura, ecc.). E’ del 1927 la carta del lavoro e la carta della mezzadria. Nel 1939 la Camera dei

Deputati è sostituita da quella dei fasci e delle corporazioni. Nel caso tedesco i sindacati vennero del tutto aboliti e

sostituiti dal fronte del lavoro. Per affrontare la grande crisi in Italia fu presentata una politica autarchica cioè il

tentativo di incrementare la produzione industriale interna di merci per riequilibrare la bilancia dei pagamenti. Nel 1933

si istituì l’IRI (istituto per la ricostruzione industriale9 per rilevare le azioni delle industrie possedute dalle banche miste

sull’orlo del fallimento nella prospettiva di conservare quelle azioni in mano pubblica per poi reimmetterle sul mercato

in momento più favorevole; ma alla fine lo Stato fine per acquistare la gestione di una parte considerevole delle grande

industria configurando di fatto un sistema misto tra pubblico e privato.

Nei rapporti con chiesa questa confermò il suo appoggio al fascismo non al nazismo e poi dichiaratamente si schierò a

favore di M. nella questione Etiopica. Ma espresse chiaramente con Papa Pio XI la sua avversione alle leggi razziali.

Diverso il caso del nazismo perché dopo la morte di Hindenburg, H. non ebbe concorrenti ai vertici delle istituzioni e la

chiesa cattolica e le altre chiese furono subordinate al regime nonostante la loro volontà collaborazionista.

Capitolo XXI Trionfo dell’Occidente?

L’idea di un’autorità politica che tuteli i bisognosi è antica. La sintesi più coerente del problema fu l’adozione (1883-

89), nella Germania Bismarkiana, di un sistema di tutela dei lavoratori in termini di assicurazioni per la vecchiaia,

malattie, infortuni sul lavoro. Dalla matrice socialista emerge uno Stato che governi l’economia e ridistribuisca il

profitto tra la popolazione, in misura egualitaria e con un forte potere centrale: la nozione marxista-leninista dello Stato

Sociale. Da quella fascista nasce uno Stato liberoscambista a livello nazionale, e con forme d’assistenza verso la

popolazione (alle madri, ai giovani…) tese a creare aggregazione e sentimento nazionale. Privilegiata la produzione

nazionale e una politica di grandi opere pubbliche (infrastrutture). Dopo il 1945, le distruzioni della guerra imposero il

problema dei costi politici e finanziari necessari alla ricostruzione. In Unione Sovietica, con un ritorno alla

pianificazione centralizzata dell’economia, si privilegiarono le spese di carattere militare a quelle di più urgente

fabbisogno di una popolazione stremata dal conflitto. In G.B. il laburista Attlee (luglio1945) avviò la costruzione di uno

Stato capace di controllare l’economia così da assicurare ai cittadini condizioni di benessere (welfare state). Ma la corsa

agli armamenti, il mutamento dei consumi, la rivoluzione tecnologica costituivano forti uscite nel bilancio pubblico.

L’esplosione sociale (1968; bassi salari) fu affrontata in G.B. secondo il modello assistenzialista laburista, in Francia

mediante un’accelerazione della modernizzazione voluta da De Grulle (1958); in USA dalla politica rifornista dei

presidenti democratici (Truman, Johnson). In Italia un’ardita politica di riforme sociali (una più equa redistribuzione dei

profitti) finì con lo scontrarsi con uno scarso incremento della produzione, della produttività e dei profitti. Inoltre

invece della privatizzazione, si attuò una politica di pubblicizzazione delle imprese, e il loro peso nell’economia dello

Stato divenne particolarmente gravoso (tra il 1963 e il 1979 passò dal 12 al 20%). La situazione peggiorò ulteriormente,

e su scala globale, con la CRISI PETROLIFERA DEL 1973-1979. L’impennarsi del costo del greggio provocò una

spinta inflazionistica e recessiva drammatica, risoltasi per i paesi più dinamici solo negli anni ’80. Il malumore sociale

poteva essere sedato solo con politiche di incremento del debito pubblico, cosa che non era sostenibile se non da

economie sane e per brevi periodi di tempo.

La risposta a questo cambiamento esigeva una drastica riduzione delle aspettative sociali, attuata in USA, GB, Francia;

difficile in Giappone, Italia, Spagna; impossibile in Unione Sovietica. Questa situazione necessitava di un approccio di

tipo liberoscambista, e decretò la fine della teoria Keynesiana (che presupponeva la spesa pubblica come incentivo ai

consumi e quindi alla ripresa economica). I primi a muoversi in questa direzione furono Margaret Thatcher (GB) e

Ronald Reagan (USA). La Lady di ferro privatizzò le principali attività economiche in mano allo Stato, riformò il

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sistema sanitario voluto dai laburisti, riassestò il sistema fiscale e quello della sicurezza sociale restituendo al sistema

economico inglese quella capacità d’iniziativa che lo aveva reso primo al mondo: il PIL cresce al tasso del 3% medio

annuo, l’inflazione si attesta al di sotto dello stesso valore, la disoccupazione (piaga dell’Europa tecnologica) è inferiore

l al 6% del mercato del lavoro.

Reagan ereditava invece dal democratico Carter una situazione di recessione economica nella quale il tasso di

produttività cresceva a ritmi dello 0,6% a fronte di un 4% annuo degli anni ’60. Egli ridusse la pressione fiscale e

apportò tagli alla spesa sociale; la ripresa ebbe effetti immediati, ma l’incremento delle spese militari (guerra fredda), e

la scarsa entrata fiscale provocarono un forte incremento del debito pubblico, trascinando il paese negli anni 90 verso la

più lunga crisi economica dal dopoguerra. L’ Europa, intanto, visse situazioni diverse: in Francia, Mitterand (presidente

1981) diede vita ad un anno di grande riformismo, ma nel 1982 la mancata ripresa produttiva, il peso degli

ammortizzatori sociali e la crisi occupazionale lo costrinsero a una politica di austerità, comunque meno decisa rispetto

al caso inglese. Così manovrando, Mitterand riuscì a riportare la Francia verso livelli di normalità, al pari della

Germania, dove Helmut Kohl (cancelliere 1982 dopo Schmidt), in linea con il trend europeo, tagliava oneri e prestazioni

sociali dello stato per risollevare il bilancio federale.

In Italia, il centro-sinistra risollevò le sorti del sistema scolastico, sociale (pensioni sociali), sanitario, sindacale (diritti

dei lavoratori) ma scontratosi con la crisi del 1973-79 non ebbe la forza politica per reagire con tagli a carico dello Stato

Sociale e l’economia del paese ne risentì pesantemente. Gli effetti della recessione di quegli anni sfociarono nella

profonda crisi monetaria del 1992, data dalla quale iniziò un certo riassestamento delle finanze statali. In ogni caso,

l’esperienza occidentale (Europa, USA), riscontrò una notevole capacità di adattamento dei cittadini verso le politiche di

“tagli” dei governi, che richiedevano sacrifici in nome di un risanamento che non tardò a venire.

Una linea analoga era impossibile da tenere nei paesi del sistema sovietico: l’azione accentratrice dello stato, e il forte

immobilismo economico del “socialismo reale” si ponevano in antitesi con tali politiche. Ma l’incapacità degli

organizzatori del programma a definire la destinazione delle risorse divenne un vincolo fatale quando le esigenze

belliche erano gerarchicamente anteposte a quelle di benessere primario della popolazione. In epoca di piena guerra

fredda, lo scontro militare veicolava il confronto aspro tra l’economia di libero mercato tipica degli USA e quella a

regime socialista dell’Unione Sovietica. Privilegiando investimenti non produttivi (corsa al riarmo, creazione scudo

spaziale antimissilistico) e facendo pieno affidamento sulla produzione di materie prime (Petrolio, gas naturali), i

sovietici non si preoccuparono del fatto che tali manovre avrebbero fortemente inciso sull’economia del paese, peraltro

già in crisi, e fu solo con Michail Gorbacev (1985) che si alleggerì la spesa militare. Con lui riprese il dialogo con gli

Stati Uniti interrotto dall’occupazione dell’Afghanistan e dalla questione degli “euromissili” (nucleari piazzati

nell’Europa occidentale; 1979), ma il suo programma economico (perestrojka: politica di riforme) peccava di

incoerenza tra mezzi e obiettivi: non cambiava il ruolo centrale dello Stato nell’economia. Ma la rivolta delle

nazionalità, e il malcontento della Repubblica federale russa (1991: Ex Urss) portarono al golpe del 1991,

successivamente sventato. Seguì un mutamento delle istituzioni, il Pcus venne sciolto e inizio una lunga fase di

transizione politica, verso privatizzazioni volute dal presidente Eltsin che portarono nel 1997 verso un itinerario simile a

quello seguito dai paesi occidentali un decennio prima.

La guerra fredda vide quindi la rigidità strutturale e organizzativa dell’Unione Sovietica soccombere al dinamismo

economico-politico degli Stati Uniti, che si ritrovarono ad essere l’unica superpotenza mondiale, in una situazione di

totale dominio anche sui territori europei, alcuni dei quali (Polonia, Rep.ceca, Ungheria) chiesero di entrare nella Nato

per paura di una eventuale rinascita della superpotenza tedesca, ora senza il colosso sovietico come vicino. Nel

frattempo

i paesi in via di sviluppo subivano trasformazioni più o meno evidenti: i paesi del mondo arabo o islamico, maggiori

produttori di petrolio, rinunciarono alle risorse esterne (soprattutto occidentali) per diventare, tra il 1955 e il 1961,

esportatori di capitale. Gli altri conobbero destini diversi: o rimanevano relegati ai margini della società internazionale

(rimanendo legati agli aiuti occidentali) o acquistarono la forza economica necessaria per raggiungere l’autonomia. Il

caso più visibile fu quello della Cina: dal 1978 subì il lungo periodo di trasformazioni che dovevano creare le basi per

affrontare una riforma economica che guardasse al modello liberoscambista occidentale (contro la strategia ruralistica di

Mao). La combinazione paradossale fra stabilità politica (egemonia del P.C. cinese) ed economia di mercato ha tuttavia

indirizzato il paese verso la via dello sviluppo. Così come la Cina neanche le “Tigri del Sud-est” possono definirsi

ormai paesi in via di sviluppo (Singapore, Malaysia, Indonesia, Filippine, Thailandia, Birmania), mentre il discorso

riguarda ancora L’america centrale, meridionale e l’Africa. A Cuba Fidel Castro ha portato il paese verso un

arretramento rispetto allo aviluppo produttivo, limitando le risorse economiche dell’isola alla produzione di zucchero da

canna e al turismo. Quanto al resto dell’America Latina, la svolta è iniziata in Cile con il golpe militare del 1973 ad

opera di Pinochet, che con una profonda riforma economica, diede al paese un governo pluralistico e una forma di

economia di mercato. Processi analoghi hanno avuto luogo in Argentina e in Brasile. Fra tutti i luoghi del sottosviluppo,

l’Africa è il continente più lontano dal cambiamento. Tra il 1955 e il 1985 fu Teatro di una “convivenza competitiva”

fra le superpotenze, che impregno di sé le realtà locali, a al risveglio dell’Africa sub-sahariana non fa riscontro la

situazione ancora incerta della zona atlantica settentrionale, di ex colonialismo inglese e francese.

Connesso ai problemi dello sviluppo è il tema del “fondamentalismo”, la cui forma più appariscente è quella del mondo

islamico: tra il 1969 e il 1992 si è manifestata in Libia, Iran, Egitto, Palestina, Algeria, Sudan. In Iran nel gennaio 1979

29

nacque il primo regime “fondamentalista” islamico, nutrito da manifestazioni formali della religiosità mirate a sradicare

la laicizzazione dello Stato. il fondamentalismo si presentava così come antimodernista i cui mezzi per combattere

dissensi politici sono l’intolleranza, la violenza, il rifiuto del pluralismo.

Capitolo XXII Religioni e religiosità nel mondo d’oggi

Nella nostra epoca, dominata dalla scienza, il sentimento religioso non è scomparso e le grandi confessioni conservano

una vasta influenza anche nell’economia, nella politica e nel sociale anche nei paesi che hanno conosciuto i totalitarismi

(che spesso impongono religioni di Stato) come l’ex Unione Sovietica, dove nonostante gli anni dell’ateismo di Stato

sussiste la presenza della chiesa cattolica. Discorso analogo vale per l’ebraismo, l’islam e le grandi religioni orientali,

che stanno conquistando consensi sempre più diffusi nel mondo occidentale. Così come il pluralismo delle società

moderne si fonda sulla competizione, le organizzazioni religiose sono chiamate a confrontarsi su alcune grandi

questioni: lo sviluppo demografico e il controllo delle nascite; la contraccezione e la sessualità; la bioetica e la questione

ambientale; il nesso tra sviluppo e sottosviluppo e il problema della fame nel mondo; i flussi emigratori e quelli

immigratori; il razzismo e la discriminazione; l’emancipazione e la liberazione delle donne; la tutela dell’infanzia; i

diritti di libertà e cittadinanza; la pace e la guerra. Ipotizzando un censimento delle religioni nel mondo troviamo i

cristiani (in prevalenza cattolici) in vetta alla classifica con 2 miliardi di punti tallonati dagli all-star (non credenti e atei)

a un miliardo, mentre in zona retrocessione arrancano gli ebrei, con solo 18 milioni di punti, dovuti anche alla crisi

societaria della gestione Hitler, meglio nota come Shoah. In zona Champions, minacciosissimi per il girone di ritorno,

si attestano i musulmani con 900 milioni di punti. Complessivamente nel mondo, dunque, una persona su due si

riconosce nelle tre religioni monoteistiche e crede nello stesso Dio di Abramo (Moggi).

-----L’islam-----

Nonostante un radicato luogo comune, l’islam non si identifica con il mondo arabo. Gli arabi costituiscono il 20% della

grande comunità islamica (umma). A partire dal VII secolo la diffusione dell’islam fu rapidissima, lungo la direttrice

della conquista araba a spese dell’Impero bizantino, del Nord Africa e del Medio Oriente sino alla Persia. Nel

Novecento la presenza islamica si trova in tutti i continenti: è la conseguenza dei nuovi flussi migratori dal Sud al Nord

del mondo. Nonostante questa diffusione, rimangono forti pregiudizi a carico dell’islam: soprattutto la convinzione che

si tratti di un fenomeno omogeneo sul piano religioso, politico e culturale, ma l’assenza di un clero separato, di una

gerarchia strutturata, di una istituzione ecclesiastica ne denota una strutturazione diversificata e non omogenea.

-----Proselitismo e missioni-----

Nel corso del XX secolo il cristianesimo ha registrato un aumento significativo di consensi soprattutto nel Sud del

mondo, in Africa (dal 3 al 46% della popolazione totale) e in America Latina, il continente in assoluto con la presenza

più massiccia di cristiani. La connotazione itinerante del pontificato di Karol Wojtila, la sua attenzione alle culture oltre

che alle realtà economiche, sociali e politiche del Sud del mondo, diventa quasi obbligata. Il fenomeno delle missioni

costituisce un aspetto caratterizzante del cristianesimo, tuttavia lo stretto rapporto tra missioni e colonialismo è uno

degli aspetti più rilevanti della vicenda delle Chiese; rimane un fortissimo pregiudizio ideologico e antropologico: in

nome della superiorità del cristianesimo sulle altre religioni e superiorità della civiltà e della cultura europea occidentale

su tutte le altre, in molti casi neppure riconosciute come tali. A tal proposito va ricordato che, proprio per l’esigenza di

non minare la credibilità del messaggio cristiano, all’inizio del Novecento ebbe origine il movimento ecumenico che,

senza ledere l’autonomia delle chiese ne promuove la comunione, attraverso periodiche conferenze. Attualmente il

Consiglio mondiale delle chiese ne federa più di mille, comprese quelle ortodosse e quella cattolica.

-----le religioni cristiane-----

Lo stesso cristianesimo è al suo interno altamente differenziato; il solo protestantesimo è frammentato in un labirinto di

confessioni che comprende: la chiesa anglicana (G.B., USA, Canada, Sudafrica); il luteranesimo (Germania,

Scandinavia, USA, Africa); il presbiterianesimo (Svizzera, Rep.ceca, Olanda, Scozia, USA, Terzo Mondo); il battismo

(USA); il pentecostalismo (USA; Europa, America Latina, Corea (ladri)); gli Avventisti del settimo giorno, i mennoniti,

i metodisti, i quaccheri, i mormoni, i testimoni di Geowatt (lavorano all’Enel), i laziali.

Il cattolicesimo costituisce la confessione più diffusa e strutturata. Connotazione sua particolare è il ruolo monarchico

del papa a livello universale; la Chiesa cattolica costituisce la sola istituzione ad aver attraversato due millenni di storia

conservando intatti i suoi principi fondatori. A differenza di tutte le altre religioni, essa dispone di una struttura

gerarchica, un efficiente apparato centrale di governo che opera a livello mondiale; mantiene rapporti diplomatici con

gran parte degli Stati e con le grandi organizzazioni internazionali.

Dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II (gennaio 1959-dicembre 1965) aperto da Giovanni XXIII e concluso da Paolo

VI la Chiesa Italiana continua a operare in un ambito giuridico istituzionale particolarmente favorevole, segnato dal

privilegio concordatario che nei decenni precedenti si è intrecciato con la Democrazia cristiana. Deve, tuttavia, fare i

conti e misurarsi con un processo di secolarizzazione molto avanzato: il lungo ed estenuante confronto-scontro con il

comunismo non ha permesso di percepire la pericolosità di un nuovo e più radicale avversario, alternativo più che

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concorrente, il consumismo, destinato a corrodere in profondità la fede del popolo italiano (Pietro Scoppola). La chiesa

si trova oggi di fronte ad una popolazione cattolica praticante prossima al 25% di quella totale.

Capitolo XXXIII Le donne nel Novecento: emancipazione e differenza

L’Ottocento non è stato certo il secolo delle donne. Le leggi dell’epoca tendevano a proporre un modello unico di

famiglia in cui le donne e i bambini erano gerarchicamente subordinati all’uomo, capofamiglia e unico detentore dei

diritti politici e civili. La Rivoluzione francese, proclamando i diritti civili e politici di tutti gli individui, aveva

rigorosamente considerato come individui solo i maschi, dichiarando l’incapacità politica delle donne.

Le prime a conquistare i diritti politici furono le australiane (1903) e le finlandesi (1906); seguirono le norvegesi nel

1913, le danesi e le islandesi nel 1915, le svedesi nel 1921. Fuori dalla zona punti le inglesi (che ottennero il diritto di

voto tra il 1918 e il 1926) e le americane (1920). A un giro Francia, Italia e Belgio (dopo la seconda guerra mondiale), a

due la Grecia (1952), a tre Svizzera (1971) e Portogallo (1976). Buono lo sprint iniziale della Spagna (1931)

motorizzata Renault, ma evidenti problemi al cambio e soprattutto la dittatura franchista la costrinsero ad abbandonare

la gara pochi anni più tardi (abolizione dei diritti e della telemetria bidirezionale sulla vettura di Alonso).

L’Unione Sovietica ha una storia particolare. Le donne uscirono dalla condizione di totale asservimento al capofamiglia

con la Rivoluzione del 1917, ottenendo la liberalizzazione totale del divorzio e l’abolizione del matrimonio religioso,

l’abolizione della patria potestas (1918), la legalizzazione dell’aborto (1920), il riconoscimento delle unioni di fatto

(1926) quelle, cioè, non matrimoniali. Il periodo stalinista, di contro, rese più difficile il divorzio, fu soppresso l’aborto,

restaurata l’autorità paterna. Alla morte di Stalin venne rivalutato e modificato il codice civile post-rivoluzionario.

Non sempre alla conquista di diritti legali è seguita una vera capacità da parte delle donne di conquistare ruoli politici e

dirigenziali, i quali restano largamente in mano agli uomini. Nei paesi occidentali, anche quando entrano a far parte dei

governi, le donne svolgono incarichi eminentemente “femminili” (politiche familiari, sanità, scuola, pari opportunità).

Nell’Ottocento, le donne delle classi popolari erano generalmente lavoratrici (contadine, operaie, sarte), e spesso

l’ideale sociale era quello “alto”, della donna madre di famiglia e custode del focolare. La permanenza della donna in

casa (segregazione spaziale) era simbolo di status elevato. La socialità ottocentesca dei circoli e dei club è interamente

maschile; alle donne viene concessa una socialità tutta familiare.

Il femminismo militante soprattutto nord-europeo dei primi del Novecento chiede diritti politici e autonomia giuridica,

ma anche accesso a tutte le scuole e occupazioni per le donne, in particolare alle libere professioni, e queste negli anni

venti nella maggior parte dei paesi europei ottengono l’accesso all’università, alle professioni e al pubblico impiego. Tra

le due guerre, molte donne operaie che avevano sostituito gli uomini combattenti nelle fabbriche vengono licenziate.

Inoltre i regimi fascisti attuano politiche fortemente antifemministe proponendo una figura di donna tradizionale, sposa e

madre di figli destinati al macello (combattere per la patria; che schifo.).

Nel secondo dopoguerra le costituzioni democratiche fanno della piena eguaglianza dei sessi un principio basilare; negli

anni sessanta i movimenti studenteschi e giovanili, a cui le donne partecipano in massa, mettono in discussione

l’autoritarismo nei rapporti sociali e nella famiglia. Tutto questo sembra segnare un cammino senza ombre verso

l’eguaglianza fra i sessi. Ma a fronte della massiccia scolarizzazione delle ragazze non corrisponde una riuscita in

termini professionali (retribuzione; tipo di impiego; posizioni gerarchiche limitate); la classe dirigente europea è

maschile. Ma le donne si differenziano anche tra di loro. Le condizioni sociali di partenza determinano fortemente la

possibilità di realizzazione professionale. La storia dell’emancipazione femminile si lega a quella delle trasformazioni

della famiglia. Secondo la teoria di Parsons un’unica linea evolutiva conduce dalla famiglia patriarcale-estesa del

passato (realtà contadina; famiglia numerosa estesa a zii e parenti e gerarchicamente rigida intorno alla figura del

capofamiglia) a quella nucleare di oggi (genitori e pochi figli; gerarchia debole). La realtà storica è stata più complessa

di questi modelli: la famiglia in Europa ha assunto forme diversificate da luogo a luogo (che non sto qui ad elencare).

Dal punto di vista dei vari membri della famiglia, il modello piccolo-borghese mette al centro dell’universo i figli,

educati, curati, istruiti; è loro il compito di innalzare lo status sociale della famiglia. Questi godono di condizioni agiate

(studio anziché lavoro) ma possono sentirsi oppressi dal compito loro affidato o dalla soffocante cura materna; al

culmine di questo processo infatti c’è la ribellione giovanile del ’68; proprio da queste famiglie vengono le giovani

donne che criticano radicalmente la famiglia e i ruoli all’interno della coppia. Questa è dunque la famiglia attuale. In

tutti i paesi occidentali riscontriamo convergenze nella trasformazione del modello giuridico di famiglia: l’eliminazione

della patria potestas, la tutela dei diritti della donna e dei figli e l’introduzione del divorzio. In tutta l’area occidentale si

eleva l’età del matrimonio, calano le nascite, crescono le unioni di fatto, i divorzi e le separazioni. L’Italia, da paese

cattolico e arretrato, si trasforma in pochi anni nel paese a più bassa natalità, pur conservando il minor numero di divorzi

e quello più elevato di figli adulti a carico della famiglia, anche se occupati e indipendenti. Le politiche sociali italiane

sono dirette al nucleo familiare tramite la distribuzione al capofamiglia: non si emettono assegni di disoccupazione per i

giovani, ma di tutela verso il lavoro del capofamiglia, che a sua volta provvederà ai figli. Questo tipo di politiche

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penalizza le donne: devono accudire i deboli, i bambini (madri e nonne), gli anziani (figlie e nuore). Il calo della

natalità è l’unica arma che permette loro di limitare gli anni della cura dei figli per dedicarsi ad una eventuale carriera.

L’impostazione meno gerarchica della famiglia moderna ha portato inoltre ad una più lunga permanenza dei figli nel suo

interno: a differenza del pre-68, infatti, lo scontro genitori-figli non ha ragione di esistere, a tutto vantaggio di questi

ultimi, ora finalmente emancipati e indipendenti (lavoratori in famiglia).

Ma lo stesso concetto di famiglia, come lo conosciamo noi occidentali, in altre culture è totalmente assente. In

Giappone, ad esempio, una parola che indicasse la famiglia consanguinea venne introdotto a fine Ottocento. Prima di

allora il termine “casa” designava un gruppo esteso patrilineare che viveva sotto lo stesso tetto, e l’importanza sociale

ricadeva proprio sul luogo fisico della casa. Nei paesi asiatici e africani la struttura di base della società era il lignaggio,

una struttura di parentela allargata a carattere patrilineare (trasmessa per via paterna) e gerarchicamente rigida. Le donne

lasciavano la propria casa e il proprio clan per entrare in quello del marito, portando con sé una dote (prezzo di uscita:

donna = merce) e non beneficiando di alcun diritto, quando non erano ridotte allo status di schiave, subendo pratiche di

sottomissione. (velo donne arabe; bendatura piedi donne cinesi, segregazione, spose bambine e uccisione delle vedove

in India). La clausura femminile è tuttora nella società araba un segno di civiltà ed è ancora in uso la poligamia.

Nel corso del Novecento c’è il confronto con le norme occidentali adattate un po’ ovunque (1890 codice civile

Giappone; Cina del sud 1934); le rivoluzioni cinesi, ad esempio si distinguono per essere ribellioni dei giovani:

1966/69; 1989 Pechino (piazza Tien-An-Men). In India, nei paesi musulmani e in Africa la segregazione femminile

impedisce l’istruzione alla maggioranza delle femmine.

Capitolo XXIV

Una delle caratteristiche salienti dell’età contemporanea è senza dubbio il processo tecnologico. Eppure insieme

all’aumento della ricchezza e del benessere le società industriali hanno conosciuto l’inquinamento ambientale, la

disoccupazione tecnologica, l’emarginazione sociale dei respinti dal mercato del lavoro.

Nel secondo dopoguerra gli USA erano il motore mondiale dell’innovazione tecnologica, soprattutto nel settore delle

macchine agricole: con l’uso di trattori sempre più perfezionati, efficienti aratri in acciaio e mototrebbiatrici pochi

operai potevano mettere in opera il lavoro di centinaia di braccianti.

L’introduzione della raccoglitrice del cotone sconvolse i rapporti sociali e di lavoro negli stati ex schiavisti del Sud degli

USA. Se nel 1949 solo il 6% del cotone veniva raccolto meccanicamente, nel 1964 la percentuale era salita al 78% e nel

1970 il raccolto manuale era sparito. L’innovazione provocò una forte disoccupazione degli ex raccoglitori neri del sud,

costretti ad emigrare nel nord industriale (portando con sé il Blues) e a reinventarsi operai peraltro malpagati e

socialmente scarsamente inseriti. Anche in Europa le macchine trasformarono radicalmente le campagne e la produzione

agricola sempre a discapito dei braccianti (USA 15 milioni in meno in 50 anni; Europa 21 milioni tra 1950 e 1985).

La profonda trasformazione sociale delle campagne non è rimasta isolata: la tecnologia applicata alla produzione ha

trovato nel mondo dell’industria un terreno fertilissimo. Soprattutto nelle fabbriche automobilistiche si affermarono i

modelli di produzione tayloristico-fordistici basati sulla catena di montaggio. E proprio essi, richiedendo un lavoro

ripetitivo e scarsamente qualificato, consentirono un’opportunità di impiego per i contadini soppiantati dalle macchine.

L’economia degli Stati industriali conobbe tra il 1945 e il 1973 la più lunga stagione di fertilità. La connessione sempre

più promiscua tra tecnologia e produzione industriale investì inevitabilmente molti aspetti della vita sociale: i trasporti in

aereo divennero un fatto di massa nel dopoguerra; l’automobile iniziò a diventare un bene comune presso tutte le

famiglie medie; il telefono, sempre nello stesso periodo, riscoprì una “seconda giovinezza” e diventò un vero mezzo

domestico di comunicazione di massa; nasceva in quegli anni la televisione. Ognuna di queste innovazioni modificò

profondamente usi e costumi di un’Europa in piena rinascita economica e sociale. (conformismo sociale, omologazione

linguaggio, dei valori, dei comportamenti).

Anche il lavoro domestico viene profondamente modificato dalle macchine: gli elettrodomestici (aspirapolvere, forno

elettrico, lavastoviglie, lavatrice) entrarono nelle case liberando in parte le donne dal loro antico lavoro domestico e

contribuendo a cambiare profondamente precedenti assetti e costumi della società. Anche grazie agli elettrodomestici le

donne poterono entrare nel mondo del lavoro, rendendo più solida la strada della loro emancipazione.

Intorno ai primi anni settanta l’organizzazione del lavoro fordista (che favoriva la quantità di produzione e la

standardizzazione qualitativa) cominciò a entrare in crisi. La domanda era mutata; il pubblico si abituava a consumare

rapidamente e esigeva originalità e qualità dal prodotto. A questa e ad altre esigenze rispose efficacemente la Toyota,

soppiantando la rigidità gerarchica del sistema fordista (che negli operai provocava disaffezione verso un lavoro

ripetitivo e alienante) con un’organizzazione orizzontale delle gerarchie di fabbrica: gruppi misti di tecnici, ingegneri,

operai seguono interamente ogni fase della realizzazione del prodotto, creando tra di loro spirito di squadra e

riscontrando un forte incremento del rendimento umano, dovuto anche alla creazione di impieghi più qualificati e

stimolanti. Una tale trasformazione viene resa possibile dalle straordinarie innovazioni tecniche fondate sul computer

(robot, sistemi automatizzati di fabbrica) che si è rivelato in grado di sostituire l’uomo all’interno della fabbrica dando

vita alla “terza rivoluzione industriale”: se nelle prime due si era sostituita la forza dell’uomo con quella delle macchine,

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ora si sostituisce il cervello dei lavoratori con l’intelligenza artificiale del computer. La riorganizzazione del lavoro (Re-

Engineering) su base informatica espelle dalle imprese non solo gli operai ma anche tecnici ed impiegati, mentre

avviene solo marginalmente l’ “effetto a cascata” per cui le innovazioni tecnologiche dovrebbero favorire l’espansione

economica così da riassorbire in altri settori la manodopera altrimenti esclusa dalla produzione. La logica e l’ideologia

della competizione fa oggi in modo che i lavoratori stiano diventando gli strumenti flessibili delle macchine che

contendono ad essi il posto di lavoro.

Ma il concetto di flessibilità è da applicarsi anche alla dislocazione geografica delle imprese: i grandi complessi

dell’industria pesante si spostano dall’ occidente verso i paesi asiatici (Corea, Singapore, Taiwan) per lasciare il posto

alle nuove realtà industriali, come la silicon valley in California (es.: stabilimenti di Bagnoli portati in Corea).

-----La minaccia alla vita-----

Sul finire della seconda guerra mondiale, entrò sulla scena del mondo contemporaneo la bomba atomica, che apriva

l’epoca dell’energia dell’atomo e della contaminazione nucleare. La guerra fredda e la conseguente corsa agli armamenti

portarono alla costituzione di un arsenale di bombe nucleari in grado, in caso di conflitto, di annientare la vita sulla

terra. Tuttavia l’impiego dell’atomo a fini pacifici è stato anch’esso causa di incidenti alle centrali nucleari e di fughe

radioattive (1979 Three Miles Island, USA; 1986 Chernobyl). La fuga di veleni chimici (diossina a Severo, Lombardia

1976), l’esplosione di depositi di gas (Bhopal, India 1984) causò migliaia di morti, i numerosi naufragi di petroliere

rappresentano una fenomenologia sempre più frequente negli ultimi trent’anni. I fautori della crescita economica e

dell’innovazione a tutti i costi ritengono che simili accadimenti costituiscono prezzi inevitabili da pagare al progresso.

Tutte le conquiste tecniche mostrano, infatti, un inquietante risvolto dal punto di vista ecologico. Uno dei più gravi

problemi del pianeta è quello della perdita costante di terra fertile dovuta all’uso crescente di concimi chimici e

fitofarmaci antiparassitari. Ma i veleni chimici usati in agricoltura industriale producono danni a tutto l’ecosistema e

danneggiano in maniera imprevista la vita umana. È questo il caso del DDT. Scoperto in Svizzera nel 1873, negli anni

trenta venne usato come insetticida per debellare la malaria veicolata da una specie di zanzara. Ma il riconosciuto potere

cancerogeno del preparato (Rachel Carson 1962) ha messo per la prima volta in luce una nuova minaccia invisibile di

cui sino ad allora non si era tenuto conto.

Non c’è dubbio tuttavia che il luogo in cui il potere inquinante della tecnica è quello della città. Megalopoli come Città

del Messico o il Cairo hanno assunto livelli di inquinamento inimmaginabili. Nel sangue dei bambini del Cairo la

presenza di piombo è da tre a cinque volte superiore a quella dei bambini che vivono nelle zone rurali. Inoltre la

diffusione aerea dei gas inquinanti ha dato luogo ad alterazioni e danni sconosciuti in passato. È il caso delle piogge

acide, ovvero acque piovane cariche di sostanze chimiche che, sospinte dal vento, danneggiano corsi d’acqua e foreste

anche lontani dai grandi centri inquinati. Alcuni gas (CFC) hanno lacerato lo strato di ozono che protegge la terra dai

raggi ultravioletti del sole provocando l’ “effetto serra”, cioè l’innalzamento della temperatura media del pianeta e del

livello dei mari. Quest’ ultimo effetto, tuttavia, è sicuramente il benvenuto: tra trent’anni o forse meno gigli scomparirà

per sempre dalle carte geografiche. Quindi, cittadini ed elettori, INQUINARE, INQUINARE, INQUINARE!

(TERAMO 4– giulianova 1). -----Uso e abuso delle risorse-----

Ogni anno diminuisce sensibilmente la superficie coperta da foreste, con il conseguente impoverimento della dotazione

di ossigeno sulla terra. Insieme ad essi spariscono migliaia di specie biologiche. Nel frattempo il petrolio sta

scomparendo, essendo materia fossile, cioè non rinnovabile.

L’industria, dunque, e i modi di vita e di consumo delle società industriali negli ultimi decenni sono apparsi quali

sperperatori delle ricchezze naturali. Gli USA, ad esempio, che comprendono appena il 5% della popolazione mondiale,

consumano circa il 30% dell’energia che si produce in tutto il mondo. Una nuova forma di ingiustizia sociale a livello

mondiale è apparsa dunque alla ribalta di recente. Non esiste solo una difforme distribuzione della ricchezza fra Nord e

Sud del mondo, ma anche un’ingiusta diseguaglianza nel consumo di risorse naturali. C’è ancora un altro aspetto da

considerare. I rifiuti solidi, industriali o urbani sottraggono sempre più territorio, inquinando l’aria e le acque circostanti.

Secondo alcuni osservatori alla base degli attuali problemi ci sarebbe la crescita senza precedenti della popolazione

mondiale, passata dai 2,5 miliardi di persone nel 1950 agli attuali 6 miliardi.

Negli ultimi trent’anni sono sorti dei nuovi movimenti politici (Verdi) e organizzazioni (WWF; Greenpeace) attivi nella

salvaguarda dell’ambiente e di tutte le specie viventi, anche quelli apparentemente inutili agli occhi dell’uomo. Nella

cultura occidentale sono sorti così valori di civiltà che hanno sensibilizzato l’opinione pubblica contro la mercificazione

di tutti gli aspetti della vita sociale. Anche grazie a questa nuova presa di coscienza la tecnologia ha dato avvio alla

cosiddetta industria verde, vale a dire a una nuova branca di invenzioni e di produzioni per salvaguardare e proteggere

l’ambiente: depuratori, macchine disinquinanti, prodotti biologici. Negli ultimi due decenni è in atto un processo che

con una certa enfasi gli scienziati definiscono dematerializzazione. Diminuisce la materia impiegata nella produzione

delle merci; allo stesso risultato conduce la sempre più spinta miniaturizzazione o la creazione di nuovi materiali sempre

più leggeri e resistenti.

Forse mai come ai nostri giorni la storia della produzione capitalista si era trovata di fronte a una così acuta

contraddizione. Spinta dalla necessità di sempre maggiori profitti, l’industria divora sempre più materie prime e energia:

tutte risorse che oggi non appaiono più infinite. La produzione genera scorie, mentre i beni stessi, una volta consumati,

si trasformano in rifiuti che sottraggono agli uomini territorio, acqua, aria. A queste si aggiunge un’altra contraddizione:

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la tecnica uccide il lavoro umano (disoccupazione tecnologica), rendendolo sempre più precario e saltuario. Quel che

appare impossibile è un ritorno indietro e l’unica soluzione a portata di mano sarà nella forza della democrazia: nella

possibilità di partecipazione sempre più larga e incisiva dei cittadini alla vita politica, alle scelte che sempre di più

riguarderanno il destino di tutti.

Capitolo XXV L’idea di contemporaneo

L’inizio dell’età contemporanea è solitamente associato alla Rivoluzione francese, ma si tratta di una periodizzazione

piuttosto elementare: fino a quando il lessico politico ruoterà attorno a tipiche categorie ottocentesche (liberalismo,

democrazia, parlamentarismo, mercato), non mancheranno le ragioni per attenersi all’idea di una contemporaneità

“lunga”. Secondo un’opinione oggi largamente accettata, il principale tratto distintivo dell’età contemporanea è

l’ampiezza dei processi di modernizzazione, e i caratteri salienti della società industriale moderna sono costituiti da una

conoscenza scientifica, da una tecnologia e da una struttura economica tali da assicurare il dominio dell’uomo sulla

natura. Ora, se è la modernizzazione a innervare l’età contemporanea, perché si continua a collocarla dopo un’età

moderna che va dalle grandi scoperte geografiche al crollo dell’ancien régime in Francia?

Gli ostacoli che si frappongono a una periodizzazione definitiva possono essere aggirati con l’idea della storia

contemporanea come storia di un presente a geometria variabile. Se si formulano alcuni quesiti su cosa ci sia

veramente contemporaneo si può scoprire, ad esempio, che ordinamenti amministrativi del secolo scorso sono più

“contemporanei” di strumenti di governo dell’economia più recenti ma caduti subito in desuetudine.

Non solo, dal 1977 circa entra nell’uso comune il termine postmoderno, espressione di quella società postindustriale che

si profila con lo shock petrolifero del 1973, quando già si intravedono i “limiti dello sviluppo” e s’infrange il mito del

progresso perpetuo.

In verità, tutte le epoche hanno annoverato i loro storici contemporanei che si occupavano del passato prossimo e la

stessa storia contemporanea, negli ultimi due secoli e in parte ancora oggi, viene trattata con diffidenza e sospetto per

l’addebito continuo di faziosità, di spirito partigiano riversato di epoca in epoca sui suoi “autori”.

Il motivo principale di tale diffidenza del sapere accademico del XIX secolo per questa disciplina risiede nello

svincolarsi sistematicamente della stessa dai canoni ufficiali di ricerca della storia tradizionale (analisi critica delle fonti,

primato degli archivi pubblici, autorevolezza delle carte già selezionate). In materia, pubblicando nel 1897 una Storia

politica dell’Europa contemporanea, Charles Seignobs commenta: “L’ostacolo più grande che distoglie dallo scrivere la

storia del XIX secolo è la ridondanza delle fonti. La severità del metodo scientifico esige lo studio diretto dei

documenti; ma la vita di un uomo non basterebbe a leggere soltanto i documenti pubblici di un solo Stato europeo. È

dunque materialmente impossibile scrivere una storia dell’Europa contemporanea conformemente ai principi della

critica”.

Nonostante i duri attacchi dei positivisti e dei loro pregiudizi, negli ultimi decenni la riflessione sull’età contemporanea

ha compiuto una rivoluzione epistemologica: per esempio mutuando dalla fisica concetti applicabili alla misurazione del

tempo sotto il profilo fra “evento” e “durata”, o da altre discipline il modo di accostarsi a fenomeni quali i cicli

economici. Questo nuovo approccio permette un allargamento del campo visivo che riabilita il “paradigma erotodeo”

(centralità del rapporto uomo-ambiente sociale) Vs “paradigma tucidideo” (uomo-istituzioni politiche e militari).

La contiguità con le moderne scienze sociali rende l’idea della diversità dell’ oggetto di studio della storiografia:

sociologia e antropologia illustrano sincronicamente i processi e i meccanismi di organizzazione ed evoluzione sociale,

mentre essa ne deve rendere conto in chiave diacronica.

Nel 1867 il ministro Victor Duruy vara una riforma scolastica che prevede l’insegnamento della storia francese dalla

presa della Bastiglia ai giorni del regno di Napoleone III. La riforma venne attaccata con le solite argomentazioni

presumendo che la storia di un passato ancora “fresco” sia inevitabilmente tendenziosa, “politica”. In Italia, subito dopo

la costituzione del regno, Nicomede Bianchi, Giuseppe Massari ed altri esaltano nei loro volumi la tattica lungimirante

del partito moderato, mentre Giuseppe Gabussi, Carlo Rusconi e Luigi Anelli – dal punto di vista diametralmente

opposto – valorizzano il ruolo delle cospirazioni, della guerra per bande dello stesso periodo.

Si può quindi dedurre che la storiografia sull’età contemporanea è quasi inevitabilmente “di tendenza”, specie se tratta

fatti intrisi di sangue o grossi stravolgimenti dell’ordine dello stato di fatto, ma anche che la scelta di un “punto di vista”

non entra necessariamente in conflitto con l’esattezza degli avvenimenti, con la serietà argomentativa e con l’efficacia

probatoria.

La storia – contemporanea e non - ha conosciuto un “uso pubblico” (una ricapitolazione selettiva del passato) da parte

delle istituzioni con l’obbiettivo pedagogico di rafforzare il consenso attorno ad alcuni valori ritenuti decisivi per la

convivenza civile; ai regimi totalitari del Novecento serve più che ad altri l’addomesticamento della storia eppure,

quando le esigenze propagandistiche si affidano a studiosi abili ed esperti, si hanno esempi lampanti di quanta potenza

sprigioni la scrittura se usata a fini persuasivi. È il caso di Gioacchino Volpe, che nel 1934 scrive un manuale scolastico

intitolato la storia degli Italiani e dell’Italia, concepito in forma di racconto che si rivolge ad un pubblico adolescente

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
Università: Teramo - Unite
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecilialll di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto della comunicazione e dell'informazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Teramo - Unite o del prof Crainz Guido.

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