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Capitolo XIII La I guerra mondiale

Fu una guerra moderna con eserciti di massa e mondiale la prima della storia dell’umanità in cui vi prese parte anche

una potenza exstaeuropea: gli USA. Durò 4 anni e vide la fine di 3 imperi quello Russo, quello Austro Ungarico e quello

Tedesco. Le cause sono da ricercare in: a) rivalità anglo tedesca alimentata dall’economia in espansione della Germania

che minacciava il predominio della GB; b) vecchi rancori, mai sopiti, tra Francia e Germania e l’annessione dell’Alsazia

e della Lorena da parte di quest’ultima; c) contrasti nel settore dei Balcani tra Austria e Russia che voleva estromettere

la presenza asburgica dalla penisola balcanica e affermarsi Stato guida di tutti i popoli slavi; d) la scintilla fu l’uccisione

dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo (28/6/1914) erede al trono Austroungarico ad opera di uno studente

nazionalista serbo, Gavrilo Princip personaggio simbolo di classi sociali, idee e popoli emergenti. Del fatto l’Austria

accusò la Serbia che non si sottopose ai suoi ultimatum (condizioni troppo gravose per accettarle) per cui il 28 luglio

1914 l’Austria Ungheria dichiarò guerra alla Serbia. Cronologia: Nel 1912 la I guerra balcanica vide contrapporsi la

Bulgaria, la Serbia, la Grecia e il Montenegro contro la Turchia che venne sconfitta. Nel 1913 scoppia, per contrasti

sulla spartizione dei territori, la II guerra balcanica che vide contrapporsi la Serbia (appoggiata dalla Russia),. Il

Montenegro, la stessa Turchia e la Grecia contro la Bulgaria (appoggiata dall’Austria) che ne uscì disfatta. Alleanze: la

Russia si alleò con la Serbia, la Germania (legata alla triplice alleanza, di cui faceva parte anche il Regno d’Italia)

alleata dell’Austria dichiarò guerra alla Russia e la Francia (legata alla triplice Intesa di cui faceva parte anche la GB)

alleata con la Russia si schierò contro la Germania. I tedeschi invadono il Belgio (neutrale) e interviene a suo favore la

GB. Nel frattempo l’Italia è neutrale poiché ritiene che sia stato un abuso quello dell’Austria (sua formale alleata con la

Germania) di dichiarare guerra alla Serbia. Nella nazione però gli umori sono contrastanti dove all’opportunismo

egoista di Salandra (primo ministro) che ritiene in un primo momento di essere neutrale per aspettare la giusta ora

dell’intervento si oppongono i nazionalisti e i sindacalisti radicali e rivoluzionari interventisti. Nell’autunno del 1914 i

francesi fermano l’avanzata dei tedeschi sul fiume Marne: la guerra invece di folgoranti anvanzate divenne guerra di

posizione ( e di trincee). Il conflitto si allarga e assume proporzioni mondiali dove la Turchia e la Bulgaria sono a favore

degli imperi centrali (Germanico e Austro Ungarico) e la Romania, Grecia. il Portogallo, e poi il Giappone a favore

delle potenze dell’Intesa a cui si aggiunge nel 1917 anche gli USA. Il 24 mag 1915 l’Italia entra in guerra schierandosi

contro il suo nemico storico (ma alleato formale) forte di un accordo segreto con i paesi della triplice Intesa. L’esercito

italiano guidato da Cadorna ebbe i suoi primi successi conquistando importanti postazioni strategiche in Trentino verso

Trieste con una logorante guerra di trincea. Nel 1916 dopo i successi degli imperi centrali nella parte orientale contro la

Russia e la Serbia si spostano, per meglio fortificarli, sugli altri fronti. E così sul Brenta e sul fiume Adige l’Austria

attaccò inaspettatamente l’Italia che fermò l’avanzata e contrattaccò sull’Isonzo e sul Carso conquistando Gorizia e altre

importanti postazioni, mentre i francesi resistevano a Verdun. La rivoluzione socialista in Russia nell’ottobre del 1917 e

la conseguente disgregazione dell’esercito zarista costringe la Russia alla pace con gli imperi centrali a condizioni

pesantissime. Liberatesi dell’incombente presenza russa le truppe tedesche e Austro Ungariche furono trasferite

sull’Isonzo e sferrando un micidiale attacco sfondarono le trincee e la linea italiana a Caporetto tanto da avanzare verso

la pianura padana ma ancora una volta l’esercito italiano arrestò l’invasione nemica sul Grappa e sul Piave. La sconfitta

di Caporetto fece destituire il gen. Cadorna sostituito da Armando Diaz. Nel 1917 giungevano in Europa gli americani.

Nell’estate del 1918 a Vittorio Veneto gli Austriaci tentarono un ulteriore attacco al fronte italiano ma vennero travolti.

Il 3/11/1918 le nostre truppe entrarono a Trento e Trieste e il 4 nov l’Austria firmò la pace. Il 11/11/1918 si arrende la

Germania. Le potenze vincitrici così a Parigi si riunirono e a Versailles la Germania firmò la pace rinunciando alla

Polonia e all’Alsazia e alla Lorena riprese dalla Francia. La GB e la Francia si divisero le colonie tedesche, L’impero

Austro Ungarico fu smembrato e nacquero l’Austria, la Cecoslovacchia, l’Ungheria e la Jugoslavia. L’Italia ebbe il

trentino Alto Adige, la Venezia Giulia e invece della Dalmazia come promesso ebbero solo Zara e le isole di Lussino e

Cherso. Mentre solo più tardi tramite un accordo con la Jugoslavia Fiume fu annessa all’Italia.

In questa guerra si contrappongono prima l’innocenza originaria della Nazione che si pone come tale e si afferma libera

e indipendente dagli altri e contro gli altri Stati sovranazionali; e poi la corruzione di quello stesso principio che da

stimolo all’autoliberazione diviene pretesto di espansione e sopraffazione sugli altri.

Tra i belligeranti però nessuno accetta di passare per l’aggressore; neppure la Germania che gli avversari rappresentano

come l’epicentro del militarismo prussiano e dell’imperialismo. Tutti e anche i tedeschi dichiarano di agire solo per uno

stato di necessità per difendersi dall’accerchiamento e di essere trascinati alle armi per evitare di farsi sopraffare dagli

altri. E così: l’Austria deve dare una lezione ai terroristi serbi; la Russia deve intervenire come protettrice dei fratelli

slavi; la Francia è legata alla Russia attraverso la triplice intesa per il contenimento dell’Austria; la GB pratica una volta

di più la sua politica tesa ad arginare il crescere di qualunque potenza capace di contrastare sul continente il suo dominio

sui mari; la Germania assicura di voler solo rompere l’assedio che le stringono tutto attorno gli altri impedendole di

crescere in potenza secondo natura. L’identità dell’aggressore che nessuno vuole indossare rimane materia di

propaganda altrui e serve a deformare le fattezze del nemico. Dovunque l’opinione pubblica infervorata dai diritti -

doveri della propria Nazione in armi sospetta intrusioni nazionalistiche altrui in banche, imprese e ditte dal nome

straniero. Le espulsioni e gli internamenti di individui e gruppi di stranieri fattisi all’improvviso sospetti sono uno dei

tanti tratti distintivi della chiusura a riccio in se stessi delle maggioranze nazionali e dei duri processi di irrigidimento

degli Stati. Si assiste al paradosso per cui gli italiani d’Austria (nell’impero Austroungarico), in quando sudditi soggetti

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ad obblighi di leva, vengono mandati in guerra al fronte mentre molti dei loro familiari sono allontanati in quando

sudditi potenzialmente infedeli dal Trentino, dal Friuli e dalla Venezia Giulia ed internati in zone meno vicine all’Italia.

Addirittura poi da interi territori vengono fatti sgomberare gli abitanti e così i civili sono costretti ad imparare presto che

in tempo di guerra pericoli e danni non provengono solo dalle linee nemiche.

Lo scoppio della guerra in Europa colse l’Italia smarrita sul da farsi. Il governo Salandra comunque, non ravvisando gli

estremi d’applicazione del trattato della triplice alleanza (in quando l’Austria aveva compiuto azione aggressiva senza

consultare l’Italia) dichiarò il nostro paese neutrale. Ma ben presto si sviluppò un’aspra polemica fra neutralisti, che

ritenevano più utile e vantaggioso per il paese restare fuori dal conflitto, e gli interventisti che auspicavano l’ingresso

dell’Italia in guerra secondo motivazioni non sempre omogenee. Tra i neutralisti si schierarono i socialisti, i cattolici e i

liberali giolittiani mentre tra gli interventisti vi furono i nazionalisti e i sindacalisti rivoluzionari e radicali (estrema

sinistra). I socialisti italiani si dichiararono subito per la neutralità anche perché in Italia operai e contadini erano

istintivamente e profondamente contrari alla guerra. I socialisti però perdono progressivamente presa sulla piazza e nel

maggio 1915 si scoprono vacillanti nei sentimenti, espulsi dalle piazze, censurati dalla loro stampa (Mussolini dirigeva

l’Avanti) e soli in parlamento. I cattolici anch’essi adottarono un atteggiamento di disciplinata obbedienza ai fatti

compiuti, manifestando con tale atteggiamento alle scelte di governo la loro natura di uomini d’ordine. I liberali

giolittiani con a capo appunto Giolitti erano contro la guerra poiché convinti che l’Italia avrebbe potuto realizzare

l’obbiet00tivo di riunire alla madre patria le terre irredenti soggette all’Austria mediante trattative diplomatiche.

Tra gli interventisti il gruppo più attivo fu quello nazionalista e i sindacalisti rivoluzionari che vedevano la guerra come

uno strumento che avrebbe condotto alla rivoluzione. A questi ben presto si unì Benito Mussolini esponente di spicco

dell’ala sinistra del PSI e direttore dell’Avanti. Espulso dal partito trovò finanziamenti da gruppi economici favorevoli

all’intervento e fondò un quotidiano, il Popolo d’Italia, che divenne dei più decisi e violenti fogli interventisti.

Dopo lunghe e segrete trattative il 26 aprile 1915 l’Italia firmava con le potenze dell’Intesa il cosiddetto Patto di

Londra. Con esso l’Italia si impegnava ad entrare in guerra entro un mese e si assicurava in caso di vittoria il Trentino,

l’Alto Adige, Trieste, l’Istria e Valona in Albania. Un ostacolo all’attuazione del piano di Salandra era rappresentato dal

parlamento in maggioranza neutralista che difficilmente avrebbe approvato l’intervento italiano. Solo sollevando la

piazza con le chiassose forze nazionaliste ed interventiste il governo e la Monarchia avrebbe potuto spingere il

parlamento ad approvare l’entrata in guerra contro l’Austria. Contro i neutralisti e Giolitti fu creato un movimento

interventista appoggiato da G. D’Annunzio che non faticò certo a rimarcare l’inedita tiepidezza rispetto ai climi

accalorati di allora e a tirargli addosso lo sdegno della piazza interventista. Il parlamento intimidito dalla piazza

appoggiò il governo Salandra al quale concesse pieni poteri. Così il 24 maggio 1915 l’Italia entrò nel conflitto

dichiarando guerra solo all’Austria e non alla Germania proprio perché si pensava che l’intervento avrebbe dovuto

limitarsi alla liberazione delle terre irredente soggette al governo austriaco. L’anno successivo le potenze alleate

convinsero il governo italiano a dichiarare guerra anche alla Germania.

L’entrata in guerra dell’Italia moltiplica tutti i poteri delle autorità politiche e militari, costringe al silenzio o sulla

difensiva le forze che possono essere sospettate di non piena adesione allo sforzo patriottico e ciò ricrea di continuo

nuove preoccupazioni e motivi di conflitto interno. Anzitutto permane la lacerazione iniziale tra interventisti e

neutralisti. Sospetti e rancori circondano Giolitti e i giolittiani, dei leader e le forze di una scelta antitetica rispetto alla

collocazione del paese. La guerra volontaria degli interventisti non corrisponde alla guerra coatta di cui si sente vittima

il grosso dei richiamati, i quali sono tutt’al più disposti (e non sempre) alla guerra di disciplina che hanno nei loro

schemi mentali e nella loro formazione i militari di carriera e gli alti comandanti. Tant’è che l’esercito di Cadorna e dei

generali usciti dalla stessa scuola 800sca non può amare quelli irredentisti o volontari che pure contraddistingueranno la

nostra guerra e le danno significato. L’idea di questi ultimi è che di un’adesione politicamente motivata c’è da diffidare:

oggi si può giocare a favore domani contro. Gli stessi Salvemini, Battisti e Mussolini cioè gli uomini di bandiera

dell’intervento sono guardati a vista, da molti dei commilitoni sono visti come dei matti o criminali che hanno voluto un

inconsulto massacro. Benedetto Croce, buon conoscitore del meridione, ripete che il popolo considera questa, come

ogni altra, guerra come un cataclisma naturale: si può solo cercare di sopravvivere e aspettare che passi. Questa

espressione del filosofo esprime solo un concetto del popolo; ma non si rivolge ad esso. Del popolo e al popolo, tanto

più se contadino e analfabeta, continua a parlare la chiesa cattolica. I cappellani militari sono dei personaggi che

svolgono un ruolo importantissimo di cerniera in quando l’inedita guerra di massa che si tratta di far combattere a quasi

6 milioni di mobilitati suggerisce alle autorità militari e politiche di ricorrere subito ai ripari attraverso appunto a

possibili direttori di coscienza dei soldati semplici al fine di incrementare l’obbedienza agli ordini e la rassegnazione

alla volontà superiore. Tra i cappellani il francescano A. Gemelli, addottrinato nelle moderne tecniche dell’analisi

psicologica, ottenne il consenso del comando di studiare sul campo la reazione dell’uomo in guerra. Pose al centro

dell’analisi la trincea, inedita protagonista di una guerra antieroica, e le forme di resistenza e di difesa elaborate

dall’organismo umano per far fronte allo stato di pericolo nei vari momenti di cui si compone la quotidianità militare.

Egli giunse alla conclusione raccolta in un volume, il nostro soldato, che il combattente migliore alla fine è il sodato

massa capace di adattarsi meglio alla routine della trincea mentre gli ardori del volontario trovano spesso fine nel

disincanto che si sviluppa allorché egli si trova a contatto con la grigia crudezza e macchinalità della vita reale.

Don Giovanni Minozzi invece da il via ad un’importante opera di supplenza alla latitanza dello Stato che consiste

nell’apertura delle cosiddette case del soldato con l’intento di offrire asilo e qualche modesto conforto materiale e

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morale ai militari nelle fasi in cui non sono in trincea e neppure a casa in licenza. La rassegnazione è garantita però dalle

ferree leggi del codice militare che, già duro in partenza, viene reso ancora più coattivo dalle circolari del comando

supremo. Logicamente obbedienza, passività e rassegnazione sviluppano sentimenti di ostilità alla guerra a cui risponde

il durissimo atteggiamento del gen. Cadorna e fra i politici il ministro degli esteri Sonnino, nei confronti dei prigionieri

di guerra italiani che erano sempre tanti anche perché la guerra imposta ai più porta a sospettare che ogni militare covi

un’ansia di estraneazione e di salvezza che non potendo esprimersi in forme collettive esplode in vie di fughe

individuali, le azioni autolesionistiche, le diserzioni all’interno e le fughe verso il nemico. Dopo la disfatta di Caporetto

nella quale centinaia di migliaia di uomini si sbandarono e si dettero prigionieri, anche senza combattere, il gen. A. Diaz

sostituisce Cadorna. Con lui non cessa al fronte la repressione ma essa si accompagnava ad interventi positivi a favore

del soldato e della sua famiglia che comprendevano sia aiuti concreti che promesse per il dopoguerra tra cui il grande ed

inesausto sogno della terra ai contadini che poi molti ricorderanno inutilmente alle classi dirigenti dopo il 1918.

Attraverso il servizio di propaganda giornali illustrati e riviste, affidato solo ora a tecnici, arrivano ai soldati

informazioni ad hoc deformate e migliora il morale delle truppe che in questo periodo (1917) sono in fase forzatamente

difensiva e quindi meno un momento meno rischioso. In un contesto in cui diventa più agevole sentire la guerra logica e

giusta (resistenza sul Piave) anche per tutti quelli che non l’avevano sentita prima arrivano le prime vittorie.

Capitolo XIV Tra le due guerre: l’età della crisi

La società europea uscì profondamente sconvolta dalla tragica esperienza della I guerra mondiale. Il costo delle vite

umane fu elevatissimo. Sul fronte interno l’inflazione e l’attività speculativa determinarono una sempre minore

disponibilità di generi di prima necessità e un conseguente peggioramento delle condizioni di vita. Sul piano economico

la guerra fornì il consolidamento dell’industria nei settori siderurgico e meccanico e rafforzò il ruolo dello Stato.

La ripresa economica fu ostacolata da una preoccupante crisi finanziaria, gli USA che fino al 1914 erano debitori con

l’Europa divennero creditori di somme gigantesche. L’entità del debito contratto dai paesi europei era in stretta

relazione con le spese di guerra, tutti i contendenti rimasero indebitati anche i vincitori. Al conseguente arricchimento

del nuovo continente corrispose un impoverimento del vecchio: alla fine degli anni 20 l’economia americana aveva

capitalizzato tutti i vantaggi che le derivavano dalla posizione peculiare che aveva mantenuto durante il conflitto e della

straordinaria produzione industriale conseguenza diretta del progresso tecnologico e delle sue innovazioni. Tra il 20 e il

29 il PIL aumentò del 40% circa; il boom più forte si registrò nei settori dell’automobile, degli apparecchi radio e nel

campo tessile con l’invenzione delle fibre sintetiche come il raion. Nessun prodotto però riassumeva meglio il senso e le

dimensioni della crescita produttiva dell’America e del suo modello di consumi come la diffusione dell’automobile. Ciò

grazie a H. Ford colui che aveva rivoluzionato, mediante la metodologia della produzione di massa e rivolta alle masse,

l’industria automobilistica e il suo prodotto finale frutto del nuovo industrialismo. Infatti fu il primo a intuire che la

soluzione del problema sociale ed umanitario stava nell’accrescere la capacità di consumo e il benessere delle masse

operaie mediante progressivi aumenti dei salari. Importante fu lo scientific management dell’ing. Tylor, precedente

all’intuizione fordista, che aveva suddiviso e parcellizzato le singole operazioni di lavoro in una serie predeterminata di

gesti elementari atti a semplificare ed accelerare l’intero processo. Ford andando oltre e realizzando la catena di

montaggi, che altro non era l’accelerazione tecnologica realizzata con la drastica semplificazione e la standardizzazione

del lavoro, fu in grado di alimentare il mercato americano al ritmo di una modello T (l’auto per tutti) molto sostenuto. A

partire dal 1925 fu il primo a vedere i propri dipendenti come potenziali consumatori per cui la sua produzione di massa

doveva abbattere i costi di lavorazione e aumentare i salari. Ma questa enorme produzione non scongiura la crisi

imminente. In realtà la crisi del 29 aveva trovato la sua genesi in una situazione che era appesantita da una struttura

societaria inadeguata delle imprese e dall’eccessiva frammentazione del sistema bancario. La profondità e la

drammaticità di essa vennero acutizzandosi e amplificandosi dal rapporto tra l’economia reale e finanziaria. Negli USA

poi dovevano essere le reazioni a catena a determinare dei fallimenti delle banche di provincia a propagare dovunque le

conseguenze della crisi generalizzandole alla società intera. Nel 1931 in Europa i danni economici procurati dalla guerra

avevano stravolto i criteri oramai consolidati tra economia e Stato: cioè quello di concepire il processo economico con il

semplice equilibrio del bilancio statale e il mantenimento della convertibilità aurea in moneta. Nacque così l’esigenza di

una pianificazione dell’economia (non nel senso socialista; ma più moderata) con la partecipazione di tutte le

componenti che ad essa facevano parte: gli industriali, lo Stato, gli operai. Il corporativismo creato era qualcosa di

molto diverso da quello in cui credevano i fascisti (cioè delega di tutta l’autorità allo Stato) ma poggiato su fondamenta

elettive e pluralistiche, finì l’era del laisser-faire. La crisi finanziaria europea esasperava la crisi sociale (disoccupazione

galoppante) e i primi segni di risanamento si ebbero quando sia la Francia che la Germania, e dopo l’Italia, adottarono

delle politiche deflative cioè una drastica riduzione del flusso della spesa pubblica. Ma tale pratica deflazionistica non

poteva essere applicata a lungo ed ecco che con Keynes si fa strada una nuova cura per il risanamento dell’economie

nazionali (sfociato nel programma del new deal di Roosvelt negli USA). Essa si fondava su una politica monetaria

espansiva, e quindi un’inflazione più sostenuta (anche se controllata) e una ridistribuzione dei redditi più equa (poiché la

propensione marginale al consumo era più bassa per i redditi medio alti). Per fare ciò lo Stato doveva essere più

presente nell’economia: K. era convinto che bisognava alimentare sia le aspettative degli imprenditori (aumentando la

spesa pubblica e quindi le commesse per le infrastrutture pubbliche) che incentivare gli investimenti (abbassando il

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costo del denaro e di conseguenza aumentando l’inflazione). Mentre gli USA applicavano il New Deal (nuovo corso),

l’Italia in alternativa propose lo Stato imprenditore con la costituzione dell’IRI. In Germania, come in Italia, la presenza

dello Stato nell’economia era pesante ed ingombrante. In questo quadro politico ed economico in cui lo Stato si impone

come forza emergente restano fuori le compagini di sinistra e i movimenti socialisti. Solo la Svezia, la Norvegia e la

Danimarca i partiti socialdemocratici ebbero il sopravvento impostando un programma strutturato di politiche sociali

che diverranno poi il principio dei moderni Welfare State.

Il New Deal. Nelle elezioni del 1932 il candidato democratico Roosvelt diventa presidente degli USA. Il New Deal che

R. proponeva agli americani si ispirava ad una precisa dottrina economica politica: quella di Keynes. Infatti i punti fermi

del programma riformatore erano la decisione di affrontare la crisi mediante un intervento della mano pubblica e

l’impegno a pianificare le attività economiche del paese. La nuova politica economica riteneva profondamente errrata

l’ortodossia deflazionistica attuata da quasi tutti i paesi europei (GB, Italia, Germania e Francia). Con l’aiuto di un trust

di cervelli, ossia un gruppo di collaboratori competenti, nei primi mesi della sua presidenza R. decise una forte

svalutazione del dollaro in modo da rialzare i prezzi e stimolare la ripresa. Per ridurre la disoccupazione, il governo,

promosse un vasto programma di lavori pubblici (specie edili). Fondò un corpo civile per la conservazione della natura,

la Tenesse Valley Autority (che portò a termine la sistemazione di quella valle costruendo dighe e centrali elettriche) e

fece costruire molte centrali idroelettriche per fornire energia a costi più bassi. Sussidi furono concessi agli agricoltori

perché diminuissero la produzione o distruggessero una parte dei loro raccolti per evitare la caduta dei prezzi. All’Ente

Nazionale per la Ripresa Industriale fu dato il compito di stimolare il rilancio delle industrie e di spingerle alla

formazione di un codice, che consentisse di mantenere i prezzi ad un livello remunerativo. Per quanto riguarda le

finanze, per reperire i fondi necessari alla realizzazione della nuova politica, si ricorse all’aumento del debito pubblico

che risultò raddoppiato. Si stamparono più dollari, si abbandonò la base aurea e si provocò un’inflazione controllata per

facilitare le esportazioni specie di derrate alimentari. Dal 1935 fu varato un programma di riforme: una legge sulla

sicurezza sociale fissò consistenti indennità per la disoccupazione, l’invalidità e la vecchiaia. Una riforma fiscale

provvide a turare i pertugi che facilitavano le evasioni fiscali. Leggi che regolavano i rapporti di lavoro concedette il

riconoscimento giuridico ai sindacati e obbligò le aziende ad accettare la contrattazione collettiva, così alla vecchia

American Fondation of Labor, si aggiunse nel 35 il Congress of Industrial and Organization (CIO). Se in principio il

New Deal era stato accettato da tutti le riforme successive al ’35 incontrarono un’opposizione che, per la salvaguardia

dei propri interessi, accusavano il presidente di autoritarismo. Queste campagne non impedirono a R. di essere rieletto.

Nel 1937 mentre il governo restringeva la spesa pubblica per non aumentare il deficit del bilancio l’ostilità dei capitalisti

si manifestò in uno sciopero in bianco del capitale che consistette in un forte decremento degli investimenti. R. fu poi

rieletto una 3° volta nel 40 ed una 4° nel 1944 cosicché egli tenne la presidenza degli USA quasi fino al termine della II

guerra mondiale, infatti morì il 12 aprile 1945. Per fare un bilancio sommario del New Deal si può affermare che esso

introdusse la pratica dello Stato assistenziale. Il proposito di cancellare la soverchia concentrazione dei capitali in poche

mani non fu realizzato, tanto che gli imprenditori usarono i provvedimenti promossi come strumento di speculazione

capitalistica. Il New Deal allargò e tutelò le libertà sindacali e consolidò le libertà politiche, tanto che gli USA

divennero il rifugio degli intellettuali scacciati dalle loro patrie come Einstein, Mann e Fermi.

Capitolo XV Fascismo e Nazismo

La strada verso la democratizzazione cui sembrava avviarsi tutta l’Europa dopo la I guerra mondiale si interruppe in

Italia col fascismo e in Germania con il Nazismo. La grave crisi economica italiana del dopoguerra, scaturita dalla

difficile riconversione dell’industria bellica e dal conseguente fallimento della banca di sconto forte debitrice verso gli

alleati. Sul fronte politico il 1919 vide l’introduzione del sistema proporzionale che favorì i partiti di massa cioè dotati

di un’organizzazione centralizzata e basati su un corpo militante: il PSI aveva la maggioranza relativa mentre il PPI

(fondato da don Sturzo per dar voce ai cattolici) e i liberali non ebbero grandi consensi. Infatti la vecchia classe

dirigente era incapace di dare risposta al nuovo che incombeva ancora alle prese con i vecchi rancori tra shieramenti

neutralisti ed interventisti della prima guerra. Tra i neutralisti il PSI continuò a predicare contro la guerra. Nel frattempo

maturò una nuova ideologia tra gli italiani del dopoguerra figlia dell’interventismo e del grande sforzo collettivo

compiuto nelle trincee tra il 15 e il 18 il combattentismo che era un movimento di reduci il cui nucleo più

rappresentativo era l’ANC (associazione nazionale combattenti) su linee di centro sinistra e da esso in Sardegna nascerà

il Partito Sardo d’Azione. Anche se c’è da dire che questo movimento era nato da un impasto di temi di destra e di

sinistra tra di loro collegati dal radicalismo del cambiamento. Nel mezzogiorno i combattenti si misero alla testa

dell’occupazione dei latifondi (era ancora ben presente la promessa fatta dal governo in guerra). Il combattentismo non

fu mai un partito, figlio dell’interventismo che aveva considerato il conflitto come una rivoluzione per travolgere la

politica dei piccoli compromessi (di cui Giolitti era abile rappresentante). Mentre vincevano le elezioni i neutralisti si

fece strada l’idea di combattere chi con il conflitto si era arricchito nelle fabbriche con le commesse belliche: gli operai.

Con lo slogan del potere politico ai produttori e ai combattenti non ai neutralisti e ai notabili liberali che il

parlamentarismo aveva espresso fino ad allora si lottava per il cambiamento. Confrontata con le aspettative la vittoria si

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presentava mutilata cioè incapace di compensare i sacrifici compiuti per ottenerla. E ciò gli interventisti non potevano

accettarlo. Ai problemi economici, sociali e finanziari si aggiunsero anche i mancati obbiettivi della guerra.

Sulla scorta dell’esperienza bellica di alcuni reparti scelti formatisi nel corso del conflitto (gli arditi) capace di occupare

Fiume e mettere di fronte al fatto compiuto le autorità della nuova situazione geopolitica nacquero il fasci di

combattimento costituiti da Mussolini (ex leader socialista) a Milano nel ’19 il cui programma (detto di San Sepolcro)

prevedeva la vittoria contro tutti, lotta ai neutralisti, il controllo operaio nelle aziende, riforma agraria e la Repubblica. Il

termine Fascio era tratto dalla tradizione radical-socialista post-risorgimentale e da sinistra vennero altri futuri leader

del fascismo. I fascisti parteciparono con esito negativo alle elezioni del ’19; ma con successo nel ’20 e nel ’21

impegnandosi in un crescendo di violenze ad opera di squadre (squadrismo fascista) ad hoc create. Le violenze

sostanzialmente si rivolgevano contro i socialisti ed erano sostenute dai finanziamenti dei proprietari e grandi

imprenditori agricoli (con l’obiettivo di controllare la manodopera bracciantile) a cui si aggiunse il sostegno

dell’esercito (e del governo di Giolitti, tornato al comando, al fine di unificare i gruppi dirigenti e l’opinione

conservatrice). La distruzione delle case del popolo sedi delle leghe contadine ad opera dello squadrismo fece risaltare

la debolezza organizzativa e di reazione del socialismo italiano. Furono seminate morte e terrore quasi ovunque con

l’aiuto della forza pubblica a sostegno delle squadre. Il connubio tra liberali giolittiani e fascisti sfociò nel ’21 con

l’assegnazione di 35 deputati a questi ultimi. Essi comunque, sia nelle proprie correnti di sinistra che di destra,

conservarono il loro radicalismo ed una piena autonomia dagli alleati grazie alla forza militare delle squadre e

all’organizzazione politico sindacale messa su nelle aree liberate dai rossi.

Gli unici veramente contrapposti ai fascisti erano i socialisti che però divisi al loro interno tra moderati ed estremisti (da

cui nacque il PCI di A. Gramsci) potevano fare poco per contrastare l’escalation dei fascisti che culminerà con la

marcia su Roma in armi alla quale il re non volle rispondere con lo Stato d’assedio affidando a Mussolini di formare un

nuovo governo. M. si presenta, tra minacce e blandizie, schierandosi per un governo di coalizione appoggiato da quasi

tutti i gruppi liberali e dai popolari. Nel 1921 nasce il Partito Nazionale Fascista e il suo leader M. sembrava il solo

mediatore tra i bellicosi gruppi locali e i spauriti conservatori che vedevano in lui colui il quale era capace di ristabilire

l’ordine. La sua politica era una sorta di commistione tra partito e Stato: 1923 L’Associazione Nazionalista confluisce

nel PNF e il filosofo Gentile inizia la riforma per l’istruzione pubblica per la formazione del futuro uomo del regime

(totalitarismo). Nel ’24 la politica estera di prestigio porta all’annessione di Fiume. Si arrivò al monopolio di diritto dei

sindacati fascisti nelle trattative con la CONFINDUSTRIA scalzando i sindacati socialisti. Ottenne la legalizzazione

della forza armata del suo partito: milizia volontaria per la sicurezza nazionale e la costituzione del Gran Consiglio

Fascista. Esse segnarono la commistione tra istituzioni e organi del partito e i primi stravolgimenti costituzionali. Così

muovendosi il fascismo assunse una dimensione nazionale e fu nel meridione che nelle elezioni politiche del ’24 la lista

governativa ebbe più ampio consenso. Cresceva parallelamente l’antisocialismo: Matteotti sequestrato da parte di un

gruppo alle strette dipendenze di M. che proibì la stampa dei giornali e l’associazionismo partitico delle opposizioni

cancellando ogni libertà con leggi dette fascistissime. Anche Gramsci subì le conseguenze imprigionato (in questo

periodo scrisse le lettere dal carcere) delle violenze squadriste contro gli antifascisti. Il parlamento rimase ma privo di

reali poteri e periodicamente il popolo veniva chiamato a votare su schede che vedevano nomi solo degli appartenenti al

partito unico (PNF). Cicliche epurazioni affidate a funzionari inviati dal governo centrale per selezionare e svelenire le

entità locali del partito. M. governò appoggiandosi ai funzionari, in periferia si affidò ai prefetti (provenienti da Roma.

Erano burocrati e tecnici che non provenivano dal partito) che venivano inviati per sminuire il potere delle autorità di

partito locali. Grandissimo ruolo fu concesso alla chiesa nella vita pubblica italiana con la stipula del concordato del

1029 che cancellò il retaggio laicista dei governi liberali. Il rapporto tra fascismo e consenso è stato in molti casi

caratterizzato da un consenso passivo drogato da una mancanza di alternativa politica e comunque rivolto, non tanto al

partito, ma verso M. e il complesso equilibrio di regime più rassicurantemente moderato, di cui egli era garante.

Gerarchia è la parola chiave del fascismo e gerarchi vengono chiamati i leader del PNF e il loro punto di incontro e solo

nella figura del capo. La sua forza è stata nella capacita di mediazione tra la rivoluzione e l’establishment, nell’essere

insieme duce del fascismo e capo del governo. Assurto, nonostante la propaganda contraria, a figura paterna e

infallibilmente superiore ai gerarca in camicia nera e ai prefetti. Tutte le decisioni ricadono su di lui e così l’Italia

affronta la crisi economico-sociale del ’29. Il Nazismo al potere… La repubblica di Weimar prese il nome dalla

cittadina dove fu elaborata la costituzione della nuova Germania che nasceva dalla sconfitta e secondo i radicali di

sinistra e di destra dal tradimento. Secondo i primi il tradimento era da attribuire alla Spd per aver sposato una politica

relativa ad una repubblica borghese e non il comunismo secondo il modello bolscevico e la relativa eliminazione fisica

della Luxenburg, leader dell’area rivoluzionaria del Spd (il tutto suggellato, secondo i socialisti estremi, con la

complicità della socialdemocrazia con le milizie di destra). Ma in realtà la prospettiva russa venne rifiutata dalla

maggioranza del movimento operaio e dalla stragrande maggioranza dei tedeschi che già nelle elezione del ‘19 diedero

una netta preferenza all’Spd e al suo programma moderato. Ma i veri nemici più irriducibili la neo repubblica li trovò a

destra tra coloro che ritenevano che il tradimento più grosso era quello perpetuato nei confronti della patria e dalle

insurrezioni del ’18 che la costrinsero alla resa e all’ingiusta ed umiliante pace di Versailles. Nei fatti però i tedeschi si

erano arresi già prima dei moti, ma comunque questa polemica fece si che fu completamente delegittimata la repubblica

e la sua costituzione democratica. Finiva così lo strapotere del governo e della burocrazia del centrosinistra che già

nel’20 perse la buona parte dei consensi elettorali mentre la destra mostrava la sua forza elettorale e anche il suo rifiuto

26

alla convivenza coi traditori del ’18. La questione delle riparazione postbelliche restava una ferita ancora aperta in

quanto gli sconfitti non sarebbero stati in grado di pagare le indennità pretese dai vincitori. Negli anni che vanno dal 23

al 28 a seguito di un compromesso sulle riparazioni e agli ingenti investimenti USA si ebbe una notevole ripresa

economica. Cosa quest’ultima che diede fiato ai governi moderati succedetesi in quegli anni e alle conseguenti

emarginazione dei movimenti estremi (sia di sinistra che di destra). Tanto che il partito nazionalsocialista di Hitler nel

1923 promuoveva a Monaco un’insurrezione subito repressa e la conseguente conversione del leader politico ad un

percorso più legale non ottenendo, comunque, nessun successo elettorale. Così nel 1929 i socialdemocratici entrarono

nella maggioranza governativa. La crisi economico-sociale del ‘30 oltre a ad aggravare la fiducia nella repubblica ed a

segnare la crisi del Spd spianò l’ascesa ad Hitler. I disoccupati, i borghesi e i moderati votarono per i nazisti che

vedevano accrescere il proprio prestigio e quello del suo indiscusso leader (anche grazie all’azione violenta delle

squadre naziste: le SS “guardie hitleriane” e le SA espressione del nazismo di sinistra) e von Papen (cancelliere) ricercò

l’alleanza con i nazionalsocialisti per formare il nuovo governo. H. nel gen ‘33 ebbe il compito formare il nuovo

governo in alleanza con il centrodestra. Alla fine di febbraio la sede del parlamento viene distrutta da un incendio di cui

si fece subito ricadere la colpa alle opposizioni ed in particolar modo sui comunisti (messi così fuori gioco). Dopo

l’investitura con nuove elezioni, H. vennero sciolti gli altri partiti ed il nuovo governo attuò una politica centralizzazione

riducendo notevolmente l’articolazione federale dei poteri. Il nazismo come il fascismo seguì una strada a doppio

binario per raggiungere il potere consenso delle istituzioni e dei moderati, violenza contro i rossi. La notte dei lunghi

coltelli il 30giu1934 la situazione precipita dopo l’assassinio dei leader del nazismo di sinistra e alla morte di

Hindenderburg (ex presidente) H. assunse entrambe le cariche quella di cancelliere e quella di presidente concentrando

tutto il potere nelle sue mani. L’economia risaliva anche grazie all’enorme politica di riarmo dal ’34 al ’38.

L’identificazione di una nazione con un regime capace di mettere nemici interni ed esterni ad essa in condizione di non

nuocere rappresenta l’idea comune di fascisti e nazisti. I contrasti del dopoguerra svela ai loro occhi la fragilità di quel

rapporto tra popolo e nazione inducendoli a pensare che solo la soluzione autoritaria possa evitare la disgregazione della

patria rispetto alla lotta di classe teorizzata dai socialisti e alla politica dei compromessi cara ai liber democratici. Per il

fascista tutto è nello Stato e nulla di nuovo o di spirituale è fuori da esso. A tale concezione si riferisce il termine

totalitario creato dagli antifascisti additare il crescente regime in senso negativo poi ripreso in positivo dai fascisti stessi.

I nazisti come i fascisti esaltano la forza militare, l’onore, l’obbedienza e la virtù di un mondo tradizionale da opporre

all’idea di progresso razionale introdotta dall’era nevrastenico del XX sec.. Emblematico è il ruralismo, cioè l’idea della

superiorità morale del contadino che obbedisce e fa i figli per gli eserciti della patria. Notevole è lo sforzo per

circondare la morte e la distruzione di un manto eroico come si vede anche dai simboli mortuari esibiti con fierezza

dalle SS e dalle camice nere. Per la teoria dei gruppi (psicologia sociale) tanto maggiore sarà la compattezza del popolo

attorno al regime (coesione interna) quanto più il regime saprà additare al popolo un nemico (lotta esterna al gruppo). Il

meccanismo è quello del capro espiatorio per cui ci si sente più uniti contro qualcuno che per qualcosa in comune.

Allora per l’Italia il nemico è il complotto delle potenze demoplutocratiche (democratiche perché ricche) che

nell’immaginario dei fascisti cercano di privare l’Italia del suo spazio vitale di un presunto diritto all’espansione

imperiale. Per la Germania nazista l’idea del complotto tende ad impedire il suo accesso all’espansione economica e

politica oltre i confini orientali, soprattutto presente è l’ossessione del complotto ebraico. La figura dell’ebreo è quella

che si presta meglio al meccanismo del capro espiatorio infatti le comunità ebraiche hanno conservato le loro diversità

attraverso: secoli e nel XX sec. ottengono la concessione dei diritti politici. In questa nuova situazione essi oscillano tra

la prospettiva dell’assimilazione e la difesa della propria identità culturale. Però è proprio nella prospettiva dei

nazionalismi più estremi che tendono a giudicare la diversità alla stregua del tradimento che l’ebreo, che conserva con i

suoi correligiosi sparsi per il mondo, una rete di solidarietà e personifica 2 internazionalismi: quella dei banchieri che

sfruttano i produttori e quella del bolscevismo che trova tra l’intellettualità ebraica i suoi sostenitori. La figura reale

dell’ebreo serve inoltre per la costruzione (mitica) ariano germanico razza che potrà vincere solo se avrà saputo liberare

se stessa da ogni impurità politica (socialismo e democrazia) e biologica (ebrei). Così il razzismo nazista si concretizza

nelle leggi di Norimberga (1935) con cui i nazisti privano gli ebrei di ogni diritto, nelle manifestazioni antisemite del

’38, nella creazione dei campi di concentramento oltre che contro gli ebrei anche per gli zingari, omosessuali, per gli

oppositori nella deportazione di massa e infine durante la guerra nello sterminio pure e semplice. Una tale coerenza tra

ideologia e fatti rappresenta in effetti la tremenda peculiarità del nazismo a differenza del comunismo e dei gulag russi.

L’idea che l’intera razza quella ebraica fosse in essenza il nemico da eliminare tutto, dai vecchi ai bambini, è ciò che

differisce il nazismo dal fascismo ideologicamente più composito. Come H., che fino al ’34, aveva eretto M. a suo

modello nella seconda metà degli anni 30 e poi 40 sarà il fascismo ad ispirarsi al nazismo. La reciproca imitazione dei 2

regimi si basa sulla comunanza delle ideologie, delle aspirazioni al rovesciamento degli equilibri internazionali della

logica concorrenziale e la sua democrazia e quella bolscevica. Il ricorso da parte del fascismo ad una legislazione

antisemita si spiega dunque col tentativo di rimanere all’altezza con l’alleato.

Tanta adesione a questi regimi si spiega come: i fascisti polemizzarono con la vecchia Italia borghese notabilare,

pacifista e neutralista. Essi credevano al partito unico e nei suoi rituali come grande struttura pedagogica di massa per

fare gli italiani come non avevano saputo fare i liberali. Così per il nazismo lo Stato è lo strumento della condizione

nazionalsocialista della vita. L’ordine totalitario a differenza dell’autoritarismo tradizionale, che tendeva a mantenere

l’ordine scongiurando la partecipazione politica, chiede invece partecipazione e pretende un’attiva condivisione delle

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sue finalità. In questo senso il totalitarismo è frutto della modernità. I consumatori delle ideologie sono le masse urbane

e la figura sociale che meglio sembra corrispondere all’uomo massa è il piccolo borghese considerato il vero

protagonista del fascismo: individui atomizzati incapaci di vivere una dimensione collettiva non inseriti in una rete

notabilare o familiare come avveniva nella società tradizionale ne in un’organizzazione basata sulla comunanza di

interessi come il sindacato. Perciò questi regimi si basano sul partito unico perché non possa esprimere un elites. Il

carisma del capo sulle masse è nella mitologia fascista garanzia di volontà compatta di mistica obbedienza. Le parate, le

divise, le canzoni, la stampa e la radio attentamente controllate da appositi organismi accentuano questo rapporto. Il

partito non può che obbedire al governo al quale invece spetta tutta un’attività di carattere psicologico e formativo,

quindi è il periodo in cui si sancisce la presenza obbligatoria alle manifestazioni di regime, si prescrivono i

comportamenti e persino le parole: il voi al posto del francesismo lei, costruzioni di strutture ricreative popolari

inquadrandole appositamente (dopolavoro). Si organizzano le prime vacanze al mare per i figli dei proletari e ai

sindacati oramai privati del loro ruolo originario viene demandata l’assistenza ai bisognosi. Fascismo e nazismo in un

epoca dominata dalla crisi del ‘29 si presentano come III via tra capitalismo e comunismo capace di prendere il meglio

dell’uno e dell’altro attraverso il corporativismo. Esso rappresentava un sistema di organizzazione delle forze del lavoro

e di quelle padronali non in strutture classiste come i sindacati ma in corporazioni interclassiste di base settoriali

(metallurgia, viticoltura, ecc.). E’ del 1927 la carta del lavoro e la carta della mezzadria. Nel 1939 la Camera dei

Deputati è sostituita da quella dei fasci e delle corporazioni. Nel caso tedesco i sindacati vennero del tutto aboliti e

sostituiti dal fronte del lavoro. Per affrontare la grande crisi in Italia fu presentata una politica autarchica cioè il

tentativo di incrementare la produzione industriale interna di merci per riequilibrare la bilancia dei pagamenti. Nel 1933

si istituì l’IRI (istituto per la ricostruzione industriale9 per rilevare le azioni delle industrie possedute dalle banche miste

sull’orlo del fallimento nella prospettiva di conservare quelle azioni in mano pubblica per poi reimmetterle sul mercato

in momento più favorevole; ma alla fine lo Stato fine per acquistare la gestione di una parte considerevole delle grande

industria configurando di fatto un sistema misto tra pubblico e privato.

Nei rapporti con chiesa questa confermò il suo appoggio al fascismo non al nazismo e poi dichiaratamente si schierò a

favore di M. nella questione Etiopica. Ma espresse chiaramente con Papa Pio XI la sua avversione alle leggi razziali.

Diverso il caso del nazismo perché dopo la morte di Hindenburg, H. non ebbe concorrenti ai vertici delle istituzioni e la

chiesa cattolica e le altre chiese furono subordinate al regime nonostante la loro volontà collaborazionista.

Capitolo XXI Trionfo dell’Occidente?

L’idea di un’autorità politica che tuteli i bisognosi è antica. La sintesi più coerente del problema fu l’adozione (1883-

89), nella Germania Bismarkiana, di un sistema di tutela dei lavoratori in termini di assicurazioni per la vecchiaia,

malattie, infortuni sul lavoro. Dalla matrice socialista emerge uno Stato che governi l’economia e ridistribuisca il

profitto tra la popolazione, in misura egualitaria e con un forte potere centrale: la nozione marxista-leninista dello Stato

Sociale. Da quella fascista nasce uno Stato liberoscambista a livello nazionale, e con forme d’assistenza verso la

popolazione (alle madri, ai giovani…) tese a creare aggregazione e sentimento nazionale. Privilegiata la produzione

nazionale e una politica di grandi opere pubbliche (infrastrutture). Dopo il 1945, le distruzioni della guerra imposero il

problema dei costi politici e finanziari necessari alla ricostruzione. In Unione Sovietica, con un ritorno alla

pianificazione centralizzata dell’economia, si privilegiarono le spese di carattere militare a quelle di più urgente

fabbisogno di una popolazione stremata dal conflitto. In G.B. il laburista Attlee (luglio1945) avviò la costruzione di uno

Stato capace di controllare l’economia così da assicurare ai cittadini condizioni di benessere (welfare state). Ma la corsa

agli armamenti, il mutamento dei consumi, la rivoluzione tecnologica costituivano forti uscite nel bilancio pubblico.

L’esplosione sociale (1968; bassi salari) fu affrontata in G.B. secondo il modello assistenzialista laburista, in Francia

mediante un’accelerazione della modernizzazione voluta da De Grulle (1958); in USA dalla politica rifornista dei

presidenti democratici (Truman, Johnson). In Italia un’ardita politica di riforme sociali (una più equa redistribuzione dei

profitti) finì con lo scontrarsi con uno scarso incremento della produzione, della produttività e dei profitti. Inoltre

invece della privatizzazione, si attuò una politica di pubblicizzazione delle imprese, e il loro peso nell’economia dello

Stato divenne particolarmente gravoso (tra il 1963 e il 1979 passò dal 12 al 20%). La situazione peggiorò ulteriormente,

e su scala globale, con la CRISI PETROLIFERA DEL 1973-1979. L’impennarsi del costo del greggio provocò una

spinta inflazionistica e recessiva drammatica, risoltasi per i paesi più dinamici solo negli anni ’80. Il malumore sociale

poteva essere sedato solo con politiche di incremento del debito pubblico, cosa che non era sostenibile se non da

economie sane e per brevi periodi di tempo.

La risposta a questo cambiamento esigeva una drastica riduzione delle aspettative sociali, attuata in USA, GB, Francia;

difficile in Giappone, Italia, Spagna; impossibile in Unione Sovietica. Questa situazione necessitava di un approccio di

tipo liberoscambista, e decretò la fine della teoria Keynesiana (che presupponeva la spesa pubblica come incentivo ai

consumi e quindi alla ripresa economica). I primi a muoversi in questa direzione furono Margaret Thatcher (GB) e

Ronald Reagan (USA). La Lady di ferro privatizzò le principali attività economiche in mano allo Stato, riformò il

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sistema sanitario voluto dai laburisti, riassestò il sistema fiscale e quello della sicurezza sociale restituendo al sistema

economico inglese quella capacità d’iniziativa che lo aveva reso primo al mondo: il PIL cresce al tasso del 3% medio

annuo, l’inflazione si attesta al di sotto dello stesso valore, la disoccupazione (piaga dell’Europa tecnologica) è inferiore

l al 6% del mercato del lavoro.

Reagan ereditava invece dal democratico Carter una situazione di recessione economica nella quale il tasso di

produttività cresceva a ritmi dello 0,6% a fronte di un 4% annuo degli anni ’60. Egli ridusse la pressione fiscale e

apportò tagli alla spesa sociale; la ripresa ebbe effetti immediati, ma l’incremento delle spese militari (guerra fredda), e

la scarsa entrata fiscale provocarono un forte incremento del debito pubblico, trascinando il paese negli anni 90 verso la

più lunga crisi economica dal dopoguerra. L’ Europa, intanto, visse situazioni diverse: in Francia, Mitterand (presidente

1981) diede vita ad un anno di grande riformismo, ma nel 1982 la mancata ripresa produttiva, il peso degli

ammortizzatori sociali e la crisi occupazionale lo costrinsero a una politica di austerità, comunque meno decisa rispetto

al caso inglese. Così manovrando, Mitterand riuscì a riportare la Francia verso livelli di normalità, al pari della

Germania, dove Helmut Kohl (cancelliere 1982 dopo Schmidt), in linea con il trend europeo, tagliava oneri e prestazioni

sociali dello stato per risollevare il bilancio federale.

In Italia, il centro-sinistra risollevò le sorti del sistema scolastico, sociale (pensioni sociali), sanitario, sindacale (diritti

dei lavoratori) ma scontratosi con la crisi del 1973-79 non ebbe la forza politica per reagire con tagli a carico dello Stato

Sociale e l’economia del paese ne risentì pesantemente. Gli effetti della recessione di quegli anni sfociarono nella

profonda crisi monetaria del 1992, data dalla quale iniziò un certo riassestamento delle finanze statali. In ogni caso,

l’esperienza occidentale (Europa, USA), riscontrò una notevole capacità di adattamento dei cittadini verso le politiche di

“tagli” dei governi, che richiedevano sacrifici in nome di un risanamento che non tardò a venire.

Una linea analoga era impossibile da tenere nei paesi del sistema sovietico: l’azione accentratrice dello stato, e il forte

immobilismo economico del “socialismo reale” si ponevano in antitesi con tali politiche. Ma l’incapacità degli

organizzatori del programma a definire la destinazione delle risorse divenne un vincolo fatale quando le esigenze

belliche erano gerarchicamente anteposte a quelle di benessere primario della popolazione. In epoca di piena guerra

fredda, lo scontro militare veicolava il confronto aspro tra l’economia di libero mercato tipica degli USA e quella a

regime socialista dell’Unione Sovietica. Privilegiando investimenti non produttivi (corsa al riarmo, creazione scudo

spaziale antimissilistico) e facendo pieno affidamento sulla produzione di materie prime (Petrolio, gas naturali), i

sovietici non si preoccuparono del fatto che tali manovre avrebbero fortemente inciso sull’economia del paese, peraltro

già in crisi, e fu solo con Michail Gorbacev (1985) che si alleggerì la spesa militare. Con lui riprese il dialogo con gli

Stati Uniti interrotto dall’occupazione dell’Afghanistan e dalla questione degli “euromissili” (nucleari piazzati

nell’Europa occidentale; 1979), ma il suo programma economico (perestrojka: politica di riforme) peccava di

incoerenza tra mezzi e obiettivi: non cambiava il ruolo centrale dello Stato nell’economia. Ma la rivolta delle

nazionalità, e il malcontento della Repubblica federale russa (1991: Ex Urss) portarono al golpe del 1991,

successivamente sventato. Seguì un mutamento delle istituzioni, il Pcus venne sciolto e inizio una lunga fase di

transizione politica, verso privatizzazioni volute dal presidente Eltsin che portarono nel 1997 verso un itinerario simile a

quello seguito dai paesi occidentali un decennio prima.

La guerra fredda vide quindi la rigidità strutturale e organizzativa dell’Unione Sovietica soccombere al dinamismo

economico-politico degli Stati Uniti, che si ritrovarono ad essere l’unica superpotenza mondiale, in una situazione di

totale dominio anche sui territori europei, alcuni dei quali (Polonia, Rep.ceca, Ungheria) chiesero di entrare nella Nato

per paura di una eventuale rinascita della superpotenza tedesca, ora senza il colosso sovietico come vicino. Nel

frattempo

i paesi in via di sviluppo subivano trasformazioni più o meno evidenti: i paesi del mondo arabo o islamico, maggiori

produttori di petrolio, rinunciarono alle risorse esterne (soprattutto occidentali) per diventare, tra il 1955 e il 1961,

esportatori di capitale. Gli altri conobbero destini diversi: o rimanevano relegati ai margini della società internazionale

(rimanendo legati agli aiuti occidentali) o acquistarono la forza economica necessaria per raggiungere l’autonomia. Il

caso più visibile fu quello della Cina: dal 1978 subì il lungo periodo di trasformazioni che dovevano creare le basi per

affrontare una riforma economica che guardasse al modello liberoscambista occidentale (contro la strategia ruralistica di

Mao). La combinazione paradossale fra stabilità politica (egemonia del P.C. cinese) ed economia di mercato ha tuttavia

indirizzato il paese verso la via dello sviluppo. Così come la Cina neanche le “Tigri del Sud-est” possono definirsi

ormai paesi in via di sviluppo (Singapore, Malaysia, Indonesia, Filippine, Thailandia, Birmania), mentre il discorso

riguarda ancora L’america centrale, meridionale e l’Africa. A Cuba Fidel Castro ha portato il paese verso un

arretramento rispetto allo aviluppo produttivo, limitando le risorse economiche dell’isola alla produzione di zucchero da

canna e al turismo. Quanto al resto dell’America Latina, la svolta è iniziata in Cile con il golpe militare del 1973 ad

opera di Pinochet, che con una profonda riforma economica, diede al paese un governo pluralistico e una forma di

economia di mercato. Processi analoghi hanno avuto luogo in Argentina e in Brasile. Fra tutti i luoghi del sottosviluppo,

l’Africa è il continente più lontano dal cambiamento. Tra il 1955 e il 1985 fu Teatro di una “convivenza competitiva”

fra le superpotenze, che impregno di sé le realtà locali, a al risveglio dell’Africa sub-sahariana non fa riscontro la

situazione ancora incerta della zona atlantica settentrionale, di ex colonialismo inglese e francese.

Connesso ai problemi dello sviluppo è il tema del “fondamentalismo”, la cui forma più appariscente è quella del mondo

islamico: tra il 1969 e il 1992 si è manifestata in Libia, Iran, Egitto, Palestina, Algeria, Sudan. In Iran nel gennaio 1979

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nacque il primo regime “fondamentalista” islamico, nutrito da manifestazioni formali della religiosità mirate a sradicare

la laicizzazione dello Stato. il fondamentalismo si presentava così come antimodernista i cui mezzi per combattere

dissensi politici sono l’intolleranza, la violenza, il rifiuto del pluralismo.

Capitolo XXII Religioni e religiosità nel mondo d’oggi

Nella nostra epoca, dominata dalla scienza, il sentimento religioso non è scomparso e le grandi confessioni conservano

una vasta influenza anche nell’economia, nella politica e nel sociale anche nei paesi che hanno conosciuto i totalitarismi

(che spesso impongono religioni di Stato) come l’ex Unione Sovietica, dove nonostante gli anni dell’ateismo di Stato

sussiste la presenza della chiesa cattolica. Discorso analogo vale per l’ebraismo, l’islam e le grandi religioni orientali,

che stanno conquistando consensi sempre più diffusi nel mondo occidentale. Così come il pluralismo delle società

moderne si fonda sulla competizione, le organizzazioni religiose sono chiamate a confrontarsi su alcune grandi

questioni: lo sviluppo demografico e il controllo delle nascite; la contraccezione e la sessualità; la bioetica e la questione

ambientale; il nesso tra sviluppo e sottosviluppo e il problema della fame nel mondo; i flussi emigratori e quelli

immigratori; il razzismo e la discriminazione; l’emancipazione e la liberazione delle donne; la tutela dell’infanzia; i

diritti di libertà e cittadinanza; la pace e la guerra. Ipotizzando un censimento delle religioni nel mondo troviamo i

cristiani (in prevalenza cattolici) in vetta alla classifica con 2 miliardi di punti tallonati dagli all-star (non credenti e atei)

a un miliardo, mentre in zona retrocessione arrancano gli ebrei, con solo 18 milioni di punti, dovuti anche alla crisi

societaria della gestione Hitler, meglio nota come Shoah. In zona Champions, minacciosissimi per il girone di ritorno,

si attestano i musulmani con 900 milioni di punti. Complessivamente nel mondo, dunque, una persona su due si

riconosce nelle tre religioni monoteistiche e crede nello stesso Dio di Abramo (Moggi).

-----L’islam-----

Nonostante un radicato luogo comune, l’islam non si identifica con il mondo arabo. Gli arabi costituiscono il 20% della

grande comunità islamica (umma). A partire dal VII secolo la diffusione dell’islam fu rapidissima, lungo la direttrice

della conquista araba a spese dell’Impero bizantino, del Nord Africa e del Medio Oriente sino alla Persia. Nel

Novecento la presenza islamica si trova in tutti i continenti: è la conseguenza dei nuovi flussi migratori dal Sud al Nord

del mondo. Nonostante questa diffusione, rimangono forti pregiudizi a carico dell’islam: soprattutto la convinzione che

si tratti di un fenomeno omogeneo sul piano religioso, politico e culturale, ma l’assenza di un clero separato, di una

gerarchia strutturata, di una istituzione ecclesiastica ne denota una strutturazione diversificata e non omogenea.

-----Proselitismo e missioni-----

Nel corso del XX secolo il cristianesimo ha registrato un aumento significativo di consensi soprattutto nel Sud del

mondo, in Africa (dal 3 al 46% della popolazione totale) e in America Latina, il continente in assoluto con la presenza

più massiccia di cristiani. La connotazione itinerante del pontificato di Karol Wojtila, la sua attenzione alle culture oltre

che alle realtà economiche, sociali e politiche del Sud del mondo, diventa quasi obbligata. Il fenomeno delle missioni

costituisce un aspetto caratterizzante del cristianesimo, tuttavia lo stretto rapporto tra missioni e colonialismo è uno

degli aspetti più rilevanti della vicenda delle Chiese; rimane un fortissimo pregiudizio ideologico e antropologico: in

nome della superiorità del cristianesimo sulle altre religioni e superiorità della civiltà e della cultura europea occidentale

su tutte le altre, in molti casi neppure riconosciute come tali. A tal proposito va ricordato che, proprio per l’esigenza di

non minare la credibilità del messaggio cristiano, all’inizio del Novecento ebbe origine il movimento ecumenico che,

senza ledere l’autonomia delle chiese ne promuove la comunione, attraverso periodiche conferenze. Attualmente il

Consiglio mondiale delle chiese ne federa più di mille, comprese quelle ortodosse e quella cattolica.

-----le religioni cristiane-----

Lo stesso cristianesimo è al suo interno altamente differenziato; il solo protestantesimo è frammentato in un labirinto di

confessioni che comprende: la chiesa anglicana (G.B., USA, Canada, Sudafrica); il luteranesimo (Germania,

Scandinavia, USA, Africa); il presbiterianesimo (Svizzera, Rep.ceca, Olanda, Scozia, USA, Terzo Mondo); il battismo

(USA); il pentecostalismo (USA; Europa, America Latina, Corea (ladri)); gli Avventisti del settimo giorno, i mennoniti,

i metodisti, i quaccheri, i mormoni, i testimoni di Geowatt (lavorano all’Enel), i laziali.

Il cattolicesimo costituisce la confessione più diffusa e strutturata. Connotazione sua particolare è il ruolo monarchico

del papa a livello universale; la Chiesa cattolica costituisce la sola istituzione ad aver attraversato due millenni di storia

conservando intatti i suoi principi fondatori. A differenza di tutte le altre religioni, essa dispone di una struttura

gerarchica, un efficiente apparato centrale di governo che opera a livello mondiale; mantiene rapporti diplomatici con

gran parte degli Stati e con le grandi organizzazioni internazionali.

Dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II (gennaio 1959-dicembre 1965) aperto da Giovanni XXIII e concluso da Paolo

VI la Chiesa Italiana continua a operare in un ambito giuridico istituzionale particolarmente favorevole, segnato dal

privilegio concordatario che nei decenni precedenti si è intrecciato con la Democrazia cristiana. Deve, tuttavia, fare i

conti e misurarsi con un processo di secolarizzazione molto avanzato: il lungo ed estenuante confronto-scontro con il

comunismo non ha permesso di percepire la pericolosità di un nuovo e più radicale avversario, alternativo più che

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concorrente, il consumismo, destinato a corrodere in profondità la fede del popolo italiano (Pietro Scoppola). La chiesa

si trova oggi di fronte ad una popolazione cattolica praticante prossima al 25% di quella totale.

Capitolo XXXIII Le donne nel Novecento: emancipazione e differenza

L’Ottocento non è stato certo il secolo delle donne. Le leggi dell’epoca tendevano a proporre un modello unico di

famiglia in cui le donne e i bambini erano gerarchicamente subordinati all’uomo, capofamiglia e unico detentore dei

diritti politici e civili. La Rivoluzione francese, proclamando i diritti civili e politici di tutti gli individui, aveva

rigorosamente considerato come individui solo i maschi, dichiarando l’incapacità politica delle donne.

Le prime a conquistare i diritti politici furono le australiane (1903) e le finlandesi (1906); seguirono le norvegesi nel

1913, le danesi e le islandesi nel 1915, le svedesi nel 1921. Fuori dalla zona punti le inglesi (che ottennero il diritto di

voto tra il 1918 e il 1926) e le americane (1920). A un giro Francia, Italia e Belgio (dopo la seconda guerra mondiale), a

due la Grecia (1952), a tre Svizzera (1971) e Portogallo (1976). Buono lo sprint iniziale della Spagna (1931)

motorizzata Renault, ma evidenti problemi al cambio e soprattutto la dittatura franchista la costrinsero ad abbandonare

la gara pochi anni più tardi (abolizione dei diritti e della telemetria bidirezionale sulla vettura di Alonso).

L’Unione Sovietica ha una storia particolare. Le donne uscirono dalla condizione di totale asservimento al capofamiglia

con la Rivoluzione del 1917, ottenendo la liberalizzazione totale del divorzio e l’abolizione del matrimonio religioso,

l’abolizione della patria potestas (1918), la legalizzazione dell’aborto (1920), il riconoscimento delle unioni di fatto

(1926) quelle, cioè, non matrimoniali. Il periodo stalinista, di contro, rese più difficile il divorzio, fu soppresso l’aborto,

restaurata l’autorità paterna. Alla morte di Stalin venne rivalutato e modificato il codice civile post-rivoluzionario.

Non sempre alla conquista di diritti legali è seguita una vera capacità da parte delle donne di conquistare ruoli politici e

dirigenziali, i quali restano largamente in mano agli uomini. Nei paesi occidentali, anche quando entrano a far parte dei

governi, le donne svolgono incarichi eminentemente “femminili” (politiche familiari, sanità, scuola, pari opportunità).

Nell’Ottocento, le donne delle classi popolari erano generalmente lavoratrici (contadine, operaie, sarte), e spesso

l’ideale sociale era quello “alto”, della donna madre di famiglia e custode del focolare. La permanenza della donna in

casa (segregazione spaziale) era simbolo di status elevato. La socialità ottocentesca dei circoli e dei club è interamente

maschile; alle donne viene concessa una socialità tutta familiare.

Il femminismo militante soprattutto nord-europeo dei primi del Novecento chiede diritti politici e autonomia giuridica,

ma anche accesso a tutte le scuole e occupazioni per le donne, in particolare alle libere professioni, e queste negli anni

venti nella maggior parte dei paesi europei ottengono l’accesso all’università, alle professioni e al pubblico impiego. Tra

le due guerre, molte donne operaie che avevano sostituito gli uomini combattenti nelle fabbriche vengono licenziate.

Inoltre i regimi fascisti attuano politiche fortemente antifemministe proponendo una figura di donna tradizionale, sposa e

madre di figli destinati al macello (combattere per la patria; che schifo.).

Nel secondo dopoguerra le costituzioni democratiche fanno della piena eguaglianza dei sessi un principio basilare; negli

anni sessanta i movimenti studenteschi e giovanili, a cui le donne partecipano in massa, mettono in discussione

l’autoritarismo nei rapporti sociali e nella famiglia. Tutto questo sembra segnare un cammino senza ombre verso

l’eguaglianza fra i sessi. Ma a fronte della massiccia scolarizzazione delle ragazze non corrisponde una riuscita in

termini professionali (retribuzione; tipo di impiego; posizioni gerarchiche limitate); la classe dirigente europea è

maschile. Ma le donne si differenziano anche tra di loro. Le condizioni sociali di partenza determinano fortemente la

possibilità di realizzazione professionale. La storia dell’emancipazione femminile si lega a quella delle trasformazioni

della famiglia. Secondo la teoria di Parsons un’unica linea evolutiva conduce dalla famiglia patriarcale-estesa del

passato (realtà contadina; famiglia numerosa estesa a zii e parenti e gerarchicamente rigida intorno alla figura del

capofamiglia) a quella nucleare di oggi (genitori e pochi figli; gerarchia debole). La realtà storica è stata più complessa

di questi modelli: la famiglia in Europa ha assunto forme diversificate da luogo a luogo (che non sto qui ad elencare).

Dal punto di vista dei vari membri della famiglia, il modello piccolo-borghese mette al centro dell’universo i figli,

educati, curati, istruiti; è loro il compito di innalzare lo status sociale della famiglia. Questi godono di condizioni agiate

(studio anziché lavoro) ma possono sentirsi oppressi dal compito loro affidato o dalla soffocante cura materna; al

culmine di questo processo infatti c’è la ribellione giovanile del ’68; proprio da queste famiglie vengono le giovani

donne che criticano radicalmente la famiglia e i ruoli all’interno della coppia. Questa è dunque la famiglia attuale. In

tutti i paesi occidentali riscontriamo convergenze nella trasformazione del modello giuridico di famiglia: l’eliminazione

della patria potestas, la tutela dei diritti della donna e dei figli e l’introduzione del divorzio. In tutta l’area occidentale si

eleva l’età del matrimonio, calano le nascite, crescono le unioni di fatto, i divorzi e le separazioni. L’Italia, da paese

cattolico e arretrato, si trasforma in pochi anni nel paese a più bassa natalità, pur conservando il minor numero di divorzi

e quello più elevato di figli adulti a carico della famiglia, anche se occupati e indipendenti. Le politiche sociali italiane

sono dirette al nucleo familiare tramite la distribuzione al capofamiglia: non si emettono assegni di disoccupazione per i

giovani, ma di tutela verso il lavoro del capofamiglia, che a sua volta provvederà ai figli. Questo tipo di politiche

31

penalizza le donne: devono accudire i deboli, i bambini (madri e nonne), gli anziani (figlie e nuore). Il calo della

natalità è l’unica arma che permette loro di limitare gli anni della cura dei figli per dedicarsi ad una eventuale carriera.

L’impostazione meno gerarchica della famiglia moderna ha portato inoltre ad una più lunga permanenza dei figli nel suo

interno: a differenza del pre-68, infatti, lo scontro genitori-figli non ha ragione di esistere, a tutto vantaggio di questi

ultimi, ora finalmente emancipati e indipendenti (lavoratori in famiglia).

Ma lo stesso concetto di famiglia, come lo conosciamo noi occidentali, in altre culture è totalmente assente. In

Giappone, ad esempio, una parola che indicasse la famiglia consanguinea venne introdotto a fine Ottocento. Prima di

allora il termine “casa” designava un gruppo esteso patrilineare che viveva sotto lo stesso tetto, e l’importanza sociale

ricadeva proprio sul luogo fisico della casa. Nei paesi asiatici e africani la struttura di base della società era il lignaggio,

una struttura di parentela allargata a carattere patrilineare (trasmessa per via paterna) e gerarchicamente rigida. Le donne

lasciavano la propria casa e il proprio clan per entrare in quello del marito, portando con sé una dote (prezzo di uscita:

donna = merce) e non beneficiando di alcun diritto, quando non erano ridotte allo status di schiave, subendo pratiche di

sottomissione. (velo donne arabe; bendatura piedi donne cinesi, segregazione, spose bambine e uccisione delle vedove

in India). La clausura femminile è tuttora nella società araba un segno di civiltà ed è ancora in uso la poligamia.

Nel corso del Novecento c’è il confronto con le norme occidentali adattate un po’ ovunque (1890 codice civile

Giappone; Cina del sud 1934); le rivoluzioni cinesi, ad esempio si distinguono per essere ribellioni dei giovani:

1966/69; 1989 Pechino (piazza Tien-An-Men). In India, nei paesi musulmani e in Africa la segregazione femminile

impedisce l’istruzione alla maggioranza delle femmine.

Capitolo XXIV

Una delle caratteristiche salienti dell’età contemporanea è senza dubbio il processo tecnologico. Eppure insieme

all’aumento della ricchezza e del benessere le società industriali hanno conosciuto l’inquinamento ambientale, la

disoccupazione tecnologica, l’emarginazione sociale dei respinti dal mercato del lavoro.

Nel secondo dopoguerra gli USA erano il motore mondiale dell’innovazione tecnologica, soprattutto nel settore delle

macchine agricole: con l’uso di trattori sempre più perfezionati, efficienti aratri in acciaio e mototrebbiatrici pochi

operai potevano mettere in opera il lavoro di centinaia di braccianti.

L’introduzione della raccoglitrice del cotone sconvolse i rapporti sociali e di lavoro negli stati ex schiavisti del Sud degli

USA. Se nel 1949 solo il 6% del cotone veniva raccolto meccanicamente, nel 1964 la percentuale era salita al 78% e nel

1970 il raccolto manuale era sparito. L’innovazione provocò una forte disoccupazione degli ex raccoglitori neri del sud,

costretti ad emigrare nel nord industriale (portando con sé il Blues) e a reinventarsi operai peraltro malpagati e

socialmente scarsamente inseriti. Anche in Europa le macchine trasformarono radicalmente le campagne e la produzione

agricola sempre a discapito dei braccianti (USA 15 milioni in meno in 50 anni; Europa 21 milioni tra 1950 e 1985).

La profonda trasformazione sociale delle campagne non è rimasta isolata: la tecnologia applicata alla produzione ha

trovato nel mondo dell’industria un terreno fertilissimo. Soprattutto nelle fabbriche automobilistiche si affermarono i

modelli di produzione tayloristico-fordistici basati sulla catena di montaggio. E proprio essi, richiedendo un lavoro

ripetitivo e scarsamente qualificato, consentirono un’opportunità di impiego per i contadini soppiantati dalle macchine.

L’economia degli Stati industriali conobbe tra il 1945 e il 1973 la più lunga stagione di fertilità. La connessione sempre

più promiscua tra tecnologia e produzione industriale investì inevitabilmente molti aspetti della vita sociale: i trasporti in

aereo divennero un fatto di massa nel dopoguerra; l’automobile iniziò a diventare un bene comune presso tutte le

famiglie medie; il telefono, sempre nello stesso periodo, riscoprì una “seconda giovinezza” e diventò un vero mezzo

domestico di comunicazione di massa; nasceva in quegli anni la televisione. Ognuna di queste innovazioni modificò

profondamente usi e costumi di un’Europa in piena rinascita economica e sociale. (conformismo sociale, omologazione

linguaggio, dei valori, dei comportamenti).

Anche il lavoro domestico viene profondamente modificato dalle macchine: gli elettrodomestici (aspirapolvere, forno

elettrico, lavastoviglie, lavatrice) entrarono nelle case liberando in parte le donne dal loro antico lavoro domestico e

contribuendo a cambiare profondamente precedenti assetti e costumi della società. Anche grazie agli elettrodomestici le

donne poterono entrare nel mondo del lavoro, rendendo più solida la strada della loro emancipazione.

Intorno ai primi anni settanta l’organizzazione del lavoro fordista (che favoriva la quantità di produzione e la

standardizzazione qualitativa) cominciò a entrare in crisi. La domanda era mutata; il pubblico si abituava a consumare

rapidamente e esigeva originalità e qualità dal prodotto. A questa e ad altre esigenze rispose efficacemente la Toyota,

soppiantando la rigidità gerarchica del sistema fordista (che negli operai provocava disaffezione verso un lavoro

ripetitivo e alienante) con un’organizzazione orizzontale delle gerarchie di fabbrica: gruppi misti di tecnici, ingegneri,

operai seguono interamente ogni fase della realizzazione del prodotto, creando tra di loro spirito di squadra e

riscontrando un forte incremento del rendimento umano, dovuto anche alla creazione di impieghi più qualificati e

stimolanti. Una tale trasformazione viene resa possibile dalle straordinarie innovazioni tecniche fondate sul computer

(robot, sistemi automatizzati di fabbrica) che si è rivelato in grado di sostituire l’uomo all’interno della fabbrica dando

vita alla “terza rivoluzione industriale”: se nelle prime due si era sostituita la forza dell’uomo con quella delle macchine,

32

ora si sostituisce il cervello dei lavoratori con l’intelligenza artificiale del computer. La riorganizzazione del lavoro (Re-

Engineering) su base informatica espelle dalle imprese non solo gli operai ma anche tecnici ed impiegati, mentre

avviene solo marginalmente l’ “effetto a cascata” per cui le innovazioni tecnologiche dovrebbero favorire l’espansione

economica così da riassorbire in altri settori la manodopera altrimenti esclusa dalla produzione. La logica e l’ideologia

della competizione fa oggi in modo che i lavoratori stiano diventando gli strumenti flessibili delle macchine che

contendono ad essi il posto di lavoro.

Ma il concetto di flessibilità è da applicarsi anche alla dislocazione geografica delle imprese: i grandi complessi

dell’industria pesante si spostano dall’ occidente verso i paesi asiatici (Corea, Singapore, Taiwan) per lasciare il posto

alle nuove realtà industriali, come la silicon valley in California (es.: stabilimenti di Bagnoli portati in Corea).

-----La minaccia alla vita-----

Sul finire della seconda guerra mondiale, entrò sulla scena del mondo contemporaneo la bomba atomica, che apriva

l’epoca dell’energia dell’atomo e della contaminazione nucleare. La guerra fredda e la conseguente corsa agli armamenti

portarono alla costituzione di un arsenale di bombe nucleari in grado, in caso di conflitto, di annientare la vita sulla

terra. Tuttavia l’impiego dell’atomo a fini pacifici è stato anch’esso causa di incidenti alle centrali nucleari e di fughe

radioattive (1979 Three Miles Island, USA; 1986 Chernobyl). La fuga di veleni chimici (diossina a Severo, Lombardia

1976), l’esplosione di depositi di gas (Bhopal, India 1984) causò migliaia di morti, i numerosi naufragi di petroliere

rappresentano una fenomenologia sempre più frequente negli ultimi trent’anni. I fautori della crescita economica e

dell’innovazione a tutti i costi ritengono che simili accadimenti costituiscono prezzi inevitabili da pagare al progresso.

Tutte le conquiste tecniche mostrano, infatti, un inquietante risvolto dal punto di vista ecologico. Uno dei più gravi

problemi del pianeta è quello della perdita costante di terra fertile dovuta all’uso crescente di concimi chimici e

fitofarmaci antiparassitari. Ma i veleni chimici usati in agricoltura industriale producono danni a tutto l’ecosistema e

danneggiano in maniera imprevista la vita umana. È questo il caso del DDT. Scoperto in Svizzera nel 1873, negli anni

trenta venne usato come insetticida per debellare la malaria veicolata da una specie di zanzara. Ma il riconosciuto potere

cancerogeno del preparato (Rachel Carson 1962) ha messo per la prima volta in luce una nuova minaccia invisibile di

cui sino ad allora non si era tenuto conto.

Non c’è dubbio tuttavia che il luogo in cui il potere inquinante della tecnica è quello della città. Megalopoli come Città

del Messico o il Cairo hanno assunto livelli di inquinamento inimmaginabili. Nel sangue dei bambini del Cairo la

presenza di piombo è da tre a cinque volte superiore a quella dei bambini che vivono nelle zone rurali. Inoltre la

diffusione aerea dei gas inquinanti ha dato luogo ad alterazioni e danni sconosciuti in passato. È il caso delle piogge

acide, ovvero acque piovane cariche di sostanze chimiche che, sospinte dal vento, danneggiano corsi d’acqua e foreste

anche lontani dai grandi centri inquinati. Alcuni gas (CFC) hanno lacerato lo strato di ozono che protegge la terra dai

raggi ultravioletti del sole provocando l’ “effetto serra”, cioè l’innalzamento della temperatura media del pianeta e del

livello dei mari. Quest’ ultimo effetto, tuttavia, è sicuramente il benvenuto: tra trent’anni o forse meno gigli scomparirà

per sempre dalle carte geografiche. Quindi, cittadini ed elettori, INQUINARE, INQUINARE, INQUINARE!

(TERAMO 4– giulianova 1). -----Uso e abuso delle risorse-----

Ogni anno diminuisce sensibilmente la superficie coperta da foreste, con il conseguente impoverimento della dotazione

di ossigeno sulla terra. Insieme ad essi spariscono migliaia di specie biologiche. Nel frattempo il petrolio sta

scomparendo, essendo materia fossile, cioè non rinnovabile.

L’industria, dunque, e i modi di vita e di consumo delle società industriali negli ultimi decenni sono apparsi quali

sperperatori delle ricchezze naturali. Gli USA, ad esempio, che comprendono appena il 5% della popolazione mondiale,

consumano circa il 30% dell’energia che si produce in tutto il mondo. Una nuova forma di ingiustizia sociale a livello

mondiale è apparsa dunque alla ribalta di recente. Non esiste solo una difforme distribuzione della ricchezza fra Nord e

Sud del mondo, ma anche un’ingiusta diseguaglianza nel consumo di risorse naturali. C’è ancora un altro aspetto da

considerare. I rifiuti solidi, industriali o urbani sottraggono sempre più territorio, inquinando l’aria e le acque circostanti.

Secondo alcuni osservatori alla base degli attuali problemi ci sarebbe la crescita senza precedenti della popolazione

mondiale, passata dai 2,5 miliardi di persone nel 1950 agli attuali 6 miliardi.

Negli ultimi trent’anni sono sorti dei nuovi movimenti politici (Verdi) e organizzazioni (WWF; Greenpeace) attivi nella

salvaguarda dell’ambiente e di tutte le specie viventi, anche quelli apparentemente inutili agli occhi dell’uomo. Nella

cultura occidentale sono sorti così valori di civiltà che hanno sensibilizzato l’opinione pubblica contro la mercificazione

di tutti gli aspetti della vita sociale. Anche grazie a questa nuova presa di coscienza la tecnologia ha dato avvio alla

cosiddetta industria verde, vale a dire a una nuova branca di invenzioni e di produzioni per salvaguardare e proteggere

l’ambiente: depuratori, macchine disinquinanti, prodotti biologici. Negli ultimi due decenni è in atto un processo che

con una certa enfasi gli scienziati definiscono dematerializzazione. Diminuisce la materia impiegata nella produzione

delle merci; allo stesso risultato conduce la sempre più spinta miniaturizzazione o la creazione di nuovi materiali sempre

più leggeri e resistenti.

Forse mai come ai nostri giorni la storia della produzione capitalista si era trovata di fronte a una così acuta

contraddizione. Spinta dalla necessità di sempre maggiori profitti, l’industria divora sempre più materie prime e energia:

tutte risorse che oggi non appaiono più infinite. La produzione genera scorie, mentre i beni stessi, una volta consumati,

si trasformano in rifiuti che sottraggono agli uomini territorio, acqua, aria. A queste si aggiunge un’altra contraddizione:

33

la tecnica uccide il lavoro umano (disoccupazione tecnologica), rendendolo sempre più precario e saltuario. Quel che

appare impossibile è un ritorno indietro e l’unica soluzione a portata di mano sarà nella forza della democrazia: nella

possibilità di partecipazione sempre più larga e incisiva dei cittadini alla vita politica, alle scelte che sempre di più

riguarderanno il destino di tutti.

Capitolo XXV L’idea di contemporaneo

L’inizio dell’età contemporanea è solitamente associato alla Rivoluzione francese, ma si tratta di una periodizzazione

piuttosto elementare: fino a quando il lessico politico ruoterà attorno a tipiche categorie ottocentesche (liberalismo,

democrazia, parlamentarismo, mercato), non mancheranno le ragioni per attenersi all’idea di una contemporaneità

“lunga”. Secondo un’opinione oggi largamente accettata, il principale tratto distintivo dell’età contemporanea è

l’ampiezza dei processi di modernizzazione, e i caratteri salienti della società industriale moderna sono costituiti da una

conoscenza scientifica, da una tecnologia e da una struttura economica tali da assicurare il dominio dell’uomo sulla

natura. Ora, se è la modernizzazione a innervare l’età contemporanea, perché si continua a collocarla dopo un’età

moderna che va dalle grandi scoperte geografiche al crollo dell’ancien régime in Francia?

Gli ostacoli che si frappongono a una periodizzazione definitiva possono essere aggirati con l’idea della storia

contemporanea come storia di un presente a geometria variabile. Se si formulano alcuni quesiti su cosa ci sia

veramente contemporaneo si può scoprire, ad esempio, che ordinamenti amministrativi del secolo scorso sono più

“contemporanei” di strumenti di governo dell’economia più recenti ma caduti subito in desuetudine.

Non solo, dal 1977 circa entra nell’uso comune il termine postmoderno, espressione di quella società postindustriale che

si profila con lo shock petrolifero del 1973, quando già si intravedono i “limiti dello sviluppo” e s’infrange il mito del

progresso perpetuo.

In verità, tutte le epoche hanno annoverato i loro storici contemporanei che si occupavano del passato prossimo e la

stessa storia contemporanea, negli ultimi due secoli e in parte ancora oggi, viene trattata con diffidenza e sospetto per

l’addebito continuo di faziosità, di spirito partigiano riversato di epoca in epoca sui suoi “autori”.

Il motivo principale di tale diffidenza del sapere accademico del XIX secolo per questa disciplina risiede nello

svincolarsi sistematicamente della stessa dai canoni ufficiali di ricerca della storia tradizionale (analisi critica delle fonti,

primato degli archivi pubblici, autorevolezza delle carte già selezionate). In materia, pubblicando nel 1897 una Storia

politica dell’Europa contemporanea, Charles Seignobs commenta: “L’ostacolo più grande che distoglie dallo scrivere la

storia del XIX secolo è la ridondanza delle fonti. La severità del metodo scientifico esige lo studio diretto dei

documenti; ma la vita di un uomo non basterebbe a leggere soltanto i documenti pubblici di un solo Stato europeo. È

dunque materialmente impossibile scrivere una storia dell’Europa contemporanea conformemente ai principi della

critica”.

Nonostante i duri attacchi dei positivisti e dei loro pregiudizi, negli ultimi decenni la riflessione sull’età contemporanea

ha compiuto una rivoluzione epistemologica: per esempio mutuando dalla fisica concetti applicabili alla misurazione del

tempo sotto il profilo fra “evento” e “durata”, o da altre discipline il modo di accostarsi a fenomeni quali i cicli

economici. Questo nuovo approccio permette un allargamento del campo visivo che riabilita il “paradigma erotodeo”

(centralità del rapporto uomo-ambiente sociale) Vs “paradigma tucidideo” (uomo-istituzioni politiche e militari).

La contiguità con le moderne scienze sociali rende l’idea della diversità dell’ oggetto di studio della storiografia:

sociologia e antropologia illustrano sincronicamente i processi e i meccanismi di organizzazione ed evoluzione sociale,

mentre essa ne deve rendere conto in chiave diacronica.

Nel 1867 il ministro Victor Duruy vara una riforma scolastica che prevede l’insegnamento della storia francese dalla

presa della Bastiglia ai giorni del regno di Napoleone III. La riforma venne attaccata con le solite argomentazioni

presumendo che la storia di un passato ancora “fresco” sia inevitabilmente tendenziosa, “politica”. In Italia, subito dopo

la costituzione del regno, Nicomede Bianchi, Giuseppe Massari ed altri esaltano nei loro volumi la tattica lungimirante

del partito moderato, mentre Giuseppe Gabussi, Carlo Rusconi e Luigi Anelli – dal punto di vista diametralmente

opposto – valorizzano il ruolo delle cospirazioni, della guerra per bande dello stesso periodo.

Si può quindi dedurre che la storiografia sull’età contemporanea è quasi inevitabilmente “di tendenza”, specie se tratta

fatti intrisi di sangue o grossi stravolgimenti dell’ordine dello stato di fatto, ma anche che la scelta di un “punto di vista”

non entra necessariamente in conflitto con l’esattezza degli avvenimenti, con la serietà argomentativa e con l’efficacia

probatoria.

La storia – contemporanea e non - ha conosciuto un “uso pubblico” (una ricapitolazione selettiva del passato) da parte

delle istituzioni con l’obbiettivo pedagogico di rafforzare il consenso attorno ad alcuni valori ritenuti decisivi per la

convivenza civile; ai regimi totalitari del Novecento serve più che ad altri l’addomesticamento della storia eppure,

quando le esigenze propagandistiche si affidano a studiosi abili ed esperti, si hanno esempi lampanti di quanta potenza

sprigioni la scrittura se usata a fini persuasivi. È il caso di Gioacchino Volpe, che nel 1934 scrive un manuale scolastico

intitolato la storia degli Italiani e dell’Italia, concepito in forma di racconto che si rivolge ad un pubblico adolescente

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(ovviamente da indottrinare) di uno stravecchio che ha lavorato come garzone in un negozio di Genova incontrandovi

Bixio e gli emigranti che avevano dissodato le terre dell’America Latina, nel 1859 si è arruolato a Torino sotto la

bandiera piemontese per combattere la II guerra d’indipendenza, è naturalmente sceso in Sicilia con Garibaldi lottando

come un leone fino al giorno in cui – ormai anziano – si reca malinconicamente alla stazione a salutare i nipoti che

partivano per la grande guerra. Il modulo autobiografico agevola la personificazione degli avvenimenti, di azioni

eroiche di grandi uomini; primo fra tutti, guarda caso, quel mussolini che avendo sofferto più di tutti per l’Italia, si

“prodiga affinché l’Italia sia forte e rispettata”, rivelandosi “più degli altri capace, oltre che di volere, anche di attuare la

sua volontà” .

Ovviamente, la legislazione autoritaria non esiste, il partito nazionale fascista è raramente menzionato, il paese è un

cantiere in pieno fervore economico-industriale dove si provvede alla salute, all’igiene, allo sport, si amministrano con

profitto le colonie e berlusconi è onesto.

Lo scoppio della IIª guerra mondiale fu dovuto fondamentalmente alla crescente aggressività tedesca in politica estera.

Infatti Hitler, una volta giunto al potere manifestò l'intenzione di conquistare il Lebensraum, lo "spazio vitale" per il

popolo tedesco (come aveva scritto nel Mein Kampf), ovvero l'espansione soprattutto ad est del terzo Reich o dove nella

popolazione di uno stato vi fosse stata un minoranza tedesca. Il primo obiettivo fu ovviamente l'Austria, dove governava

il cancelliere Kurt von Schuschinigg, salito al potere dopo l'assassinio di Engelbert Dolfuss da parte dei nazisti.

Schuschinigg era intenzionato a mantenere l'indipendenza, ma si trovò sempre più in difficoltà soprattutto quando anche

l'Italia (l'unica che in occasione dell'omicidio di Dolfuss si era mossa in favore dello stato Austriaco) smise di

appoggiarlo, nel 1936 fu costretto da Hitler a firmare un accordo che aumentava l'influenza tedesca nella politica

austriaca, all'inizio del '38 fu obbligato ad accettare come ministro degli interni un nazista, Arthur Seyss-Inquart,

Schuschinigg preoccupato di un Anschluss (annessione alla Germania) imminente decise di indire un plebiscito per

ribadire l'indipendenza il 13 marzo, Hitler colto di sorpresa passò ad un rabbiosa azione di forza, fece mobilitare il

corpo d' armata della Baviera, Seyss-Inquart chiese la revoca del plebiscito cosa che ottenne, ma la democrazia

Austriaca aveva le ore contate, l'11 marzo il maresciallo Göring chiese al presidente della Repubblica Miklas le

dimissioni di Schuschinigg e la sua sostituzioni col ministro degli interni, cosa che ottenne la notte stessa. Così il nuovo

cancelliere invitò ad entrare in Austria le truppe naziste, successivamente, dopo aver fatto arrestare ben 79.000 possibili

oppositori, Hitler entrò applaudito dalla folla a Vienna. Il prossimo obiettivo della politica tedesca furono i Sudeti (parte

della Cecoslovacchia a maggioranza tedesca), il piano del Führer consisteva nel far richiedere dal partito nazista locale

(guidato da Henlein) richieste al governo cecoslovacco via via crescenti, così da provocare una crisi nella quale non

avrebbe esitato ad usare anche la forza. Il 20 maggio del '38 la Cecoslovacchia mobilitò alcuni reparti militari

erroneamente convinti che la Germania stesse ammassando truppe oltre il confine, ne nacque una crisi che fece temere

per una guerra imminente. L'Inghilterra affermò di non essere intenzionata a parteciparvi, provò ancora una volta la via

diplomatica, sia Henlain che Hitler affermarono che la crisi sarebbe finita se al reich fossero stati annessi tutti quei

territori a maggioranza tedesca, cosa che trovo d'accordo e democrazie occidentali, ma il governo cecoslovacco era ora

guidato dal capo dell'esercito che avvio la mobilitazione generale, così fecero anche la Francia e l'Inghilterra.

Chamberlain provò un ultima carta diplomatica ovvero una conferenza a cinque (Inghilterra, Francia, Cecoslovacca,

Italia, Germania), il Führer accettò se fosse stata esclusa la Cecoslovacchia. Così fu. Nella conferenza di Monaco in

pratica vennero accettate tutte le richieste di annessione, così facendo la Cecoslovacchia perse anche tutte le

fortificazioni al confine della Germania, dopo la conferenza anche Ungheria e Polonia chiesero e ottennero parte del

territorio cecoslovacco; poco tempo dopo la Germania annesse quello che rimaneva dello stato ceco. Chamberlain e

Mussolini comunque vennero accolti in patria come i salvatori della pace. L'annessione della Cecoslovacchia ai territori

del terzo Reich convinse le democrazie occidentali che la politica dell'appeasement non avrebbe fermato la Germania,

quindi l'Inghilterra, la Francia e la Polonia (che era l'obiettivo più probabile della Germania), stipularono un patto di

assistenza militare.

Questa escalation tra Germania e anglo-francesi tolse ogni speranza di mediazione all'Italia che fino ad allora si era

adoperata per evitare lo scoppio di un conflitto. Inoltre Mussolini, con l'invasione dell'Albania (aprile 1939), che fece

per cercare di contrapporsi all'espansionismo tedesco nell'area balcanica, perse definitivamente la fiducia delle

democrazie occidentali

1939

· aggressione tedesca alla Polonia 35

· scoppio della guerra

Il fronte orientale

Nel '39 Italia e Germania stipularono il Patto d'acciaio, il quale prevedeva che se una delle due nazioni fosse entrata in

guerra anche in veste d'aggressore, l'altra sarebbe dovuta entrare nel conflitto al suo fianco. Nel frattempo la Germania

riuscì a stipulare un trattato di non aggressione con l'URSS, poco dopo il conflitto scoppiò, a causa dell'aggressione

nazista alla Polonia il 1° settembre.

In Europa, soltanto l'Inghilterra e la Francia dichiararono guerra alla Germania (3 settembre). La "non belligeranza"

proclamata dall'Italia (1° settembre) rivelò soprattutto un ritardo di preparazione militare. Gli Stati Uniti, il Giappone e

la Cina dichiararono la propria neutralità.

Il conflitto fu immediatamente caratterizzato dalla nuova concezione strategica tedesca del Blitzkrieg (guerra lampo),

sostenuta da Hitler, che prevedeva l'uso di carri armati e autoblindo raggruppati in reparti speciali "meccanizzati" che in

caso di successo potevano avanzare di molti chilometri aggirando l'esercito nemico tagliando così le linee di

rifornimento.

L'attacco fu portato da due gruppi di armate, una nord comandata da Von Boch e l'altra sud comandata da Von

Rundstedt. I due gruppi una volta sfondate le fragili linee difensive polacche si sarebbero ricongiunti nei pressi di

Varsavia, con un movimento a tenaglia, ciò avvenne con un velocità che lasciò sbalordito il mondo intero Infatti

nonostante il numero di soldati quasi si equivalesse (1.500.000 soldati tedeschi contro 1.300.000 polacchi), fu la qualità

delle truppe a fare differenza, oltre all'abilità dei generali tedeschi, in particolare Von Rundstedt, e Von Manstein

(quest'ultimo forse fu il miglior stratega della seconda guerra mondiale). I mezzi corazzati e gli aerei tedeschi a metà

settembre assediavano la capitale e in altre due settimane liquidarono le rimanenti forze polacche. Il governo di Mosca

fece invadere la Polonia orientale, attenendosi ad una clausola segreta del trattato di non aggressione, così dopo venti

anni la repubblica Polacca fu cancellata dalla cartina geografica, senza aver ricevuto un aiuto concreto dalle potenze

occidentali.

L'attacco al nord

L'URSS non si fermò e a novembre attaccò la Finlandia, per assicurarsi uno sbocco sul mare del Nord, il pretesto fu

dato dal rifiuto di quest'ultima al rettificare alcune parti del confine, ma nonostante la schiacciante superiorità numerica

dell'armata rossa, l'esercito finnico oppose un incredibile resistenza fino alla resa del marzo del 40, comunque anche se

la Finlandia perse dei terrori riuscì a conservare l'indipendenza, l'unione sovietica lasciò sul campo 200.000 soldati

1.600 carri armati e oltre 600 aerei, quella che il generale Zuckov definì "la prova definitiva" si rivelò un fallimento

quasi totale e mise in mostra tutte le carenze dell'armata rossa, dall'inefficienza degli armamenti alle truppe poco

addestrate, tuttavia, al contrario dell'Italia i russi cominciarono a capire quello che dovevano fare per risolvere problemi

così importanti

1940

· sconfitta della Francia

· entrata in guerra dell'Italia

· battaglia d'Inghilterra

Dopo i colloqui del Brennero con Hitler (18 marzo 1940), Mussolini decise l'intervento dell'Italia a fianco della

Germania. Compì il passo solo allora, dopo i successi tedeschi su Polonia e Francia. Il duce pensava che la guerra

sarebbe durata assai poco, non poteva perdere tempo, disse a un Badoglio preoccupato per una scarsa preparazione

militare:"Vi assicuro che a settembre sarà tutto finito. Ho bisogno soltanto di qualche migliaio di morti da potermi

sedere da ex-belligerante al tavolo delle trattative". In Inghilterra Churchill sostituì

Chamberlain alla direzione del governo (10 maggio) e la regina Guglielmina d'Olanda si rifugiava a Londra (13

maggio), dove ripararono pure gran parte dei ministri belgi.

L'attacco al Nord 36

La Germania attaccò Danimarca e Norvegia il 9 aprile, anticipando così ogni possibile mossa anglo-francese nel nord

Europa, così facendo difese i suoi rifornimenti di metalli provenenti dalla Svezia, minacciati dalla posa di mine da parte

inglese. In un giorno la Danimarca venne conquistata, poco dopo caddero i principali porti norvegesi, ciò impedì agli

alleati di contrattaccare efficacemente. Di fatti il corpo di spedizione alleato (guidato dal tenente generale Claude

Auchinleck) non riuscì ad opporsi come Francia e Inghilterra avrebbero voluto, e quando la Germania attaccò i Paesi

Bassi le truppe vennero ritirate. L'unico successo ottenuto dagli alleati fu l'affondamento di dieci cacciatorpediniere

tedesche e dell'altro naviglio, questo fu uno dei fattori che non permisero l'avvio dell'operazione "Sealion", ovvero

l'invasione dell'Inghilterra.

Adesso Hitler poteva occuparsi della Francia.

Il fronte occidentale

L'offensiva generale tedesca sul fronte occidentale iniziò il 10 maggio del '40. Le forze tedesche furono suddivise in due

gruppi di armate (A comandato da Von Bock e B comandato da Von Rundstedt), il primo gruppo doveva attaccare

l'Olanda e il Belgio, il secondo doveva passare la foreste delle Ardenne ritenute dai francesi invalicabili per delle forze

corazzate. Il Belgio fu attaccato dalla 6ª armata di Reichenau, il cui principale impedimento per il suo cammino era

rappresentato dal Forte di Eben Emael, i tedeschi decisero di usare le truppe aviotrasportate, fu per loro il battesimo del

fuoco. Il forte era progettato per resistere ad attacchi convenzionali ma non a dei paracadutisti atterrati sopra il tetto, ne

bastarono 85 per neutralizzare la guarnigione belga, formata da 1.200 soldati che stava resistendo ai continui attacchi

degli stuka (bombardieri in picchiata); questo attacco si rivelò decisivo per le difese belghe, che vennero presto travolte

dalle forze corazzate tedesche. Contemporaneamente venne invasa l'Olanda, lo sfondamento avvenne verso l'Aia e

Rotterdam e sulle frontiere 150 Km ad est, il duplice colpo mandò in crisi le difese, il 14 maggio capitolò. Il Belgio

resistette ancora per qualche settimana, i francesi e inglesi inviarono le loro forze in aiuto dell'alleato credendo che

quello fosse l'attacco principale, ma quando i tedeschi sbucarono fuori dalle Ardenne si accorsero dello loro gravissimo

errore, infatti le loro forze più moderne ed efficienti potevano essere tagliate fuori dall'improvvisa avanzata nemica, e

così fu, il merito del crollo si dovette dare ad un comandante, Guderian, il creatore delle forze corazzate tedesche

essenziali per la guerra lampo, enorme fu la sua abilità anche nel guidarle dal Belgio all'atlantico. I contrattacchi alleati

vennero facilmente contenuti, quando ormai i carri armati arrivarono sulla Manica il corpo di spedizione inglese inizio

la "miracolosa" evacuazione di Dunkerque, che avvenne in pratica per volontà di Hitler, ovvero ordinò di fermare le

divisioni corazzate che erano ormai a 15 Km dal porto. Non si riuscì mai a dare una spiegazione plausibile all'accaduto,

forse il führer pensò che con la sconfitta della Francia, l'Inghilterra sarebbe stata propensa ad un accordo oppure credette

alle assicurazioni di Göring che promise bombardamenti incontenibili, ma gli inglesi riuscirono a mettersi in salvo così

da poter difendere la costa inglese.

Dopo la battaglia e l'evacuazione di Dunkerque il Belgio si arrese (28 maggio). Sul nuovo fronte francese si

fronteggiavano 49 divisioni alleate contro le 10 divisioni corazzate e 110 divisioni di fanteria tedesche, il quale fu

completamente scompaginato sulla Somme e poi sull'Aisne, e per questo motivo anche la Francia fu costretta a cedere

le armi firmando l'armistizio con la Germania (22 giugno), Hitler lo fece firmare nella stessa località dove la Germania

alla fine della grande guerra depose le armi, e con l'Italia. La Francia venne divisa in due entità distinte, una sotto il

diretto controllo nazista, l'altra (i territori centro meridionali) venne governata da un governo filo-nazista guidata da

Philippe Petain (la repubblica di Vichy), finì così la terza repubblica francese, nata da un'altra disfatta bellica (la

sconfitta di Napoleone III a Sedan).

L'Italia dichiarò guerra alla Francia il 10 giugno, ma l'intervento militare italiano si era risolto con scarsissimi risultati in

campo strategico consistenti nell'occupazione di alcune zone lungo il confine italo-francese, ciò fece già intuire che

l'esercito italiano non era assolutamente pronto ad un guerra in grande stile, e questo lo pagherà ad un prezzo altissimo.

Il generale De Gaulle (che si era rifugiato in Inghilterra) lanciò un proclama dichiarando il rifiuto dei Francesi liberi ad

abbandonare la lotta.

Dopo il crollo francese Hitler sperò in un accordo con l'Inghilterra ma Churchill disse a chiare lettere che non aveva

intenzione di arrendersi. Allora si vide costretto a incominciare i preparativi per l'invasione dell'isola, ma per fare ciò la

Germania doveva avere il dominio dell'aria. Cominciò così la battaglia d'Inghilterra, una violenta offensiva aerea.

L'attacco principale fu realizzato dalle luftflotte (squadre aeree) 2 e 3 (comandate rispettivamente da Kesserling e

Sperrle), ma la Luftwaffe incontrò una tenace e accanita resistenza da parte della RAF (resistenza dovuta al fatto che gli

inglesi disponevano di un sistema radar assai efficiente, e che i caccia tedeschi avevano un autonomia limitata)

comandata lord Beaverbrook, dopo aver perso più di 1.700 aerei, dovette desistere dagli attacchi aerei in massa tuttavia

l'operazione diede una dimostrazione delle potenzialità distruttive dei bombardamenti a tappeto, con uso massiccio di

bombe incendiarie. Recentemente si è pensato che se l'offensiva fosse continuata, l'Inghilterra avrebbe ceduto, ma Hitler

pensava già alla Russia. Inoltre Berlino non riuscì a convincere il generalissimo Franco ad accettare la richiesta di far

passare le truppe tedesche sul territorio spagnolo per poter attaccare Gibilterra dall'entroterra.

37

Il fronte africano

Mussolini iniziò l'offensiva in Africa, poteva contare su una superiorità numerica schiacciante (500.000 contro 50.000

inglesi). L'offensiva in nord-africa cominciò quando 6 divisioni si misero in moto dalla Libia, ma percorsero solo 80Km

verso ovest, si fermarono a Sidi Barrani, inspiegabilmente rimasero ferme sprecando tempo prezioso, infatti una volta

arrivati i rinforzi agli inglesi, iniziò la controffensiva e, nonostante la loro inferiorità numerica travolsero il Regio

Esercito, sopratutto grazie ai carri armati Matilda, praticamente invulnerabili per le armi italiane. Dopo le battaglie di

Sidi Barrani e Beda Fomm gli italiani si videro costretti ad accettare l'aiuto tedesco, ma persero tutte le colonie

nell'Africa orientale (Etiopia, Somalia, Eritrea) a causa delle efficaci azioni inglesi e della effettiva difficoltà nel

difendere colonie così lontane.

Il fronte orientale

Mussolini decise anche di rispondere alla penetrazione tedesca in Romania. Iniziò la campagna contro la Grecia (28

ottobre). Ma le forze italiane, provenienti dall'Albania, si trovarono presto in gravi difficoltà sia per l'accanita resistenza

delle truppe elleniche che per la "cronica" impreparazione, l'esercito greco passò alla controffensiva riuscendo a

ricacciare il nemico in Albania che rischiò anche di essere "ricacciato in mare", queste battaglie diedero un durissimo

colpo all'immagine combattiva del regime.

Nel frattempo in America Roosevelt fu rieletto alla presidenza degli Stati Uniti (4 novembre), ciò gli permise di

preparare il suo paese a una politica estera più attiva, e non solo in Europa, perché la potenza giapponese cominciava a

farsi inquietante.

1941

· attacco tedesco alla Russia

· entrata in guerra di Stati Uniti e Giappone

Il riavvicinamento anglo-americano fu attuato in diverse tappe: legge affitti e prestiti promulgata negli Stati Uniti

(marzo); incontro Roosevelt-Churchill al largo di Terranova e formulazione della Carta atlantica (14 agosto), in cui

furono definite le basi della pace futura.

Fronte orientale

In primavera ormai non restava che il fronte africano, allora Hitler accentrò ogni attività nella preparazione del piano

d'attacco contro l'URSS. L'operazione Barbarossa era inizialmente prevista per la primavera, ma Hitler voleva aver sotto

controllo i Balcani, la Grecia in particolare che stava resistendo e quasi sconfiggendo l'invasione italiana, mentre erano

anche in arrivo degli aiuti inglesi. Gli iniziali approcci diplomatici ovviamente fallirono, così la Germania preparò

l'offensiva, contemporaneamente riuscì a convincere il governo Jugoslavo a passare dalla parte dell'asse, ma pochi giorni

dopo scoppiò un colpo di stato. La ribellione era capeggiata dal generale Simovic, comandante dell'aviazione, aiutato da

agenti inglesi , Hitler andò su tutte le furie e decise di invadere sia la Grecia che la Jugoslavia. I due stati vennero

travolti dai carri armati tedeschi, ma questa diversione nei balcani fece rimandare l'operazione Barbarossa, ritardo che

poi si rivelerà fatale. L'attacco alla Russia iniziò il 22 giugno su un fronte largo più di 1600 chilometri dal mar Baltico al

mar Nero. Le forze dell'asse potevano contare di 3 milioni di soldati appoggiati da 600.000 mezzi, quasi 4.000 carri

armati, e più di 3.000 aerei, che comprendevano anche un armata italiana (CSIR, Corpo di Spedizione Italiano in

Russia), i russi furono colti di sorpresa, nonostante i 5.000.000 di soldati dell'esercito regolare e oltre ad altri

10.000.000 della riserva. Non riuscirono vista l'inesperienza di molti ufficiali dell'armata rossa (buona parte degli

uomini che avevano partecipato alla grande guerra furono vittime delle purghe staliniane), a fermare un offensiva

tanto ben organizzata.

L'attacco fu portato da tre gruppi di armate, il gruppo nord

era comandato da Leeb, doveva raggiungere Leningrado, il

gruppo centrale comandato da Bock doveva avanzare il più

vicino possibile a Mosca, le armate sud comandate da

Rundstedt doveva prendere Kiev. Poco prima dell'inizio

dell'offensiva nacque una discussione tra i generali sul modo

di utilizzare le forze corazzate. Bock, Rundstedt e gli altri

alti generali erano a favore della classica battaglia di

accerchiamento secondo la strategia di Clauswitz, temevano

38

a far avanzare troppo i carri, viceversa Guderian e gli esperti dei carri erano a favore a decise puntate sugli obiettivi

senza aspettare la fanteria; il Fuhrer fu a favore della tradizione, e forse questo fu il suo primo errore nella campagna di

Russia. Il peso maggiore dell'offensiva fu portato dalle armate di Bock, la prima difficoltà fu la resistenza accanita della

piazzaforte di Brest-Litvosk, tenne duro per oltre una settimana nonostante i martellamenti dell'aviazione e

dell'artiglieria, i tedeschi capirono ora, grazie a questo ed altri episodi, che la campagna non sarebbe stata una

"passeggiata", un altro problema improvvisamente piombò sulle armate tedesche, la pioggia, l'acqua trasformava la

campagna in acquitrino che immobilizzava i mezzi su ruote, questo impedimento rese meno efficaci le gigantesche

manovre di accerchiamento anche se poi i soldati russi catturati furono numerosissimi (battaglie di Bialystock e Minsk

300.000 prigionieri sovietici, battaglia di Smolesk, 5 agosto 300.000 ), la strada per Mosca era ancora lontana, 300 Km,

troppi per le truppe ormai esauste, inoltre le forze russe erano in continuo aumento (a causa delle nuove chiamate alle

armi) così arrivò l'ordine di fermare l'avanzata, ma la sosta durò troppo, due mesi, Hitler ossessionato dal petrolio del

Caucaso pensò di spostare i due gruppi corazzati, uno in aiuto di Rundstedt che aveva difficoltà in Ucraina e l'altro in

aiuto di Leeb, questo ritardo nell'avanzata si dimostrerà poi fatale per la conquista di Mosca. Per molto storici questo fu

uno di quegli errori che determinò la ripresa dei russi e la successiva sconfitta nazista. Il gruppo armate sud doveva

fronteggiare un numero di divisioni assai superiori alle proprie (i russi schieravano 45 divisioni di fanteria, 5 di

cavalleria) inoltre i tedeschi schieravano 600 carri armati (dei quali molti provenienti dalla campagna balcanica e non

erano ancora stati revisionati) contro i 5.000, ma gli eventi non rispettarono quello che i numeri potevano far pensare, in

fatti il maresciallo Budënnyj era ormai vecchio e nonostante il passato glorioso non sapeva gestire un guerra moderna. Il

piano tedesco fu quello di sfondare sul Bug sfruttando la punta che i confini formavano; il compito venne svolto dalle

sesta armata di Riechenau da lì sarebbero partiti i carri armati di Kleist in direzione est, Rundstedt aveva il timore che le

25 divisioni russe che erano al confine coi Carpazi riuscissero a ostacolare l'offensiva invece inspiegabilmente si

ritirarono. I progressi, però, non furono così fulminei come avrebbe fatto intuire l'inizio, allora Guderian (e con lui molti

altri) fece notare che sarebbe stato meglio concentrare le

forze su Mosca, ma il Füher era di diversa opinione e agì

come sopra descritto. A fine settembre ricominciò

l'avanzata di Bock (gruppo armate centro), scoppiò la

battaglia Vjazma, vinsero i tedeschi e fecero 600.000

prigionieri, sembrava la volta buona, non fu così, infatti,

di nuovo il tempo bloccò l'avanzata, con l'inizio delle

piogge il terreno si trasformò, ancora una volta, in

fanghiglia che immobilizzò tutti in mezzi non cingolati,

il 15 novembre ci una pausa del maltempo e lo stato

maggiore dell'esercito tedesco chiese alle proprie truppe

un ultimo sforzo, che però non fu coronato dalla

conquista di Mosca, il 2 dicembre entrarono alcuni

distaccamenti nella città quando scattò la controffensiva

russa diretta da Zuckov in persona. Hitler diede l'ordine

di resistere ad oltranza, questa volta ebbe ragione,

probabilmente senza quest'ordine si sarebbe generato il

caos tra le file tedesche. Brauschitch capo dell'esercito, scosso dagli avvenimenti chiese e ottenne le dimissioni una

settimana dopo toccò a Bock e Leeb che con le gruppo armate nord stava assediando Leningrado, cercò invano di

convincere Hitler a ritirasi da quel settore si allontanò dal commando. Rundstedt nel frattempo era riuscito ad

avvicinarsi ai campi petroliferi del Caucaso, ma una volta giunto in Crimea e nel bacino del Donec subì la

controffensiva che le sue esauste truppe non riuscirono a contenere, anche lui chiese di ritirarsi ma non gli fu concesso,

allora si dimise. Hitler che si era autonominato capo dell'esercitosi libero a Natale anche di Guderian, in meno di un

mese tutti i generali che gli diedero la vittoria sulla Francia non erano più in servizio e di qui in avanti la situazione

tedesca si fece sempre meno sicura considerando inoltre la guerra si stava trasformando da guerra lampo in guerra di

usura. I russi riuscirono anche a trasportare le proprie fabbriche (letteralmente

smontate pezzo per pezzo) oltre gli urali, questa idee fu fondamentale per il

prosieguo della guerra, infatti, Stalin riuscì così a compensare le gravissime

perdite accusate nei primi mesi di guerra che ammontavano a circa 20.000 carri

armati, 15.000 aerei.

Fronte africano

Entra in scena Rommel. A fine marzo passa all'offensiva, scacciò gli inglesi da

al-Agheila che non ebbero tregua tanto che persero gran parte dei carri non in

combattimento ma per problemi tecnici che sarebbero stati riparati se ci fosse

stato più tempo. In 15 giorni gli inglesi arretrarono addirittura 650 Km, ma

decisero di difendere ad oltranza Tobruk, piccolo porto fortificato dagli italiani,

39

che divverà un problema irrisolvibile per la forze dell'asse. Rommel decise di provare sfondare le difese della cittadina

l'undici aprile ma il battaglione corazzato non fece che 3Km poi si dovette ritirare sotto il fuoco dell'artiglieria, il 16

provarono gli italiani che fallirono miseramente. I capi di stato maggiore tedeschi e Italiani decisero per una sosta

dell'attacco. Halder (generale d'armata) inviò il generale von Paulus per redarguire Rommel ma quando arrivò si disse

favorevole per un altro attacco a Tobruk. Gli scontri iniziarono il 30 aprile, partirono all'assalto del perimetro difensivo

due ondate di carri amati , la prima si dovette fermare a causa di campo minato che mise fuori combattimento 17 dei 40

carri, la seconda si fermò dopo 5 Km sotto il fuoco di artiglieria e il contrattacco di 20 carri armati inglesi. Il giorno

dopo Rommel si rese conto di non aver forze corazzate per continuare l'attacco, la notte seguente Morshead tentò un

contrattacco ma non vi riuscì. Le due forze non avevano la capacità di sopraffarsi, nacque così l'assedio di Tobruk, che

durò tutto l'anno. Gli inglesi provarono a spezzare in due occasioni l'accerchiamento, la prima volta a maggio con

l'operazione Brevity, la seconda volta in estate, con l'operazione Battleaxe, e tutte due fallirono, analizziamo i fatti:

Wavell decise di attaccare approfittando del fallito tentativo tedesco a Tobruk, i carri si diressero verso i punti della

costa meno presidiati contemporaneamente doveva partire all'attacco la guarnigione assediata. Le forze corazzate

inglesi comandate da Gott attaccarono e conquistarono il passo Halfaya (anche se perdettero 7 dei 29 matilda) poi fu la

volta di Bir Waid e Musaid ma una volta giunti alla ridotta Capuzzo l'effetto sorpresa era svanito ed inoltre erano

arrivati i tedeschi, quello che successe fu davvero originale, le forze dell'asse pensarono di non poter reggere l'urto

dell'attacco e si ritirarono, fecero lo stesso gli inglesi che non erano riusciti in una manovra laterale! Rommel si accorse

dell'errore, bloccò la ritirata immediatamente, si mise all'inseguimento dei nemici, riconquistò Halfaya, fondamentale

per la difesa, inoltre predispose delle batterie di cannoni antiaerei da 88 che sarebbero state utilizzate contro i carri, in

quanto riuscivano a perforare anche le spesse corazze frontali dei matilda. In estate gli inglesi vollero rifarsi. Dopo aver

fatto affluire abbondanti rinforzi attraverso il mediterraneo il capo delle forze inglesi in Africa, Wavell, si ritrovò in

netta superiorità numerica, stava per iniziare l'operazione Battleaxe, secondo Churchill Rommel sarebbe stato sconfitto e

l'Africa settentrionale sarebbe caduta nelle loro mani. Il generale in capo inglese più lucidamente pensava di scacciare i

nazi-fascisti ad ovest i Tobruk. Venne attaccato il passo Halfaya ma i 13 matilda che precedevano il resto delle forze

vennero investiti da una pioggia di fuoco dalla quale solo uno si salvò, contemporaneamente venne attaccata la ridotta

Capuzzo, che non aveva difese anticarro così efficienti, cadde in poco tempo in mano agli inglesi; però, un'altra delle

loro colonne corazzate era finita in un'altra trappola anticarro di Rommel, così in un giorno gli inglesi persero meta dei

carri armati. La mattina seguente furono i tedeschi a passare all'offensiva ma furono fermati a Capuzzo, però riuscirono

ad impedire agli inglesi di passare all'offensiva. Il giorno seguente Rommel penso di tagliare le linee di ritirata agli

inglesi con un ampio movimento a falce, i comandanti inglesi se ne accorsero appena in tempo, ordinarono appena in

tempo la ritirata e solo grazie all'eroica resistenza dei carri inglesi a Halayala il grosso della fanteria poté essere salvato.

Così fallì anche l'operazione Battleaxe. Churchill ne fece una questione personale, e nonostante il governo inglese

avesse da tempo deciso difendere prima l'estremo oriente dell'Africa, organizzò un imponente offensiva, chiamata

operazione Crusader, che venne comandata da Auchinleck, dato che Wavell fu esonerato a causa dei precedenti

fallimenti. Vennero formate quattro brigate corazzate, più un'altra fu trasportata a Tobruk, Rommel, invece, non

ricevette praticamente nulla, all'inizio dell'offensiva le forze dell'asse erano la metà dei nemici, l'unico miglioramento

della loro dotazione furono i nuovi cannoni anticarro da 50 mm. L'attacco inizio il 18 novembre, 2 reggimenti corazzati

dopo aver percorso diversi chilometri nel deserto si diressero al campo di aviazione nemico di Sidi Rezegh, ma il resto

delle forze avanzava più lentamente e una la brigata leggera che si era posta all'inseguimento di una divisione corazzata

italiana si ritrovò davanti a Bir el Gobi, ben difesa dai cannoni, perse 40 carri armati; gli inglesi facevano operare le loro

brigate corazzate a troppa distanza l'uno dall'altro, Rommel contrattaccò a Sidi Rezegh questo distolse la maggior parte

delle forze dall'avanzata inglese verso Tobruk, solo la brigata leggera finì da sola sotto il fuoco delle postazione nemico,

e subì ingenti perdite. La 21ª divisione corazzata tedesca travolse un reggimento inglese,che fu quasi annientato, un altro

attaccò la 15ª con buoni risultati ma quando i tedeschi ritornarono furono fatti letteralmente a pezzi, sopratutto con

l'ausilio di numerosi cannoni anticarro. Il 23 le forze inglesi a Sidi Rezegh, vennero sbaragliate ma i tedeschi persero

troppi mezzi corazzati per il prosieguo della campagna (il

problema che più assillava Rommel, più che gli inglesi,

erano gli scarsi rifornimenti), a questo punto il generale

tedesco si lanciò in un'operazione di vasta portata

strategica, ovvero tagliare le linee di ritirata e di

rifornimento ai nemici, piano che fallì per delle

incomprensioni tra i comandanti tedeschi e avarie a mezzi

radio,anche se riuscì ad avanzare per più 100km ad est.

All'afrikan korps non restò che ritornare a Tobruk, dove il

26 le forze assediate sfondarono grazie all'arrivo di nuovi

carri, le fragili linee difensive, ciò avvenne

congiuntamente all'attacco della divisione neozelandese,

arrivata da poco, gli inglesi schieravano in campo un

numero di carri armati sette volte maggiore di quello dei

tedeschi, ma questi riuscirono a fuggire perché di notte i

40

nemici avevano l'abitudine di ritirarsi per riposarsi. Una volta giunti a Tobruk i tedeschi assaltarono i neozelandesi che

si videro costretti alla ritirata, in loro soccorso arrivò la IV brigata corazzata ma, nonostante la superiorità numerica

schiacciante, perse la battaglia, allora il comando inglese decise di inviare la seconda divisione africana a

dar manforte alla settima divisione corazzata, Rommel quando lo venne a sapere decise di ritirarsi ad ovest

della cittadina fortificata (fine dell'assedio). Bir el Gobi, fu il bersaglio successivo di Auchinleck, ma le sue

forze furono respinte dai difensori finalmente gli italiani diedero una buona prova, poi arrivarono i tedeschi

a combattere coi corazzati la 4ª divisione indiana che fu travolta. Si resero conto che, nonostante le

vittorie, la superiorità numerica inglese non diminuiva anzi aumentava, decisero quindi di ritirarsi ai

confini della Tripolitania. Nell'Africa Orientale italiana, fin dal gennaio, le forze italiane furono sottoposte

ad attacchi inglesi. L'anno terminò con la caduta degli ultimi capisaldi italiani nell'Africa Orientale.

Estremo oriente

Il Giappone, dopo aver conquistato l'Indocina francese (per cercare di isolare la Cina con la quale era i

guerra dal 1932) ricevettero un ultimatum da Roosevelt che chiedeva il ritiro delle truppe dalla colonia francese, così

non fu, quindi America e Inghilterra iniziarono l'embargo di materie prime essenziali al paese del Sol Levante, divenne

presto evidente che la guerra era inevitabile. L'attacco giapponese contro gli Stati Uniti fu sferrato improvvisamente a

Pearl Harbor. Alle 7.55 del 7 dicembre, 189 bombardieri attaccarono l'isola affondarono o danneggiarono gravemente 8

corazzate, 3 incrociatori e molti aerei a terra, provocando l'entrata in guerra degli Stati Uniti, in un momento in cui il

potenziale militare, quasi inesistente nel 1940, era ancora lontano da un soddisfacente grado di efficienza, con questo

attacco i giapponesi ebbero il controllo di quasi tutto il pacifico, contemporaneamente sbarcarono nelle Filippine e nella

penisola delle Malacca, l'otto dicembre Hong Kong fu attaccata, l'esile e mal difesa guarnigione inglese cadde a Natale

(la base aveva tutte le difese rivolte verso il mare per scongiurare un eventuale invasione anfibia, ma l'invasione venne

da terra, i giapponesi attaccarono così quasi di sorpresa e alle spalle) .

1942

· alleanza anglo-sovietica

· massima estensione territoriale dell'asse

· prima importante sconfitta tedesca (Stalingrado)

· sconfitte giapponesi nel Mar dei Coralli e nelle isole Midway

Churchill, che aveva nuovamente incontrato Roosevelt a Washington nel dicembre 1941, ricevette Molotov a Londra il

21 maggio 1942, e cinque giorni dopo fu conclusa l'alleanza anglo-sovietica. In agosto Churchill si recò in visita a

Mosca da Stalin. Nel campo opposto, mentre Germania e Italia seguirono il Giappone nel conflitto contro gli Stati Uniti,

i Nipponici si astennero dal dichiarare guerra all'URSS, e conclusero invece con quest'ultima un accordo riguardante le

frontiere della Manciuria e della Mongolia.

La situazione delle popolazioni ebree e slave si aggravò in tutta l'Europa, a causa del concepimento da parte dello stesso

Hitler della "soluzione finale" messa in pratica dalle SS, ciò consisteva nel genocidio di tutti quei popoli considerati

inferiori alla razza ariana, in particolare i nazisti si accanirono appunto contro gli ebrei, di questo massacro Primo Levi

ce ne da una lucida testimonianza con i suoi due libri "Se questo è un uomo" dove descrive la "vita" nel campo di

concentramento e "La tregua" che narra lo sbandamento dei deportati che cercavano il ritorno a casa nell'immediato

dopoguerra.

I Giapponesi conquistarono con una serie di operazioni aeronavali le Filippine, la Malesia (gennaio) e Singapore

(febbraio) che divennero basi d'attacco per la conquista dell'Indonesia effettuata fra gennaio e marzo e facilitata

dall'annientamento delle forze navali alleate (battaglia del mar di Giava). Ma la reazione degli Alleati si dimostrò

efficace; la loro controffensiva nel Mar dei Coralli (maggio) e nelle isole Midway (giugno) a Guadalcanal (agosto)

segnò la fine dell'avanzata giapponese. La Germania dedicò ogni sforzo alla guerra sottomarina nell'Atlantico dove 3

milioni di t di navi alleate furono affondate nel periodo gennaio-luglio e 800.000 in novembre. A fine ottobre si arrestò

anche l'avanzata sul fronte dell'africa settentrionale dove le truppe dell'asse persero la decisiva battaglia di El Alamein.

L'8 novembre gli Alleati sbarcarono in Marocco e in Algeria. Dopo una breve fase di resistenza fittizia, le truppe

francesi di Vichy dell'Africa settentrionale ripresero la lotta schierandosi a fianco degli Alleati e marciarono verso la

Tunisia (13 novembre), gli eserciti tedeschi italiani presi tra due fuochi dovettero arrendersi. La reazione di Hitler fu

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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
Università: Teramo - Unite
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecilialll di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto della comunicazione e dell'informazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Teramo - Unite o del prof Crainz Guido.

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