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Modelli alternativi al sistema processuale penale Appunti scolastici Premium

Il programma:
societas delinquere (et puniri) potest;
le fonti;
principi generali;
i reati-presupposto;
la responsabilità dell'ente.
I criteri d'imputazione.
Il gruppo di imprese;
l'autonomia della responsabilità dell'ente;
l'esimente: il mog per i reati degli "apicali";
l'o.d.v.;
l'elusione
fraudolenta del modello;
reati dei... Vedi di più

Esame di Modelli alternativi al sistema processuale penale docente Prof. G. Garuti

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Tuttavia, l’illecito è caratterizzato da una sorta di deficit organizzativo. I DUBBI SULLA

PROVA LIBERATORIA RICADONO SULL’ENTE: SE ESSO NON RIESCE ANDARE OLTRE AL

DUBBIO, VIENE COMUNQUE CONDANNATO. Se consideriamo l’ART. 7 COMMA 3 COMMA

4 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001, la prova a cui viene chiamato l’ente per uscire da

eventuali imputazioni che gli sono sollevate da parte dell’inquirente, sono più limitate. Ci si

trova di fronte ad una situazione più limitata, cioè non è possibile andare ad elaborare un

MOG che abbia caratteristiche tipiche solo a quelle di posizione dipendente, ma occorrerà

elaborare un modello in considerazione di ciò.

In ogni modo, incombe sull’ente anche L’ONERE DI PROVARE CHE GLI APICALI HANNO

ELUSO FRAUDOLENTEMENTE IL SISTEMA FINALIZZATO ALLA PREVENZIONE DEI

REATI. Resta così a carico dell’ente il dubbio sulla dimostrazione degli inganni e dei raggiri

messi in opera dai soggetti in posizione apicale per commettere un reato nell’interesse o a

vantaggio della stessa società.

L’ELUSIONE FRAUDOLENTA non si ha in un mero aggiramento volontario delle regole

aziendali, ma PRESUPPONE LA MESSA IN OPERA DI UN ARTIFICIO, DI UNA FORZATURA

SPECIFICAMENTE VOLTA ALL’ELUSIONE DEL PRECETTO. Questo vale per i REATI DI

NATURA DOLOSA: il requisito, in mancanza dell’intervento del legislatore, è da ritenersi

implicitamente abrogato con riferimento ai reati colposi, vista l’incompatibilità tra fraudolenza

e colpa. Inoltre la NECESSITÀ CHE SIA L’ENTE A PROVARE L’ELUSIONE FRAUDOLENTA

rivela che il criterio di imputazione è di natura oggettiva; e ciò appare ancora più evidente

qualora l’autore del reato non sia stato individuato.

La regola di giudizio secondo cui il giudice del dibattimento pronuncia sentenza di esclusione

della responsabilità dell’ente anche quando manca, è insufficiente o contraddittoria la prova

dell’illecito amministrativo comporta che, in questo caso, il dubbio sul fatto impeditivo

conduce ad una sentenza di condanna. Il capovolgimento probatorio derivante dall’ ART. 6

DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 comporta una rilevante deroga alla presunzione di non

colpevolezza, garanzia di cui anche l’ente gode.

APPARATO SANZIONATORIO

Il sistema sanzionatorio va ad incidere direttamente sul profitto, sull’utile della società. Le

SANZIONI PER GLI ILLECITI AMMINISTRATIVI DIPENDENTI DA REATO sono:

1. PECUNIARIE Queste sanzioni sono connotate dal PRINCIPIO

 DELL’EFFETTIVITÀ, PROPORZIONALITÀ E

2. INTERDITTIVE PERSUASIVITÀ.

Mirano ad aggredire il patrimonio dell’azienda in

3. CONFISCA una funzione di prevenzione generale.

4. PUBBLICAZIONE DELLA Incidono sulla struttura organizzativa dell’impresa

SENTENZA DI CONDANNA (per

modificando i meccanismi di decisione

esempio: ART. 17 DECRETO LEGISLATIVO

231/2001, RIPARAZIONE DELLE

CONSEGUENZE DEL REATO).

Innanzitutto, l’apparato sanzionatorio si configura su un ASSETTO BINARIO:

1. SANZIONI PECUNIARIE

2. SANZIONI INTERDITTIVE

1. SANZIONE PECUNIARIA

Essa viene sempre comminata e applicata. È stato abbandonato il sistema della pena

pecuniaria per somma complessiva ed è stato adottato il SISTEMA PER QUOTE. Tale

sistema si basa su un duplice giudizio:

a) sul piano soggettivo, il giudice determina il NUMERO COMPLESSIVO DI QUOTE (tra

100 e 1000) necessario per colpire il reato; si deve considerare la gravità del fatto di

quantum

reato, ovvero il di lesione che ha provocato questo fatto di reato, nonché

l’entità del danno patrimoniale;

b) il giudice determina il VALORE MONETARIO DELLA SINGOLA QUOTA sulla base

delle condizioni economiche e patrimoniali della persona giuridica

Il grado Il grado di responsabilità dell’ente è un PARAMETRO DI NATURA SOGGETTIVA,

ovvero occorre verificare in che termini o in che modo il reato può essere ricondotto ad una

deficit

decisione dell’ente, rispetto ad un insito nel controllo della società stessa. Il sistema

ha una sua logica, tuttavia il RISCHIO è che a rimetterci siano le società di piccole

dimensioni: infatti se per un’azienda di grandi dimensioni la sanzione minima può non

rappresentare un enorme problema e risolversi al più in un costo di gestione, per un ente di

piccole dimensioni l’importo minimo può essere eccessivamente oneroso. In ogni caso,

tutto questo sistema è volto a infliggere fortemente una pena, ma allo stesso tempo ti

consente di riprenderti se vengono poste in essere determinate condotte riparatorie (il

metodo della carota e del bastone). Inoltre, occorre ATTENUARE LE CONSEGUENZE DEL

REATO, cioè occorre andare a vedere quelli che sono i comportamenti che hanno seguito la

condotta illecita posta in essere, al fine di migliorare i comportamenti che sono stati causa

del reato. Pertanto, ci si trova di fronte a determinate sanzioni che possono essere

attenuate: l’ART. 12 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 delinea i CASI DI RIDUZIONE

DELLA SANZIONE PECUNIARIA. Le CONDOTTE RIPARATORIE riguardano:

risarcimento integrale del danno congiuntamente all’eliminazione delle conseguenze

 dello stesso;

adozione di un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della stessa specie di

 quello avvenuto;

il danno patrimoniale cagionato è di particolare tenuità;

 l’autore del reato ha commesso il fatto nel prevalente interesse proprio o di terzi e

 l’ente non ne ha ricavato vantaggio o ne ha ricavato un vantaggio minimo.

Queste condotte riparatorie, poste insieme alle ipotesi in cui la sanzione può essere

diminuita, possono essere aggiunte alle sanzioni interdittive.

2. SANZIONE INTERDITTIVA

Essa inibisce una determinata attività o comportamenti. Per alcuni reati non è applicabile.

L’efficacia preventiva delle sanzioni interdittive deve collegarsi ai reati posti in essere (Ci

deve essere una sorta di ADEGUATEZZA della sanzione interdittiva a quello che è il reato

posto in essere). Le sanzioni interdittive si applicano ai reati che le prevedono

espressamente (PRINCIPIO DI LEGALITÀ) e quando ricorre almeno una delle condizioni

dell’ART. 13 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001:

a) l’ente ha tratto dal reato un profitto di rilevante entità e il reato è stato commesso da

soggetti in posizione apicale ovvero da soggetti sottoposti all’altrui direzione quando,

in questo caso, la commissione del reato è stata determinata o agevolata da gravi

carenze organizzative;

in caso di reiterazione degli illeciti.

b)

L’ART. 9 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 dispone che le sanzioni interdittive sono:

a) L’INTERDIZIONE DALL’ESERCIZIO È la misura più grave e specifica.

DELL’ATTIVITÀ; Anche se è autonoma, può derivare dalla

 b).

sanzione di cui alla lettera

Può andare a colpire anche soltanto una

 parte della società.

Comporta la sospensione o la revoca delle

 autorizzazioni, licenze o concessioni

funzionali allo svolgimento dell’attività.

b) LA SOSPENSIONE O LA REVOCA

DELLE AUTORIZZAZIONI, LICENZE O

CONCESSIONI FUNZIONALI ALLA

COMMISSIONE DELL’ILLECITO;

c) IL DIVIETO DI CONTRATTARE CON È una sanzione che potrebbe essere

LA P.M., SALVO CHE PER OTTENERE LE applicata solo ad alcuni tipi di contratti o

PRESTAZIONI DI UN PUBBLICO amministrazioni, in virtù dell’ART. 14

SERVIZIO COMMA 2 DECRETO LEGISLATIVO

231/2001.

d) L’ESCLUSIONE DA AGEVOLAZIONI, Si tratta di 2 sanzioni che servono a rendere

FINANZIAMENTI, CONTRIBUTI O sterili momenti di arricchimento da parte

SUSSIDI E L’EVENTUALE REVOCA DI della società.

QUELLI GIÀ CONCESSI Sono 2 sanzioni interdittive che non possono

 essere suscettibili di sostituzione con

commissariamento giudiziale.

Queste sanzioni non possono essere

 applicate dalla magistratura e in via

cautelate.

Queste attività devono essere riconosciute

 agli istituti preposti al controllo (Banca

d’Italia, IVAS, CONSOB).

e) IL DIVIETO DI PUBBLICIZZARE BENI

O SERVIZI

Se le misure cautelari hanno un durata temporanea, le sanzioni interdittive, salvo casi

espressamente previsti dalla legge, hanno una DURATA LIMITATA: l’ART. 13 DECRETO

LEGISLATIVO 231/2001 infatti, dispone che le sanzioni interdittive hanno una durata non

inferiore a 3 mesi e non superiore a 2 anni.

La sanzione interdittiva va INDIVIDUALIZZATA, in virtù del principio di proporzionalità:

essa ha ad oggetto la specifica attività a cui l’ente si rivolge. L’ART. 14 DECRETO

LEGISLATIVO 231/2001 deve essere in combinazione con l’ART. 69 COMMA 2 DECRETO

(“in caso di applicazione delle sanzioni interdittive la sentenza

LEGISLATIVO 231/2001

deve sempre indicare l’attività o le strutture oggetto della sanzione”).

QUALI SONO I PRESUPPOSTI PER L’APPLICAZIONE DELLE MISURE INTERDITTIVE?

Esse DEVONO ESSERE INNANZITUTTO ESPRESSAMENTE PREVISTE (PRINCIPIO DI

LEGALITÀ). Sono necessarie ulteriori condizioni:

1) L’ENTE HA TRATTO DAL REATO UN PROFITTO DI RILEVANTE ENTITÀ E IL REATO È

STATO COMMESSO DA SOGGETTI IN POSIZIONE APICALE OVVERO DA SOGGETTI

SOTTOPOSTI ALL’ALTRUI DIREZIONE QUANDO, IN QUESTO CASO, LA

COMMISSIONE DEL REATO È STATA DETERMINATA O AGEVOLATA DA GRAVI

CARENZE ORGANIZZATIVE (colpa di organizzazione).

2) IN CASO DI REITERAZIONE DI ILLECITI. Esso è preso in considerazione dall’ART. 20

“si ha reiterazione quando

DECRETO LEGISLATIVO 231/2001, il quale afferma che

l’ente, già condannato in via definitiva almeno una volta per un illecito dipendente da

reato, ne commette un altro nei 5 anni successivi alla condanna definitiva” . In questo

caso, non è necessaria una condanna, ma bisogna soltanto essere sottoposti a

procedimento. Ciò significa che l’ente, anche dopo una condanna, non si è ulteriormente

organizzato affinché il reato non si perpetrasse (la prima volta ti perdono, la seconda no).

3) SE L’ENTE O UNA SUA UNITÀ ORGANIZZATIVA VIENE STABILMENTE UTILIZZATO

ALLO SCOPO UNICO O PREVALENTE DI CONSENTIRE O AGEVOLARE LA

COMMISSIONE DI REATI IN RELAZIONE AI QUALI È PREVISTA LA SUA

RESPONSABILITÀ è sempre disposta l’interdizione definitiva dall’esercizio dell’attività e

non si applicano le disposizioni previste dall’ART. 17 DECRETO LEGISLATIVO

231/2001.

Le sanzioni interdittive NON SI APPLICANO nei casi previsti dall’ART. 12 COMMA 1

DECRETO LEGISLATIVO 231/2001:

a) l’autore del reato ha commesso il fatto nel prevalente interesse proprio o di terzi e

l’ente non ne ha ricavato vantaggio o ne ha ricavato un vantaggio minimo;

il danno patrimoniale cagionato è di particolare tenuità

b) . “nella

Vi è un rinvio all’ ART. 11 COMMA 1 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001:

commisurazione della sanzione pecuniaria il giudice determina il numero delle quote tenendo

conto della gravità del fatto,

 del grado della responsabilità dell’ente

 nonché dell’attività svolta per eliminare o attenuare le conseguenze del fatto e per

 prevenire la commissione di ulteriori illeciti”.

L’ART. 14 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 delinea i CRITERI DI SCELTA DELLE

“l’interdizione dall’esercizio

SANZIONI INTERDITTIVE. In particolare, in virtù del COMMA 4,

dell’attività si applica soltanto quando l’irrogazione di altre sanzioni interdittive risulta

inadeguata”.

Le sanzioni interdittive, in una prospettiva premiale nei confronti della società, NON SONO

APPLICATE quando concorrono determinate condizioni (oltre a quelle previste dall’ART. 12

COMMA 1 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001); tali condizioni, se poste in essere,

rappresentano le CONDOTTE RIPARATORIE rispetto al danno dovuto all’illecito. Si tratta di

contro-azioni volte a riparare e riorganizzare l’attività, con le quali si arriva ad una

rielaborazione del conflitto. Le condotte riparatorie in questione sono le seguenti:

a) l’ente ha risarcito integralmente il danno e ha eliminato le conseguenze dannose o

pericolose del reato ovvero si è comunque efficacemente adoperato in tal senso;

b) l’ente ha eliminato le carenze organizzative che hanno determinato il reato mediante

l’adozione e l’attuazione di modelli organizzativi idonei a prevenire reati della specie di

quello verificatosi;

c) l’ente ha messo a disposizione il profitto conseguito ai fini della confisca (il vantaggio

derivante da reato è messo a disposizione).

Le sanzioni interdittive possono essere applicate anche IN VIA DEFINITIVA. L’ART. 16

DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 dispone che:

“può essere disposta l’interdizione definitiva dall’esercizio dell’attività se l’ente

COMMA 1 ha tratto dal reato un profitto di rilevante entità ed è già stato condannato,

almeno 3 volte negli ultimi 7 anni, alla interdizione temporanea dall’esercizio

dell’attività”.

“Il giudice può applicare all’ente, in via definitiva, la sanzione del divieto di

COMMA 2 contrattare con la pubblica amministrazione ovvero del divieto di pubblicizzare

beni o servizi quando è già stato condannato alla stessa sanzione almeno tre

volte negli ultimi sette anni”.

COMMISSARIO GIUDIZIALE

L’ART. 15 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 disciplina l’istituto del COMMISSARIO

GIUDIZIALE: esso serve per irrobustire la VALENZA SPECIAL-PREVENTIVA utile a ovviare

quelli che sono gli effetti sospensivi e interruttivi dell’ente. Tale istituto è applicabile:

a tutte le misure interdittive (perché, a prescindere dalle loro applicazioni, risultano

 essere devastanti)

a tutte quelle interdittive attuate con una sanzione o

 a quelle interdittive applicabili con misura cautelare.

Si richiede almeno uno dei seguenti presupposti:

a) L’ENTE SVOLGE UN PUBBLICO SERVIZIO O UN SERVIZIO DI PUBBLICA NECESSITÀ

LA CUI INTERRUZIONE PUÒ PROVOCARE UN GRAVE PREGIUDIZIO ALLA

COLLETTIVITÀ;

b) L’INTERRUZIONE DELL’ATTIVITÀ DELL’ENTE PUÒ PROVOCARE, TENUTO CONTO

DELLE SUE DIMENSIONI E DELLE CONDIZIONI ECONOMICHE DEL TERRITORIO IN

CUI È SITUATO, RILEVANTI RIPERCUSSIONI SULL’OCCUPAZIONE.

I presupposti suddetti riguardano situazioni con ricadute sul settore pubblico. In questo caso si

dispone che l’attività prosegue tramite la figura del commissario giudiziale, il quale opera in

luogo dei titolari dell’attività. Nell’ambito della sentenza che viene emessa, il giudice deve

individuare il potere e i compiti del commissario giudiziario. In questo contesto, il commissario

non può compiere atti di straordinaria amministrazione senza autorizzazione del giudice (ART.

15 COMMA 3 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001). Inoltre nell’ambito dei compiti e dei

poteri indicati dal giudice, il commissario cura l’adozione e l’efficace attuazione dei modelli di

organizzazione e di controllo idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi. Tutto

quello che è il profitto derivante dalla prosecuzione dell’attività viene confiscato (ART. 15

COMMA 4 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001). Infine, una limitazione è presente nel

COMMA 4, il quale prevede che la prosecuzione dell’attività da parte del commissario non

può essere disposta quando l’interruzione dell’attività consegue all’applicazione in via

definitiva di una sanzione interdittiva. In questo senso, il commissario giudiziale è un istituto

che serve per evitare l’interruzione o la sospensione di un’attività con certe caratteristiche

(pubblico interesse, ricadute sulla occupazione, servizio di pubblica necessità). C’è un

bilanciamento di interesse.

INOSSERVANZA DELLE SANZIONI INTERDITTIVE

L’ ART. 23 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 disciplina l’inosservanza delle sanzioni

interdittive a seconda che il soggetto della sanzione sia una persona fisica o giuridica.

“Chiunque, nello svolgimento dell’attività dell’ente a cui è stata applicata una

COMMA 1 sanzione o una misura cautelare interdittiva trasgredisce agli obblighi o ai divieti

inerenti a tali sanzioni o misure, è punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni.”

“Nel caso di cui al comma 1, nei confronti dell’ente nell’interesse o a vantaggio

COMMA 2 del quale il reato è stato commesso, si applica la sanzione amministrativa

pecuniaria da 200 a 600 quote e la confisca del profitto, a norma dell’articolo

19.”

“Se dal reato di cui al comma 1, l’ente ha tratto un profitto rilevante, si applicano

COMMA 3 le sanzioni interdittive, anche diverse da quelle in precedenza irrogate.“

PUBBLICAZIONE DELLA SENTENZA DI CONDANNA

Si tratta di una sanzione accessoria (applicata a spese dell’ente) che il giudice può disporre

quando viene applicata una sanzione interdittiva. L’ ART. 18 DECRETO LEGISLATIVO

“la sentenza è pubblicata una sola volta, per estratto o per intero, in

231/2001 precisa che

uno o più giornali indicati dal giudice nella sentenza nonché mediante affissione nel comune

ove l’ente ha la sede principale”.

CONFISCA

Essa è disciplinata dall’ART. 19 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 e identifica una

PRODUZIONE AUTOMATICA DELLA SENTENZA DI CONDANNA. All’interno di questo

sistema è stata introdotta anche la CONFISCA PER EQUIVALENTE: essa va a ricadere su dei

beni mobili, di proprietà dell’ente punito, che nulla c’entrano con il reato posto in essere.

“Nei confronti dell’ente è sempre disposta, con la sentenza di

COMMA 1 condanna, la confisca del prezzo o del profitto del reato, salvo che CONFISCA

per la parte che può essere restituita al danneggiato. Sono fatti DIRETTA

salvi i diritti acquisiti dai terzi in buona fede”.

“Quando non è possibile eseguire la confisca a norma del comma

COMMA 2 CONFISCA

1, la stessa può avere ad oggetto somme di denaro, beni o altre PER

utilità di valore equivalente al prezzo o al profitto del reato”. EQUIVALENT

E

I BENI DEVONO APPARTENERE ALL’ENTE. Se vi è stato un risarcimento del danno, la parte

che è stata oggetto di risarcimento deve essere tolta dal profitto confiscabile, perché il

risarcimento del danno si è ritenuto che venga a far parte del profitto. La confisca di cui si

parla è una confisca non riconducibile alle misure di sicurezza, bensì alle pene principali.

Pertanto questa è una SANZIONE PRINCIPALE. La nozione di confisca, di cui all’ART. 19

DECRETO LEGISLATIVO 231/2001, prende in considerazione il prezzo o il profitto del reato.

IL PROFITTO DEVE AVERE NATURA PATRIMONIALE, nel senso che deve essere

oggetto materiale della confisca

 quantificabile e

 quantificato.

Il profitto, inoltre, non deve essere potenziale, bensì fattuale e concreto, oltre che

eziologicamente riconducibile al reato-presupposto. Da tutto questo deve essere sottratto il

profitto ottenuto, anche le spese eventualmente sostenute nell’ambito dell’attività economica

(Per esempio: in un appalto, si andrà a vedere tutte le

che ha portato il compimento del reato.

spese derivanti da attività illecite, non tutto l’appalto. Tutte queste spese devono essere

sottratte al profitto finale).

REITERAZIONE

Essa è disciplinata dall’ ART. 20 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001, il quale dispone che:

“Si ha reiterazione quando l’ente, già condannato in via definitiva almeno una volta per un

illecito dipendente da reato, ne commette un altro nei cinque anni successivi alla condanna

definitiva”.

PLURALITÀ DI ILLECITI

Essa è disciplinata dall’ ART. 21 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001, il quale dispone che:

“Quando l’ente è responsabile in relazione ad una pluralità

COMMA di reati commessi con una unica azione od omissione ovvero

1 commessi nello svolgimento di una medesima attività

(medesima attività all’interno dell’azienda) e prima che per QUESTO COMMA È

uno di essi sia stata pronunciata sentenza anche non RELATIVO ALLE

definitiva, si applica la sanzione pecuniaria prevista per SANZIONI

l’illecito più grave aumentata fino al triplo. Per effetto di PECUNIARIE.

detto aumento, l’ammontare della sanzione pecuniaria non

può comunque essere superiore alla somma delle sanzioni

applicabili per ciascun illecito.”

“Nei casi previsti dal comma 1, quando in relazione a uno o

COMMA QUESTO COMMA È

più degli illeciti ricorrono le condizioni per l’applicazione

2 RELATIVO ANCHE

delle sanzioni interdittive, si applica quella prevista per ALLE SANZIONI

l’illecito più grave.” INTERDITTIVE.

L’articolo in questione è volto a favore dell’ente, prevedendo una sorta di continuazione di

reati e come tale una sanzione minore in corrispondenza del minor disvalore percepito in

seguito alla commissione di più illeciti.

PRESCRIZIONE

Essa ha un regime di natura civilistica. L’ART. 22 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001

afferma che: “Le sanzioni amministrative si prescrivono nel termine di cinque anni dalla data di

COMMA 1 consumazione del reato.”

“Interrompono la prescrizione la richiesta di applicazione di misure cautelari

COMMA 2 interdittive e la contestazione dell’illecito amministrativo (esercizio dell’azione

penale) a norma dell’articolo 59.”

“Per effetto della interruzione inizia un nuovo periodo di prescrizione (5 anni).”

COMMA 3 “Se l’interruzione è avvenuta mediante la contestazione dell’illecito

COMMA 4 amministrativo dipendente da reato, la prescrizione non corre fino al momento in

cui passa in giudicato la sentenza che definisce il giudizio. “

LE VICENDE MODIFICATIVE DELL’ENTE

Le vicende modificative dell’ente prendono in considerazione tre fattori, da cui si desume che

non importa modificare l’oggetto sociale dell’azienda, visto che il giudice emanerà la sentenza

in capo a quello che è rimasto. Tali fattori sono:

“Nel caso di trasformazione dell’ente, resta ferma la

TRASFORMAZI ART. 28

 responsabilità per i reati commessi anteriormente alla data in cui

ONE la trasformazione ha avuto effetto”.

“Nel

SCISSIONE ART. 29 caso di fusione, anche per incorporazione, l’ente che ne

 risulta risponde dei reati dei quali erano responsabili gli enti

partecipanti alla fusione”.

“Nel caso di scissione parziale, resta ferma la

FUSIONE ART. 30 COMMA

 responsabilità dell’ente scisso per i reati commessi

1 anteriormente alla data in cui la scissione ha avuto

effetto, salvo quanto previsto dal comma 3”.

“Gli enti beneficiari della scissione, sia totale che

COMMA parziale, sono solidalmente obbligati al pagamento

2 delle sanzioni pecuniarie dovute dall’ente scisso

per i reati commessi anteriormente alla data dalla

quale la scissione ha avuto effetto.”

Se la fusione o la scissione è avvenuta PRIMA DELLA CONCLUSIONE DEL GIUDIZIO, il

giudice, nella commisurazione della sanzione pecuniaria a norma dell’ART. 11 COMMA 2

DECRETO LEGISLATIVO 231/2001, tiene conto delle condizioni economiche e patrimoniali

dell’ente originariamente responsabile. Inoltre è anche possibile richiedere al giudice la

sostituzione della medesima con la sanzione pecuniaria. Allo stesso modo, nel caso in cui ci

sia la reiterazione del reato è possibile attuare questo meccanismo tra società che sono il

risultato dell’operazione societaria.

CESSIONE DI AZIENDA

L’ART. 33 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 dispone che:

“Nel caso di cessione dell’azienda nella cui attività è stato commesso il reato, il

COMMA 1 cessionario è solidalmente obbligato, salvo il beneficio della preventiva

escussione dell’ente cedente e nei limiti del valore dell’azienda, al pagamento

della sanzione pecuniaria”.

“L’obbligazione del cessionario è limitata alle sanzioni pecuniarie che risultano dai

COMMA 2 libri contabili obbligatori, ovvero dovute per illeciti amministrativi dei quali egli

era comunque a conoscenza.”

“Le disposizioni del presente articolo si applicano anche nel caso di conferimento

COMMA 3 di azienda.”

È evidente che la cessazione di azienda rende responsabile, in solido, il cessionario.

ESTINZIONE DELL’AZIENDA

In riferimento all’estinzione dell’azienda, il DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 non dice nulla

e si intende applicabile la RIFORMA SULLE SOCIETÀ DEL 2003 per cui la liquidazione e la

successiva cancellazione dell’ente dal registro delle imprese portano alla sua estinzione e

quindi anche all’estinzione dell’illecito dipendente da reato e la non applicabilità delle sanzioni

già inflitte. PROCEDIMENTO DI ACCERTAMENTO

DELL’ILLECITO

Il legislatore ha scelto di attuare l’accertamento della responsabilità dell’ente sulla base del

processo penale.

L’ART. 34 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 prevede che per il procedimento relativo agli

illeciti amministrativi dipendenti da reato, si osservano le norme di questo capo nonché, in

quanto compatibili, le disposizioni del C.P.P. e del DECRETO LEGISLATIVO 28 LUGLIO

1989, N. 271.

L’ART. 35 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001, relativo alla ESTENSIONE DELLA

DISCIPLINA RELATIVA ALL’IMPUTATO, prevede che all’ente si applicano le disposizioni

processuali relative all’imputato, in quanto compatibili.

Il DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 si adegua, di volta in volta, alle modifiche che si

profilano. Il primo meccanismo di integrazione è sottoposto a due presupposti:

il primo è quello che riguarda l’omissione di una disciplina specifica.

 Il secondo invece consiste nella compatibilità delle disposizioni richiamate nell’ambito

 del C.P.P. con il sistema tracciato all’interno della LEGGE 231/2001.

Il collegamento che esiste tra questi presupposti è un sistema autonomo, ma non completo.

Ciò significa che l’interprete deve andare a verificare che la disciplina prevista nel DECRETO

LEGISLATIVO 231/2001 sia idonea in concreto: a volte bisogna rifarsi al C.P.P. perché la

disposizione non è esaustiva. Pertanto ci si trova di fronte a:

DISPOSIZIONI SPECIFICHE Procedimento dell’archiviazione, che non passa attraverso il

 meccanismo del vaglio delle indagini preliminari da parte

INTEGRAMENTE del gip e si limita ad effettuare direttamente l’archiviazione

SOSTITUTIVE il P.M.

PREVISIONI SPECIFICHE Misure cautelari interdittive, che seguono le regole del

 C.P.P. ma il giudice, in più, può nominare un commissario

CHE SI AFFIANCANO A giudiziale

QUELLA OMOLOGA

PREVISTA DAL C.P.P. IN

TERMINI DI

ALTERNATIVITÀ

MODIFICA LA PREVISIONE La disciplina dell’udienza preliminare, che la riprende

 interamente, ma viene in parte modifica, sostituendo tutti i

DEL CODICE IN PARTE casi dell’improcedibilità della sanzione amministrativa.

Emerge altresì il PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETÀ, clausola di salvezza che deve essere

interpretata da un punto di vista formale, cioè nel momento in cui si dà attuazione a questa

disciplina si è chiamati ad effettuare una modifica di natura formale, sostituendo il termine

“imputato” con “ente”. Un altro criterio è quello della INCOMPATIBILITÀ STRUTTURALE,

cioè bisogna vedere nel momento in cui si agisce con l’interpretazione se da un punto di vista

strutturale il meccanismo sia idoneo con un imputato non persona fisica (il riferimento è

all’applicazione delle misure cautelari, infatti quelle personali non si possono applicare). Infine

il terzo criterio è la LETTURA DELLE DISPOSIZIONI: essa è di NATURA FUNZIONALE, cioè

prospettiva destinata ad assumere le finalità perseguite dal legislatore. Occorre andare a

vedere cosa il legislatore si è posto come obiettivo quando è andato a disciplinare.

La finalità è quella di avere un meccanismo processuale che tenda ad impedire il protrarsi di

situazioni che siano sì in grado di porre in essere illeciti, ma che una volta che la società si è

ravveduta, il sistema premia queste condotte.

L’ART. 36 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 disciplina le ATTRIBUZIONI DEL GIUDICE

“La competenza a conoscere gli illeciti amministrativi dell’ente appartiene al giudice

PENALE.

penale competente per i reati dai quali gli stessi dipendono. Per il procedimento di

accertamento dell’illecito amministrativo dell’ente si osservano le disposizioni sulla

composizione del tribunale e le disposizioni processuali collegate relative ai reati dai quali

l’illecito amministrativo dipende”.

L’utilizzo del termine “ATTRIBUZIONE” è un concetto diverso da quello visto nel C.P.P.. Infatti

qui è più generico e serve per identificare il GIUDICE COMPETENTE. La regola è quella di

EVITARE SITUAZIONI CONTRASTANTI. Nasce una sorta di rapporto di pregiudizialità di

fatto tra quello che è l’illecito amministravo e l’illecito criminoso. Pregiudizialità che però

viene meno nell’ambito degli ART 37 e 60 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001:

“Non può procedersi alla

ART. L’esempio tipico è la QUERELA, cioè se in

 contestazione di cui all’ART. 59 relazione al reato presupposto viene

37 quando il reato da cui dipende meno la condizione di procedibilità, non si

l’illecito amministrativo dell’ente è procede all’accertamento dell’illecito

estinto per prescrizione”. dell’ente, venuto meno l’interesse in

relazione al perseguire l’illecito reato-

presupposto.

“Non si procede all’accertamento

ART.

 dell’illecito amministrativo dell’ente

60 quando l’azione penale non può

essere iniziata o proseguita nei

confronti dell’autore del reato per la

mancanza di una condizione di

procedibilità”.

Laddove non si fosse deciso questa situazione, il meccanismo che avrebbe in qualche modo

dovuto trovare attuazione, sarebbe stato quello previsto dall’ART. 238 C.P.P.

L’ART. 38 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 disciplina la RIUNIONE E SEPARAZIONE DEI

SIMULTANEUS PROCESSUS

PROCEDIMENTI: è la regola del . Nello stesso processo devono

essere prese in considerazione le stesse fattispecie. Tale regola si fonda su principi che

esaltano la correttezza e completezza dell’accertamento (e non tanto i profili di economia

processuale). Dunque il procedimento per l’illecito amministrativo dell’ente è riunito al

procedimento penale instaurato nei confronti dell’autore del reato da cui l’illecito dipende. Si

procede separatamente per l’illecito amministrativo dell’ente soltanto quando:

a) è stata ordinata la sospensione del procedimento ai sensi dell’ART. 71 C.P.P.

(sospensione del procedimento per incapacità dell’imputato);

b) il procedimento è stato definito con il giudizio abbreviato o con l’applicazione della pena

ai sensi dell’ART. 444 C.P.P., ovvero è stato emesso il decreto penale di condanna;

c) l’osservanza delle disposizioni processuali lo rende necessario.

Le prime due ipotesi sono tassativamente determinate, l’ultima invece è suscettibile di

interpretazione da parte del giudice. Se nei processi per persone fisiche i maxi processi sono

un eccezione, qui sono la regola.

L’ART. 39 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 disciplina la RAPPRESENTANZA DELL’ENTE.

Quando l’ente vuole dare voce alle proprie ragioni deve nominare un RAPPRESENTANTE

LEGALE. Tuttavia, le modalità di rappresentanza dell’ente si pongono a metà via tra

l’imputato e una parte processuale accessoria (l’ente si deve costituire e lo fa con un

meccanismo particolare, cioè come le parti private diverse dall’imputato). Dunque l’unico

imputato che rimane è la persona fisica, perché l’ente, per costituirsi, dovrà nominare una

persona che lo rappresenti e che abbia certe caratteristiche.

L’ente partecipa al procedimento penale con il proprio rappresentante legale, salvo

COMMA che questi sia imputato del reato da cui dipende l’illecito amministrativo.

1 L’ente che intende partecipare al procedimento si costituisce depositando nella

COMMA cancelleria dell’autorità giudiziaria procedente una dichiarazione contenente a pena di

2 inammissibilità:

a) la denominazione dell’ente e le generalità del suo legale rappresentante

b) il nome ed il cognome del difensore e l’indicazione della procura

c) la sottoscrizione del difensore

d) la dichiarazione o l’elezione di domicilio.

Quando non compare il legale rappresentante, l’ente costituito è rappresentato dal

COMMA difensore.

4

Per via della presenza del rappresentante legale, l’unico imputato presente risulta essere

l’imputato del reato-presupposto. Ci si trova di fronte ad una RAPPRESENTANZA LEGALE

VOLONTARIA, cioè l’ente vuole nominare questo rappresentante affinché lo difenda.

L’INCOMPATIBILITÀ ASSOLUTA del rappresentante, che non può essere rimossa, non deve

essere verificata in concreto. Questa incompatibilità, laddove non venga rispettata, determina

l’invalidità di tutti gli atti che sono compiuti dal soggetto che versa in questa situazione.

L’ente, per poter partecipare al processo con un proprio difensore di fiducia, si deve costituire

nel momento in cui ha già ricevuto l’informazione di garanzia. Questo è quanto è affermato

dalla costituzione. L’ART. 39 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 deve essere collegato

“l’ente che non si costituisce nel

all’ART. 41 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001, per il quale

processo è dichiarato contumace”. L’ente che non si costituisce ma nomina il difensore

funziona prima dell’avviso di garanzia; dopo, se non si costituisce, sarà nominato un difensore

d’ufficio, decadendo la nomina del difensore di fiducia. La contumacia però non esiste più.

Dunque si deve fare riferimento all’istituto dell’assenza per eliminare la contumacia.

L’ART. 39 COMMA 4 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 la RAPPRESENTANZA LEGALE

NECESSARIA, e non più volontaria: quando non compare il rappresentante, l’ente costituito è

rappresentato dal difensore d’ufficio.

Dal punto di vista delle NOTIFICAZIONI, si vede la presenza di un sistema misto tra

procedura penale e procedura civile. L’ART. 43 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 afferma

infatti che: “Per la prima notificazione all’ente si osservano le disposizioni dell’ART. 154

COMMA 1 COMMA 3 C.P.P.”.

“Sono comunque valide le notificazioni

COMMA 2 Qui si supera un eventuale conflitto,

eseguite mediante consegna al legale riprendendo i casi in cui il legale

rappresentante, anche se imputato del rappresentante sia imputato nel

reato da cui dipende l’illecito procedimento e dunque incompatibile,

amministrativo”. ma le notificazioni continuano.

Valutazione fatta dalla corte

costituzionale, dicendo che è corretto,

visto la possibilità del conflitto di

interessi che si attua nel difendere se

stessa a discapito dell’ente, il quale per

scagionarsi potrebbe accusare invece

l’ente.

COMMA 3 “Se l’ente ha dichiarato o eletto domicilio nella dichiarazione di cui all’ART. 39 o in

altro atto comunicato all’autorità giudiziaria, le notificazioni sono eseguite ai sensi

dell’ART. 161 C.P.P.”.

COMMA 4 “Se non è possibile eseguire le notificazioni nei modi previsti dai commi precedenti,

l’autorità giudiziaria dispone nuove ricerche. Qualora le ricerche non diano esito

positivo, il giudice, su richiesta del pubblico ministero, sospende il procedimento.”

Nel processo degli enti NON È POSSIBILE COSTITUIRSI PARTE CIVILE. Potrebbe infatti

esserci il rischio di duplicare il risarcimento del danno. La cassazione è arrivata a negare che

sia possibile la costituzione civile perché il danno che si va a richiedere con la costituzione è

un danno che deriva essenzialmente dal reato ed che è un danno diverso da quello che viene

provocato dall’illecito amministrativo; perciò si è ritenuto che la costituzione in parte civile è

possibile solo contro la persona fisica.

LE PROVE

Per quanto riguarda le prove, l’ART. 44 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 disciplina

l’INCOMPATIBILITÀ CON L’UFFICIO DI TESTIMONE. Esso afferma che:

“Non può essere assunta come testimone:

COMMA a) la persona imputata del reato da cui dipende l’illecito amministrativo

1 b) la persona che rappresenta l’ente indicata nella dichiarazione di cui all’ART. 39

COMMA 2, e che rivestiva tale funzione anche al momento della commissione

del reato”.

“Nel caso di incompatibilità la persona che rappresenta l’ente può essere interrogata

COMMA ed esaminata nelle forme, con i limiti e con gli effetti previsti per l’interrogatorio e

2 per l’esame della persona imputata in un procedimento connesso”.

Ciò che viene in gioco sono le PREROGATIVE DELL’IMPUTATO, in particolare il silenzio.

L’incompatibilità non è assoluta, ma verrà meno quando ci sarà una sentenza nei confronti

dell’imputato. Ciò significa che l’imputabilità deve essere collegata all’ART. 12 COMMA 1

LETTERA A) DECRETO LEGISLATIVO 231/2001. L’incompatibilità può essere vinta

attraverso il meccanismo che permette di acquisire le informazioni in un procedimento

connesso. Il regime processuale assegnato al rappresentante legale dell’ente è disciplinato

dall’ART. 44 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 in cui sono sancite le situazioni di

incompatibilità a testimoniare:

sia della persona imputata del reato-presupposto;

 sia della persona che rappresenta l’ente.

Per quanto riguarda l’INCOMPATIBILITÀ A TESTIMONIARE DELL’IMPUTATO DEL REATO

PRESUPPOSTO, si fa riferimento all’esistenza di un interesse dell’imputato in conflitto con

quello dell’ente; ma è anche evidente come la ragione fondamentale è connessa alle

prerogative difensive che spettano all’imputato, in particolare il diritto al silenzio. Dato il

vincolo di pregiudizialità logica tra reato-presupposto e reato dell’ente, c’è sempre il rischio

che l’imputato, dichiarando su fatti relativi all’ente, dichiari anche contro se stesso.

Per quanto riguarda l’INCOMPATIBILITÀ A TESTIMONIARE DEL RAPPRESENTANTE

LEGALE, la ragione giustificatrice discende dalla circostanza che all’ente è riconosciuta la

condizione di imputato nel processo e pertanto la persona fisica che lo rappresentava al

momento della commissione del reato e che continua a rappresentarlo nel processo non può

essere assunta come testimone. La norma richiede congiuntamente le due condizioni; ciò

significa che il rappresentante legale che rivestiva la funzione al momento del reato, ma a cui

sia cessato l’incarico, non è più coperto dalla incompatibilità e quindi assume il ruolo di

testimone. Tuttavia, emerge un limite: la norma impone l’obbligo di testimoniare sulla persona

che è indicata nella dichiarazione di costituzione dell’ente, ma che non rivestiva tale funzione

al momento della commissione del reato. Il che è in contraddizione: il rappresentante legale

«nuovo», che agisce in nome e per conto dell’ente ha quindi il diritto di tacere in quanto

imputato; è anche sorretto dall’obbligo di verità derivante dalla posizione di testimone.

MISURE CAUTELARI

Si tratta di un sistema destinato a disciplinare l’applicazione e le vicende in sede cautelare

delle SANZIONI INTERDITTIVE E REALI. Innanzitutto, il procedimento cautelare contempla

due caratteristiche: udienza e contraddittorio, entrambi previsti come necessari e preventivi

rispetto alla decisione.

Per quanto riguarda l’UDIENZA CAMERALE, si presentano due situazioni:

 A. se la richiesta cautelare del P.M. è avanzata nel corso di una udienza già instaurata,

si seguono le forme e le regole di tale udienza (preliminare e giudizio) per la

decisione del giudice.

B. Se invece la richiesta del P.M. si ha fuori udienza, il giudice fissa una apposita

ad hoc

udienza per la sola questione cautelare ed è espressamente previsto che

tale udienza sia svolta nelle forme del modello camerale EX ART. 127 C.P.P.

La partecipazione del P.M., dell’ente e del suo difensore è quindi facoltativa; ma al

rappresentante legale dell’ente e al suo difensore è garantito il diritto di conoscere il

contenuto e gli elementi addottati a sostegno della richiesta cautelare. Tuttavia la scelta

per l’udienza camerale pone dei problemi in relazione al caso di legittimo impedimento

dell’ente o del difensore a comparire all’udienza, che comprime il loro stesso diritto a

partecipare all’udienza. Questo perché l’ART. 127 C.P.P. prevede che il diritto al rinvio si

ha solo se il legittimo impedimento riguardi l’ente che abbia chiesto di essere sentito

personalmente; mentre per il difensore l’orientamento della giurisprudenza afferma che

il suo legittimo impedimento non può comportare il rinvio dell’udienza camerale.

Per quanto riguarda invece il CONTRADDITTORIO PREVENTITO, la decisione sulla

 richiesta di applicazione della misura cautelare si ha nell’ambito di una udienza che

contempla l’intervento difensivo dell’ente. Per questo la procedura cautelare del sistema,

contro l’ente, prevede in sostanza un contraddittorio preventivo con il destinatario della

cautela, diversamente da quanto previsto per l’imputato persona fisica (il cui

interrogatorio è obbligatorio solo successivamente all’adozione della misura). La ragione

giustificativa di questa scelta risiede nella stessa funzione assegnata al contradditorio

preventivo: oltre a favorire la presa in considerazione di ipotesi alternative, l’intervento

difensivo dell’ente serve a fornire al giudice informazioni aggiuntive ed estranee alla sua

conoscenza. Dato che il contraddittorio preventivo tutela pienamente le esigenze

difensive dell’ente, questo di fatto sostituisce il c.d. INTERROGATORIO DI GARANZIA (il

quale avviene successivamente all’applicazione della misura).

CRITERI DI SCELTA

All’esito dell’udienza, il giudice decide con ORDINANZA sia in caso di rigetto che di

accoglimento e applicazione della misura cautelare. La scelta della misura da applicare nel

caso concreto si rifà ai tradizionali criteri guida:

ADEGUATEZZA Il giudice deve scegliere la misura funzionalmente idonea ad evitare il

 pericolo di reiterazione dell’illecito

PROPORZIONA Proporzionalità tra entità del fatto e sanzione applicata. Non può essere

 applicata una sanzione cautelare più grave di quella che sarà decisa in

LITÀ esito di giudizio.

GRADUALITÀ Si può ricorrere all’interdizione più grave solo dopo aver appurato

 l’inadeguatezza delle altre.

Per le misure interdittive (diversamente dalle sanzioni) si prevede che non possano essere

applicate in maniera congiunta (per l’esigenza che le interdizioni cautelari siano contenute

alla stretta necessità).

1. LE MISURE CAUTELARI INTERDITTIVE

Esse devono essere parametrate al tipo di reato compiuto. L’ART. 46 DECRETO

“nel disporre le misure cautelari, il giudice tiene conto

LEGISLATIVO 231/2001 afferma che

della SPECIFICA IDONEITÀ di ciascuna in relazione alla natura e al grado delle esigenze

cautelari da soddisfare nel caso concreto”.

Le misure interdittive, disciplinate dall’ART. 9 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001, sono:

l’interdizione dall’esercizio dell’attività;

a) sospensione o la revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla

b) la

commissione dell’illecito;

divieto di contrattare con la pubblica amministrazione

c) il , salvo che per ottenere le

prestazioni di un pubblico servizio;

l’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l’eventuale revoca di

d) quelli già concessi;

divieto di pubblicizzare beni o servizi

e) il .

In alternativa, il giudice può nominare un COMMISSARIO per la durata della misura che

sarebbe stata applicata. L’adozione di queste misure sarà possibile solo nei confronti di reati

per i quali sia prevista la corrispondente misura interdittiva. Tuttavia, si tratta di

provvedimenti che rischiano di avere una natura definitiva, se applicati.

CONDIZIONI DI APPLICABILITÀ

L’ART. 45 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 prevede l’applicazione delle misure cautelari

“quando sussistono GRAVI INDIZI”, ossia la presenza di alcuni elementi che facciano ritenere

la sussistenza della responsabilità dell’ente per un illecito amministrativo dipendente da reato.

Si tratta di situazioni che devono essere verificate in concreto, laddove vi sia uno dei requisiti

di cui all’ART. 13 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001, relativo proprio alle SANZIONI

INTERDITTIVE:

a) l’ente ha tratto dal reato un profitto di rilevante entità e il reato è stato commesso da

soggetti in posizione apicale ovvero da soggetti sottoposti all’altrui direzione quando, in

questo caso, la commissione del reato è stata determinata o agevolata da gravi carenze

organizzative;

b) in caso di reiterazione degli illeciti. PERICOLO

La sussistenza della responsabilità dell’ente deve essere accompagnata altresì dal

CONCRETO , desumibile da fondati e specifici elementi. Una volta accertata la presenza di tali

condizioni, il giudice può adottare una misura cautelare interdittiva, su richiesta del P.M.,

dovendo tenere conto della specifica idoneità di ciascuna in relazione alla natura e al grado

delle esigenze cautelari da soddisfare nel caso concreto. Ogni misura cautelare deve essere

proporzionata all’entità del fatto e alla sanzione che si ritiene possa essere applicata all’ente.

PRINCIPIO DELLA DOMANDA

L’applicazione della misura cautelare è richiesta dal P.M. al giudice delle indagini preliminari. Il

proponimento della domanda confluisce poi nell’esperimento del CONTRADDITTORIO, che è

definito ANTICIPATO: se nei confronti della persona è previsto un contraddittorio posticipato

(riesame) appunto per il rischio che la persona scappi, nei confronti della società tale rischio

non esiste. Qualora ci sia l’applicazione di una misura interdittiva, la società se si trova privata

di agire e poi risulta che non aveva commesso il fatto, potrebbe succedere che vi erano stati

risvolti negativi sull’impiego all’interno della società, oppure la chiusura della stessa società.

Dunque ecco spiegato il motivo del contraddittorio anticipato.

L’ordinanza che dispone l’applicazione di una misura cautelare è NOTIFICATA all’ente a cura

del P.M..

VICENDE EVOLUTIVE

Tra le vicende evolutive attinenti le misure di interdizione, il decreto legislativo prevede la

REVOCA, SOSTITUZIONE, PERENZIONE SOSPENSIONE.

la la e la

SOSPENSIONE

 Le misure cautelari possono essere SOSPESE se l’ente chiede di poter realizzare gli

adempimenti cui la legge condiziona l’esclusione di sanzioni interdittive a norma

dell’ART. 17 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 (laddove quindi ponga in essere le

condotte riparatorie). In tal caso, il giudice, sentito il P.M., se ritiene di accogliere la

richiesta, determina una somma di denaro a titolo di cauzione, dispone la sospensione

della misura e indica il termine per la realizzazione delle condotte riparatorie di cui al

medesimo ART. 17. Le condotte delineate dall’ART. 17 sono:

risarcito integralmente il danno

a) l’ente ha e ha eliminato le conseguenze dannose o

pericolose del reato ovvero si è comunque efficacemente adoperato in tal senso;

eliminato le carenze organizzative

b) l’ente ha che hanno determinato il reato

mediante l’adozione e l’attuazione di modelli organizzativi idonei a prevenire reati

della specie di quello verificatosi;

messo a disposizione il profitto

c) l’ente ha conseguito ai fini della confisca.

REVOCA

 Le misure cautelari sono REVOCATE, anche d’ufficio, quando risultano mancanti, anche

per fatti sopravvenuti, le condizioni di applicabilità previste dall’ART. 45 ovvero quando

ricorrono le ipotesi previste dall’ART. 17.

SOSPENSIONE

 Quando le esigenze cautelari risultano attenuate ovvero la misura applicata non appare

più proporzionata all’entità del fatto o alla sanzione che si ritiene possa essere applicata

in via definitiva, il giudice, su richiesta del P.M. o dell’ente, SOSTITUISCE la misura con

un’altra meno grave ovvero ne dispone l’applicazione con modalità meno gravose, anche

stabilendo una minore durata.

PEREZIONE

 Essa è prevista in ragione del decorso dei termini massimi di durata, provocando

l’estinzione in via automatica. Oltre alla perenzione, la PRONUNCIA DI DETERMINATE

SENTENZE provoca l’estinzione in via automatica della misura cautelare, come la

sentenza di cessazione della misura derivante dalla pronuncia, la sentenza di esclusione

della responsabilità e la sentenza di non doversi procedere per prescrizione della

sanzione amministrativa o del reato dal quale dipende l’illecito contestato all’ente.

DURATA

Nel disporre le misure cautelari, con ordinanza, dopo aver sentito le parti in contraddittorio, il

giudice ne determina la DURATA, che non può superare la metà del termine massimo indicato

dall’ART. 13 COMMA 2 (2 ANNI). Dopo la sentenza di condanna di primo grado, la durata

della misura cautelare può avere la stessa durata della corrispondente sanzione applicata con

2

3

la medesima sentenza. In ogni caso, la durata della misura cautelare non può superare i

del termine massimo. Il termine di durata delle misure cautelari decorre dalla data della

notifica dell’ordinanza. La durata delle misure cautelari è computata nella durata delle

sanzioni applicate in via definitiva.

APPELLO

È naturale che non ci sia un riesame (per il motivo della presenza del contraddittorio

anticipato), ma ci può essere l’APPELLO. Il P.M. e l’ente, per mezzo del suo difensore,

APPELLO CONTRO TUTTI I PROVVEDIMENTI IN MATERIA DI MISURE

possono proporre

CAUTELARI, indicandone contestualmente i motivi. Ciò significa che sarà possibile

amministrare un controllo su tutte le ordinanze del giudice che applicano, sospendono,

revocano, sostituiscono o dichiarano la cessazione delle misure, nonché rigettano la richiesta

di adozione avanzata dal P.M., e di revoca o sostituzione eventualmente proposta dall’ente o

per saltum.

dal rappresentante dell’accusa. Non è però possibile il ricorso Quanto al ricorso

per Cassazione, è esclusa la possibilità di un ricorso diretto in Cassazione. È controllo di

legittimità ma delimitato alle sole violazioni di legge.

2. LE MISURE CAUTELARI REALI

Le misure cautelari reali sono:

SEQUESTRO PREVENTIVO

 SEQUESTRO CONSERVATIVO .

A. SEQUESTRO PREVENTIVO

Esso HA AD OGGETTO LE COSE DI CUI È CONSENTITA LA CONFISCA, a norma

dell’ART. 19. Il DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 non prevede espressamente i

presupposti per l’applicazione del sequestro, così la giurisprudenza ritiene applicabili

quelli previsti dall’ART. 321 C.P.P. per l’omologa cautela reale. Pertanto, i GRAVI INDIZI

consistono nella configurabilità, sul piano astratto, dell’illecito contestato all’ente; il

PERICOLO CONCRETO si ha quando la cosa in sé oggetto di sequestro contenga il

requisito della pericolosità, senza che si effettuano altri accertamenti. Perché sia

applicabile il sequestro preventivo occorre che siano integrate le MEDESIME

CONDIZIONI PREVISTE PER LA CONFISCA, ossia deve sussistere

a) L’ELEVATA PROBABILITÀ DELLA CONDANNA DELL’ENTE e della conseguente

APPLICAZIONE DELLA SANZIONE, oltre che la presenza del prezzo o del profitto

del reato;

b) in relazione al pericolo concreto, invece, si ritiene che il giudice debba valutare che

ricorra il rischio della DISSIPAZIONE DEL PROFITTO DEL REATO.

B. SEQUESTRO CONSERVATIVO

Esso È FINALIZZATO AD EVITARE IL REALIZZARSI DI REATI DELLA STESSA

SPECIE. Come requisiti per l’applicazione della misura cautelare reale si richiedono

GRAVI L’elevata probabilità che l’ente sia responsabile dell’illecito

 INDIZI

PERICOLO Fondate ragioni di ritenere che manchino le garanzie di quanto

 dovuto allo Stato

CONCRETO

Il sequestro conservativo è richiesto quando vi è FONDATA RAGIONE DI RITENERE

CHE MANCHINO O SI DISPERDANO LE GARANZIE PER IL PAGAMENTO della

sanzione pecuniaria, delle spese del procedimento e di ogni altra somma dovuta

all’erario dello Stato. Il P.M., in ogni stato e grado del processo di merito, chiede il

sequestro conservativo dei beni mobili e immobili dell’ente o delle somme o cose allo

stesso dovute.

Modalità particolari assistono il sequestro quando abbia ad oggetto SOCIETÀ, AZIENDE

ovvero BENI, compresi TITOLI, QUOTE AZIONARIE o LIQUIDITÀ anche in deposito. In tal

caso, il custode amministratore giudiziario ne consente l’utilizzo e la gestione agli organi

societari al fine esclusivo di garantire la continuità e lo sviluppo aziendale, esercitando i poteri

di vigilanza e riferendo all’autorità giudiziaria.

Quanto alle IMPUGNAZIONI, si ha il RIESAME, l’APPELLO e il RICORSO PER CASSAZIONE.

L’impugnazione non ha effetto sospensivo e nemmeno si esige che sia motivata. In tal caso, a

differenza delle cautelari interdittive, non si ha il preventivo contraddittorio con l’ente.

Per il RIESAME si ha un rinvio all’ART. 322 C.P.P.; per cui è esperibile contro il decreto di

sequestro ammesso dal giudice. L’APPELLO è esperibile in via residuale nei casi in cui non è

ammesso riesame (quindi per ordinanze che respingono la richiesta di sequestro del pubblico

ministero quelle di revoca o di rigetto di richiesta di revoca della misura).

INDAGINI PRELIMINARI E UDIENZA

PRELIMINARE

INDAGINI PRELIMINARI

Le INDAGINI PRELIMINARI si rifanno sulla disciplina del rito ordinario. Il DECRETO

LEGISLATIVO 231/2001, quindi, disciplina 4 previsioni:

ART. 55 ANNOTAZIONE Il P.M., che ha acquisito la notizia dell’illecito

amministrativo dipendente da reato, ha l’onere di

ILLECITO ANNOTARE IMMEDIATAMENTE nel registro di cui

AMMINISTRATIVO all’ART. 335 C.P.P. gli elementi identificativi dell’ente,

e se possibile, le generalità del suo rappresentante

legale, nonché il reato dal quale dipende l’illecito.

ART. 56 I TERMINI DI DURATA Il TERMINE per l’accertamento dell’illecito

amministrativo a carico dell’ente decorre dalla

annotazione prevista dall’ART. 55. Il legale

rappresentante dell’ente può chiedere in qualunque

momento se avverso l’ente esista una qualche

annotazione di svolgimento delle indagini preliminari

a carico dell’ente.

ART. 57 INFORMAZIONE DI L’INFORMAZIONE DI GARANZIA inviata all’ente

GARANZIA deve contenere l’invito a dichiarare ovvero eleggere

domicilio per le notificazioni nonché l’avvertimento

che per partecipare al procedimento deve depositare

la dichiarazione.

ART. 58 ARCHIVIAZIONE Al termine delle indagini preliminari, il P.M. che decida

di non procedere alla contestazione dell’illecito

amministrativo, dispone direttamente, con decreto

motivato, l’ARCHIVIAZIONE degli atti, dandone

comunicazione al procuratore generale presso la

Corte d’appello. Quest’ultimo, non convinto

dell’opzione archiviativa, può svolgere ulteriori

accertamenti e, ravvisandone l’opportunità, contesta

all’ente la violazione amministrativa, entro 6 mesi

dalla comunicazione.

L’archiviazione dunque non segue il percorso del rito ordinario (nel quale il P.M. chiede, il

giudice delle indagini preliminari indica i presupposti e poi decide). Infatti qui il P.M. decide

egli stesso sull’archiviazione e può emettere di conseguenza decreto motivato di

archiviazione. Questo perché non c’è il controllo del giudice preliminare, ma solo un controllo

del procuratore generale della corte d’appello. C’è solo un controllo interno e non di un terzo.

In ogni caso, il P.M. deve disporre l’archiviazione in caso di INFONDATEZZA DEL REATO o

NEGLI ALTRI CASI DI CUI ALL’ART 411 C.P.P., cioè quando:

a) manca una condizione di procedibilità,

b) il reato è estinto,

c) il fatto non è previsto dalla legge come reato.

È prevista altresì l’archiviazione per particolare tenuità del fatto.

Quando non dispone l’archiviazione, il P.M. CONTESTA all’ente l’illecito amministrativo

dipendente dal reato. Le modalità di contestazione sono uguali a quelle del rito ordinario. La

CONTESTAZIONE può avvenire tramite:

richiesta di rinvio a giudizio,

 richiesta di applicazione della sanzione;

 richiesta di giudizio immediato;

 richiesta di emissione del decreto penale di condanna;

 presentazione dell’ente steso a giudizio direttissimo.

La CONTESTAZIONE contiene gli elementi identificativi dell’ente, l’enunciazione, in forma

chiara e precisa, del fatto che può comportare l’applicazione delle sanzioni amministrative,

con l’indicazione del reato da cui l’illecito dipende e dei relativi articoli di legge e delle fonti di

prova.

NON PUÒ PROCEDERSI ALLA CONTESTAZIONE QUANDO IL REATO DA CUI DIPENDE

L’ILLECITO AMMINISTRATIVO DELL’ENTE È ESTINTO PER PRESCRIZIONE.

Non si fa riferimento all’avviso all’indagato della conclusione delle indagini preliminari previsto

TEMPORALE

dall’ART. 415 BIS C.P.P. .Tuttavia, è possibile individuare due profili: uno e l’altro

STRUTTURALE.

Il primo riguarda il fatto che il P.M. è tenuto a procedere alla contestazione entro

 determinati termini, decadendo dal diritto di compiere tale attività laddove il reato dal

quale dipende l’illecito amministrativo risulti estinto per prescrizione.

Il secondo invece gioca sul fatto che nel caso in cui il procedimento per l’accertamento

 dell’illecito amministrativo venga separato dal processo a carico dell’autore del reato-

presupposto, bisognerebbe garantire un’adeguata difesa anche alla persona giuridica e il

pieno esercizio del diritto alla prova.

UDIENZA PRELIMINARE

L’UDIENZA PRELIMINARE è parametrata sull’ACCERTAMENTO DELL’ILLECITO

AMMINISTRATIVO. L’ART. 61 DECRETO LEGISLATIVO 231/2001 non prevede norme

specifiche a disciplinare tale fase del processo; dunque, si presume che l’udienza preliminare

sia improntata sulle norme ordinarie del C.P.P., con il limite della compatibilità.

La RICHIESTA DI RINVIO A GIUDIZIO, contenente la contestazione dell’illecito a carico della

persona fisica e a carico della persona giuridica, nei confronti dell’ente, sarà depositata dal

P.M. nella cancelleria del giudice dell’udienza preliminare insieme al fascicolo delle indagini

espletate se non siano state separate. Una volta ricevuta la richiesta di rinvio a giudizio, il

giudice entro 5 giorni fissa con DECRETO l’udienza preliminare. Il decreto deve essere

notificato all’ente e al difensore almeno 10 giorni prima dell’udienza insieme all’avvertimento

che in caso di mancata costituzione si procederà in contumacia.

La COSTITUZIONE avviene attraverso il deposito nella cancelleria del giudice o in udienza

dell’atto di costituzione e della procura conferita al difensore. La mancata comparizione del

rappresentante legale non comporta contumacia, ma solamente che la rappresentanza sarà

assunta dal difensore (di fiducia o d’ufficio che sia).

Quanto riguarda la DISCUSSIONE, vedono ingresso al processo delle società le disposizioni

del C.P.P.:

ART. 421 DISCUSSIONE

ART. 421 BIS ORDINANZA PER L’INTEGRAZIONE DELLE INDAGINI

ART. 422 ATTIVITÀ DI INTEGRAZIONE PROBATORIA DA PARTE DEL GIUDICE

La DECISIONE, per quanto riguarda gli esiti dell’udienza preliminare, ha caratteristiche

particolari: la SENTENZA DI NON LUOGO A PROCEDERE si avrà nei casi di

improcedibilità estinzione,

o ovvero

 quando l’illecito extrapenale stesso non sussiste o

 elementi acquisiti risultano insufficienti, contraddittori non idonei a

gli o comunque

 sostenere in giudizio la responsabilità dell’ente ,

amnistia;

quando sia stata concessa

 Con la sentenza di non luogo a procedere si

fanno dunque valere:

OSTACOLI PROCEDURALI

gli insorti nel

 processo e

INIDONEITÀ PROBATORIA

la degli

 elementi conoscitivi prospettati dal PM.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Il programma:
societas delinquere (et puniri) potest;
le fonti;
principi generali;
i reati-presupposto;
la responsabilità dell'ente.
I criteri d'imputazione.
Il gruppo di imprese;
l'autonomia della responsabilità dell'ente;
l'esimente: il mog per i reati degli "apicali";
l'o.d.v.;
l'elusione
fraudolenta del modello;
reati dei dipendenti e mog;
l'apparato sanzionatorio;
vicende modificative dell'ente.
Il procedimento di accertamento dell'illecito;
i soggetti, la giurisdizione e la competenza;
incompatibilità a testimoniare e regime del rappresentante legale;
le misure cautelari interdittive e reali;
indagini e udienza preliminare;
i procedimenti speciali;
il giudizio;
le impugnazioni;
l'esecuzione;
le deroghe per banche, intermediari
finanziari e assicurazioni;
profili del procedimento per gli abusi di mercato.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze giuridiche dell'impresa e della pubblica amministrazione
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Vanessina18 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Modelli alternativi al sistema processuale penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Modena e Reggio Emilia - Unimore o del prof Garuti Giulio.

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