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Elasticità della domanda Ep =( P/Q ) ( )

Q/P

Quando la domanda è anelastica (Ep minore di 1 in valore assoluto) la quantità domandata è relativamente poco

reattiva alle variazioni del prezzo. Quando la domanda è elastica (Ep è maggiore di 1 in valore assoluto), la spesa

complessiva sul prodotto diminuisce all’aumentare del prezzo. Quando l’elasticità della domanda rispetto al

prezzo è costante lungo tutta la curva di domanda, si dice che la curva è isoelastica.

domanda Se il prezzo aumenta la spesa Se il prezzo diminuisce la spesa

inelastica aumenta diminuisce

elasticità unitaria rimane uguale rimane uguale

elastica diminuisce aumenta

Il surplus del consumatore I consumatori acquistano beni perché

l’acquisto aumenta il loro benessere. Il

surplus del consumatore è la misura di

quanto gli individui, nell’insieme, aumentino

il loro benessere grazie al consumo di beni

acquistati sul mercato. Il surplus del

singolo consumatore è la differenza tra la

somma massima che il consumatore

sarebbe disposto a pagare per un

determinato bene e la somma che

effettivamente paga. Supponiamo per

esempio che uno studente sia disposto a

spendere 13€ per il biglietto di un

concerto, ma che il biglietto costi

solamente 12€, la differenza di 1€ è il

surplus. Il surplus del consumatore può

essere calcolato facilmente conoscendo la curva di domanda. Nel grafico e nella figura e nel decidere quanti

biglietti acquistare, il consumatore potrebbe

ragionare in questo modo: il primo biglietto costa

14€ ma vale 20€. Questa valutazione si ottiene

utilizzando la curva di domanda per individuare la

somma massima che il consumatore sarebbe

disposto a pagare per ciascun biglietto

aggiuntivo (€20 è il massimo che pagherebbe per

il primo biglietto). Il primo biglietto viene

acquistato perché genera 6 euro di surplus, al di

là del suo costo. Anche il secondo biglietto vale

l’acquisto, perché genera un surplus di 5, e cosi

via fino al settimo biglietto di cui il consumatore

è indifferente all’acquisto perché non genera

surplus. Nella figura il surplus del consumatore

20

si determina sommando i valori in eccesso, o surplus, per tutte le unità acquistate. In questo caso quindi è

6+5+4+3+2+1 = 21€.

Per calcolare il surplus aggregato dei consumatori di un mercato è sufficiente individuare l’area al di sotto della

curva di domanda di mercato e al di sopra della retta del prezzo. Qui è dato dal triangolo ombreggiato ed è

uguale a ½ x (20- 14) x 6500 = €19500. Capitolo 6: produzione

Passiamo ora al lato dell’offerta, per esaminare il comportamento dei produttori. Vedremo come le imprese

possano produrre in modo efficiente e come i costi di produzione dipendano sia dai prezzi dei fattori produttivi

sia dal livello di produzione. In questo capitolo viene esposta la teoria dell’impresa che rende conto di come le

decisioni di produzione delle imprese tendono a minimizzare i costi e descrive il modo in cui i costi sostenuti da

un’impresa dipendono dal livello di produzione.

Le decisioni di produzione delle imprese:

1. Tecnologia di produzione: occorre un metodo pratico per descrivere il modo in cui i fattori di produzione

(come lavoro, capitale e materie prime) vengono trasformati in prodotti (come automobili o televisori).

L’impresa può raggiungere un determinato livello di produzione utilizzando diverse combinazioni dei

fattori produttivi.

2. Vincoli di costo: le imprese devono tenere conto dei prezzi del lavoro, del capitale e degli altri fattori

produttivi. Si preferisce minimizzare il costo complessivo della produzione, il quale è determinato in

parte dai prezzi dei fattori produttivi utilizzati.

3. Scelta dei fattori produttivi (o input): data una tecnologia di produzione e dati i prezzi di lavoro,

capitale e altri fattori, l’impresa deve scegliere le quantità di ciascun fattore (o input) da utilizzare per

la produzione.

Questi tre elementi costituiscono le basi della teoria dell’impresa. Inizieremo mostrando come la tecnologia di

produzione di un’impresa possa essere rappresentata attraverso una funzione di produzione, una descrizione

sintetica del modo in cui i fattori produttivi (input) vengono trasformati in prodotti (output). Utilizzeremo poi la

funzione di produzione per mostrare il modo in cui la produzione dell’impresa varia quando uno dei fattori

produttivi (il lavoro) è variabile e gli altri fattori sono costanti.

Tecnologia di produzione

Nel processo di produzione, l’impresa trasforma i fattori produttivi in prodotti. Un fattore produttivo è

qualsiasi cosa l’impresa debba utilizzare nel processo di produzione. I fattori produttivi possono essere suddivisi

nelle ampie categorie di lavoro, materie prime e capitale, che a loro volta possono suddividersi in sottocategorie

più specifiche.

Funzione di produzione indica la quantità massima di prodotto q che l’impresa può ottenere data una

particolare combinazione di fattori produttivi. Sebbene le imprese utilizzino una grande varietà di fattori

produttivi, semplificheremo l’analisi prendendone in considerazione solo due. Il lavoro (L) e il capitale (K). La

funzione di produzione è una funzione che associa a ogni combinazione dei fattori produttivi (input) il massimo

livello di produzione (output) che l’impresa può ottenere e può essere scritta: 21

q = F(K,L)

Sia i fattori di produzione sia i prodotti sono flussi. Le funzioni di produzione descrivono ciò che è tecnicamente

possibile quando l’impresa lavora in modo efficiente, ovvero quando utilizza ogni combinazione di fattori nel modo

più proficuo possibile.

Breve e lungo periodo il breve periodo è un arco di tempo nel corso del quale le quantità di uno o di più

fattori di produzione non possono essere modificate. Quindi nel breve periodo almeno uno dei fattori produttivi

è invariante; tale fattore è detto fattore di produzione fisso. Il lungo periodo è un arco di tempo di durata

sufficiente a far si che tutti i fattori produttivi siano variabili.

Produzione con un unico fattore variabile: il lavoro

Per decidere quale quantità acquistare di un particolare fattore produttivo, un’impresa deve confrontare il

beneficio e il costo dell’acquisto. A volte è utile valutare costi e benefici in termini incrementali, ovvero

considerando la quantità aggiuntiva di prodotto ottenibile impiegando un’unità in più di un determinato fattore.

In altre situazioni è utile affrontare il confronto in termini di media, valutando il risultato di un cospicuo

incremento di un fattore. Quando il capitale è fisso mentre il lavoro è variabile, l’unico modo per incrementare la

produzione consiste nell’incrementare la quantità di lavoro.

Quantità di lavoro Quantità di Produzione totale Prodotto medio Prodotto marginale

(L) capitale (K) (q) (q/L) (q/L)

0 10 0 - -

1 10 10 10 10

2 10 30 15 20

3 10 60 20 30

4 10 80 20 20

5 10 95 19 15

6 10 108 18 13

7 10 112 16 4

8 10 112 14 0

9 10 108 12 -4

10 10 100 10 -8 22

Quando la quantità di lavoro è zero, è nulla anche la produzione. La produzione aumenta all’aumentare del lavoro

fino a 8 unità; oltre a questo livello diminuisce.

Prodotto medio e prodotto marginale il

contributo del lavoro alla produzione può essere

descritto sia in termini di media sia in termini

marginali (ovvero incrementali). La quarta

colonna della tabella indica il prodotto medio

del lavoro (PM ), ovvero la quantità prodotta

L

per unità di lavoro impiegata. Misura la

produttività della forza lavoro dell’impresa in

termini di quantità prodotta in media da ciascun

lavoratore. La quinta colonna indica il prodotto

marginale del lavoro (P’ ) ovvero la quantità

L

aggiuntiva prodotta grazie all’incremento di 1

unità del fattore lavoro. Può essere espresso

come la variazione della produzione

q/L: q

determinata da un incremento unitario del

fattore lavoro L.

Inclinazione della curva prodotto nella

figura sono rappresentate le informazioni

contenute nella tabella. Mostra che

all’aumentare del lavoro la produzione aumenta

fino a raggiungere il livello massimo di 112 unità;

oltre a questo punto, diminuisce. La porzione

decrescente della curva del prodotto totale è

tratteggiata per indicare che l’impiego di più di

8 lavoratori non è economicamente razionale. In 6.1b sono tracciate le curve del prodotto medio e del prodotto

marginale. Si noti che il prodotto marginale è positivo fino a quando la produzione è crescente, diventa negativo

quando la produzione è decrescente. La curva del prodotto medio e quella del prodotto marginale sono

strettamente collegate. Quando il prodotto marginale è superiore al prodotto medio, il prodotto medio è

crescente. Quando il prodotto marginale è inferiore al prodotto medio, il prodotto medio è decrescente. Il

prodotto marginale è uguale al prodotto medio quando quest’ultimo è massimo.

La curva del prodotto medio del lavoro il

prodotto medio del lavoro è dato

dall’inclinazione della retta passante per

l’origine e per il punto considerato sulla curva

del prodotto totale.

La curva del prodotto marginale del lavoro 

il prodotto marginale del lavoro in un punto è

dato dall’inclinazione della curva del prodotto

totale nel medesimo punto.

La legge dei rendimenti marginali decrescenti

il fatto che il prodotto marginale del lavoro

 23

sia decrescente è comune alla maggior parte dei processi di produzione. Secondo la legge dei rendimenti

marginali decrescenti, incrementando la quantità di un fattore (a parità di altri fattori) si raggiunge un punto in

cui gli incrementi della produzione diminuiscono. La legge dei rendimenti marginali decrescenti vale di solito nel

breve periodo, quando almeno uno dei fattori è fisso, ma può valere anche nel lungo periodo. Nella nostra analisi

della produzione abbiamo ipotizzato che tutti i fattori produttivi legati al lavoro siano di uguale qualità; la

diminuzione dei rendimenti marginali dipende dalle limitazioni nell’utilizzo di altri fattori fissi (per esempio i

macchinari) non dalla diminuzione della qualità dei lavoratori. La legge dei rendimenti marginali decrescenti vale

per una data tecnologia di produzione. La figura illustra questo concetto: inizialmente la curva del prodotto P ,

1

poi però il miglioramento della tecnologia può consentire alla curva di spostarsi verso l’alto, prima in P , e

2

successivamente in P . Supponiamo per esempio che nel tempo, mentre la quantità del lavoro impiegato nella

3

produzione agricola aumenta, vengano introdotte innovazioni tecnologiche quali sementi geneticamente

modificate e resistenti ai parassiti. Risultato di ciò è che la produzione passa da A (6 unità di lavoro) a B (7 unità

di lavoro) a C (8 unità di lavoro). Nel passaggio da A a B a C, l’aumento del fattore lavoro è accompagnato da un

aumento della produzione; ciò sembra indicare che i rendimenti marginali non siano decrescenti, quando invece lo

sono.

Produttività e tenore di vita esiste un semplice nesso tra la produttività del lavoro e il tenore di vita.

Sappiamo che una delle più importanti fonti di crescita della produttività del lavoro è la crescita dello stock di

capitale, ovvero del capitale disponibile e utilizzabile per la produzione. Dato che un aumento del capitale

significa più macchine e di migliore qualità, ogni lavoratore può produrre di più e per ogni ora lavorata. Un’altra

importante fonte di crescita della produttività del lavoro è l’innovazione tecnologica, ovvero lo sviluppo di nuove

tecnologie che consentano di utilizzare in modo più efficiente il lavoro.

Produzione con due fattori variabili

Passiamo ora al lungo periodo, nel quale entrambi i fattori sono variabili. L’impresa può ora realizzare il proprio

prodotto in una varietà di modi, combinando quantità diverse di lavoro e di capitale.

Isoquanti fattore lavoro (1,2,3,4,5)

Fattore capitale 1 2 3 4 5

1 20 40 55 65 75

2 40 60 75 85 90

3 55 75 90 100 105

4 65 85 100 110 115

5 75 90 105 115 120

I livelli del fattore lavoro sono indicati nella prima riga,

quelli del fattore capitale nella prima colonna a sinistra.

In ogni casella della tabella è indicato il livello di

produzione massimo ottenibile attualmente (in condizioni

di efficienza tecnica) con le quantità di lavoro e di

capitale corrispondenti. Leggendo riga per riga si nota

che il livello di produzione cresce al crescere del fattore

lavoro, a parità di capitale. Leggendo colonna per colonna

si vede che il livello di produzione cresce anche al

24

crescere del fattore capitale, a parità di lavoro. Le informazioni della tabella possono essere rappresentate

graficamente ricorrendo agli isoquanti. Un isoquanto è una curva formata da tutte le possibili combinazioni di

fattori che consentono un determinato livello di produzione. Gli isoquanti di produzione sono formati dalle

combinazioni di fattori necessarie all’impresa per conseguire un determinato livello di produzione. Un insieme di

isoquanti, o mappa si isoquanti, descrive la funzione di produzione dell’impresa. La produzione aumenta quando si

passa dall’isoquanto q , all’isoquanto q e all’isoquanto q .

1 2 3

Flessibilità dei fattori gli isoquanti descrivono la flessibilità di cui le imprese godono nel prendere le

decisioni di produzione.

Rendimenti marginali decrescenti la figura sopra ha mostrato sia i rendimenti marginali decrescenti del

lavoro e sia del capitale. Possiamo renderci conto dei rendimenti marginali del lavoro tracciando una retta

orizzontale in corrispondenza di un particolare livello di capitale, per esempio 3. Leggendo i livelli di produzione

su ciascun isoquanto all’aumentare della quantità di lavoro, si nota che le unità aggiuntive di lavoro generano

incrementi di produzione sempre minori. Quando la quantità di lavoro passa da 1 a 2 unità (tra A e B), la

produzione sale di 20 (da 55 a 75), poi solo di 15 e così via. I rendimenti marginali del lavoro sono quindi

decrescenti sia nel breve, sia nel lungo periodo. Anche il capitale ha rendimenti marginali decrescenti.

Sostituzione tra fattori quando è possibile variare due fattori, l’impresa deve considerare la possibilità di

sostituire l’uno con l’altro. La pendenza di ciascun isoquanto indica il trade-off tra le quantità dei due fattori, a

parità di produzione. Considerando il valore assoluto, chiamiamo la pendenza dell’isoquanto saggio marginale di

sostituzione tecnica (SMST). Il saggio marginale di sostituzione tecnica di lavoro e capitale è la quantità di cui il

fattore capitale deve essere ridotto quando si aggiunge un’unità di lavoro affinchè il livello di produzione

rimanga costante. E’ sempre misurato come una quantità positiva e si calcola cosi:

- K/L

Meno variazione del fattore capitale fratto variazione del fattore lavoro

Nella figura l’SMST è uguale a 2 quando il lavoro

aumenta da 1 a 2 unità e la produzione è stabile a

75. Diventa 1 quando il lavoro aumenta da 2 a 3

unità quindi scende a 2/3 e infine a 1/3.

SMST decrescente ipotizziamo che l’smts sia

decrescente, ovvero che diminuisca quando ci si

sposta verso il basso lungo un isoquanto. Il fatto

che l’smst sia decrescente indica che la

produttività di qualsiasi fattore è limitata. La

produzione richiede che i due fattori siano

bilanciati. L’smst è strettamente legato al

prodotto marginale del lavoro P’ e a quello del

L

capitale P’ . Supponiamo di aggiungere lavoro e di

K

ridurre la quantità di capitale in modo da

mantenere costante la produzione. L’aumento di produzione dovuto alla maggior quantità di lavoro è uguale alla

quantità aggiuntiva di prodotto per unità aggiuntiva di lavoro (il prodotto marginale del lavoro) moltiplicata per il

numero di unità di lavoro aggiunte:

Aumento della produzione dovuto alla maggiore quantità di lavoro = (P’ )(L)

L 25

Riduzione della produzione dovuta alla minor quantità di capitale = (P’ )(K)

K

Dato che ci si muove lungo un isoquanto e quindi il livello di produzione rimane costante, la variazione complessiva

della produzione deve essere zero: (P’ )(L) + (P’ )(K) = 0

L K

Riformulando si ottiene: (P’ ) / (P’ ) = - (k/L) = SMST

L K

Il saggio marginale di sostituzione tecnica tra due fattori è uguale al rapporto tra i prodotti marginali dei

fattori.

Funzioni di produzione: due casi speciali nella prima figura i fattori

di produzione sono perfettamente sostituibili l’uno con l’altro. L’SMST è

costante in tutti i punti di un isoquanto, quindi un determinato livello di

produzione (per esempio q3) può essere ottenuto utilizzando

principalmente capitale (in A), principalmente lavoro (in C) oppure una

combinazione bilanciata dei due fattori (in B). La seconda figura è il caso

opposto, quello della funzione

di produzione a proporzioni

fisse, chiamata anche funzione di produzione di leontief. In questo

caso è impossibile qualsiasi sostituzione tra fattori. Ogni livello di

produzione richiede una specifica combinazione di lavoro e capitale:

per ottenere un aumento della produzione è necessario aggiungere

lavoro e capitale in specifiche proporzioni. Gli isoquanti hanno una

forma ad angolo retto. I punti A,B,C rappresentano combinazioni

tecnicamente efficienti di fattori.

Rendimenti di scala

Quando tutti i fattori sono variabili, ovvero nel lungo periodo, l’impresa deve cambiare la scala della produzione

incrementando tutti i fattori di produzione in modo proporzionale. Se per produrre 100 quintali di grano

occorrono il lavoro di una persona, una trebbiatrice e un ettaro di terreno, cosa accade alla produzione quando

due persone lavorano su due macchine e su due ettari di terreno? La produzione quasi certamente aumenterà,

ma è possibile stabilire se sarà doppia, più che doppia o meno che doppia? I rendimenti di scala sono il tasso al

quale la produzione aumenta quando aumentano proporzionalmente tutti i fattori produttivi.

Redimenti di scala crescenti

: se la produzione più che raddoppia quando i fattori raddoppiano, allora si hanno

rendimenti di scala crescenti. In presenza di rendimenti crescenti è economicamente vantaggioso avere un’unica

grande impresa.

Rendimenti di scala costanti : la quantità prodotta raddoppia quando raddoppiano i livelli dei fattori

Rendimenti di scala decrescenti

: quando i fattori produttivi raddoppiano la produzione aumenta diventando però

meno che doppia. Si hanno in alcune imprese che operano su grande scala 26

Descrivere i rendimenti di scala i rendimenti di scala possono essere individuati graficamente nelle due parti

della figura. La semiretta 0A descrive un processo di produzione nel quale i fattori lavoro e capitale vengono

utilizzati nella proporzioni di 5 ore di lavoro per 2 ore macchina. Nella figura a la funzione di produzione è

caratterizzata da rendimenti di scala costante: con 5 ore uomo e 2 ore macchina vengono prodotte 10 unità.

Quando le quantità dei fattori raddoppiano, la produzione raddoppia a sua volta. Nella figura b gli isoquanti sono

sempre più vicini tra loro quando ci si allontana dall’origine lungo la semiretta 0A. Di conseguenza, occorre una

quantità meno che doppia dei fattori produttivi per incrementare la produzione da 10 a 20 unità. Se la funzione

di produzione presentasse rendimenti di scala decrescenti varrebbe l’opposto: in presenza di rendimenti di

decrescenti, gli isoquanti sono sempre più distanti l’uno dall’altro. 27

Capitolo 7: i costi di produzione

Ora vedremo come la tecnologia di produzione e i prezzi dei fattori produttivi determinano il costo di

produzione dell’impresa. Data la tecnologia di produzione di un’impresa, i manager devono decidere come

produrre. Si possono combinare i fattori produttivi in modi diversi per ottenere la stessa quantità di prodotto,

ora vediamo come si sceglie la combinazione di fattori produttivi ottimale, quella che riduce al minimo i costi.

Misurazione dei costi

Il costo contabile può includere voci che un economista non considererebbe; per esempio comprende le spese

effettive più quelle relative al deprezzamento dei beni capitali, che sono determinate in base alle normative

fiscali. Gli economisti hanno una visione orientata al futuro perciò cercano di stimare i costi futuri. Gli

economisti si preoccupano del costo economico, quello dovuto all’utilizzo di risorse nella produzione. Il costo

opportunità è il costo associato alle opportunità che si perdono se non si utilizzano le risorse dell’impresa nel

migliore impiego alternativo. Un costo sommerso (o irrecuperabile) è una spesa che è stata effettuata e non

può essere recuperata. Poiché non è recuperabile, non dovrebbe influenzare le decisioni dell’impresa. Un costo

sommerso potenziale è un investimento. In questo caso l’impresa deve decidere se l’investimento

nell’apparecchiatura specializzata è conveniente, ovvero se porterà a un flusso di ricavi sufficiente per

giustificarne il costo

Costi fissi e costi variabili alcuni costi variano al variare della produzione, mentre altri rimangono invariati

finchè l’impresa produce qualcosa. Il costo total (CT o C) è suddiviso in due componenti:

Costo fisso (CF) un costo che non varia con il livello di produzione e può essere eliminato solo cessando

 

l’attività (es. riscaldamento, energia elettrica). Un costo fisso non varia con il livello di produzione ma

deve essere pagato anche se non viene prodotto nulla.

Costo variabile (CV) un costo che varia al variare del livello di produzione (es. salari, materie prime)

 

Come si distingue tra costi fissi e variabili? La risposta dipende dall’orizzonte temporale considerato. Su un

orizzonte temporale molto breve, per esempio di pochi mesi, la maggior parte dei costi è fissa. Su un periodo di

tempo più lungo, per esempio di due o tre anni, molti costi diventano variabili. Per il management di un’impresa è

importante sapere quali sono i costi fissi e quali quelli variabili.

Costi fissi e costi sommersi a confronto: i costi fissi sono quelli pagati da un’impresa attiva indipendentemente

dal livello di produzione. I costi sommersi sono quelli invece quelli che sono stati sostenuti e non possono essere

recuperati (es. costo di ricerca e sviluppo). A che scopo si distinguono questi due tipi di costi? Perché i costi

fissi influenzano le decisioni che riguardano il futuro dell’impresa, mentre i costi sommersi no. Nella pratica,

molte imprese non distinguono sempre tra i due. Per esempio, un’impresa che ha speso 600 milioni di euro per un

impianto di fabbricazione (un evidente costo sommerso) potrebbe ammortizzare la spesa su sue anni e

ammortamento

considerarla come costo fisso di 100 milioni di euro anno. L’ è una procedura con cui una spesa una

tantum si considera come costo annuo distribuito su un certo numero di anni.

Costo marginale e costo medio il costo marginale (C’), chiamato anche costo incrementale, è l’incremento di

costo che risulta dalla produzione di una unità di prodotto in più. Il costo marginale è uguale all’incremento di

costo variabile o di costo totale causato da una unità di prodotto in più

C’ = / = /

CV q CT q 28

Il costo marginale ci indica quanto costa aumentare la produzione di una unità

Il costo medio totale (CMT) è il costo totale dell’impresa diviso per livello di output, CT/q. Il costo medio totale

ci indica il costo di produzione unitario. Il CMT ha due componenti: il costo medio fisso (CMF) è il costo fisso

diviso per il livello di produzione, CF/q. Poiché il costo fisso è costante, il costo medio fisso diminuisce

all’aumentare del livello di produzione. Il costo medio variabile (CMV) è il costo variabile diviso per il livello di

produzione, CV/q.

Livello di Costo fisso Costo Costo Costo Costo Costo Costo

produzione variabile totale marginale medio fisso medio var. medio tot.

Unitàxanno CF CV CT C’ CMF CMV CMT

0 50 0 50 - - - -

1 50 50 100 50 50 50 100

2 50 78 128 28 25 39 64

3 50 98 148 20 16,7 32,7 49,3

4 50 112 162 14 12,5 28 40,5

5 50 130 180 18 10 26 36

6 50 150 200 20 8,3 25 33,3

7 50 175 225 25 7,1 25 32,1

8 50 204 254 29 6,3 25,5 31,8

9 50 242 292 38 5,6 26,9 32,4

10 50 300 350 58 5 30 35

I costi nel breve periodo

I dati della tabella mostrano l’aumento dei costi variabili e totali con l’aumento della produzione nel breve

periodo. Se il prodotto marginale del lavoro diminuisce all’aumentare della forza lavoro, occorre spendere

sempre di più per aumentare il ritmo di produzione. Il risultato è che i costo variabili e totali aumentano

all’aumentare della produzione. Ricordiamo che il costo marginale C’ è Ma la variazione di costo variabile

CV/q.

è pari al costo unitario del lavoro aggiuntivo w moltiplicato per il lavoro aggiuntivo necessario per ottenere

l’aumento di produzione Poiché = wL, segue che:

L. CV C’ = / = w

CV q L/q

Il prodotto marginale del lavoro P’ è la variazione di produzione risultante da una variazione unitaria del fattore

L

lavoro, / Perciò, il lavoro aggiuntivo necessario per ottenere un’unità aggiuntiva di produzione è

q L.

/ 1 / P’ . Quindi:

L q  L C’ = w / P’ L

Questa equazione stabilisce che, quando vi è un solo fattore produttivo variabile, il costo marginale è uguale al

prezzo del fattore produttivo diviso per il suo prodotto marginale. Supponiamo che il prodotto marginale del

lavoro sia 3 e che il salario sia di 30 € all’ora. 1 ora di lavoro aumenterà la produzione di 3 unità, perciò 1 unità di

prodotto richiederà 1/3 ore di lavoro aggiuntive e costerà 10 euro. Il costo marginale di produrre un’unità di

prodotti è 10 euro, pari al salario (30) diviso per il prodotto marginale di lavoro (3). 29

I rendimenti marginali decrescenti indicano che il prodotto marginale del lavoro diminuisce al crescere della

quantità di lavoro impiegata. Di conseguenza il costo marginale aumenta al crescere della produzione. Nella

tabella infatti per i livelli di

produzione da 0 a 4 il costo

marginale è decrescente, da 4 a 11 il

costo marginale è crescente.

Le forme delle curve di costo 

ogniqualvolta il costo marginale si

trova sotto il costo medio, la curva

del costo medio è decrescente.

Ogniqualvolta il costo marginale si

trova sopra il costo medio, la curva

del costo medio è crescente. Nei

punti di minimo del costo medio, il

costo marginale è uguale a quello

medio. La curva CMT mostra il costo

medio totale della produzione.

Poiché il costo medio totale è la

somma del costo medio variabile e

del costo medio fisso, e la curva

CMF è sempre decrescente, la

distanza verticale tra le curve CMT

e CMV diminuisce al crescere della produzione. In (a) il costo totale CT è la somma verticale del costo fisso CF e

del costo variabile CV. In (b) il costo medio totale CMT è la somma del costo medio variabile CMV e del costo

medio fisso CMF. Il costo marginale C’ interseca le curve del costo medio variabile e del costo medio totale nei

loro punti di minimo. Poiché CMT è sempre maggiore di CMV e la curva del costo marginale C’ è decrescente, il

punto di minimo della curva CMT deve trovarsi sopra e a destra rispetto al punto di minimo della curva CMV. La

produzione dell’impresa è misurata come flusso, l’impresa produce un certo numero di unità per anno. Spesso

parleremo di costo per indicare il costo totale e di costo medio per indicare il costo medio totale.

I costi nel lungo periodo

Per la nostra analisi è utile considerare i beni capitali come se fossero affittati, anche quando sono acquistati.

Supponiamo che una compagnia aerea voglia acquistare un Boeing per 150 milioni di dollari ma a fini economici il

prezzo di acquisto può essere distribuito o ammortizzato; il costo di ammortizzamento è 5 milioni di dollari

l’anno, supponendo che la vita dell’aereo dia 30 anni. Questi 5 milioni possono essere considerati come

deprezzamento economico annuo dell’aereo. Se l’impresa non avesse acquistato l’aereo, avrebbe potuto

guadagnare un interesse sulla somma di 150 milioni di dollari. L’interesse perduto è un costo opportunità. Il costo

d’uso del capitale, ovvero il costo annuo sostenuto per possedere e utilizzare l’aereo invece di venderlo o

evitarne l’acquisto, è dato dalla somma del deprezzamento economico e dell’interesse (ovvero del rendimento

finanziario) che si sarebbe potuto ottenere investendo il denaro in altro modo.

Costo d’uso del capitale deprezzamento economico + (tasso di interesse)(valore del capitale)

 30

Possiamo anche esprimere il costo d’uso del capitale come tasso per euro di capitale

r = tasso di deprezzamento + tasso di interesse

Per il nostro esempio dell’aereo il tasso di deprezzamento è 1/30 = 3,33 % annuo. Se la compagnia avesse potuto

ottenere un rendimento di 10 % annuo, il costo d’uso del capitale r = 3,33 + 10 = 13,33 % annuo.

La scelta dei fattori di produzione che minimizza i costi tutte le imprese devono affrontare il problema di

come selezionare i fattori produttivi per ottenere un livello di produzione dato al costo minimo. Lavoreremo con

due fattori produttivi: il lavoro (ore per anno) e il capitale (ore di utilizzo dei macchinari per anno). Il prezzo del

lavoro è semplicemente il tasso di salario, w. Nel lungo periodo l’impresa può variare la quantità di capitale che

utilizza. Il prezzo del capitale è il suo costo d’uso, dato da r = tasso di deprezzamento + tasso di interesse. Come

abbiamo visto, spesso le imprese noleggiano il capitale invece di acquistarlo. Un esempio può essere lo spazio per

gli uffici, in questo caso il prezzo del capitale è il suo tasso di noleggio, ovvero il costo annuo del noleggio di

un’unità di capitale. Se il mercato del capitale è concorrenziale come abbiamo ipotizzato, il tasso di noleggio deve

essere uguale al costo d’uso r. Il capitale acquistato può essere considerato come se fosse noleggiato a un tasso

di locazione uguale al costo d’uso del capitale. Per la parte restante del capitolo ipotizzeremo che un’impresa

noleggi tutto il proprio capitale a un tasso di noleggio o prezzo r, esattamente come avviene per il lavoro che si

procura a un tasso di salario o prezzo w.

La retta di isocosto una retta di isocosto mostra tutte le possibili combinazioni di lavoro e capitale che si

possono acquistare per un costo totale dato. Il costo totale C di un determinato livello di produzione è dato dalla

somma del costo del lavoro dell’impresa wL e del costo capitale rK

C = wL + rK

Per ogni diverso livello di costo totale, questa equazione descrivere una diversa retta di isocosto. Se riscriviamo

l’equazione del costato totale come l’equazione di una retta otteniamo che:

K = C/r – (w/r)L

Ne segue che la retta di isocosto ha inclinazione / = - (w/r) che corrisponde al rapporto tra il tasso di

K L

salario e il tasso di noleggio del capitale.

Scelta dei fattori produttivi supponiamo di voler

ottenere un livello di produzione q1, come farlo al

costo minimo? Il problema consiste nel scegliere il

punto su tale isoquanto che minimizza il costo totale.

La retta di isocosto C è tangente all’isoquanto q in

1 1

A e mostra che il livello di produzione q si può

1

ottenere al costo minimo con il lavoro L e il capitale

1

K . Altre combinazioni di fattori produttivi, L , K ,

1 2 2

L , K , portano allo stesso livello di produzione ma

3 3

con un costo più alto.

Quando la spesa sostenuta su tutti i fattori

produttivi aumenta, la pendenza della retta di

isocosto non cambia, perché i prezzi dei fattori 31

produttivi non sono cambiati. L’intercetta, invece, aumenta. Supponiamo che il prezzo di uno dei fattori

produttivi, aumenti. In tal caso l’inclinazione della retta di isocosto –(w/r) aumenterebbe in valore assoluto e la

linea diventerebbe più inclinata. Data una retta di isocosto C , l’impresa produce q nel punto A utilizzando L

1 1 1

unità di lavoro e K1 unità di capitale. Quando il prezzo del lavoro aumenta, le rette di isocosto diventano più

ripide. La produzione q ora si ottiene nel punto B

1

sulla retta di isocosto C utilizzando L unità di

2 2

lavoro e K unità di capitale.

2

Abbiamo mostrato che il saggio marginale di

sostituzione tecnica (SMST) tra lavoro e capitale è

l’opposto dell’inclinazione dell’isoquanto ed è uguale

al rapporto dei prodotti marginali di lavoro e

capitale: SMST = - / = P’ / P’

K L L K

In precedenza abbiamo osservato che la retta di

isocosto ha inclinazione pari a / = - w/r.

K L

Segue che, quando un’impresa minimizza il costo

sostenuto per ottenere un particolare livello di

produzione, vale la seguente condizione:

P’ / P’ = w/r P’ / w = P’ / r

L K L K

P’ / w è la produzione aggiuntiva che si ottiene spendendo un euro in più per il lavoro. Supponiamo che il tasso di

L

salario sia 10 euro e che l’aggiunta di un lavoratore al processo di produzione aumenti la produzione di 20 unità.

La produzione aggiuntiva per euro speso per un lavorare in più sarà 20/10 = 2 unità di produzione per euro. P’ / r

K

è la produzione aggiuntiva che si ottiene spendendo

un euro in più in capitale. Perciò l’ultima equazione

vista ci dice che un’impresa che punti a minimizzare i

costo deve scegliere la combinazione di fattori

produttivi in modo che ogni singolo euro speso in più

per qualsiasi fattore produttivo porti alla stessa

quantità di prodotto aggiunto.

Il sentiero di espansione di un’impresa la curva

che passa per i punti di tangenza tra le rette di

isocosto dell’impresa e i suoi isoquanti si chiama

sentiero di espansione e descrivere le combinazioni di

lavoro e capitale che l’impresa sceglierà per

minimizzare i costi a ciascun livello di produzione.

Finchè l’utilizzo di lavoro e capitale aumenta al

crescere della produzione, la curva ha inclinazione

positiva. In (a) il sentiero di espansione (dall’origine

attraversa i punti A,B,C) mostra le combinazioni di

lavoro e capitale che generano il costo minimo

utilizzabili per raggiungere ciascun livello di

produzione nel lungo periodo, ovvero quando entrambi

32

i fattori produttivi possono essere variati. In (b) la corrispondente curva di costo totale nel lungo periodo

(dall’origine ai punti D E F) misura il costo minimo da sostenere per ottenere ciascun livello di produzione. Il

sentiero di espansione dell’impresa contiene le stesse informazioni della curva del costo totale di lungo periodo

C(q). Per passare dal sentiero di espansione alla curva di costo si procede in 3 passaggi:

1. Si sceglie un livello di produzione rappresentato da un isoquanto e poi si trova il punto di tangenza di tale

isoquanto con una retta di isocosto

2. Dalla retta di isocosto scelta si determina il costo minimo per raggiungere il livello di produzione

selezionato.

3. Si rappresenta graficamente la combinazione produzione-costo.

Supponiamo di iniziare con una produzione di 100 unità. Il punto di tangenza dell’isoquanto di 100 unità con una

retta di isocosto è A. A si trova sulla linea di isocosto di 1000 euro e quindi sappiamo che il costo minimo per una

produzione di 100 unità nel lungo periodo è 1000 euro. Il punto D rappresenta quindi il costo di 1000 euro da

sostenere per produrre 100 unità. Analogamente si procede con tutti gli altri punti. In questo esempio, la curva

di costo totale di lungo periodo è una retta perché nella produzione vi sono rendimenti di scala costanti: al

crescere proporzionale dei fattori produttivi, anche la produzione cresce in modo proporzionale.

Curve di costo nel lungo e nel breve periodo a confronto Abbiamo visto che le curve di costo medio nel

breve periodo hanno una forma a U, ora vedremo

che anche le curve di costo medio nel lungo

periodo possono avere una forma a U. Il sentiero

di espansione di lungo periodo dell’impresa è la

retta uscente dall’origine che corrisponde al

sentiero di espansione nella figura precedente.

Osservando questa figura notiamo che quando

un’impresa opera nel breve periodo, il suo costo

di produzione potrebbe non essere minimizzato a

causa dell’assenza di flessibilità nell’uso dei

fattori di capitale. La produzione è inizialmente

al livello q . Nel breve periodo si può ottenere la

1

produzione q soltanto incrementando il lavoro da

2

L a L , perché il capitale è fisso in K . Nel lungo

1 3 1

periodo, lo stesso livello di produzione si può

ottenere in modo meno costoso incrementando il lavoro da L a L e il capitale da K a K . Nel lungo periodo la

1 2 1 2

possibilità di variare il capitale consente all’impresa di ridurre i costi. Poiché i prezzi dei fattori produttivi

rimangono invariati al crescere della produzione, il costo medio di produzione deve essere identico per tutti i

livelli di produzione. Supponiamo invece che il processo di produzione dell’impresa sia soggetto a rendimenti di

scala crescenti. In tal caso il costo medio di produzione diminuisce al crescere della produzione, perché un

raddoppiamento dei costi è associato a un aumento più che doppio della produzione. Quando ci sono rendimenti di

scala decrescenti il costo medio di produzione deve essere crescente al crescere della produzione. La figura

mostra una tipica curva del costo medio di lungo periodo (CM ) che esprime la relazione tra il costo medio di

LP

produzione e il livello di produzione quando tutti i fattori produttivi, incluso il capitale, sono variabili. Quando

un’impresa opera a un livello di produzione in cui il costo medio di lungo periodo è decrescente, il costo marginale

di lungo periodo è inferiore al costo marginale di lungo periodo. Viceversa, quando il CM è crescente, C’ è

LP LP

maggiore del CM . Le due curve si intersecano in A, dove CM raggiunge il minimo

LP LP 33

La curva del costo medio di breve periodo (CM ) esprime la relazione tra il costo medio di produzione e il

BP

livello di produzione quando il capitale è fisso La curva del costo marginale di lungo periodo (C’ )

LP

mostra la variazione del costo totale di lungo periodo

quando si aumenta la produzione di un’unità

Economie e diseconomie di scala all’aumentare della produzione, il costo medio di produzione dell’impresa

probabilmente diminuirà, almeno fino a un certo punto, questo può accadere per i motivi seguenti:

Se l’impresa opera su larga scala, i lavoratori possono specializzarsi nelle attività in cui risultano più

 produttivi.

La scala può fornire flessibilità. Variando la combinazione dei fattori produttivi utilizzati per ottenere il

 livello di produzione dell’impresa, i manager possono gestire in modo più efficace il processo di

produzione.

L’impresa potrebbe essere in grado di acquisire alcuni fattori di produzione a costo inferiore perché li

 ordina in grandi quantità e quindi può spuntare prezzi migliori.

A un certo punto tuttavia è probabile che il costo medio di produzione inizierà ad aumentare, per motivi quali:

Almeno nel breve periodo, le dimensioni degli impianti e i macchinari possono in qualche modo ostacolare

 il lavoro dei dipendenti

La gestione dell’impresa più grande può diventare più complessa e inefficiente al crescere del numero dei

 compiti da svolgere

I vantaggi offerti dagli acquisti in grandi quantità potrebbero scomparire una volta raggiunti

 determinati limiti. A un certo punto la disponibilità dei fattori produttivi potrebbe risultare limitata,

causano un aumento dei costi.

Dobbiamo riconoscere che, quando le proporzioni tra i fattori produttivi cambiano, il sentiero di espansione

dell’impresa non è più una retta e il concetto di rendimenti in scala non si applica più. Diciamo che un’impresa

gode di economia di scala quando è in grado di raddoppiare la produzione senza raddoppiare i costi. Parliamo

invece di diseconomie di scala quando per raddoppiare la produzione è necessario aumentare i costi di più del

doppio. Il termine economie di scala comprende come caso particolare i rendimenti di scala crescenti. Una curva

di costo medio di lungo termine con forma a U caratterizza l’impresa che incontra economie di scala per livelli di

produzione relativamente bassi e diseconomie di scala per livelli più elevati. Rendimenti di scala i fattori

produttivi sono utilizzati in proporzioni costanti all’aumentare della produzione. Economie di scala le

proporzioni dei fattori produttivi variano.

Le imprese possono avere rendimenti di scala crescenti ed economie di scala. E’ utile un confronto: 34

Rendimenti di scala crescenti la produzione aumenta di più del doppio quando si raddoppiano tutti i fattori

produttivi.

Economie di scala si può ottenere il raddoppiamento della produzione senza raddoppiare il costo.

Le economie di scala sono spesso misurate in termini di elasticità costo-produzione E (C/C) / (q /q); per

C

vedere come E sia in relazione con le nostre misure di costo tradizionali riscriviamo così:

c E = (C/q) / (C/q) C’ / CM

C

- E = 1 costo marginale e medio sono uguali, non ci sono nè economie di scala né diseconomie di scala

c

- E < 1 costo marginale inferiore al costo medio, ci sono economie di scala

C

- E < 1 costo marginale maggiore del costo medio, ci sono diseconomie di scala

C

Costo di lungo periodo con economie e diseconomie di scala la curva di costo medio di lungo periodo è

l’inviluppo delle curve di costo medio di breve periodo CM , CM , CM . Con economie e diseconomie di scala, i

BP1 BP2 BP3

punti di minimo delle curve di costo medio di breve periodo non giacciono sulla curva di costo medio di lungo

periodo.

Stima e previsioni dei costi un’impresa in procinto di espandere o ridurre la propria attività deve cercare di

prevedere come varieranno i costi al variare della produzione. Le stime dei costi futuri si possono ottenere da

una funzione di costo, che mette in relazione il costo di produzione con il livello di produzione e altre variabili

che l’impresa è in grado di controllare. 35

Capitolo 8: massimizzazione del profitto e offerta concorrenziale

La curva di costo descrive il costo minimo al quale un’impresa può produrre determinate quantità di prodotto.

Quale quantità produrre? In questo capitolo vedremo in che modo un’impresa può scegliere il livello di

produzione che massimizza il profitto e analizzeremo i mercati perfettamente concorrenziali nei quali tutte le

imprese producono lo stesso bene e in cui le singole imprese hanno piccole dimensioni rispetto all’industria e non

hanno quindi la possibilità di influire sui prezzi di mercato con le loro scelte di produzione. Nuove imprese

possono facilmente entrare nel mercato, e quelle già presenti possono uscirne quando iniziano a perdere denaro.

Mercati perfettamente concorrenziali

Il modello di concorrenza perfetta poggia su tre ipotesi fondamentali: price taking, omogeneità del prodotto e

libertà di entrata e di uscita.

Price taking (i prezzi sono dati). Ogni impresa vende una porzione relativamente piccola della produzione

complessiva del mercato, le sue scelte non hanno effetto sul prezzo di mercato. Di conseguenza, ciascuna

impresa assume che il prezzo di mercato sia dato. Le imprese che operano in mercati perfettamente

concorrenziali sono dette price taker. L’ipotesi che i prezzi siano dati vale anche per i consumatori. In un

mercato perfettamente concorrenziale ciascun consumatore acquista una porzione molto piccola della

produzione complessiva e non ha di conseguenza potere sul prezzo di mercato, quindi considera un prezzo come

dato.

Omogeneità del prodotto la situazione in cui i soggetto assumono il prezzo come dato si verifica tipicamente

in mercati in cui le imprese producono beni identici, o quasi identici. Quando i prodotti di tutte le imprese di un

mercato sono perfettamente sostituibili gli uni con gli altri, quando cioè sono omogenei, nessuna delle imprese

può aumentare il prezzo del proprio prodotto al di sopra di quello praticato dalle altre senza perdere buona

parte o la totalità dei propri clienti. (es. prodotti agricoli). Gli economisti indicano i prodotti omogenei di questo

tipo con il termine inglese commodity. Quando i prodotti sono eterogenei, ciascuna impresa ha l’opportunità di

praticare prezzi superiori a quelli dei concorrenti senza perdere tutto il proprio fatturato. L’ipotesti

dell’omogeneità del prodotto è importante perché garantisce che vi sia un mercato unico.

Entrata e uscita libere la terza ipotesi è che non vi siano costi particolari che rendano difficile per

un’impresa entrare in un’industria oppure uscirne quando non riesca a realizzare profitti. Questa ipotesti implica

di conseguenza che gli acquirenti possano facilmente passare da un produttore all’altro e che i produttori

possano facilmente entrare in un mercato o uscirne.

Quando queste tre condizioni sono soddisfatte, è possibile utilizzare la curva di domanda e la curva di offerta

per analizzare il comportamento dei prezzi di mercato

Mercati altamente concorrenziali: con l’eccezione di quello agricolo, pochi mercati sono perfettamente

concorrenziali. Molti mercati sono tuttavia altamente concorrenziali, nel senso che le imprese affrontano curve

di domanda ad alta elasticità e hanno la possibilità di entrare e uscire dal mercato con relativa facilità. Una

semplice regola empirica per stabilire se un mercato sia vicino alla condizione di perfetta concorrenza sarebbe

molto utile, ma purtroppo non esiste.

Massimizzazione del profitto

Nel caso delle piccole imprese gestite direttamente dai proprietari, è probabile che il profitto guidi quasi tutte

le scelte. Nelle imprese più grandi i proprietari non possono controllare con sistematicità l’operato dei manager, i

quali godono quindi di una certa libertà di azione nella conduzione dell’impresa. I manager potrebbero essere

36

interessati a obiettivi come la massimizzazione dei ricavi, badare eccessivamente al profitto di breve periodo a

scapito di quello di lungo periodo. Alcune organizzazioni hanno obiettivi nettamente diversi dalla massimizzazione

del profitto. Un importante categoria di organizzazioni di questo tipo è quella delle cooperative, associazioni di

imprese o di persone in cui la proprietà e la gestione sono comuni e l’attività viene svolta a mutuo beneficio

Ricavo marginale, costo marginale e massimizzazione del profitto

Il profitto è la differenza tra ricavo (totale) e costo (totale). Individuare il livello di produzione che massimizza

il profitto significa analizzare i ricavi dell’impresa. Supponiamo che la produzione sia q e che l’impresa ottenga il

ricavo R, uguale al prezzo del prodotto P moltiplicato per il numero di unità vendute (R = Pq). Il profitto

dell’impresa, è:

 = R (q) – C (q)

(q) R, C dipendono dai livelli di produzione. Per

,

massimizzare il profitto, l’impresa sceglie il

livello di produzione che fa si che la

differenza tra ricavo e costo sia massima,

come in figura. La pendenza della curva del

ricavo è il ricavo marginale, cioè la variazione

del ricavo determinata da un incremento

unitario della produzione. La pendenza della

curva del costo totale C(q) è il costo marginale

che misura il costo della produzione di un’unità

in più. Il costo totale C(q) è positivo quando la

produzione è zero, perché nel breve periodo

esistono dei costi fissi. A bassi livelli di

produzione il profitto è negativo perché il

ricavo è insufficiente a coprire i costi fissi e variabili. All’aumentare della produzione il ricavo cresce più

rapidamente del costo, quindi il profitto diventa positivo. Il profitto continua a crescere fino a quando la

produzione raggiunge il livello q*. Qui il ricavo marginale e il costo marginale sono uguali e la distanza verticale

tra ricavo e costo, AB, è massima. q* è il livello di produzione che massimizza il profitto. Se la produzione

Il profitto è massimo quando il ricavo

superasse il livello q*, il costo salirebbe più rapidamente del ricavo.

marginale è uguale al costo marginale . Il profitto = R- C è massimo nel punto in cui un incremento della

produzione lascia il profitto invariato (ovvero = 0 ):

/q

= - = 0

/q R/q C/q

/ ricavo marginale R’; / costo marginale C’. Il profitto è massimo quando R’ – C’ = 0, quindi.

R q C q

  Quando R’ (q) = C’ (q)

Domanda e ricavo marginale per un’impresa concorrenziale poiché ogni impresa che opera in un’industria

concorrenziale partecipa solo per una piccola frazione alla produzione complessiva dell’industria, il livello di

produzione scelto dall’impresa non ha effetto sul prezzo di mercato del prodotto. Il prezzo di mercato è

determinato dalle curve di domanda e di offerta dell’industria, quindi l’impresa concorrenziale è un price taker.

Produzione e domanda di mercato Q e D ; produzione e domanda dell’impresa q e d.

  37

Poiché acquisisce il prezzo come dato, la singola impresa concorrenziale deve considerare una curva di domanda

d costituita da una retta orizzontale, come vediamo in figura. La curva di domanda di mercato indica la quantità

di grano che l’insieme dei consumatori acquisterà a ciascun possibile prezzo. La curva ha pendenza negativa

perché i consumatori acquistano più grano quando il prezzo è minore. La curva di domanda dell’impresa, invece, è

orizzontale perché la quantità venduta dall’impresa non influisce sul prezzo. Il prezzo è determinato

dall’interazione di tutte le imprese e di tutti i consumatori del marcato, non dalla decisione di produzione di una

singola impresa.

La curva di domanda d con cui una singola impresa deve confrontarsi in un mercato concorrenziale rappresenta

per l’impresa anche la curva del ricavo medio e quella del ricavo marginale: il ricavo marginale, il ricavo medio e il

prezzo sono uguale.

Massimizzazione del profitto per un’impresa concorrenziale per l’impresa concorrenziale la curva di

domanda è orizzontale, quindi R’ = P. Un’impresa perfettamente concorrenziale deve scegliere il livello di

produzione in corrispondenza del quale il costo marginale è uguale al prezzo:

C’ (q) = R’ = P

La scelta di produzione di breve periodo

Massimizzazione del profitto di breve periodo per un’impresa concorrenziale Nel breve periodo l’impresa

opera con una quantità fissa di capitale e deve scegliere i livelli dei fattori variabili (lavoro e materie prime) in

modo da massimizzare il profitto. Questa scelta è illustrata in figura. Le curve del ricavo medio e del ricavo

marginale sono date da una retta orizzontale. Il profitto è massimo nel punto A dove la produzione è q* = 8 e il

prezzo è 40€ perché in questo punto il ricavo marginale è uguale al costo marginale. A livello di produzione più

bassi, ad esempio q1=7, il ricavo marginale è maggiore del costo marginale. L’area colorata tra q = 7 e q*

1

rappresenta il profitto perso nel caso in cui la produzione sia q . Le curve R’ e C’ si intersecano in corrispondenza

1

sia del livello di produzione q sia del livello q*. In q tuttavia il profitto non è massimo. Possiamo quindi

0 0 il ricavo marginale è uguale al costo

formulare la condizione di massimizzazione del profitto come segue:

marginale in un punto in cui la curva del costo marginale è crescente . 38

Regola della produzione: se un’impresa produce deve farlo a un livello per cui R’ sia uguale a C’

Il profitto di breve periodo per un’impresa concorrenziale la distanza AB è la differenza tra il prezzo e il

costo medio al livello di produzione q*, ovvero il profitto medio per unità prodotta. Il segmento BC misura il

numero totale di unità prodotte, quindi il rettangolo ABCD rappresenta il profitto dell’impresa. Nel breve

periodo l’impresa non deve necessariamente realizzare un profitto, come mostrato dalla prossima figura. La

principale differenza rispetto alla figura sopra sta nel costo fisso di produzione maggiore, che incrementa il

costo medio totale. Al livello di produzione ottimale q*, il prezzo P è minore del costo medio. Il segmento AB

misura la perdita media e il rettangolo ABCD misura la perdita complessiva. Nel breve periodo un’impresa può

scegliere tra due alternative: produrre oppure cessare temporaneamente l’attività. Quando il prezzo del

prodotto è superiore al costo medio totale la

decisione è semplice: continuando a produrre

l’impresa realizzerà un prodotto, mentre

cessando la produzione non otterrà alcun

profitto. Se il prezzo del prodotto è inferiore

al costo medio totale, ma superiore al costo

medio variabile, come nella figura,

continuando la produrre l’impresa minimizza le

perdite scegliendo il livello di produzione q*.

E’ improbabile che un’impresa decida di

cessare l’attività quando è in grado almeno di

coprire i costi medi variabili. Se il prezzo del

prodotto è inferiore al costo medio variabile,

l’impresa deve certamente cessare la 39

produzione altrimenti perde del denaro per ogni unità prodotta.

La curva di offerta di breve periodo per un’impresa concorrenziale La curva di offerta di un’impresa indica la

quantità che l’impresa produce a ogni prezzo

possibile. Le imprese concorrenziali scelgono

il livello di produzione in corrispondenza del

quale il prezzo è uguale al costo marginale e

interrompono la produzione quando il prezzo

è inferiore al costo medio variabile. La curva

di offerta dell’impresa è quindi la porzione

della curva del costo marginale nel tratto in

cui il costo marginale è superiore al costo

medio variabile. Nella figura si nota che per

ogni P maggiore del valore minimo di CMV, il

livello di produzione che massimizza il

profitto può essere letto direttamente dal grafico. Al prezzo p , per esempio, la quantità offerta è q Quando P

1 1.

è inferiore o uguale al livello minimo di CMV il livello di produzione che massimizza il profitto è zero. La curva di

offerta di breve periodo è data dalla porzione della curva del costo marginale evidenziata con i trattini

trasversali. La curva di offerta di breve periodo ha inclinazione positiva per la stessa ragione per cui il costo

marginale è crescente: la presenza di rendimenti marginali decrescenti per uno o più fattori produttivi.

Reazione dell’impresa alla variazione del prezzo

di un fattore produttivo quando il prezzo del

prodotto varia, l’impresa cambia il proprio livello di

produzione fino al punto in cui il costo marginale è

uguale al prezzo. Spesso, tuttavia, il prezzo del

prodotto cambia nello stesso momento in cui

cambiano i prezzi dei fattori. La figura mostra la

curva del costo marginale di un’impresa, C’ , nella

1

situazione iniziale in cui il prezzo del prodotto è 5€.

L’impresa massimizza il profitto producendo la

quantità q . Se il prezzo di uno dei fattori aumenta

1

ora la produzione di ciascuna unità è più costosa;

questo aumento fa si che la curva del costo marginale si sposti verso l’alto, da C’ a C’ . Il nuovo livello di

1 2

produzione ottimale è q2, punto in cui P = C’ . Il maggiore prezzo del fattore, quindi, spinge l’impresa a ridurre la

2

produzione. Se l’impresa continuasse a produrre q , subirebbe una perdita sull’ultima unità prodotta. Tutta la

1

produzione oltre q riduce il profitto. L’area colorata raffigura il risparmio totale (o la riduzione del mancato

2

profitto). 40

La curva di offerta di mercato di breve periodo

La curva di offerta di mercato di breve periodo indica la quantità che l’industria produce nel breve periodo per

ogni prezzo possibile. La produzione dell’industria è la somma delle quantità prodotte dalle singole imprese,

quindi la curva di offerta di mercato può essere ricavata sommando le curve di offerta delle imprese. La figura

illustra questa operazione per un caso in cui vi sono solo tre imprese. Per ogni prezzo inferiore a P , l’industria

1

non produrrà alcunché, perché P è il livello minimo del costo medio variabile dell’impresa avente i costi più bassi.

1

Al prezzo P l’offerta dell’industria è data dalla somma delle quantità offerte dalle tre imprese (2+5+8=15). Si

2

noti che la curva di offerta dell’industria ha pendenza positiva, ma è caratterizzata da una discontinuità in

corrispondenza del prezzo P , il più basso dei prezzi ai quali tutte e tre le imprese sono attive.

2

Elasticità dell’offerta di mercato per individuare la curva di offerta dell’industria non è sempre sufficiente

sommare una serie di curve di offerte individuali. All’aumentare dei prezzi, tutte le imprese dell’industria

incrementano la produzione; ciò provoca l’incremento della domanda dei fattori produttivi, con la possibile

conseguenza di un aumento dei prezzi dei fattori stessi. L’elasticità dell’offerta di mercato rispetto al prezzo

misura la sensibilità della produzione dell’industria alle variazioni del prezzo di mercato. L’elasticità dell’offerta

E è la variazione percentuale della quantità offerta Q determinata dalla variazione di un punto percentuale del

o

prezzo P: E = (Q/Q) / (P/P)

O

L’elasticità di breve periodo dell’offerta è sempre positiva. Quando il costo marginale aumenta rapidamente

all’aumentare della produzione, l’elasticità dell’offerta è bassa. A un estremo abbiamo il caso dell’offerta

perfettamente anelastica, che si presenta quando gli impianti produttivi dell’industria sono utilizzati a pieno

regime e la produzione può essere incrementata solamente costruendo nuovi impianti (cosa possibile nel lugno

periodo). All’altro estremo si ha il caso dell’offerta perfettamente elastica che si presenta quando il costo

marginale è costante. 41

Surplus del produttore nel breve periodo se il

costo marginale è crescente, il prezzo del prodotto

è maggiore del costo marginale per ogni unità

prodotta eccetto l’ultima. Di conseguenza, le

imprese ricavano un surplus da tutte le unità

prodotte, eccetto l’ultima. Il surplus del produttore

è la somma delle differenze tra il prezzo di

mercato e il costo marginale di produzione di

ciascuna unità. Il surplus del produttore è dato

dall’area al di sopra della curva di offerta

dell’impresa e al di sotto del prezzo di mercato. Il

surplus del produttore è quindi la somma dei

surplus unitari corrispondenti a ciascuna unità

prodotta. Può quindi essere definito anche come la differenza tra il ricavo dell’impresa e il costo variabile

totale. Nella figura il surplus del produttore per un’impresa è misurato dall’aerea in grigio al di sotto della retta

del prezzo di mercato e al di sopra della curva del costo marginale, tra il livello di produzione zero e quello che

massimizza il profitto, q*. E’ uguale anche all’aerea del rettangolo ABCD perché la somma di tutti i costi

marginali, fino al livello q*, è uguale al costo variabile della produzione di q*.

Surplus del produttore e profitto il

surplus del produttore è strettamente legato

al profitto ma non coincide con esso. Nel

breve periodo il surplus del produttore è

uguale alla differenza tra il ricavo e il costo

variabile, ovvero al profitto variabile. Il

profitto totale è uguale alla differenza tra il

ricavo e tutti i costi, variabili e fissi:

surplus del produttore = SP = R – CV

profitto = = R – CV – CF

Quindi, nel breve periodo, quando il costo

fisso è positivo, il surplus del produttore è

maggiore del profitto. Le imprese che hanno costi più alti ottengono un surplus del produttore minore.

Sommando tutti i surplus di tutte le imprese si ricava il surplus del produttore del mercato. Figura: il surplus del

produttore per un mercato è dato dall’aerea al di sotto della retta del prezzo di mercato e al di sopra della

curva di offerta del mercato, tra 0 e il livello di produzione Q* 42

La scelta di produzione di lungo periodo

Nel lungo periodo l’impresa può variare tutti i fattori. Data l’attenzione di questo capitolo per i mercati

concorrenziali, ipotizziamo che vi sia libertà di entrata e di uscita. Massimizzazione del profitto nel lungo

periodo come nel breve periodo, la

curva di domanda è una retta

orizzontale. La curva del costo medio

(totale) di breve periodo CM e la curva

BP

del costo marginale di breve periodo C’ BP

sono sufficientemente basse da

permettere all’impresa di realizzare un

profitto positivo, dato dall’area del

rettangolo ABCD, producendo la

quantità q , in corrispondenza della

1

quale C’ = P = R’. la curva del costo

BP

medio di lungo periodo CM riflette la

LP

presenza di economie di scala fino al

livello q e di diseconomie di scala a

2

livelli di produzione superiore. La curva del costo marginale di lungo periodo C’ interseca la curva del costo

LP

medio di lungo periodo in q , ovvero nel punto in cui il costo medio di lungo periodo è minimo. Se l’impresa ritiene

2

che il prezzo di mercato rimarrà stabile a 40€, vorrà incrementare la dimensione del proprio impianto allo scopo

di produrre q , livello al quale il costo marginale di lungo periodo uguaglia il prezzo di 40€. Una volta realizzato

3

l’ampliamento, il margine di profitto sale da AB a EF e il profitto complessivo aumenta da ABCD a EFGD. Il livello

di produzione q massimizza il profitto, perché a ogni livello inferiore il ricavo marginale è maggiore del costo

3

marginale, quindi un aumento della produzione è vantaggioso. A ogni livello di produzione superiore a q il costo

3

marginale è maggiore del ricavo marginale, quindi un aumento di produzione ridurrebbe il profitto. Per

il livello di produzione di lungo periodo di un’impresa concorrenziale che massimizza il profitto è

riassumere:

individuato dal punto in cui il costo marginale di lungo periodo è uguale al prezzo . 43

Equilibrio concorrenziale di lungo periodo affinchè nel lungo periodo si raggiunga un equilibrio, è necessario

che si concretizzino determinate condizioni economiche. Le imprese presenti nel mercato non devono essere

incentivate a uscirne, e quelle non presenti non devono essere incoraggiate a entrare.

Profitto contabile e profitto economico il profitto contabile è dato dalla differenza tra il ricavo R e il costo

del lavoro wL, che è positivo. Il profitto economico è dato dalla differenza tra il ricavo R e la somma del costo

del lavoro WL e del costo capitale rK: = R – wL – rK

Profitto economico nullo il fatto che il profitto economico sia nullo significa che l’impresa ricava

dall’investimento un rendimento normale, ovvero concorrenziale. Il rendimento normale, che fa parte del costo

d’utilizzo del capitale è il costo opportunità associato all’impiego del denaro per acquistare capitale anziché per

altri investimenti. Quindi, un’impresa che ottiene un profitto economico nullo ottiene dall’investimento in capitale

del proprio denaro lo stesso rendimento che otterrebbe investendo altrove. Quando il profitto economico è

nullo, l’impresa sta ottenendo risultati adeguati ed è perciò opportuno che prosegua l’attività. Un’impresa che ha

profitto economico negativo dovrebbe considerare la cessazione dell’attività. Il fatto che il profitto economico

sia nullo non significa che l’impresa ottenga risultati insoddisfacenti, significa piuttosto che l’industria è

concorrenziale.

Entrata e uscita osservando la figura notiamo che inizialmente il prezzo di equilibrio di lungo periodo di un

prodotto è 40€, corrispondente in (b) all’intersezione tra la curva di domanda D e la curva di offerta O . In (a) le

1

imprese ottengono profitti positivi perché il livello minimo del costo medio di lungo periodo è 30€ (in q ). Il

2

profitto positivo favorisce l’ingresso di nuove imprese e fa si che la curva di offerta trasli verso destra, in O ,

2

come mostrato in (b). L’equilibrio di lungo periodo si realizza al prezzo di 30€, come mostrato in (a), dove

ciascuna impresa ottiene un profitto nullo e non esistono incentivi all’entrata né all’uscita. In un mercato

caratterizzato da libertà di entrata e di uscita, le imprese entrano quando esiste la possibilità di realizzare un

profitto di lungo periodo positivo ed escono quando si prospettano perdite di lungo periodo. Quando le imprese

di un’industria hanno profitti economici nulli, non sono incentivate a uscire dal mercato. Le altre imprese allo

stesso modo non sono incentivate a entrare. L’equilibrio concorrenziale di lungo periodo si realizza quando sono

soddisfatte tre condizioni:

1. Tutte le imprese dell’industria massimizzano il profitto

2. Nessuna impresa è incentivata a entrare nell’industria o a uscirne, perché ognuna realizza un profitto

economico nullo

3. Il prezzo del prodotto è tale da rendere uguali la quantità offerta dall’industria e la quantità domandata

dai consumatori

Imprese aventi costi differenti supponiamo che una impresa presente nell’industria non abbiano curve di

costo identiche e che una di esse disponga di un brevetto che le consente di produrre a costi medi inferiori

rispetto alle altre. Questa impresa ottiene un profitto contabile superiore e gode di un surplus maggiore. Fino a

quando le altre non hanno la possibilità di acquistare il brevetto, gli altri investitori non sono incentivati a

entrare nell’industria. Se il brevetto è redditizio, le altre imprese dell’industria saranno disposte a pagare per

utilizzarlo. Il valore del brevetto rappresenta, un costo-opportunità ( i proprietari potrebbero vendere il

brevetto al posto di utilizzarlo ). Se tutte le imprese sono ugualmente efficienti sotto ogni altro aspetto, il

profitto economico dell’impresa si riduce a zero. Se l’impresa titolare del brevetto è più efficiente delle altre

allora realizza un profitto positivo; altrimenti dovrebbe vendere il brevetto e uscire dall’industria 44

Il costo opportunità degli immobili esistono altre situazioni in cui imprese che realizzano un profitto contabile

positivo possono avere un profitto economico nullo. Per definizione il profitto economico positivo rappresenta

un’opportunità per gli investitori e un incentivo a entrare nell’industria. Un profitto contabile positivo, può

indicare che le imprese già presenti nell’industria possiedono un’attività, competenze o idee di valore, fatto che

non necessariamente incoraggia l’entrata..

Rendita economica ciò che rende nullo il profitto economico nel lungo periodo è la volontà di altre imprese di

procurarsi i fattori di produzione scarsi. I profitti contabili positivi si traducono quindi in rendita economica

generata dai fattori di cui la disponibilità è limitata. Rendita economica è la differenza tra ciò che le imprese

sono disposte a pagare per procurarsi un determinato fattore di produzione e la somma minima a cui esso può

essere acquistato. Spesso la rendita economica è positiva anche quando il profitto è nullo.

Surplus del produttore nel lungo periodo mentre la rendita economica vale per i fattori di produzione, il

surplus del consumatore si riferisce alla produzione. Il surplus del produttore misura la differenza tra il prezzo

di mercato che un produttore riceve e il costo marginale della produzione. Nel lungo periodo, quindi, in un

mercato concorrenziale il surplus del produttore ricavato da un’impresa consiste della rendita economica

generata da ognuno dei fattori di produzione scarsi.

La curva di offerta di lungo periodo dell’industria

Nel lungo periodo le imprese entrano ed escono dai mercati al variare delle condizioni, quindi è impossibile

sommare le curve di offerta. Nei casi in cui la produzione è caratterizzata da economie di scala, i prezzi dei

fattori diminuiscono all’aumentare della produzione. Quando si hanno diseconomie di scala i prezzi dei fattori

possono aumentare con la produzione. È possibile anche che il costo dei fattori non cambi al variare del livello di

produzione. Per determinare l’offerta di lungo periodo ipotizziamo che tutte le imprese abbiano accesso alla

tecnologia di produzione disponibile e che le condizioni del mercato dei fattori non cambino quando il mercato si

espande o si contrae. Osserviamo la figura: nella situazione di equilibrio di lungo periodo, tutte le imprese

realizzano profitti nulli. In (a) una squadra di calcio di una città di media grandezza vende un numero di biglietti

tale per cui il prezzo (7€) è uguale al costo marginale e al costo medio. In (b) la domanda è maggiore, quindi è

possibile vendere i biglietti a 10€. La squadra incrementa le vendite fino al punto in cui la somma del costo medio

di produzione e della rendita economica media è uguale al prezzo del biglietto. Quando si prende in

considerazione il costo opportunità associato al contratto esclusivo, il profitto economico della squadra è nullo.

È utile distinguere tre tipi di industrie: a costi costanti, crescenti e decrescenti 45

Industrie a costi costanti industria in cui la curva di offerta di lungo periodo è orizzontale. Lla figura

mostra come ricavare la curva di offerta di lungo periodo per un’industria a costi costanti. La scelta di

produzione di un’impresa è rappresentata in (a), mentre la produzione dell’industria è mostrata in (b). in (b) la

curva di offerta di lungo periodo di un’industria a costi costanti è una retta orizzontale, O . Quando la domanda

LP

aumenta, provocando inizialmente un aumento del prezzo (rappresentato dallo spostamento dal punto A al punto

C), l’impresa incrementa la propria produzione portandola da q a q , come mostrato in (a). L’ingresso di nuove

1 2

imprese provoca però uno spostamento verso destra dell’offerta di mercato. Dal momento che i prezzi dei

fattori non sono influenzati dall’aumento della produzione complessiva, l’ingresso di nuove imprese nell’industria

prosegue fino a quando il prezzo non torna al livello originale (nel punto B della parte (b)). Quando il prezzo sale

a P l’impresa segue la propria curva di costo marginale di breve periodo e incrementa la produzione a q . Questa

2 2

scelta di produzione massimizza il profitto perché soddisfa la condizione che il prezzo sia uguale al costo

marginale di breve periodo.

Industrie a costi crescenti la curva di offerta di lungo periodo ha inclinazione positiva. Nelle industrie a

costi crescenti i prezzi di alcuni fattori di produzione aumentano quando l’industria si espande e la domanda dei

fattori cresce. Ciò può essere dovuto alla presenza di diseconomie di scala nella produzione di uno o più fattori.

La figura mostra come ricavare la curva di offerta di lungo periodo. In (b) la curva di offerta di lungo periodo di

un’industria a costo crescenti, O , ha inclinazione positiva. Quando la domanda aumenta, provocando inizialmente

LP

un aumento del prezzo, le singole imprese incrementano i rispettivi livelli di produzione da q a q , come mostrato

1 2

in (a). l’entrata di nuove imprese provoca uno spostamento verso destra dell’offerta, da O a O . Dato che i

1 2

prezzi dei fattori aumentano di conseguenza, il nuovo equilibrio di lungo periodo si realizza a un prezzo maggiore

di quello dell’equilibrio iniziale. Il nuovo punto di equilibrio B della figura si trova quindi sulla curva di offerta di

lungo periodo dell’industria. In un’industria a costi crescenti, la curva di offerta di mercato di lungo periodo ha

inclinazione positiva. L’industria produce una quantità maggiore, ma solo al maggior prezzo necessario per

compensare l’incremento del costo dei fattori. L’espressione costi crescenti si riferisce alla traslazione verso

l’alto delle curve del costo medio di lungo periodo dell’imprese. 46

Industrie a costi decrescenti la curva di offerta dell’industria può anche avere inclinazione negativa. Anche

in questo caso, l’aumento inatteso della domanda determina l’espansione della produzione, ma quando questo

avviene le imprese possono sfruttare la situazione per procurarsi alcuni dei fattori produttivi a costi minori. La

curva del costo medio delle imprese si sposta verso il basso e il prezzo di mercato del prodotto diminuisce. Il

minor prezzo di mercato e il minor costo medio di produzione conducono a un nuovo equilibrio di lungo periodo

con più imprese, maggiore produzione e prezzo più basso. In un industria a costi decrescenti, quindi, la curva di

offerta di lungo periodo ha inclinazione negativa. Effetti di un’imposta l’imposta spinge a

ridurre la produzione. L’imposta fa traslare

la curva del costo marginale da C’ a C’ =

1 2

C’ + t, dove t è l’imposta per unità di

1

prodotto. L’imposta trasla verso l’alto della

stessa misura anche la curva del costo

medio variabile. L’imposta sulla produzione

ha due possibili effetti. Se dopo la sua

introduzione l’impresa può comunque

realizzare un profitto economico positivo o

nullo, massimizzerà il profitto scegliendo il

livello di produzione al quale la somma del

costo marginale dell’imposta è uguale al

prezzo del prodotto. La produzione

diminuisce da q a q e l’effetto implicito dell’imposta consiste nella traslazione verso l’alto della curva di

1 2

offerta. Se l’impresa non è più in grado di realizzare un profitto economico non negativo dopo l’introduzione

dell’imposta, sceglierà di uscire dal mercato. Se l’imposta viene applicata a tutte le imprese l’offerta complessiva

dell’industria si contrae facendo aumentare il prezzo del prodotto. Questo incremento del prezzo attenua alcuni

degli effetti descritti in precedenza. Le imprese riducono la produzione meno di quanto avrebbero fatto in

mancanza dell’aumento del prezzo. L’imposta sulla produzione, infine, può spingere alcune imprese ad

abbandonare il mercato. Un’imposta sulla produzione applicata a tutte le imprese di un mercato concorrenziale

47

fa traslare verso l’alto la curva di offerta di mercato in misura pari all’ammontare dell’imposta stessa. Questa

traslazione determina l’aumento del prezzo di mercato e la diminuzione dell’offerta complessiva.

Elasticità di lungo periodo dell’offerta è definita come la variazione percentuale della produzione (Q/Q)

determinata da una variazione percentuale del prezzo (P/P). Nelle industrie a costi costanti la curva di offerta

di lungo periodo è orizzontale e l’elasticità dell’offerta di lungo periodo è infinita. Nelle industrie a costi

crescenti, l’elasticità di lungo periodo dell’offerta è positiva ma finita. L’elasticità di lungo periodo è maggiore

generalmente di quella del breve periodo perché le industrie possono contrarsi ed espandersi. Il grado di

elasticità dipende dalla misura in cui i costi dei fattori aumentano quando il mercato si espande.

Capitolo 9: analisi dei mercati concorrenziali

Un ripasso su surplus del consumatore e surplus

del consumatore. Osserviamo la figura: il

consumatore A sarebbe disposto a pagare 10€ per

un bene il cui prezzo di mercato è 5€ e perciò

ottiene un beneficio di 5€. Il consumatore B

ottiene un beneficio pari a 2 € e il consumatore C,

che valuta il bene esattamente al prezzo di

mercato, non ottiene alcun beneficio. Il surplus del

consumatore, che misura il beneficio totale per

tutti i consumatori, è l’area colorata posta tra la

curva della domanda e il prezzo di mercato. Il

surplus del produttore misura il profitto totale dei

produttori, più le rendite dei fattori produttivi.

Nella figura corrisponde all’area in grigio tra la

curva dell’offerta e il prezzo di mercato. Insieme,

i surplus del produttore e del consumatore

misurano il beneficio in termini di benessere di un

mercato concorrenziale. Per il mercato nel suo complesso il surplus del produttore è rappresentato dall’area al di

sopra della curva di offerta e al di sotto del prezzo di mercato; si tratta del beneficio che chi produce a costi

inferiori ottiene vendendo al prezzo di

mercato.

Un’applicazione dei concetti si surplus del

consumatore e del produttore con il surplus

del consumatore e del produttore, possiamo

valutare gli effetti di benessere di un

intervento pubblico nel mercato. Siamo in grado

di determinare chi guadagna e chi perde a

causa di tale intervento, e in quale misura.

Osserviamo la figura e facciamo delle

osservazioni: 48

1. Variazione del surplus del consumatore subisce un danno chi subisce un razionamento (non è in grado

di acquistare il bene) a causa della contrazione della produzione e delle vendite da Q a Q . Altri

0 1

consumatori ottengono un vantaggio perché sono in grado di acquistare il bene a un prezzo inferiore (

P invece di P ). Quanto varia il benessere di ciascun gruppo? I consumatori che sono ancora in grado di

max 0

acquistare il bene godono di un incremento del surplus del consumatore, rappresentato dal rettangolo A.

I consumatori che non sono più in grado di acquistare il bene perdono surplus; la loro perdita è

rappresentata dal triangolo grigio B. la variazione netta del surplus del consumatore è quindi data da A-

B. poiché la superficie del rettangolo A è superiore a quella del triangolo B sappiamo che la variazione

netta del surplus del consumatore è di segno positivo.

2. Variazione del surplus del produttore con

la regolamentazione dei prezzi, alcuni

produttori (quelli con costi relativamente

inferiori) rimarranno nel mercato, ma

riceveranno un prezzo inferiore per la loro

offerta, mentre altri produttori saranno

costretti ad abbandonare il mercato.

Entrambi i gruppi perderanno surplus del

produttore. Coloro che rimangono nel

mercato e producono la quantità Q 1

percepiscono un prezzo inferiore, perciò

perdono surplus del produttore per

l’equivalente del rettangolo A. Tuttavia,

anche la produzione totale è diminuita. Il

triangolo C misura la perdita aggiuntiva di

surplus del produttore per i produttori che

hanno abbandonato il mercato e per quelli

che sono rimasti nel mercato ma producono di meno. Quindi la variazione totale del surplus del

produttore è –A-C (somma di A e C).

3. Perdita secca la perdita per i produttori derivante dalla regolamentazione dei prezzi è

controbilanciata dal guadagno dei consumatori? No. La regolamentazione dei prezzi produce una perdita

netta di surplus totale che definiamo perdita secca. La variazione totale del surplus è quindi (A-B) + (-A

–C) = -B –C, rappresentata dalla somma dei due triangolo B e C. si tratta di un’inefficienza causata dal

controllo dei prezzi; la perdita di surplus del produttore supera il guadagno di surplus del consumatore.

Se la curva di domanda è molto anelastica, il controllo dei prezzi può avere come risultato una perdita netta di

surplus del consumatore, come è mostrato nella prossima figura. In questa figura il triangolo B che misura la

perdita per i consumatori che sono rimasti fuori dal mercato, è più grande del rettangolo A, che misura il

guadagno dei consumatori che sono in gradi di acquistare il prodotto. Es la domanda di benzina è molto

anelastica nel breve periodo 49

Efficienza di un mercato concorrenziale

Per valutare i risultati di un mercato, spesso ci si domanda se esso raggiunge l’efficienza economica, ovvero la

massimizzazione del surplus aggregato del consumatore e del produttore.

Fallimento del mercato si potrebbe pensare che, se l’unico obiettivo è quello di ottenere efficienza

economica, un mercato concorrenziale funzioni meglio se lasciato a sé stesso. Talvolta è così, ma non sempre. In

alcune situazioni si verifica un fallimento del mercato: quando i prezzi non forniscono segnali adeguati a

consumatori e produttori, il mercato concorrenziale non regolamentato è inefficiente, ovvero non riesce a

massimizzare l’aggregato di surplus del consumatore e del produttore. Vi sono due importanti casi in cui può

verificarsi il fallimento del mercato:

Esternalità talvolta le azioni di consumatori o produttori hanno come risultato costi o benefici che non

 

sono rilevabili nel prezzo di mercato. Tali costi o benefici vengono definiti esternalità perché sono

esterni rispetto al mercato.

Mancanza di informazioni quando mancano le informazioni relative alla qualità o alla natura di un

 

prodotto, e quindi i consumatori non sono in grado di prendere decisioni di acquisto che ne massimizzino

l’utilità. L’intervento pubblico può essere auspicabile

In assenza di esternalità o di mancanza di informazioni, un

mercato concorrenziale non regolamentato conduce a un

livello di produzione economicamente efficiente. Ora

supponiamo invece che il governo imponga un prezzo al di

sopra del prezzo di equilibrio (vedi figura), per esempio P 2

invece di P . Benché i produttori vogliano produrre di più a

0

questo prezzo più elevato (Q invece che Q ), i consumatori

2 0

acquisteranno meno (Q invece che Q ). Se ipotizziamo che i

3 0

produttori producano solo la quantità che può essere

venduta, il livello di produzione del mercato è Q e di nuovo si

3

evidenzia una perdita netta di surplus totale. Il rettangolo A

rappresenta un trasferimento dai consumatori ai produttori

(che percepiscono un prezzo più elevato) ma i triangoli B e C rappresentano nuovamente una perdita secca. A

causa del prezzo più elevato, alcuni consumatori non acquistano più il prodotto (perdita di surplus del

consumatore rappresentata dal triangolo B) e alcuni produttori non producono più il prodotto (perdita di surplus

del produttore rappresentata dal triangolo C). 50


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coral94

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DETTAGLI
Esame: Microeconomia
Corso di laurea: Corso di laurea in economia aziendale
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher coral94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Microeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Becchio Giandomenico.

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