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Microeconomia (secondo parziale)

Sommario

  • La curva di offerta
    • Vincoli della produzione
    • Situazione con più vincoli
    • Produttività di un fattore produttivo
  • Rendimenti di scala
  • Scelta dell'impresa nel breve periodo
    • Extraprofitti
  • Monopolio
    • Prezzo limite
  • La teoria dei giochi
    • Dilemma del prigioniero
    • Battaglia dei sessi
      • Albero decisionale
    • Forma di gioco dinamico
  • Mercati oligopolistici
    • Strategie di produzione: modello di Cournot
    • Azienda leader e azienda follower: modello di Stackelberg
    • Gioco dinamico cartello
    • Strategie di prezzo: modello di Bertrand
    • La risposta ottima nel modello di Bertrand
    • Prodotti omogenei ma costi di produzione differenti
    • Prodotti non omogenei
    • Fallimento del mercato
  • Esternalità
    • Esternalità negative
    • Esternalità positive
    • L’intervento dello Stato in caso di esternalità
    • Il modello di Coase in caso di esternalità
  • Asimmetrie informative
    • Selezione avversa
      • Strategie contro la selezione avversa
    • Azzardo morale
  • Bene pubblico

La curva di offerta

La curva di offerta è la relazione tra quello che produce l’impresa e il prezzo di mercato. È tipica del modello competitivo. Il ruolo del modello competitivo è quello di fare da riferimento per giudicare la bontà o meno dell’attività economica nella realtà. La caratteristica del modello competitivo è quella di fornire modelli di riferimento per quanto riguarda il modello efficiente dell’attività economica. Le imprese nella realtà devono prendere 3 tipi di decisioni:

  • Produzione: quanto produrre e in che modo, attraverso quale tecnologia;
  • Prezzo: decisioni di prezzo, le imprese fissano il prezzo della merce;
  • Investimento: decisioni per quanto riguarda la propria capacità produttiva di investimento. L’investimento in beni capitali è lo strumento per introdurre le innovazioni tecnologiche, miglioramenti del processo di produzione o introdurre nuovi prodotti.

Consideriamo un mercato in cui i singoli attori non hanno in realtà potere di mercato rilevante. Questo comporta che non siano in grado di condizionare la stabilità del mercato e prendono il prezzo del mercato come qualcosa di dato, al di fuori della loro capacità di controllo. Le imprese possono scegliere sia il livello di produzione, sia il metodo con cui produrre la merce. Esse sono piccole rispetto al mercato, per cui ritengono di essere in grado di vendere tutto ciò che producono. La variabile decisionale è quella del livello di produzione.

Normalmente si suppone che le imprese abbiano alternative per realizzare i loro piani di produzione. Nel prendere queste 3 diverse decisioni, le imprese hanno degli obiettivi. Viviamo in economie di mercato perché si producono merci, beni prodotti per essere scambiati. In realtà viviamo in economie di mercato di tipo capitalistico: sono specifiche economie di mercato caratterizzate da una ben precisa relazione sociale di produzione, quella del contratto di lavoro salariato, ovvero il lavoro di fatto è una merce.

L’idea di fondo è che le imprese quando decidono la produzione decidono di produrre per il mercato e per valorizzare il capitale investito. Tra i fattori è importante il profitto, vogliono infatti incrementare il saggio di profitto. Quello che produce l’impresa, il valore della produzione, è il fatturato. Per ottenerlo l’impresa ha impiegato mezzi di produzione, materie prime. I lavoratori salariati e i capitalisti condividono il profitto e il fatturato con lo Stato attraverso le tasse.

Il processo di produzione può essere osservato dal punto di vista del valore aggiunto. I capitalisti poi dovranno spartirlo tra di loro e con lo Stato per le tasse. La produzione capitalistica è finalizzata al profitto. Le decisioni che prendono le imprese sono decisioni volte al profitto: le imprese razionali cercheranno di massimizzare il profitto. Nel fare questo le imprese sono sottoposte a dei vincoli.

  • Max profitto -> obiettivo
  • Tra i vincoli vi è quello tecnologico. Impiega risorse per ottenere un certo flusso di produzione. La tecnologia rappresenta il vincolo che condiziona le scelte.

Vincoli della produzione

Come rappresentano gli economisti il vincolo tecnologico? Supponiamo che la produzione debba richiedere un solo input, la forza lavoro, senza considerare tutto il resto.

q -> Flusso di produzione
L -> Flusso di forza lavoro

Ci sarà una relazione tra quello che produco e la quantità di lavoro che immetto nel processo.

q = f(L) -> Funzione di produzione

Posso distinguere tra combinazioni realizzabili e combinazioni precluse. Il punto a è qualcosa che la tecnologia mi consente di fare, perché impiegando L potrei produrre una quantità maggiore.

0Q < f(L0)0

Dove f(L0) è il massimo livello di produzione che posso ottenere da una data quantità di lavoro.

La differenza dei due modelli è che quello con a è inefficiente, perché io potrei produrre di più, per cui si ha una perdita di produzione rispetto all’ottimo. Esiste infatti un metodo che a parità di quantità di lavoro, di fattori produttivi, consente di produrre di più, la quantità massima. Le alternative al di sotto della curva sono possibili ma inefficienti, perché posso produrre di più e conseguentemente ricavare di più.

Con una produzione q a me converrebbe produrre L0, perché a parità di quantità prodotta c’è un altro metodo che mi consente di utilizzare meno lavoro. Le situazioni efficienti sono tutte quelle che stanno lungo la curva funzione di produzione. La funzione di produzione rappresenta il modo in cui rappresentiamo il processo produttivo. Efficienti vuol dire che a parità impiegate di input ottengo la quantità massima di output ottenibile.

Consideriamo ora due fattori, il capitale, K, inteso sia come termini monetari che come mezzi di produzione, e il lavoro, L:

q = f(K, L) -> Funzione di produzione

L’efficienza è una condizione necessaria per l’impresa per arrivare a massimizzare il profitto, ma non è sufficiente. Se l’impresa conosce un solo metodo di produzione, la curva si riduce ad un punto.

Cambia lo stato delle conoscenze, quindi cambia la funzione di produzione.

Situazione con più vincoli

L’impresa in un determinato momento storico avrà una certa capacità produttiva, avrà certi macchinari che le potranno permettere di produrre entro un certo livello e non oltre. Se l’impresa ha un vincolo di capacità produttiva, è come se ci fosse un secondo vincolo:

K = _

Con questo secondo vincolo diciamo che consideriamo l’attività produttiva in breve periodo.

q = f(K, L)
K = _

La capacità produttiva diventa un fattore fisso, non può essere modificato. Oltre ad un vincolo di natura tecnologica inseriamo un altro vincolo dei fattori produttivi, e non è possibile modificarne la capacità.

Se quest’ultimo vincolo non ci fosse e l’azienda potesse modificare la propria capacità produttiva saremmo in una condizione di lungo periodo, perché l’azienda può investire nelle capacità produttive e migliorarle. Il breve periodo è anche una condizione di adattamento parziale, invece il lungo periodo è una condizione di adattamento totale.

Produttività di un fattore produttivo

q = F(K, L)

Questa funzione di produzione mi dice tutte le possibili scelte che posso fare. Aggiungiamo una seconda condizione per definire in modo rigoroso una categoria analitica.

K = _

Supponiamo ci sia una certa capacità di un certo fattore, che rappresenta un vincolo.

q = F(K, L) = F(_, L) = f(L) -> q = f(L)

Curva di produttività totale o funzione di produzione di breve periodo (mette in relazione la quantità prodotta con l’input variabile).

Sulla base dello stato della tecnologia il fattore di produzione dipende dalla forza lavoro, fattore variabile, e dai mezzi di produzione, vincolo costante nel breve periodo. Se voglio produrre di più devo necessariamente agire sulla forza lavoro. L’impresa prima di accrescere l’attività produttiva vuole vedere se la stabilità del mercato è temporanea o meno. Si usa più manodopera o si fa lavorare di più quella esistente e si produce di più. L’input fisso è quello che non posso cambiare, mentre quello variabile lo posso modificare.

q -> Produttività media

La produttività media è importante perché ci dà informazioni sul fatto che l’impresa sia in grado o meno di realizzare profitti. Questa si suppone abbia un andamento crescente, se io impiego più lavoro produco di più.

La pendenza che unisce l’origine con il punto effettivo di produzione è la produttività media. Se la produttività del fattore lavoro, la produttività totale, cresce con velocità più piccole, il suo rendimento medio tende a diminuire.

Se si mette a confronto ΔL e Δq si ottiene:

ILq = -> Produttività marginale

Quanto varia la produzione se io impiego 1 ora lavoro in più. La forza lavoro addizionale ha una produttività inferiore rispetto alla produttività media di prima. Se si fa la media su tutto, questa tenderà a diminuire. La forza lavoro addizionale è meno produttiva, magari perché meno qualificata. Siccome è meno produttiva, riduce il rendimento di tutta la forza lavoro.

Aumentando in minime parti la forza lavoro, ΔL, la linea nel caso limite, coincidente ad a, rappresenterà la tangente. La produttività marginale misura la produttività della variazione dell’input. Se la curva è concava, la produttività marginale è sempre inferiore alla produttività media.

Produttività media: all’aumentare dell’input di lavoro posso aumentare la produzione totale. Se non si sta impiegando forza lavoro, la differenza tra produttività media e produttività marginale coincidono. La produttività media non può diventare negativa, mentre quella marginale sì, quando la curva è decrescente come in questo caso:

Nel tratto verso il basso la produttività marginale sarà negativa, ma le aziende non hanno interesse a collocarsi in quel punto.

Forza lavoro addizionale: ogni lavoratore impiegato in più, quanto mi rende? In caso di curva convessa il segmento che unisce a e a avrà una pendenza maggiore rispetto a quello che unisce l’origine e a. La forza lavoro addizionale è infatti più produttiva. L’input variabile ha un rendimento crescente.

L’utilità marginale mi dice il rendimento dell’input addizionale. Se la forza lavoro addizionale che impiego è più produttiva, questo comporta un aumento della produttività media di tutta la forza lavoro.

Supponiamo che la produttività totale sia una retta uscente dall’origine. Produttività media e marginale in questo caso coincidono. La forza lavoro addizionale ha un rendimento esattamente uguale a quello della forza lavoro esistente.

Bisogna mettere insieme questi tre casi. Se accettiamo l’idea che il mercato competitivo sia un mercato in cui le imprese non hanno potere di mercato, è possibile che la produttività degli input cresca proporzionalmente? Se così fosse le imprese avrebbero l’incentivo a diventare sempre più grandi. Questa ipotesi sarebbe in contraddizione con l’ipotesi di mercato competitivo in cui vi sono piccole imprese.

L’idea che è passata è descritta come Legge delle proporzioni variabili:

  • K = input fisso
  • L = input variabile

Ci sarà una proporzione ottima tra questi due input, quella a cui corrisponde l’ottimo tecnico, la produttività media è al suo livello massimo. Tuttavia, man mano che ulteriori unità di un input variabile vengono aggiunte a una quantità fissa di un altro input, la produttività marginale dell'input variabile inizierà a diminuire.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Federico ® di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Microeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Gozzi Giancarlo.
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