• Teorici e Storici
“Un dialogo tra sordi”
o
Burke intende dimostrare l’utilità della teoria sociale per gli storici e quella della storia per i sociologi; non
intende identificare la distinzione fra pratica e teoria con quella rispettivamente di storia e sociologia. I
rapporti tra storici e sociologi non sono mai stati dei migliori
Sociologia = lo studio della società umana, con particolare attenzione alla sua struttura ed al suo sviluppo.
Storia = analisi delle società umane nella loro pluralità, come le differenze e i cambiamenti sono succeduti
nel corso del tempo
Per Burke i due approcci non sono conflittuali, ma complementari, poiché solo attraverso la comparazione si
può cogliere il grado di unicità di una determinata società; per Burke entrambi “colgono la pagliuzza negli
occhi altrui e non si accorgono della trave nei propri”, percepiscono l’altro come stereotipato. Gli storici
accusano i sociologi di usare termini troppo tecnici con la pretesa di ridurre le persone sotto una certa
etichetta, mentre i sociologi accusano gli storici di essere dei raccoglitori di fatti, miopi, privi di metodo.
Il dialogo tra storici e sociologi è un “dialogo tra sordi” (definizione di Fernand Braudel), i sociologi tendono
a formulare regole generali e sottovalutare le eccezioni, gli storici si concentrano sui dettagli, tralasciando lo
schema generale.
”la differenza tra storia e teoria”
o
La sociologia non esisteva come disciplina autonoma, possono essere considerati i “padri” della sociologia i
filosofi Charles de Montesquieu, Adam Ferguson e John Millar, e anche Adam Smith, l’iniziatore della
scienza economica.
Questi 4 autori hanno prevalentemente hanno prevalentemente trattato sistemi economici e sociali come il
“sistema feudale” dell’Europa Medievale o quello mercantile.
Possono essere definiti come “filosofi della storia” (termine settecentesco)
Gli storici, durante l’Illuminismo, si staccarono dalla teoria sociale e dalla storia sociale; durante l’ottocento,
alcuni storici rifiutarono la storia sociale in quanto non abbastanza scientifica, mentre altri rifiutarono la
sociologia in quanto troppo astratta e troppo scientifica; lo stesso percorso fu seguito anche da alcuni
filosofi dello stesso periodo, come Dilthey (definì le scienze naturali come lo “studio dell’esterno” da quelle
umanistiche che hanno come scopo comprendere l’interno.)
Anche Benedetto Croce nel 1906 si comportò in maniera simile, rifiutando la cattedra di Sociologia
dell’università di Napoli, giudicandola una pseudo-scienza.
I re maggiori sociologi del XX secolo furono Pareto, Durkheim (morto nel 1917) e Weber (morto nel 1920),
tutti e tre godevano di una buona preparazione storica.
“L’abbandono del passato”
o
Come gli economisti, anche tra gli antropologi si è sviluppata la tendenza ad occuparsi maggiormente dello
studio della società contemporanea, anziché del passato. Tendono ad “abbandonare le poltrone” per
occuparsi maggiormente dello studio sul campo, come professato da Malinowsky.
Ad esempio si è passati allo studio dei quartieri come Little Italy di Chicago o all’analisi dei dati ricavati
tramite questionari.
Le ricerche sul campo forniscono una base fattuale più consona agli studi delle società tribali piuttosto che
quelli dell’evoluzione speculativa della storia.
“L’ascesa della storia sociale”
o
Come gli antropologi sociali e i sociologi perdevano interesse nel passato, gli storici si dedicavano alla
questione di Spencer sulla “storia naturale della società”, come Karl Lamprecht che denunciava il troppo
interesse accademico verso la storia dei grandi personaggi; per Lamprecht la storia è innanzitutto una
scienza psico-sociale.
Otto Hintze, seguace di Weber considerò la teoria di Lamprecht come un “superamento di Ranke” e
dell’atteggiamento neo-rankiano.
Lamprecht non ebbe molto successo tra gli storici tedeschi con il suo tentativo di rompere l’ortodossia
dell’approccio storico, mentre ebbe maggior riscontro in Francia e negli Stati Uniti, Frederick Jackson Turner
lanciò un attacco alla storia simile a quello di Lamprecht.
In Francia, Lucien Fabvre e Marc Bloch (anni Venti), con la fondazione della rivista “Annales d’historie
èconomique et sociale”, come Lamprecht, Turner e Robinson si opposero al dominio della “storia politica”,
rimpiazzandola con una più “umana e ampia”
“La convergenza tra teoria e storia”
o
In verità non vi è mai stato un momento in cui storia e sociologia avessero perso completamente il contatto;
dopo John Huizinga con “Il crepuscolo del Medio Evo” (1912), nel quale attinge molte idee all’antropologia
sociale e la rivista “Annales” di Febvre e Bloch, nelle due decadi seguenti vi furono numerosi sociologi e
antropologi sociali che si dedicarono a dare ai loro studi una dimensione storica.
La convergenza tra storia e sociologia è dimostrata dalla coniazione dei nuovi termini come “sociologia
storica” o “economia storica”
Parallelamente, vi è stato anche il cambio di interesse degli storici dalla storia politica a quella sociale.
Bacone ha paragonato agli empiristi simili a formiche che raccolgono meramente i dati, e ai teorici puri che
tessono la loro speculazione come la tela di un ragno, mentre il giusto approccio è quello dell’ape che
preleva il materiale grezzo e lo trasforma.
In realtà “convergenza” non è il termine più adatto, poiché troppo modesta per descrivere una relazione
così complessa ed intricata, anche se, pur modesta, indica l’avvicinamento tra due parti ma non
necessariamente l’incontro o l’accordo.
Vi sono stati anche conflitti come tra il sociologo americano Smelser (pubblicò un saggio sui mutamenti
sociale della rivoluzione industriale) e lo storico inglese Thompson, accusando la “sociologia”
dell’inappropriato uso del termine “classe” in relazione al processo anziché alla struttura.
• Modelli e Metodi
“Comparazione”
o
La comparazione ha sempre avuto un’importanza centrale nella teoria sociale, come Durkheim che
considera la sociologia comparativa non una branca della sociologia, ma la sociologia stessa. Per Durkheim
vi sono due forme di comparazione: la comparazione tra società analoghe e la comparazione tra società
intrinsecamente differenti.
Gli storici “classici” tendono a rifiutare la comparazione, poiché interessati allo studio del particolare; a
questa critica risponde Weber rispondendo che lo studio del particolare si può unicamente perpetuare
comparando ciò che manca nelle altre società. Bloch ispirò lo studio comparativo del feudalismo con il
sistema dell’”elemento mancante”, come la teoria della presenza della mosca Tze-Tze che impedì lo sviluppo
della cavalleria nell’Africa Occidentale.
Weber trascorse molto tempo a studiare le differenze caratteristiche delle civiltà occidentali. Bloch e Hintze
possono essere considerato i continuatori di Weber e Durkheim. Hintze imparò il metodo comparativo da
Weber, limitandolo però all’analisi dell’Europa; Bloch, invece, ereditò il modello comparativo da Durkheim e
lo applicò a società molto lontane nel tempo e nello spazio, come “Re taumaturghi”, dove effettua il
parallelismo tra la Francia e L’Inghilterra in cui i sovrani erano in grado di guarire con l’imposizione delle
mani, e “Società feudale”, uno studio sull’Europa medievale, nel quale annota similitudini con i Samurai del
Giappone.
L’approccio “particolare” e “generalizzante” sono in realtà complementari, poiché dipendono entrampi dalla
comparazione, implicita o esplicita. Lo storico americano Jack Hexter ha diviso gli studiosi in “coloro che
accumunano” e “coloro che dividono”, identificando gli ultimi come “superiori”, poiché in grado di operare
discriminazioni
Vi sono due pericoli nel metodo comparativo: potrebbe tralasciare le “tappe” con la quale le società si
evolvono (come adoperato da Marx, Comte, Spencer, Durkheim), poiché tale metodo prende in analisi due
fasi ben distinte delle società, mentre dovrebbe considerare i differenti percorsi secondo i quali una società
può evolversi (come Weber). Il secondo pericolo è quello dell’etnocentrismo, poiché molti studiosi hanno
considerato la propria cultura come il metro di paragone per le altre società
“Modelli e Tipologie”
o
La definizione di “modello” può essere quella di una “costruzione intellettuale volta alla semplificazione
della realtà ed alla sua comprensione”, la sua utilità può essere quella dell’omettere alcuni elementi e
identificare le “variabili” in un sistema di parti indipendenti.
Ad esempio si può identificare il modello “consensuale”, affidato a Durkheim e quello “conflilttuale”, tipico
del marxismo. Quello consensuale identificai legami e la coesione sociale, mentre quello conflittuale
sottolinea la compresenza della contraddizione e della conflittualità sociale. Poiché non esiste società senza
solidarietà o senza conflitti, non esistono storici che dimenticano completamente l’esistenza di uno dei due
modelli.
Anche gli storici sociali e culturali fanno uso di modelli. I primi si riferiscono ad una “società di classe”
(basata sulle classi), mentre i secondi che utilizzano termini come “rinascimento”, “barocco” o
“puritanesimo” sembrano non impiegare modelli, ma in realtà quei termini raffigurano proprio un insieme
di tratti caratteristici.
I modelli possono inglobare il cambiamento, anche se non ne identificano le forme. Possono però
identificare le sequenze tipiche di un cambiamento.
Si distingue il modello tra criteri di appartenenza alle entità, che possono essere “monotetiche” o
“politetiche”; il primo è quando un unico set di caratteristiche è sufficiente e necessario a identificarne
l’appartenenza, mentre il secondo è identificato da più attributi, in modo che ogni entità che vi appartiene
possegga la gran parte di questi attributi e che ciascun attributo sia condiviso dalla maggior parte delle
entità. “Metodi Quantitativi”
o
I metodi quantitativi si basano su numerose quantità di dati, analizzabili dal punto di vista statistico, ad
esempio i Censimenti effettuati a Roma. Il loro utilizzo, ossia che possano essere oggetto di studio per
l’analisi del comportamenti e degli atteggiamenti umani è recente e controverso, anche se sono uno
strumento usato da antropologi, psicologi e politologi.
Il problema sta nel scegliere un piccolo gruppo di persone che sia sufficiente per una rappresentazione
dell’intera popolazione.
Allo stesso modo, vi sono molte controversie per l’applicazione di tali metodi. Ad esempio vi è la possibilità
che le fonti non sono così precise e sicure come si pensava che fossero, oppure molte categorie base (come
“poveri”, “domestiche”, ecc…) sono imprecise e non hanno una definizione restrittiva.
La grande difficoltà per chi utilizza questi metodi è la distinzione tra dati “hard” misurabili (spesso più facili
da ottenere e meno interessanti) e quelli “soft”, non misurabili (quelle che in realtà servono). Il problema
sta nell’individuare eventi hard che possano servire da indicatori per quelli soft.
Hanno avuto similari problemi gli studiosi dell’intensità religiosa, che si sono concentrati sul numero dei
frequentatori di chiese e sulla quantità dei numeri di sacramenti nei paesi cattolici.
Vi è un interesse maggiore per la “storia dal basso” o quelli definiti come “micro-fenomeni”
“Il microscopio sociale”
o
Come i sociologi, anche gli storici (anni ’50 e ‘60) hanno preso in analisi le vite di milioni di persone,
cercando di tracciare una linea di tendenza generale, applicando i modelli quantitativi.
Negli anni ’70 si è passati dal telescopio al microscopio, prestando attenzione a quella definita come
“microstoria”. Uno dei fautori della microstoria è Ginzburg, come evidenziato nel suo libro “il formaggio e i
vermi” tentando di ricostruire la visione del mondo a partire dalle idee di un singolo individuo
La svolta avviene quando gli storici vengono a conoscenza del lavoro degli antropologi sociali nel
“microsociale”, come il lavorodi Robert Redfield.
Michel Foucalt ha incoraggiato i microstudi nella sua discussione contro il potere statale, nell fabbriche,
scuole, ecc… il termine più consono per definire questo approccio è “micropolitica” (anche se viene usata
negli studi politici con un significato diverso)
L’utilizzo del microscopio sociale può essere legato ai casi per i quali l’antropologo o lo storico riconosce in
essi un caso di valenza generale. In altri casi serve a definire un’”eccezione”, per svelare le falle nel
funzionamento del meccanismo sociale.
Un esempio può essere quello del caso dei “quarantasette Ronin”
• Concetti Centrali
Il terzo capitolo ha come scopo capire come gli storici utilizzano il paradigma teorico creato dai teorici
sociali; quest’ultimi vengono spesso accusati dagli storici di utilizzare un linguaggio incomprensibile.
Burke vuole fornire allo storico una sorta di “dizionario” utile per comprendere i lavori dei sociologi.
“Il ruolo sociale”
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Il ruolo sociale è definito come il comportamento atteso da parte di qualcuno in una determinata posizione
della struttura sociale, come ad esempio il ruolo del “bambino”, definito dagli adulti. (Philippe Ariès è
autore di uno studio sulla figura del bambino dal mondo medievale a quello moderno)
Un altro esempio è quello dei “favoriti reali”, ossia visti spesso come cattivi consiglieri dei Re “deboli” (come
Edoardo II di Francia o Enrico III d’Inghilterra)
Goffman ha legato il concetto di “ruolo” con quello di “performance” o “facciata”, allo scopo di analizzare la
“presentazione di sé”. Anche se per uno storico potrebbe essere difficile
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