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Elementi di analisi funzionale

Spazi vettoriali

Inizieremo occupandoci della nozione di spazio vettoriale (abbreviato s.v.). Parleremo dunque di scalari e di vettori. Si tratta di due termini derivati dalla Fisica: è noto che alcune grandezze possono essere misurate in una certa scala (cioè rispetto a una certa unità di misura) e ciò che ne deriva è un numero; altre grandezze, ad esempio le forze, richiedono l’uso di segmenti orientati, cioè vettori a due o tre componenti. Tali vettori possono essere sommati tra loro, dando come risultato altri vettori, così come è possibile moltiplicare uno scalare per un vettore, ottenendo come risultato ancora un vettore.

L’astrazione da tale situazione conduce alla nozione di spazio vettoriale. Dobbiamo innanzitutto precisare le proprietà degli scalari; tale precisazione conduce alla definizione di campo (o corpo commutativo).

Definizione di campo

Definizione 1.1-1. Un insieme si dice un campo se in esso sono definite due operazioni, denominate addizione e moltiplicazione, che associano ad ogni coppia di elementi x e y rispettivamente un elemento somma x + y e un elemento prodotto xy, per cui valgono le proprietà:

  • Commutativa: x + y = y + x, xy = yx
  • Associativa: x+(y+z) = (x+y)+z, x(yz) = (xy)z
  • Distributiva: x(y + z) = xy + xz, ∀ x, y, zK.

Esistono due elementi tra loro distinti, 0 e 1, che sono elementi neutri delle due operazioni: x + 0 = x, x 1 = xxK.

Per ogni x esiste un elemento opposto y, cioè un elemento tale che x + y = 0; tale elemento verrà indicato col simbolo -x. Per ogni x ≠ 0 esiste un elemento reciproco z, cioè un elemento tale che xz = 1; tale elemento verrà indicato col simbolo x-1 oppure 1/x.

Non è difficile dimostrare che gli elementi neutri, così come l’opposto e il reciproco di un elemento, sono univocamente determinati.

Sono esempi di campi il campo dei numeri razionali, quello dei numeri reali ed il campo dei numeri complessi. Il primo è un sottocampo del secondo e il secondo è un sottocampo del terzo.

Più esattamente, il campo dei numeri reali è isomorfo (= ha la stessa struttura) al sottocampo del campo costituito dai numeri complessi con parte immaginaria nulla: se i numeri complessi vengono rappresentati come coppie (x, y) di reali, l’isomorfismo in questione è dato da x → (x, 0).

Spazi vettoriali

Definizione 1.1-2. Sia V un insieme (non vuoto) e K un campo. Siano definite le seguenti operazioni:

  • Un’addizione in V, cioè una corrispondenza che ad ogni coppia (x, y) di elementi di V associa un elemento di V stesso, detto somma di x e y e indicato col simbolo x + y.
  • Una moltiplicazione degli elementi di K per gli elementi di V, cioè una corrispondenza che ad ogni coppia (a, x) con aK, xV associa un elemento di V detto prodotto di a per x e indicato col simbolo ax.

Supponiamo che le operazioni godano delle seguenti proprietà:

  • x + y = y + x (commutatività);
  • x + (y + z) = (x + y) + z (associatività);
  • Esiste un elemento di V, indicato col simbolo 0, tale che x + 0 = x per ogni x (esistenza dell’elemento neutro additivo);
  • Per ogni x ∈ V esiste un elemento y ∈ V tale che x + y = 0 (esistenza dell’opposto);
  • a(x + y) = ax + ay (distributività della moltiplicazione rispetto all’addizione tra vettori);
  • (a + b)x = ax + bx (distributività della moltiplicazione rispetto all’addizione tra scalari);
  • a(bx) = (ab)x;
  • 1x = x (1 è l’elemento neutro moltiplicativo di K).

In tali ipotesi diremo che V, con le operazioni definite, è uno spazio vettoriale sul campo K. Gli elementi di V si dicono vettori, gli elementi di K si dicono scalari.

Se K = R si dice che V è uno s.v. reale, se K = C si dice che V è uno s.v. complesso. Non è difficile dimostrare che l’elemento neutro dell’addizione è unico, così come è unico, per ogni x, l’opposto di x stesso: tale elemento verrà indicato col simbolo -x. La somma di x con l’opposto di y, cioè x + (-y), verrà indicata semplicemente -x + y.

Si osservi che la frase “V è uno s.v. sul campo K” è usata spesso per brevità, è molto incompleta: occorrerebbe dire “V, con le operazioni seguenti (a questo punto segue la definizione delle operazioni), è uno s.v. sul campo K”.

Esempi di spazi vettoriali

Esempio 1.1-1. Sia K un campo e V := Kn, l’insieme delle n-uple ordinate x = (x1, x2, ..., xn) di elementi di K. Definiamo l’addizione tra elementi di V e la moltiplicazione di uno scalare a per un elemento x ∈ V, ponendo x + y := (x1 + y1, x2 + y2, ..., xn + yn), ax := (ax1, ax2, ..., axn), dove s’intende che y = (y1, y2, ..., yn).

In particolare, se K = R si ottiene lo s.v. reale Rn, se K = C si ottiene lo s.v. complesso Cn.

Se K = B = {0, 1}, si ottiene uno s.v. in cui ogni elemento è l’opposto di se stesso: x + x = 0 per ogni x; infatti, nel campo 1 + 1 = 0 + 0 = 0. Dunque, in tale spazio vettoriale, si ha x + y = x - y per ogni coppia di vettori x e y.

Esempio 1.1-2. Sia A un insieme (non vuoto), V uno s.v. su un campo K. Sia F(A, V) l’insieme di tutte le funzioni da A a V: f : A → V. Se f e g sono due di tali funzioni, poniamo (f + g)(x) := f(x) + g(x), ∀xA, (af)(x) := af(x), ∀aK, ∀xA. Le operazioni che compaiono nei secondi membri sono quelle dello s.v. V. Così facendo, F(A, V) diventa uno s.v. su K. In particolare, se A è l’insieme degli indici {1, 2, ..., n}, e V = K (considerato come s.v. su se stesso), allora F(A, V) si riduce allo s.v. considerato nell’esempio 1.

Sia V uno s.v. su K; se x e y sono due vettori, a e b due scalari, il vettore ax + by si dice combinazione lineare di x e y mediante i coefficienti a e b.

Sottospazi di uno spazio vettoriale

Definizione 1.1-3. Sia V uno s.v. su un campo K, W un sottoinsieme di V; diremo che W è un sottospazio di V se ∀a, bK e ∀x, yWax + byW.

A parole: W è un sottospazio di V se contiene tutte le combinazioni lineari di vettori che già gli appartengano.

Se W è un sottospazio di V, allora esso stesso è uno s.v. con le operazioni definite in V. Per ogni s.v. V esistono due sottospazi cosiddetti impropri, e precisamente il sottospazio ridotto al solo vettore nullo, e V stesso; i restanti sottospazi (se esistono) si diranno propri.

Esempio 1.1-3. Nello s.v. Rn, con n ≥ 2, sono sottospazi gli insiemi:

  • Wj := {x = (x1, x2, ..., xn) | xj = 0}, j = 1, 2, ..., n;
  • W := {x = (x1, x2, ..., xn) | ∑xj = 0}.

Al contrario, l’insieme dei vettori x aventi la prima componente diversa da 0, non è un sottospazio.

Esempio 1.1-4. Nello s.v. F([a, b], R) di tutte le funzioni definite sull’intervallo [a, b] a valori reali (vedi esempio 2), sono sottospazi l’insieme C([a, b]) delle funzioni continue su [a, b], l’insieme C(1)([a, b]) delle funzioni derivabili con continuità su [a, b], ecc.

In generale, per ogni naturale positivo k, C(k)([a, b]) è lo s.v. costituito dalle funzioni derivabili k volte con continuità su [a, b].

Se W1 e W2 sono sottospazi dello s.v. V, non è difficile riconoscere che sono ancora sottospazi l’intersezione W1 ∩ W2 e la somma vettoriale W1 + W2, definita come:

  • W1 + W2 := {xV | x = x1 + x2, (x1W1) ∧ (x2W2)}.

A parole: W1 + W2 è l’insieme di quei vettori di V che si possono scrivere come somma tra un vettore di W1 e un vettore di W2. In generale, l’unione W1 ∪ W2 non è un sottospazio di V.

Un modo semplice per costruire un sottospazio di uno s.v. V (non necessariamente distinto da V stesso) si ottiene scegliendo un insieme di r ≥ 1 vettori A := {v1, v2, ..., vr} e considerando l’insieme di tutte le loro combinazioni lineari:

  • W := {xV | x = a1v1 + a2v2 + ... + arvr, ∀jK}.

Lasciamo come esercizio il compito di verificare che W è effettivamente uno s.v.; si dice che esso è generato da A, oppure che A è un insieme di generatori di W, e si scrive W = G[A].

Esempio 1.1-5. Riprendiamo l’esempio 4 con A = ℝ, K = ℝ. Dunque F(ℝ; ℝ) è lo s.v. delle funzioni reali di una variabile reale, ovunque definite. Sia p0(x) = 1 per ogni x ∈ ℝ, pj(x) = xj, per j = 1, 2, ..., n. L’insieme {p0, p1, ..., pn} genera lo s.v. costituito dalla funzione nulla e dai polinomi di grado ≤ n:

  • ℝ[x] = a0 + a1x + a2x2 + ... + anxn, ∀ai.

Esso è un sottospazio di F(ℝ; ℝ).

Indipendenza lineare

Ci si può chiedere sotto quali condizioni su un insieme di generatori, gli scalari che individuano un generico vettore di G[A] sono univocamente determinati. Supponiamo che per almeno un vettore x esistano due diverse rappresentazioni:

  • x = c1v1 + c2v2 + ... + crvr,
  • x = c'1v1 + c'2v2 + ... + c'rvr,

dove cj ≠ c'j per almeno un indice j. Sottraendo membro a membro le due uguaglianze precedenti e ponendo cj - c'j =: c''j, si ottiene una rappresentazione del vettore nullo come combinazione lineare dei vettori vj, con coefficienti non tutti nulli.

Definizione 1.1-4. I vettori v1, v2, ..., vr dello s.v. V si dicono linearmente indipendenti se dall’uguaglianza

  • 0 = c1v1 + c2v2 + ... + crvr

segue necessariamente c1 = c2 = ... = cr = 0. In caso contrario essi si dicono linearmente dipendenti.

In luogo di dire che i vettori v1, v2, ..., vr sono linearmente indipendenti si dice anche che l’insieme da essi costituito è libero.

Se i vettori v1, v2, ..., vr sono linearmente indipendenti, ciascuno di essi è diverso dal vettore nullo; infatti se fosse, ad esempio, v1 = 0, basterebbe porre c1 = 1, c2 = c3 = ... = cr = 0 per avere una combinazione lineare nulla dei vettori dati con coefficienti non tutti nulli.

Se r ≥ 2 vettori sono linearmente dipendenti, almeno uno di essi può essere espresso come combinazione lineare dei restanti (e viceversa); infatti se risulta, ad esempio,

  • c1v1 + c2v2 + ... + crvr = 0

con c1 ≠ 0, si ha

  • v1 = -(c2/c1)v2 - ... - (cr/c1)vr.

Dire che due vettori di R2 sono linearmente indipendenti equivale ad affermare che essi sono non nulli e non proporzionali (cioè non appartengono ad una medesima retta passante per l’origine). Tre vettori di R3 sono linermente indipendenti se e solo se essi sono non nulli e non complanari.

Base di un sottospazio

Introduciamo la nozione di base di un sottospazio W dello s.v. V (dove non si esclude che sia W = V).

Definizione 1.1-5. Un insieme {v1, v2, ..., vn} di generatori del sottospazio W dello s.v. V si dice una base di W se i vettori che lo costituiscono sono linearmente indipendenti. In tal caso, per ogni xW la rappresentazione

  • x = c1v1 + c2v2 + ... + cnvn

è univocamente determinata; gli scalari c1, c2, ..., cn si dicono le coordinate di x rispetto ai vettori della base.

La definizione posta significa due cose:

  • Ogni vettore di W è rappresentabile come combinazione lineare dei vettori della base;
  • Tale rappresentazione è univocamente determinata.

Se lo s.v. V ammette un insieme finito di generatori, si dice che esso è finitamente generato. Se V è finitamente generato e {v1, v2, ..., vr} è un insieme di generatori, allora è possibile trovare un sottoinsieme (non necessariamente proprio) di tale insieme che è una base di V. Basta procedere nel seguente modo:

  • Scartare gli eventuali vettori vj nulli;
  • Procedendo per valori crescenti dell’indice, scartare ogni vj che sia combinazione lineare dei precedenti.

Dunque ogni insieme di generatori contiene una base. Ne segue che i vettori di una base di uno s.v. generato da r vettori sono in numero ≤ r. Naturalmente si possono avere più basi in un medesimo s.v.; è però fondamentale il seguente risultato:

Proposizione 1.1-1

Se V è uno s.v. finitamente generato, allora due diverse basi sono necessariamente costituite da ugual numero di vettori; tale numero si chiama dimensione di V e si indica col simbolo dim V. Se dim V = n, ogni insieme libero contiene al più n elementi.

La dimostrazione della precedente proposizione è riportata in tutti i testi di Algebra Lineare e lo stesso vale per le restanti proposizioni di questo paragrafo.

Esempio 1.1-6. Lo s.v. Kn dell’esempio 1 ha dimensione n. Consideriamo infatti i vettori ej, j = 1, 2, ..., n, aventi tutte le coordinate nulle tranne quella di posto j, uguale a 1:

  • e1 := (1, 0, ..., 0)
  • e2 := (0, 1, ..., 0)
  • ...
  • en := (0, 0, ..., 1)

Allora x = (x1, x2, ..., xn) si scrive

x = (x1, 0, ..., 0) + (0, x2, ..., 0) + (0, 0, ..., xn) = x1e1 + x2e2 + ... + xnen.

Cioè mostra che i vettori ej costituiscono un insieme di generatori. D’altra parte, se

x1e1 + x2e2 + ... + xnen = (x1, x2, ..., xn) = 0,

allora x1 = x2 = ... = xn = 0, quindi gli stessi vettori sono linearmente indipendenti.

Essi costituiscono la cosiddetta base canonica (o naturale) di Kn: essa è caratterizzata dal fatto che le coordinate del vettore x = (x1, x2, ..., xn) sono semplicemente le componenti dello stesso vettore.

Esempio 1.1-7. L’esempio precedente, per n = 1 e K = C (campo dei numeri complessi) ci assicura che C, considerato come spazio vettoriale complesso, ha dimensione 1. Una base è costituita da un qualsivoglia numero diverso da 0, ad esempio 1: è chiaro che ogni numero complesso z si lascia scrivere nella forma z = z · 1.

Tuttavia possiamo considerare C come s.v. reale, cioè possiamo limitarci a considerare scalari reali. Per sottolineare il fatto che consideriamo C come s.v. reale utilizziamo il simbolo RC. Tale s.v. ha dimensione 2, una base essendo costituita, ad esempio, dai vettori 1 e i: la scrittura z = x + iy mostra che ogni numero complesso si lascia esprimere (ed in un solo modo) come combinazione lineare a coefficienti reali (la parte reale e il coefficiente della parte immaginaria) dei due numeri complessi considerati.

In luogo di dire che uno s.v. V è finitamente generato si dice anche che esso ha dimensione finita. Non è difficile verificare che ogni sottospazio W di uno s.v. V di dimensione finita è anch’esso di dimensione finita. Per convenzione si assegna dimensione 0 al sottospazio ridotto all’elemento nullo: dim {0} := 0.

Ad esempio, nello spazio R3, le rette passanti per l’origine sono sottospazi di dimensione 1, i piani passanti per l’origine sono sottospazi di dimensione 2.

Proposizione 1.1-2

Se V è uno s.v. di dimensione finita, allora ogni sottospazio W è di dimensione finita; si ha dimW ≤ dimV, dove vale il segno di uguaglianza se e solo se W = V.

Sia V uno s.v. di dimensione nota: dimV = n. Dire che una n-pla di vettori {v1, v2, ..., vn} è una base di V significa dire due cose:

  • {v1, v2, ..., vn} è un insieme di generatori;
  • {v1, v2, ..., vn} è un insieme libero.

Ci si può chiedere se una n-pla di vettori di V può verificare una delle due condizioni ma non l’altra. La risposta è negativa: vale un “teorema dell’alternativa”, cioè.

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Scienze matematiche e informatiche MAT/05 Analisi matematica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodi matematici e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Napoli Federico II o del prof Scienze matematiche Prof.
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