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Introduzione

Negli anni '60 nasce la psicologia dello sport. Il mental training è stato rivalutato negli anni. Citazioni di Mark Spitz e Jack Nicklaus (Golf My Way). Martens nel 1987 afferma che la psicologia dello sport aiuta a essere superiori. Nideffer nel 1987 ritiene che sia un errore considerare l’atleta come essere superiore. Orlik nel 1989 vede la psicologia dello sport come uno strumento per la crescita dell’individuo, in un’ottica di “olismo”.

Servizi della psicologia dello sport

La psicologia dello sport fornisce servizi a due livelli: individuale e di gruppo. Williams individua cinque differenze tra atleti top e non, che sono: concentrazione, controllo dell’ansia, fiducia in se stessi, preparazione, motivazione. Le abilità mentali vengono acquisite per "prove ed errori". Crocker nel 1992 parla di programmi di mental training individualizzati. Cratty e Davis nel 1986 affrontano i "day dreams". Vealey nel 1988 propone un approccio olistico per la crescita dell’atleta, suddividendo le abilità mentali in: abilità di base, abilità di prestazione, abilità facilitatore; e i metodi per conseguirle in: metodi di base e metodi di allenamento alle abilità mentali.

Preparazione mentale secondo Martens

Martens nel 1987 suddivide la preparazione mentale in tre fasi: educazione, acquisizione, allenamento. Identifica cinque abilità mentali di base: goal setting, arousal, controllo dei processi attentivi, gestione dello stress, controllo delle attività immaginative. Per integrare il modello di Martens, è stato aggiunto un altro elemento: il controllo dei pensieri.

Peak Performance

Il secondo capitolo tratta della "peak performance". Williams nel 1986 lo definisce come un momento magico e perfetto. Privette nel 1983 la descrive come un’esperienza caratterizzata da spontaneità e naturalezza, accompagnata da un senso di potenza e soddisfazione profonda. Kirmiecik e Stein nel 1992 parlano di stato mentale ottimale, detto “flow”, in cui vi è percezione di equilibrio tra abilità personali e sfida; altrimenti si sperimentano ansia, noia e apatia.

Esperienze di peak performance

La "peak experience" è uno stato particolare per rivivere poi la peak performance secondo Ravizza nel 1986. Garfield e Bennet nel 1984 identificano otto condizioni ideali di atleti di élite. Ravizza nel 1984 descrive la peak experience raggruppando le sensazioni ed emozioni riportate dagli atleti in tre categorie: consapevolezza focalizzata, controllo di sé e dell’ambiente, trascendenza del sé. Hall nel 1982 evidenzia l’uso dell’emisfero destro per funzioni visuo-spaziali, consapevolezza ed immagine di sé, mentre l’emisfero sinistro è usato per pensiero verbale e perfezionamento del gesto tecnico. “Paralisi d’analisi” si verifica quando vengono persi ritmo e fluidità del movimento, e ciò influisce negativamente sulla prestazione. Callen nel 1983 paragona i processi mentali spontanei con alcuni fenomeni ipnotici. Cohn nel 1991 trae dalle caratteristiche della peak performance delle indicazioni applicative per gli atleti.

Aspettative di efficacia

Nel terzo capitolo, Bandura nel 1977 parla di self-efficacy, cioè della fiducia nelle capacità personali di eseguire un compito con esito positivo attraverso l’espressione di abilità. Differenza tra aspettative di efficacia ed aspettative di risultato. La realizzazione di prestazioni vissute come successo aumenta la self-efficacy. (Bandura parla di obiettivi a breve termine per incrementare la self-efficacy).

Esperienze sostitutive e persuasione

Esperienze sostitutive, come vedere altri riuscire, possono convincere di essere altrettanto capaci. La persuasione da allenatore ad atleta deve restare nei limiti realistici di prestazione. (Feltz nel 1984 sottolinea l’importanza della pratica per vedere mentalmente il successo). L’arousal emozionale, ovvero l’attivazione fisiologica, fornisce indicazioni sull’efficacia personale. ("Autoattivazione anticipatoria": Rievocare pensieri negativi provoca ansia sproporzionata alla situazione oggettiva. Per Bandura la principale causa di tensione deriva dalla percezione della propria incapacità a modificare i pensieri negativi). La self-efficacy può aiutare a ristrutturare un pensiero negativo e incidere sull’acquisizione di un’abilità.

Teoria dell'attribuzione di causalità

Mahoney nel 1984 indica alcune strategie per innalzare la self-efficacy, tra cui il "feedback errato" per superare barriere psichiche sulla prestazione. La "teoria dell’attribuzione di causalità" di Weiner nel 1985 si basa su tre dimensioni: direzione (attribuzione interna o esterna), stabilità (nel tempo) e controllabilità (più o meno fattibile). Weiner identifica due tipi di risposte emozionali collegate all’esito di un’azione: reazioni dipendenti dal risultato e reazioni dipendenti dall’attribuzione di causalità. Biddle e Fox nel 1988 affermano che direzione e controllo influenzano le reazioni affettive, e la stabilità incide sulle aspettative relative ai comportamenti futuri. McAuley e Duncan nel 1990 criticano Weiner per la mancanza di reazione soggettiva nella causalità. Biddle e Fox parlano di “impotenza appresa”.

Goal setting

Il quarto capitolo riguarda il goal setting (formulazione degli obiettivi) e gli obiettivi specifici da raggiungere. Essi influenzano la prestazione. Campbell nel 1991 vede una relazione ciclica tra processi cognitivi e motivazionali. Per Bandura, self-efficacy, capacità personali ed esperienza sono fattori importanti per la scelta di obiettivi. Tubbs nel 1986 individua nel goal setting quattro aspetti che influiscono positivamente sulla prestazione: obiettivi difficili ma efficaci, chiari, feedback per potenziare goal setting, partecipazione attiva del soggetto.

Goal setting nello sport

Nel contesto sportivo, Gould nel 1986 sottolinea come la formulazione di obiettivi influenzi la motivazione, l’ansia e la self-efficacy. Burton nel 1992 individua due stili di goal setting: orientato alla prestazione e orientato al risultato. Indicazioni metodologiche includono: individualizzazione degli obiettivi, identificare obiettivi significativi, stabilire obiettivi specifici e misurabili, individuare obiettivi specifici ma realistici (Martens nel 1987 raccomanda un goal setting graduale), identificare obiettivi a breve, medio e lungo termine (Burton consiglia obiettivi generali e a lungo termine; Gould propone di identificare prima obiettivi prioritari), privilegiare obiettivi di prestazione, formulare gli obiettivi in termini positivi e progettare strategie per raggiungerli (gerarchia di obiettivi; Singer consiglia di individuare tutti gli elementi per ottenere il successo, quantificandoli attraverso punteggi di test oggettivi od osservazioni).

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-EDF/02 Metodi e didattiche delle attività sportive

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