La Grande guerra
Introduzione
L'Europa conobbe un lunghissimo periodo di pace, dalla guerra franco-tedesca del 1870. Furono gli anni del trionfo dell’imperialismo europeo nel resto del mondo, caratterizzato nel 1914 dal colonialismo inglese, francese, belga e olandese in Africa e Asia, oltre che dall'egemonia economica, culturale, politica dei grandi imperi: tedesco, austro-ungarico, russo, ottomano.
Come ha scritto lo storico britannico Norman Davies: «Nel 1914 il potere e il prestigio dell’Europa non avevano rivali: gli europei primeggiavano in quasi tutti i settori più importanti – scienza, cultura, economia, moda. Grazie agli imperi coloniali e alle compagnie commerciali dominavano il pianeta». [In Norman Davies, Storia d'Europa, Bruno Mondadori, Milano 2001, p. 1005]
Ma la pace si reggeva su fragili equilibri, che il sorgere dei vari nazionalismi e la concorrenza tra le diverse nazioni europee contribuì ad erodere portando le diplomazie ad arrendersi a una guerra che alla fine fu ritenuta inevitabile.
Blocchi
Dicevamo dell’Europa che si presentava divisa in due grandi blocchi: la Triplice alleanza e la Triplice intesa che saranno gli schieramenti destinati a fronteggiarsi nel corso della Grande guerra.
Gli schieramenti
La Triplice Alleanza, costituita nel 1882 tra Germania, Impero austro-ungarico e Italia, aveva una durata di cinque anni, garantiva aiuto reciproco in caso di aggressione e neutralità di fronte a una dichiarazione di guerra da parte di uno dei tre contraenti.
Nel 1887 l’accordo venne rinnovato con l’aggiunta di un patto italo-austriaco che prevedeva compensi territoriali nel caso di un mutamento della situazione nei Balcani e con un patto tedesco che consentiva all’Italia il mantenimento dei territori dell’Africa italo-settentrionale.
L’Italia entra nella Triplice Alleanza che ha carattere prettamente difensivo, per due motivi:
- L'occupazione della Tunisia da parte della Francia (1881) e quindi secondo motivo si avvicina alla Germania, principale avversario della Francia.
- L'alleanza con l'Austria significava l’accantonamento della questione delle terre irredente (Trento e Trieste), questione che appariva secondaria rispetto alla necessità di contenere l’imperialismo francese nel Mediterraneo.
Nel 1902 Italia e Francia si accordarono per la spartizione del Nordafrica: in caso di occupazione francese del Marocco (avvenuta nel 1911), l’Italia avrebbe potuto conquistare la Libia (1911-12). Ciò rendeva quindi superati i motivi antifrancesi che tenevano l'Italia nella Triplice Alleanza.
Dall’altro lato abbiamo la Triplice Intesa, alleanza difensiva di accordi politici e militari stipulata tra il 1904 e il 1907 tra Francia, Gran Bretagna e Russia per far fronte alla “minaccia tedesca”, ovvero alla politica navale e imperiale della Germania.
Cause della guerra
La prima guerra mondiale scaturì dall’intreccio di diverse cause: politiche, economiche, militari e socio-culturali.
Cause politiche
Le cause politiche riguardavano i contrasti fra gli stati europei ed alcuni problemi presenti al loro interno, e precisamente:
- Gran Bretagna e Francia possedevano vasti territori coloniali che intendevano difendere e incrementare.
- Germania e Italia erano insoddisfatte dei propri possedimenti ritenuti non adeguati al loro ruolo di potenze emergenti.
- L’Impero russo intendeva estendere la sua influenza verso la penisola balcanica, alla quale guardava anche l’Austria-Ungheria decisa ad accrescere la propria egemonia sui Balcani.
- Il desiderio di rivincita dei francesi (conosciuto come revanscismo) rispetto alla precedente sconfitta subita dai tedeschi (Sedan) nel 1871 e alla perdita dell’Alsazia e della Lorena.
- Rivalità fra Austria e Russia per il predominio nell’area dei Balcani.
- Il malcontento delle varie nazionalità presenti all’interno dell’impero austro-ungarico ed in particolare della componente slovena, serba e croata e della popolazione italiana del Trentino e della Venezia Giulia (Trieste, Istria, Fiume, Dalmazia).
- La crisi dell’impero ottomano, che aveva stretto saldi legami con l’Austria.
Cause economiche
La rivalità economica, riguardante anche le colonie, fra la Gran Bretagna e la Germania, provocata soprattutto dalla rapida crescita industriale di quest’ultima. La Germania aspirava fin dai tempi di Bismarck, al controllo dell’Europa centrale, preoccupando non solo gli inglesi, ma anche i russi.
La necessità per tutte le potenze industriali di espandere il proprio mercato e di garantirsi il rifornimento delle materie prime. A questo scopo avevano creato dei grandi imperi coloniali, che occorreva difendere ed espandere. Nacquero motivi di conflitto là dove le zone d’influenza non erano ben definite e dove si delineava la possibilità d’incremento delle attività commerciali da parte di un altro paese.
Cause militari
L’organizzazione dei moderni eserciti di massa che prevedevano l’armamento e la mobilitazione di grandi quantità di uomini, causò un’accelerazione della “corsa agli armamenti”, accompagnata dall’invenzione e dal perfezionamento di armi come mitragliatrici a tiro rapido e artiglieria pesante.
In questa situazione fu determinante nei paesi più industrializzati la spinta dei forti gruppi industriali, soprattutto delle aziende produttrici di materiale bellico e delle industrie metalmeccaniche.
Cause culturali
Sin dai primi anni del Novecento, in larghi strati della popolazione si diffusero atteggiamenti favorevoli alla guerra. La scelta dei governi di dichiarare guerra o di entrare nel conflitto già in atto fu facilitata da una serie di elementi:
- Il dilagare del nazionalismo e delle tesi (a sfondo razzista) della necessità di salvaguardare l’identità nazionale.
- L’applicazione del darwinismo alle relazioni internazionali, cioè la convinzione che la guerra tra gli stati fosse l’equivalente della lotta per la sopravvivenza in natura.
A ciò si aggiunse il fatto che molti giovani vedevano la guerra come una fonte di eroismo, della disciplina e del cameratismo sulla quale costruire un nuovo ordine politico e sociale.
Causa occasionale
Nella situazione internazionale appena delineata, fu sufficiente una “scintilla” per far esplodere il conflitto. La scintilla in questione scoppiò il 28 giugno 1914 a Sarajevo quando uno studente serbo-bosniaco di diciannove anni, Gavrilo Princip, uccise a colpi di pistola l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono austro-ungarico e sua moglie Sofia, la duchessa di Hohenberg, in visita nella capitale della Bosnia. Princip apparteneva alla “Giovane Bosnia”, gruppo nazionalista serbo. Perché il bersaglio? Perché Francesco Ferdinando sosteneva l'idea di un progetto trialistico, con gli slavi del Sud (serbi e croati), staccati dall'Ungheria, a formare un terzo polo, ma si scontrava contro gli ungheresi e contro i nazionalisti serbi e croati che volevano con tutti i mezzi la fondazione di un unico Stato slavo indipendente (sono appoggiati dalla Serbia, a sua volta protetti dalla Russia).
Ultimatum
L’attentato era stato preparato a Belgrado e il governo serbo, secondo gli Austriaci, non aveva fatto nulla per impedirlo. In realtà l’Austria approfittò del grave fatto di sangue per motivare un’aggressione militare alla Serbia e risolvere finalmente la questione balcanica. Il 23 luglio inviò alla Serbia un ultimatum che richiedeva entro 48 ore:
- La soppressione delle organizzazioni irredentistiche slave.
- Il divieto di ogni forma di propaganda antiaustriaca.
- Soprattutto, l’apertura di una inchiesta sull’attentato, condotta da una commissione mista, serbo-austriaca.
Erano richieste, soprattutto l’ultimo punto, che a detta di Belgrado limitavano fortemente la sovranità nazionale, che il governo serbo, forte anche dell’appoggio della Russia, non poteva accettare. E infatti le respinse, perché accettandole avrebbe di fatto rinunciato alla piena sovranità sul proprio territorio. Di conseguenza il 28 luglio l’Austria dichiarò guerra alla Serbia.
La guerra mondiale
Il conflitto non si limitò però soltanto alla sola Europa, ma divenne mondiale. Infatti a fianco dell’Intesa (quindi Russia, Francia, Gran Bretagna e Serbia aggiunta) si schierano:
- Giappone (fin dal 1914, per impadronirsi dei possedimenti tedeschi in Estremo Oriente)
- Portogallo
- Romania
- Grecia
- USA (entrano nel conflitto nel 1917, trascinandosi dietro numerosi paesi extra-europei, come Cina, Brasile e altre repubbliche latino-americane)
A fianco degli Imperi centrali (Germania e Impero Austro-ungarico) si schierano invece l’Impero turco e la Bulgaria.
Il sistema delle alleanze
- 1914: mobilitazione russa
- 1° agosto 1914: la Germania dichiara guerra alla Russia e il 3 agosto alla Francia. Successivamente invade il Lussemburgo e il Belgio (paesi neutrali).
- 4 agosto 1914: l’invasione tedesca del Belgio porta la Gran Bretagna a dichiarare guerra alla Germania.
- 11-12 agosto 1914: dichiarazione di guerra di Francia e Gran Bretagna all’Austria.
- 23 agosto 1914: dichiarazione di guerra alla Germania da parte del Giappone per acquisire il controllo dei possedimenti tedeschi sul Pacifico.
La guerra assumeva così un carattere generalizzato, diventando così una Grande Guerra, espressione apparsa per la prima volta nel 1914, quando divenne subito evidente che l’estensione delle operazioni militari, i milioni di soldati sul campo e la sua durata ne avrebbero fatto un conflitto dalle dimensioni inedite e senza termine di paragone. Una guerra che, come vedremo, fu mondiale, totale e industriale, al punto da essere chiamata dai contemporanei “Grande Guerra”, Grande Guerre, Great War, un’espressione utilizzata dunque da tutte le nazioni belligeranti.
Italia
Si dichiara inizialmente neutrale, facendo valere il principio secondo il quale né l’Austria né la Germania erano state inizialmente aggredite. Successivamente, lo vedremo, cambierà posizione.
Interventismo
Lo scoppio della guerra vede irrompere sulla scena coloro che sono favorevoli alla guerra (Interventisti) e coloro che invece si oppongono (neutralisti).
Sono interventisti i borghesi, i radicali e i giovani studenti dei ceti urbani. Alla dichiarazione di guerra le piazze delle principali capitali europee entrano in visibilio. A Berlino, il 31 luglio, una folla festante di quasi 50 mila persone applaude il kaiser affacciato dal balcone del palazzo reale. Il giorno dopo sono più di 100.000 i berlinesi accorsi a inneggiare alla mobilitazione delle forze armate. Cerimonie che si ripetono ovunque in Europa. A Parigi le truppe francesi partono dalla gare de l’est, accompagnate dalle grida di una folla entusiasta per la guerra finalmente arrivata.
Intellettuali e interventismo
L’inizio delle ostilità, convince anche i più dubbiosi, sospinti anche dall’azione portata avanti dagli intellettuali che cavalcavano l’onda della guerra, posti però al riparo e al chiuso nelle loro confortevoli case. La guerra era interpretata come un conflitto tra ideali e culture alternative e in questa narrazione retorica non veniva lasciato spazio alla morte e al sangue: così per i tedeschi Thomas Mann e Max Weber e per l’austriaco Sigmund Freud che vedevano la guerra come un conflitto tra eroi pronti a combattere contro i barbari venuti dall’est (russi) che minacciavano la Germania. Gli fanno eco i francesi Henri Bergson e Charles Peguy, per i quali la guerra significava la vittoria della ragione e delle legittime rivendicazioni nazionali di popoli oppressi dall’imperialismo autocratico del kaiser. A subire il fascino della guerra, vi erano però anche borghesi liberali, radicali, socialisti ed ebrei russi, anche se l’appello a stringersi intorno allo zar in guerra contro l’Austria-Ungheria e la Germania lasciava molto tiepide le popolazioni locali, soprattutto in Ucraina e Polonia.
Ceti urbani, contadini e interventismo
Se i ceti urbani di gran parte delle città europee dimostrano entusiasmo per l’adesione alla guerra, lo stesso sentimento non pervade i contadini. Nelle campagne si alza un vero e proprio muro di silenzio, fondato sull’ignoranza, sui bassi livelli di istruzione che rendevano il proletariato agricolo sordo ai richiami delle sirene intellettuali. Agli occhi dei contadini europei, il conflitto appare come la solita e secolare contesa tra potenti giocata sulla pelle di sudditi costretti a indossare l’uniforme lasciando campi, bestiame, famiglie senza neppure comprendere le motivazioni per le quali sono chiamati a partire. I più si rassegnano, piegando la testa a quello che viene considerato come un destino crudele, non differente dalle tante catastrofi naturali che si abbattono di volta in volta sulla miserabile esistenza dei lavoratori delle campagne europee. Una delle più pregnanti definizioni per spiegare la situazione contadina è a mio avviso pronunciata da un generale russo, che definiva i contadini soldati come un branco di pecore mandate al macello senza sapere.
Contadini fanti
I contadini verranno inquadrati nella scala più bassa delle gerarchie militari e cioè la fanteria. Sono abituati alle fatiche della terra e quindi la fanteria sembra la loro collocazione ideale. Strappati a forza dai legami familiari e territoriali (il legame con la terra è forte), vengono proiettati di colpo in un mondo sconosciuto nel quale vengono a contatto per la prima volta con elementi nuovi quali la meccanica e la chimica (le armi, quindi), con una nuova alimentazione, con la lingua nazionale (pensiamo ad esempio all’Italia, dove il dialetto costituiva l’unico strumento di dialogo), con la scrittura e la carta stampata, con la riproduzione fotografica degli eventi, con l’ideologia patriottica (elemento assolutamente astratto nelle campagne italiane).
Neutralismo
Era proprio della gran parte della classe operaia delle grandi città. Soprattutto tra i militanti socialisti che si opponevano fermamente alla guerra. Ad esempio a Berlino, il 28 luglio 1914, la Spd (e cioè il partito social-democratico) organizza una marcia pacifista che coinvolge oltre 10.000 persone. Era l’intera Seconda internazionale a candidarsi come baluardo della pace in Europa. Il 29 luglio al congresso della seconda internazionale, a Bruxelles, si tocca forse uno dei momenti più significativi.
II Internazionale
Ho parlato di II internazionale, vediamo brevemente di cosa si tratta. Vi ricordate che abbiamo parlato nella prima lezione dell’esposizione di Parigi del 1889. Ebbene nello stesso anno i socialisti decisero di rispondere all’iniziativa, convocando un’assemblea di tutti i partiti socialisti e laburisti europei, appunto la II internazionale.
L’intento dell’organizzazione era quello di coordinare l’attività di tutti i partiti nazionali collegati con il movimento operaio. In un primo momento non si fece ricorso ad organi direttivi centralizzati, introdotti invece nel 1900 al Congresso di Parigi con l’istituzione di un comitato esecutivo e di un segretariato. Punto principale del programma dell’Internazionale fu la creazione di partiti politici operai che si muovessero all’interno della cornice parlamentare dello Stato al fine di migliorare le condizioni dei lavoratori. Tra le azioni più famose della Seconda Internazionale c'è la proclamazione del 1º maggio come giornata internazionale dei lavoratori.
Inoltre venne stabilita l’indipendenza dei sindacati dai partiti: secondo la linea emersa, i primi avrebbero dovuto dedicarsi esclusivamente alla conquista di vantaggi economici immediati per i lavoratori senza partecipare attivamente al processo di trasformazione sociale.
A mettere in crisi la II internazionale, decretandone lo scioglimento nel 1914, fu la questione della guerra che divise il mondo socialista in due tendenze. La prima prevedeva che in caso di scoppio della guerra, i socialisti avrebbero dovuto mobilitarsi per far cessare immediatamente le ostilità oppure cogliere l’occasione e scatenare la rivoluzione. A questa visione si contrapponeva l’ala moderata, guidata principalmente da esponenti della socialdemocrazia tedesca, che proclamava il sostegno alla causa nazionale del proprio paese in caso di guerra.
A seguito di tali visioni divergenti l’Internazionale socialista entrò in crisi e di fatto smise di esistere. La struttura federale della seconda Internazionale rivelò in questo caso tutta la sua debolezza in quanto molti esponenti preferirono abbracciare la causa nazionale piuttosto che quella internazionalista del socialismo.
Ma ritorniamo al congresso di Bruxelles del 1914: Jean Jaurès, leader del partito socialista francese, stringe in un simbolico abbraccio il suo parigrado tedesco Hugo Haase, mentre i convenuti applaudono scandendo lo slogan guerra alla guerra. Tre giorni dopo, a Parigi, un nazionalista francese uccide Jaurès, i cui funerali si celebrano il 4 agosto, giorno in cui nei rispettivi parlamenti i socialisti tedeschi e francesi votano a favore del finanziamento al conflitto. L’elemento chiave è il seguente, e cioè il contrasto – oramai insanabile tra appartenenza nazionale e internazionalismo socialista.
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