Il marketing non nasce nell’impresa, ma nelle multinazionali americane
conglomerate. La prima impresa che si occupa di marketing è la P&G che nel
1935 inizia a inserire persone che si occupano di marketing. Quest’azienda ha
deciso che occorreva avere più marchi per stare sul mercato, ha deciso di avere
la concorrenza in casa propria. Nasce quindi un problema di gestione perché
i prodotti si mangiano tra di loro. Allora assume persone che si occupano del
marchio Camay e altre che si occupano del marchio Ivory, persone che devono
gestirli.
La General Motors è stata la seconda azienda a introdurre il marketing. Ford
è stato il primo a produrre auto a basso prezzo e per farlo non dovevano
esserci cambi di attrezzaggio, quindi l’auto doveva essere di un unico modello
e di un unico colore. La General Motors fece una scelta diversa: il cliente
poteva scegliere tra diverse marche.
Il capitalismo in Italia ha circa cent’anni. Il primo capitalismo è quello che ha
posto le basi dell’industrializzazione in Italia nei primi anni del Novecento
(1900-1930) e ha avuto come padri fondatori imprenditori come Agnelli, Falk,
Pirelli, Olivetti.
Il secondo capitalismo inizia negli anni Trenta del Novecento ed è il
capitalismo di Stato: IRI, EFIM, ENI, EGAM, ENEL. L’azienda non s’identifica
più con un imprenditore e la sua famiglia, ma con un Istituto o un Ente
Nazionale, a sottolineare i suoi caratteri d’impresa grande e pubblica.
Il terzo capitalismo nasce nel dopoguerra, nel periodo del boom economico,
e diventa un fenomeno importante negli anni Settanta: l’Italia stava
attraversando la “fase del cespuglio”, un intreccio d’imprese distribuite in
distretti in cui qualcuna sarebbe seccata o marcita, altre sarebbero
sopravvissute e si sarebbero consolidate. Nel terzo capitalismo non emergono
nomi importanti, ma la forza è nell’insieme delle piccole imprese, nei loro
comportamenti dinamici.
Poco a poco verso la metà degli anni Novanta dal mondo del terzo capitalismo
si è staccato un piccolo gruppo di imprese inizialmente definite
“multinazionali tascabili”: imprese proiettate sin dalla nascita su scala
internazionale e dotate di strutture organizzative complesse, capaci di
coniugare in modo equilibrato il dinamismo e la rapidità dell’imprenditore
fondatore con la riflessione e la ponderazione del manager, capaci di crescere.
Sono Tod’s, Luxottica, Brembo. Le imprese del “quarto capitalismo” non
sono né grandi né piccole, sono descritte come il fenomeno più veloce e
aggressivo che la struttura produttiva italiana ha espresso negli ultimi quindici
anni e come un’espressione tipica del vitalismo dell’imprenditoria nazionale.
Giacinto Callipo e Rio Mare sono attivi nel settore del tonno, Omet e SKF
operano nel settore dei cuscinetti a sfera. I tratti che caratterizzano il profilo
tipico delle PMI sono:
1. il prevalente impiego del fatturato come principale indicatore di
performance. La piccola e la media impresa si misurano con pochi ben
definiti concorrenti, quindi appare scarsamente rilevante utilizzare un
indicatore di performance competitiva come la quota di mercato. Sono
invece significativi i confronti tra fatturati di PMI che operano su
medesimi clienti, quindi che hanno produzioni sostituibili;
2. la focalizzazione su una o poche aree di business. La PMI ha un basso
grado di diversificazione e tende a configurarsi intorno a un business
dominante. Il piccolo imprenditore, però, non è insensibile alla strategia
di diversificazione, che realizza nel tempo ampliando la portata dei suoi
affari ad altri business. Le sei aziende della Giacinto Callipo Conserve
Alimentari operano nel tonno, nei gelati, nel turismo, nello sport, ma tutte
sono molto legate alla Calabria intesa in senso sia geografico sia
culturale. È proprio il territorio che tiene insieme le sei aziende della
Callipo operanti in settori molto diversi tra loro. Le altre due aziende del
Gruppo Fin-Omet operano nelle macchine converting e nelle salviettine
umidificate. Le grandi imprese operano invece in diversi business;
3. la concentrazione dei mercati di sbocco in pochi Paesi. Non
necessariamente la PMI ha un orizzonte geografico limitato, ma si
concentra sui pochi mercati rilevanti che generano una percentuale
significativa del fatturato. Per Callipo, per esempio, il mercato rilevante è
l’Italia meridionale. La PMI è molto attenta a selezionare strategie di
marketing internazionale ad hoc per ciascun Paese, cercando le soluzioni
più efficaci ed efficienti per mantenere e sviluppare la posizione
acquisita. Diversamente, la grande impresa tende a considerare come
mercato di sbocco delle sue produzioni il mondo e dedica sforzi e
investimenti ad acquisire conoscenza dei diversi mercati, a stimarne il
potenziale, ad allestire strategie in chiave globale;
4. il forte coinvolgimento dell’imprenditore e della sua famiglia nella
gestione. L’invadenza dell’imprenditore è tale da condizionare qualsiasi
comportamento di mercato. Nella grande impresa, con il confronto e il
ragionamento tra manager si superano le divergenze; diversamente, se
un’idea non incontra il suo favore, l’imprenditore di rado mostra
disponibilità a discuterne i pro e i contro. Le decisioni nelle PMI sono
quasi istantanee, mentre nelle grandi aziende a volte durano mesi perché
vi devono partecipare molte persone;
5. la semplificazione delle procedure e dei processi. Le relazioni e i
processi sono meno codificati, più impliciti e più spontanei e gli
strumenti manageriali sono semplici. Questa caratteristica è un
fattore di forza perché procedure e processi molto formalizzati
aggiungono rigidità e burocrazia all’organizzazione e allungano i tempi
delle decisioni, quando invece la rapidità può essere un fattore critico
di successo.
Nonostante l’importanza del marketing per sostenere la crescita, il suo ruolo
nelle PMI è esiguo. Si possono identificare tre interpretazioni o filosofie
dominanti del marketing:
a) il marketing nelle PMI non c’è e non serve, perché mancano gli
spazi, i tempi, la cultura, le persone. La letteratura sostiene che il
marketing nelle PMI non c’è e invece ci dovrebbe essere sempre; non c’è
perché gli imprenditori non sanno cosa sia e se lo sanno non ci credono, e
se anche ci credono pensano che vada bene per gli altri perché loro non
hanno tempo da perdere con il marketing. Gli imprenditori affermano
invece che il marketing non c’è perché non serve, perché la flessibilità,
caratteristica dominante della piccola dimensione, non lascia il tempo per
svilupparlo. Gli studiosi e gli osservatori dell’economia sostengono che il
marketing serve sempre, ma gli imprenditori sembrano non ascoltarli
molto spesso.
Il ruolo del marketing nell’impresa dipende dal contesto. Quando
un’impresa istituisce la funzione di marketing, essa è preposta allo
svolgimento delle attività di analisi e di gestione del mercato, tuttavia per
lo svolgimento delle stesse attività non è indispensabile la presenza di
una funzione specializzata. Particolarmente nella PMI, è proprio
l’imprenditore che fa il marketing. In certi contesti non c’è alcun bisogno
di intraprendere sofisticate analisi del mercato né di sviluppare
altrettanto sofisticate politiche di mercato e quindi di creare una funzione
marketing: sarebbe uno spreco di risorse, un appesantimento della
struttura organizzativa e un aggravamento dei costi di gestione del
mercato. In altri contesti, anche la PMI deve dotarsi di una cultura e di
una funzione di marketing evolute, se desidera assumere e mantenere un
ruolo autonomo e originale sul mercato.
Due variabili determinanti del contesto che favoriscono o inibiscono
l’assegnazione al marketing di specifici ruoli sono la criticità delle
informazioni provenienti dall’esterno per assumere le decisioni e la
misura in cui il vantaggio competitivo dell’impresa è affidato a
fattori di marketing. Combinando queste variabili si ottengono quattro
compiti prevalenti del marketing.
In ambienti molto stabili, quindi noti alle imprese che vi operano e in
mercati dove l’acquirente è molto attento al contenuto tecnologico dei
prodotti, sia l’importanza delle ricerche sia la criticità delle politiche di
marketing sono basse; il ruolo del marketing è scarsamente rilevante ed
è ridotto all’esecuzione di operazioni quotidiane di routine. Tipiche
PMI che operano in questi contesti sono le imprese subfornitrici, le
imprese che lavorano su commessa per un numero esiguo di clienti e i
piccoli negozi.
In situazioni d’intenso cambiamento e quando il cliente nei propri acquisti
è fortemente condizionato dalla pubblicità della marca o dell’impresa, il
marketing è fondamentale per qualunque dimensione aziendale,
assumendo un ruolo strategico-operativo. In questi contesti anche le
PMI hanno un marketing evoluto, sia in senso orizzontale
(responsabilità di product management, di area management) sia in
senso gerarchico verticale (direttore marketing e product manager).
Tra questi due estremi si collocano due situazioni intermedie. Il marketing
ha un compito operativo-creativo quando la sua attività trascura la
comprensione del mercato per concentrarsi sulle politiche di promozione
e di comunicazione volte a influenzare le scelte degli acquirenti. È questo
il marketing più ricorrente nei settori a elevato contenuto creativo e
artistico, come quelli legati al mondo della moda.
Il marketing assume un ruolo strategico-conoscitivo in ambienti molto
dinamici, nei quali i clienti hanno difficoltà a specificare le proprie
esigenze perché soffrono dell’incertezza di bisogno. Molte PMI operano
in mercati di questo tipo: in esse il marketing è una funzione diffusa, cioè
il compito di creare, sviluppare e mantenere relazioni con i clienti è
suddiviso tra i venditori o i key account, che sono marketers
full-time, e tanti marketers part-time. Critico, in queste imprese, è il
collegamento tra le esigenze dei clienti, la ricerca e sviluppo e la
produzione: il venditore non è un tecnico della vendita, ma una figura
chiave della relazione con i clienti, che ascolta, interpreta e riporta in
azienda le loro esigenze. Gli addetti alla produzione dovranno poi
realizzare un prodotto in linea con le attese e si troveranno a gestire
quella stessa relazione che il venditore ha creato e sviluppato. In questo
senso essi diventano marketers part-time;
b) il marketing per le PMI è un rimpicciolimento del grande marketing, è un
marketing in miniatura. Secondo questa interpretazione, il marketing
vero è uno solo ed è nato nella grande impresa; per adattarlo alle PMI
bisogna rimpicciolirlo, ma senza eliminare alcun elemento. L’approccio
classico comprende quattro fasi principali: A.P.I.C. = Analysis, Planning,
Implementation and Control (analisi, pianificazione degli obiettivi,
gestione operativa e controllo). Dovendo adattare quest’approccio alla
dimensione piccola e media, si faranno un po’ meno analisi di mercato,
un po’ meno pianificazione, un po’ meno gestione operativa, un po’ meno
controlli.
Nei mercati ad alta turbolenza competitiva, con una domanda fortemente
dinamica sia nello spazio (varietà) sia nel tempo (variabilità) e dove
l’acquirente è fortemente sensibile ai valori intangibili dei prodotti, il
marketing delle PMI s’ispira a quello delle grandi imprese
marketing-oriented e svolge i ruoli strategico-conoscitivo e
strategico-operativo. Mercati con queste caratteristiche sono per
esempio molti mercati dei beni di largo consumo con strutture
competitive concentrate, ma in cui le PMI occupano spazi di grande
prestigio e rilevanza conquistati e sviluppati grazie a intelligenti politiche
di marketing.
I fattori che rendono impegnativa la gestione della PMI sono il
comportamento degli attori del mercato, concorrenti e clienti. Il
cambiamento tecnologico e la scarsità di competenze adeguate per
affrontarlo e per affrontare il mercato non sembrano essere ostacoli
rilevanti.
Occorre verificare quanto marketing la PMI svolge al proprio interno
(make) e quanto ne acquista all’esterno (buy). I confini della PMI sono
definiti dall’entità dei costi di transazione, ovvero dai costi per gestire
scambi di mercato. Il responsabile marketing coordina le agenzie
esterne: una parte è fatta dentro, ma un’altra parte è fatta fuori perché
così non ci sono costi fissi e perché chi è dentro non sa fare cose
specialistiche. Una ragione della ridotta dimensione della funzione
marketing potrebbe essere l’esistenza di accordi di collaborazione stabile
con altre imprese che riguardano proprio lo svolgimento di attività di
marketing e commerciali. Esempi diffusi di marketing by networking a
livello più operativo sono gli accordi di distribuzione e vendita, in cui la
piccola impresa affida a un’altra la distribuzione dei propri prodotti e le
collaborazioni con agenzie esterne per lo sviluppo della comunicazione;
c) c’è un marketing specifico per le PMI, diverso da quello delle grandi
imprese. Ciascuna PMI ha un suo marketing speciale, diverso da quello
delle altre, quindi ha poco senso parlare genericamente di marketing
della PMI. Secondo l’ultima interpretazione, ogni impresa è un caso a sé.
Il marketing della grande impresa non può contaminare quello della
piccola e ogni piccola impresa si confeziona il suo marketing su misura.
Gli elementi di unicità di ciascuna PMI sono tanti e tali da rendere vana
qualsiasi ricerca di elementi di uniformità.
Ci sono PMI guidate dal marketing, dominate dal marketing, carenti nel
marketing e indipendenti dal marketing; il marketing potrà essere svolto
prevalentemente all’interno o in gran parte acquistato sul mercato; potrà
essere svolto dall’impresa da sola o attraverso accordi di collaborazione con
altre imprese; potrà essere responsabilità di veri e propri marketing manager,
di marketers part-time o dell’imprenditore.
Il compito del marketing nella PMI è di contribuire alla creazione di un
vantaggio competitivo sostenibile. Nel 2010 è stata svolta un’indagine
sulle PMI dotate di un chiaro e inequivocabile vantaggio competitivo
sostenibile, imprese eccellenti. Per misurare la performance delle imprese
sono stati utilizzati tre indicatori economico-finanziari: la crescita, la
redditività e la solidità finanziaria. Le PMI eccellenti sono quelle che
crescono più della media del settore, con una redditività superiore alla media
del settore e con una solidità finanziaria superiore alla media del settore, cioè
con un tasso d’indebitamento inferiore alla media e una posizione finanziaria
netta migliore rispetto alla media (PNF = debiti finanziari – disponibilità
liquide).
Sono state quindi selezionate 194 PMI eccellenti, caratterizzate da un
vantaggio competitivo sostenibile. Sono prevalentemente medie imprese;
hanno un’età media di ventotto anni, quindi sono relativamente giovani; il
63% è localizzato in tre regioni del Nord Italia: Lombardia, Veneto ed Emilia
Romagna; operano per lo più in settori tradizionali, maturi e affollati.
All’aumentare del numero delle imprese che operano in un settore, aumenta la
percentuale d’imprese eccellenti perché è più difficile competere e quindi
affilano le armi. Se si è in tanti nello stesso settore, aumenta la voglia di
emergere. L’eccellenza sembra prescindere dalla loro intensità tecnologica. La
maggior parte delle imprese eccellenti appartiene alla tipologia “specialized
supplier”: imprese specializzate nella produzione di prodotti e tecnologie che
vendono ad altre imprese più grandi.
Per indagare i fattori di eccellenza è stato selezionato un campione di 31
aziende. Una specifica domanda chiedeva di indicare tre fattori chiave di
successo tra quelli elencati. Al primo posto: la superiorità qualitativa dei
prodotti. Subito dopo vengono le risorse di fiducia e di conoscenza:
l’elevata consapevolezza che la reputazione dell’azienda e la capacità di
rispondere velocemente alle richieste dei clienti sono fattori vincenti
dimostra che il vantaggio competitivo è relationship-based, è determinato
dalla configurazione delle relazioni con partner esterni, soprattutto con i clienti.
Si tratta quindi di aziende aperte all’esterno, aperte alla collaborazione con i
clienti, con università e centri di ricerca e con altre aziende. Per raggiungere
una certa credibilità un’azienda deve sviluppare una reputazione, che si
costruisce nel tempo attraverso le sue numerose attività. La reputazione
genera credibilità e fiducia, quindi solide relazioni con i clienti.
Il contributo delle relazioni con i clienti alla determinazione del vantaggio
competitivo emerge anche per quanto riguarda l’innovazione del prodotto.
L’interazione con i clienti è una fonte di generazione di idee innovative.
La lealtà dei clienti ha un valore enorme perché è da essa che derivano la
superiorità competitiva e un elevato customer lifetime value. Infatti, le aziende
eccellenti vantano clienti molto fedeli. La capacità di trattenere i clienti
misurata dal Customer Retention Rate (CRR) è il fattore che determina
l’impatto più significativo sul valore del portafoglio clienti e sul valore
dell’impresa.
Le aziende preferiscono clienti difficili e impegnativi perché vogliono
imparare dai clienti, vogliono fare un salt
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