CAP.1 – POSIZIONE POBLEMA E DEFINIZIONE CAMPO INDAGINE
INTRODUZIONE
Per “posizionamento strategico” si intende il modello impiegato dell’azienda per differenziare, in modo più
o meno incisivo ed efficace, le proprie attività rispetto ai concorrenti.
Per “risultati aziendali” si intende l’insieme di tutti i risultati economico-finanziari, di mercato, sociali e
ambientali che definiscono il livello di performance ottenuto dall’impresa nel soddisfacimento dei propri
stakeholder. Dal posizionamento strategico scaturisce la capacità dell’azienda di ottenere risultati aziendali
strutturalmente superiori o inferiori alle performance dei concorrenti di riferimento.
La tesi di fondo presentata in queste pagine può essere sintetizzata nella convinzione che in ogni azienda la
comprensione del rapporto tra posizionamento strategico e risultati aziendali presuppone uno studio
fondato sull’integrazione di due prospettive distinte:
- La prospettiva dell’analisi stativa, incentrata sull’esame degli elementi di unicità che, in un certo
momento o in una certa serie di momenti successivi rendono le performance aziendali superiori o
inferiori rispetto a quelle di concorrenti di riferimento
- La prospettiva dell’analisi dinamica, focalizzata sugli elementi di unicità che, in un certo periodo di
tempo o in una serie di periodi successivi, contraddistinguono le attività di “set up” attraverso le
quali l’azienda comprende e valuta le proprie attività correnti e ne progetta il rinnovamento
IL CONCETTO DI POSIZIONAMENTO STRATEGICO
Il posizionamento strategico (modello di differenziazione delle attività aziendali rispetto ai concorrenti) è
anche la variabile che determina il vantaggio o lo svantaggio competitivo, ovvero la possibilità di acquisire e
mantenere performance strutturalmente superiori o inferiori rispetto a concorrenti di riferimento.
L’unicità delle attività e del sistema di attività complessivamente inteso è considerata come il principale
strumento di differenziazione rispetto ai concorrenti ed è riconducibile a scelte che riguardano i tre profili
in cui ogni attività può essere studiata, relativi alla gestione, alla tecnica di misurazione e di controllo dei
risultati e all’organizzazione dell’attività. Questo metodo id analisi delle attività è esteso tanto alle attività
correnti quanto a quelle di set up.
L’enfasi sul modello di differenziazione è facile a intuirsi, se si pensa che, nel lungo periodo, in assenza di
differenziazione, ovvero nelle condizioni di equilibrio astrattamente ipotizzate per la concorrenza perfetta:
nessuna azienda ottiene una redditività superiore alla media del settore; e il livello di redditività raggiunto
da tutte le imprese copre appena i costi di tutte le risorse impiegate. Il modello di differenziazione –
attraverso il quale si realizza, si percepisce e talvolta si progetta consapevolmente la differenziazione delle
attività aziendali – costituisce il quadro di insieme dei principali elementi di distinzione dell’azienda rispetto
ai concorrenti, distinzione che a sua volta è all’origine di risultati economico-finanziari, sociali e ambientali
maggiori o minori rispetto alla media del settore.
Il posizionamento strategico, ovvero il modello di differenziazione delle attività rispetto ai concorrenti,
risulta tanto più valido quanto più gli elementi che distinguono le attività dell’impresa sono coerenti tra
loro e sintonizzati con le esigenze dei clienti e degli altri interlocutori. Un’impresa può svolgere anche
attività molto simili a quelle dei concorrenti. Può avere, in altri termini, un livello di differenziazione delle
attività modesto. In questo caso, è difficile che essa ottenga prestazioni superiori rispetto alla media.
Quando ciò accade, ovvero quando un’impresa guadagna più delle altre pur svolgendo attività simili,
questo è dovuto, nella maggior parte dei casi, al fatto che essa opera con un livello di efficienza superiore
rispetto a quello raggiunto dai propri concorrenti. Sulla base di quanto appena osservato, è spontaneo
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chiedersi se il divario di efficienza nello svolgimento di attività simili sia o meno una differenza di
posizionamento strategico. Secondo questo libro si, in quanto, ad esempio, un’azienda potrebbe avere
delle attività uniche ma non svolte in maniera efficiente e quindi essere costantemente in perdita. In
questo caso il posizionamento strategico non sarebbe una variabile che gode di relazione significativa coi
risultati aziendali. Quindi anche l’efficienza conta, non solo l’efficacia.
Peraltro, per raggiungere e difendere performance superiori rispetto ai concorrenti, la differenziazione
delle attività aziendali rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente. Diverse imprese
differenziano le proprie attività, ma non ottengono prestazioni superiori rispetto ai concorrenti. Talvolta,
l’insuccesso deriva semplicemente dal fatto di aver concepito e realizzato, magari in modo efficiente, un
posizionamento strategico sbagliato. Ma in che cosa consiste quindi un posizionamento strategico valido?
Un posizionamento strategico valido non presuppone soltanto la capacità di differenziare le attività rispetto
ai concorrenti, ma anche la possibilità di assicurare che la differenziazione delle singole attività generi
differenze tali nelle singole determinanti dei risultati da assicurare nell’insieme performance superiori.
Per quanto riguarda le attività bisogna precisare che esse identificano l’insieme delle operazioni espletate
sotto il controllo dei collaboratori aziendali. Nelle attività sono quindi comprese anche le operazioni svolte
da persone o da società esterne, legate all’azienda da rapporti di collaborazione non dipendente o di
fornitura, che sono però indirizzate dall’azienda in sede di definizione delle modalità di svolgimento della
lavoro e di controllo dei risultati. Analizziamo il rapporto che lega la configurazione delle attività a:
- L’unicità del prodotto e/o del servizio offerto
- La superiorità raggiunta nel livello di efficienza operativa
- L’unicità delle risorse
Di seguito vedremo che l’unicità raggiunta in ciascuna di queste variabili, pur potendo originare condizioni
di vantaggio temporaneo, non risulta per lo più sufficiente ad assicurare un vantaggio di redditività
difendibile e duratura, a meno che non si coniughi con una diversa configurazione delle attività:
- Per quanto riguarda l’unicità del prodotto o del servizio, si pensi all’ipotesi in cui molteplici motivi di
superiorità del prodotto potessero essere annullati imitando correttamente una sola attività svolta
dall’impresa leader, come ad esempio l’attività di acquisto della materia prima. In questo caso è
evidente che la difesa dell’unicità apparirebbe ben più precaria di quanto risulterebbe se il
prodotto vantasse un solo rilevante motivo di superiorità rispetto alla concorrenza, come ad
esempio la particolare cura nel design e nell’estetica, che però richiedesse un’articolata serie di
variazioni in un sistema coordinato di attività pèr essere eguagliato.
- Con riferimento alla superiorità raggiunta nel livello di efficienza operativa, essa non può essere
variabile determinante di redditività nel medio-lungo periodo. Questo perché non assicura la
costituzione di barriere all’imitazione e, quando diviene la principale arma nel confronto
competitivo, genera una tendenza alla riduzione dei livelli di differenziazione tra imprese.
(efficienza raggiunta in un attività già unica rispetto a concorrenti la rende ancora più difficilmente
imitabile, efficienza in attività uguale ad altri è molto più facilmente imitabile)
- Con riguardo all’unicità delle risorse, in questo scritto le risorse sono viste non come fonti dirette di
vantaggio competitivo, ma come possibili fonti di unicità nelle attività aziendali (che sono invece
identificate come fonti dirette del vantaggio competitivo). Ne consegue che, così come affermato
prima con riferimento all’efficienza operativa, è il rapporto con le attività che può nobilitare o
svilire il valore di una risorsa.
I RISULTATI AZIENDALI
I risultati aziendali possono essere osservati secondo diverse prospettive e declinati in molteplici direzioni,
che complessivamente esprimono la pluralità degli interessi convergenti dell’impresa: risultati aconomico-
finanziari, risultati di mercato, risultati sociali, risultati aziendali. In questo scritto si propone un approccio
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sistemico, che enfatizza i rapporti di interdipendenza tra le diverse categorie di risultati aziendali e propone
misure di sintesi dei risultati fondate sulla creazione di valore per tutti gli stakeholder.
Rispetto all’approccio tradizionale basato sulla redditività del capitale investito, il metodo di analisi
proposto presenta i seguenti tratti differenziali:
È orientato alla determinazione del valore creato per tutti gli stakehholder, assumendo come
ipotesi di base l’esistenza di rapporti di interdipendenza significativi tra i risultati che l’impresa
ottiene nell’assicurare la soddisfazione delle singole categorie di interlocutori con i quali interagisce
Si caratterizza per l’adozione di un orizzonte temporale di medio-lungo periodo, pur acquisendo
come punto di partenza dell’analisi i risultati di esercizio
Utilizza la tecnica di valutazione tipica dell’analisi finanziaria, che si caratterizza soprattutto per
tenere conto del rischio e del costo del capitale nella misurazione del valore
Assume come unità elementare dell’analisi la singola area d’affari, intesa come un sotto-sistema
delle attività aziendali, dotato di relativa autonomia gestionale e organizzativa e di un suo modello
di differenziazione (posizionamento strategico), cui possono essere riferiti non soltanto risultati
economico-finanziari e di mercato, ma anche risultati di natura sociale e ambientale
È sviluppato in maniera tale da favorire l’identificazione e il controllo di variabili utili nel processo di
responsabilizzazione degli operatori aziendali di vario livello, al fine di assicurare la necessaria
coerenza tra gli obiettivi aziendali e le premesse decisionali definite nell’ambito del contesto
organizzativo.
IL RAPPORTO TRA POSIZIONAMENTO STRATEGICO E RISULTATI AZIENDALI
Diversi approcci definiscono questo rapporto. Alcuni parlano di un rapporto di dipendenza reciproca tra
posizionamento e risultati nel senso che mentre il primo concorre a determinare le diverse categorie di
risultati aziendali, questi in vario modo incidono sull’evoluzione del posizionamento strategico
determinandone il rafforzamento o l’indebolimento. Altri parlano di posizionamento strategico e impatti
sui risultati aziendali specifici per ogni settore.
CAP.2 – IL RAPPORTO TRA POSIZIONAMENTO STRATEGICO, ATTIVITA’ E
RISULTATI AZIENDALI NEGLI STUDI DI STRATEGIA
GLI APPROCCI DIFFUSI NEL PRIMI STUDI DI STRATEGIA
Il contributo di Chandler si caratterizza per conferire un peso relativamente minore all’analisi del sistema
competitivo e del confronto concorrenziale, il rapporto tra strategia e attività aziendali da un lato e risultati
aziendali dall’altro è osservato da Chandler soprattutto attraverso il filtro della variabile organizzativa. Se da
una parte si può affermare che la strategia intenzionale condiziona la struttura organizzativa da adottare,
dall’altra, la struttura organizzativa in essere condiziona oltre alla strategia realizzata, anche le azioni
attraverso le quali il management cerca di colmare il gap tra strategia intenzionale e strategia realizzata.
Il contributo di Andrews punta innanzitutto a identificare le coordinate del processo analitico-razionale
sulla base del quale dovrebbero essere assunte le decisioni strategiche. Il problema della definizione del
posizionamento strategico dell’azienda è già presente in questo contributo e così pure il legame tra unicità
e redditività della cosiddetta “posizione nei confronti dei concorrenti”. Enfasi viene posta altresì sulla
definizione di obiettivi espliciti e misurabili di performance, che consentano il controllo dei progressi
raggiunti, e sul processo di responsabilizzazione delle persone nei confronti di questi obiettivi.
La parte del lavoro di Ansoff più rilevante per gli obiettivi di questo scritto consiste nella definizione del
concetto di strategia competitiva, che secondo Ansoff significa “l’approccio che le imprese intendono
impiegare per raggiungere il successo in ogni area strategica d’affari”. Ansoff non parla esattamente di
posizionamento strategico, ma per definire “come l’impresa si comporterà in ogni arena competitiva al fine
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di massimizzare i propri risultati nei confronti dei concorrenti”, sviluppa la definizione di posizione
competitiva. In sintesi, il lavoro di Ansoff, pur presentando un notevole sviluppo analitico nella definizione
del processo strategico, affronta il problema del posizionamento strategico a livello di area d’affari con un
certo grado di sinteticità. La differenziazione rispetto ai concorrenti è presentata e discussa soltanto con
riferimento all’output offerto e alla percezione che ne registra il cliente, mentre la rappresentazione delle
determinanti di questo livello di differenziazione si limita alla definizione delle capacità attuali e necessarie,
indicate con un certo gradi di astrattezza e senza sviluppare il confronto diretto con le attività svolte dai
concorrenti.
IL CONTRIBUTO DI PORTER E DELLA SCUOLA DI HARVARD NELLE SUE SUCCESSIVE MANIFESTAZIONI
Lo schema di base
Le tappe essenziali nella concettualizzazione di Porter possono essere identificate come segue:
a) La definizione dei concetti di sistema competitivo allargato, di mappa dei raggruppamenti strategici
e di strategie competitive di base.
Il sistema competitivo allargato identifica la forze concorrenziali che incidono sulla redditività del
settore, determinandone l’ordine di grandezza e variabilità nello spazio e nel tempo. La mappa dei
raggruppamenti strategici, invece, rappresenta e classifica le aziende del settore, articolandole sulla
base della similitudine delle rispettive strategie competitive, classificate in funzione di due variabili
che siano giudicate rilevanti nel determinare il modo in cui i diversi raggruppamenti di aziende si
trovano esposti alle cinque forze concorrenziali. Le strategie competitive di base, infine, indicano le
strategie generiche suscettibili di assicurare prestazioni superiori alla media del settore nel medio
lungo periodo e sono definite sulla base di due variabili chiave: il raggio di azione e il tipo di
vantaggio competitivo perseguito (costi di produzione più bassi rispetto competitori a parità di
prezzi o clienti che sono disposti a pagare un premio al prezzo senza che aumentino costi aziendali).
b) L’analisi delle cause che possono spiegare la presenza di un vantaggio competitivo difendibile a
livello di area di affari e a livello aziendale.
b.1) l’analisi delle cause del vantaggio competitivo a livello di aree di affari
Il valore creato per il cliente e i costi sostenuti per produrlo e segnalarlo sono indagati mediante il
concetto di catena del valore. La catena del valore è l’insieme delle attività che un’impresa realizza
per progettare, produrre, vendere, consegnare il proprio prodotto e per offrire il necessario servizio
di supporto. Le attività generatrici di valore possono essere distinte in due classi principali: le
attività primarie (logistica in entrata, attività operative, logistica in uscita, marketing e vendite,
servizi) e attività di supporto (approvvigionamenti, sviluppo della tecnologia, gestione delle ristorse
umane e attività infrastrutturali). Per ognuna di queste categorie di attività è possibile definire
secondo Porter le determinanti di costo e le determinanti dell’unicità, o della differenziazione, le
quali definiscono la posizione dell’impresa rispetto a quella dei principali concorrenti. Le
determinanti di costo possono essere così identificate, in ordine di importanza decrescente:
economie o diseconomie di scala, effetto di apprendimento, modello di impiego della capacità
produttiva, sfruttamento dei collegamenti tra le attività della catena del valore e del sistema del
valore di cui l’azienda è parte, sfruttamento delle interrelazioni con catene del valore di altre aree
strategiche di affari, sfruttamento del vantaggio derivante dalla scelta dei tempi nei quali è stata
avviata e sviluppata l’attività. Politiche discrezionali, localizzazione, fattori istituzionali. Le
determinanti della differenziazione possono essere identificate come segue: politiche discrezionali,
i collegamenti all’interno e all’esterno della catena del valore, i tempi in cui certe attività sono state
avviate o sviluppate, la localizzazione, le interrelazioni con catene del valore di altre aree
strategiche di affari, l’apprendimento e gli effetti di ricaduta, l’integrazione verticale, l’effetto di
scala e i fattori istituzionali.
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i) l’influenza delle determinanti di costo e di differenziazione sul rapporto tra ambito competitivo e
vantaggio competitivo.
Le scelte di ambito competitivo riguardano l’ampiezza del raggio di azione con il quale l’azienda
opera. Esso può essere ampio o limitato dipendentemente da: insieme di segmenti cui azienda si
rivolge, numero di fasi di produzione svolte a interno, area geografica di attività e numero di settori
correlati nei quali l’azienda opera. Il raggio di azione può condizionare in modo
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