Manuale della comunicazione
Preliminari sul segno e sulla comunicazione
Il modello elementare della comunicazione introdotto alla fine degli anni quaranta da Shannon e Weaver prevede che il processo di comunicazione avviene quando si ha il passaggio di un messaggio da un mittente a un destinatario. Ciò avviene solo se le componenti che formano il messaggio, i segni, sono costruite secondo certe regole ed ordinate secondo altre; queste insieme formano il codice, che mittente e destinatario devono condividere. I messaggi viaggiano su un canale fisico, ed infine il contesto gioca un ruolo più o meno importante a seconda del tipo di codice. Questo modello originariamente nasce per illustrare la comunicazione telefonica.
Successivamente, il linguista e semiologo russo, Jakobson, applicò all’analisi del linguaggio aggiungendo però la rilevanza delle funzioni che i sei elementi privilegiatamene svolgono. La maggiore o minore rilevanza di queste funzioni dipende dalla diversa salienza ora di questo ora di quell’elemento comunicativo. Il segno è un po’ l’unità minimale sulla quale si regge il processo comunicativo. I segni possono essere parole, gesti, espressioni numeriche... Se il codice è condiviso avviene la comunicazione, altrimenti fallisce. Sembrerebbe inoltre che la sostanza di cui sono fatti i segni sia indifferente al contenuto di pensiero che essi veicolano.
- Funzione espressiva: comunica lo stato del mittente (es. uffa!)
- Funzione poetica: dirige la comunicazione verso il messaggio (es. vi vogliamo bene)
- Funzione conativa: comunica l’influenza che si vuole esercitare sul destinatario (es. ordini)
- Funzione metalinguistica: la comunicazione chiede di soffermarsi sulla forma (vocabolario)
- Funzione fatica: garantisce l’apertura del canale, è una sollecitazione (es. ripeti)
- Funzione referenziale: descrive il contesto (es. guarda lì)
In realtà però nei codici comunicativi più potenti la dinamica è molto più complessa. Inoltre non è detto che mittente e destinatario condividano il codice. Sembra dunque essere più normale lo squilibrio, infatti mittente e destinatario non si capiscono mai a fondo. Bisogna dunque dar conto del processo d’interpretazione.
Per quanto riguarda la storia del termine segno, questo veniva usato nell’antica Grecia in relazione allo svolgimento di vere e proprie arti come quella del medico, la divinazione del futuro e la fisionomica. Già allora dunque la realtà si presentava come un insieme di segni da interpretare secondo un corretto codice di decifrazione. I segni di cui si parla qui stanno a indicare sia processi intenzionali sia inintenzionali. Solo nei casi in cui vi sia una precisa intenzione comunicativa, come lo scambio di parole o gesti, si può parlare di comunicazione e semiotica della comunicazione in senso proprio. Nei casi in cui invece non è identificabile un mittente e senza che sia stato messo in funzione un codice è tuttavia possibile attribuire un significato a un evento o a un fatto, come nel caso della manifestazione di una patologia, il codice viene applicato dal ricevente per spiegarsi quell’evento o fatto. In questo caso si parla di indici naturali che interpretiamo sulla base di conoscenze o convenzioni pregresse. Quando si stabilisce una relazione costante fra un indice naturale ed il suo significato entriamo nell’ambito di una più comprensiva semiotica della significazione che si basa sulla possibilità di conferire senso non solo a fenomeni naturali, ma anche ad ogni tipo di comportamento o processo in relazione a convenzioni sociali esistenti, come accade per esempio con la moda.
Questa distinzione trova le sue radici nelle riflessioni sul funzionamento dei segni di cui parla Sant’Agostino “De doctrina christiana”, in cui ci insegna a capire cosa sia un segno e come esso si distingua nell’ordine della realtà. In primis segno è ciò che viene utilizzato ad significandum. Non tutto è segno ma tutto, in linea di principio, può essere usato come segno, anche cose. Le parole invece sono segni in senso stretto, servono solo a significare. Sono però anche cose poiché hanno bisogno di un supporto materiale per funzionare come segni. In secondo luogo un segno nasce dall’associazione di un oggetto sensibile con un significato. Nel caso in cui siamo noi ad attribuire significato all’oggetto, che di per sé non comunica nulla, perché lo correliamo ad un altro evento o fatto sulla base dell’esperienza si parla di significazione naturale. La significazione intenzionale invece, cioè la comunicazione, si ha là dove ci sia la volontà soggettiva di far conoscere il proprio animo ad altri attraverso i segni. Tuttavia si parla di segni in entrambi i casi poiché si attribuisce significato in base ad una conoscenza preesistente. Dunque si ha il segno quando “qualcosa sta per qualcos’altro per qualcuno in certe circostanze”. Agostino inoltre sottolinea la maggiore potenza del linguaggio verbale rispetto agli altri. Questo infatti è onniformativo, può, almeno in teoria, manifestare ogni possibile senso.
Saussure, discutendo del caso di due soggetti che dialogano fra loro, illustra ciò che chiama circuito delle parole. Secondo questa teoria per entrambe i pensatori il segno scambiato da mittente e destinatario è un’entità a due facce: una fisica, produzione e ricezione della voce, ed una mentale. Per Saussure dunque il segno linguistico si divide in due distinte realtà: quella della comunicazione immediata, nella quale osserviamo segnali fisicamente percepibili, prodotti oralmente o per iscritto, fatti di un supporto materiale e di un senso; e quella psichica o mentale, sottostante alle diverse realizzazioni individuali, nella quale il segno si configura come un’entità bifacciale composta da un’immagine acustica, significante, e un concetto, significato e solo grazie alla mediazione del secondo piano i segni si rendono comprensibili.
Il legame fra segno e realtà è un interrogativo antichissimo nella filosofia del linguaggio occidentale. Nel famoso dialogo di Platone, “Cratilo”, il portavoce dell’autore, Socrate, dialoga con Cratilo ed Ermogene che sostengono i due punti di vista tradizionali sulla questione. Secondo Cratilo i nomi sarebbero “per natura” la forma materiale esprime le cose cogliendone la giustezza che in esse universalmente sussiste. Vi è una congruenza fra l’essenza delle cose e la giustezza dei nomi e l’esempio classico sta nelle radici delle parole che, identificate in suoni nella lingua greca, avrebbero un preciso significato riferibile immediatamente alla realtà, come il rho che esprime movimento e il verbo correre. Secondo Ermogene invece il nome si riduce ad una specie di etichetta con la quale designiamo le cose in forza di una convenzione. Platone in seguito mostra di non condividere nessuno dei due punti vista poiché i nomi non sono fino in fondo attendibili per accedere alla verità, e conviene piuttosto prescindere dal linguaggio per assurgere alla autentica contemplazione delle idee.
Un notevole passo in avanti viene fatto da Aristotele nel “De interpretatione”. Qui l’analisi del linguaggio si arricchisce di un nuovo piano, quello che oggi chiameremmo mentale. Aristotele infatti distingue il livello delle entità foniche, diverso da comunità a comunità, dal livello delle cose, che sono invece universali. Fra i due inserisce la dimensione “delle cose che sono dell’anima”, oggi diremmo i concetti che anche sono universali. Viene dunque spostata l’attenzione dal rapporto fra suono e realtà a quello fra suono della voce e contenuto psichico.
Nel tempo alla nozione di giustezza dei nomi si è sostituita quella di iconicità che cerca di indagare il grado di motivatezza e/o di isomorfismo sussistente fra nomi e realtà cui essi si riferiscono. Un esempio molto evidente sono le segnalazioni della toilette a forma di uomo e di donna, stilizzati e non, usati universalmente. Iconicità non significa immediatezza o assenza di codice, ma in questo caso di motivazione figurale a tale rapporto. Le parole non sono prive di motivatezza, se lo fossero sarebbe impossibile memorizzarle. L’iconicità introduce strategie di motivazione che rendono la lingua più ricordabile e semplice da utilizzare. Con riferimento alle caratteristiche naturali del soggetto parlante, l’iconicità si traduce nella naturalezza del linguaggio verbale.
Completamente differente è la strada tentata un secolo fa da Pierce. Secondo lui dalla sfera sensoriale si passa all’elaborazione di similarità, cioè a forme ipotetiche di unificazione dell’esperienza che stimolano l’attivazione di livelli cognitivi superiori, anche più astratti. Se l’oggetto è sempre il punto di partenza del processo semiotico, questo non determina però meccanicamente il significato del segno. L’oggetto nella sua datità sensoriale agisce sulla nostra mente che se lo rappresenta in termini di oggetto immediato; questo forma il contenuto del segno, cui corrisponde un supporto materiale o representamen. L’interpretante, è il momento in cui dal correlato esterno si passa, ultimando il percorso triadico della seriosi, all’elaborazione mentale autonoma del soggetto. Ogni processo di comprensione si traduce dunque nel passaggio da un interpretante a un altro, con una continua opera di riformulazione/interpretazione che non coinvolge più direttamente l’oggetto, ma si muove asintoticamente verso di esso.
Fino ad ora si è parlato del segno come arbitrario nel senso che il significato ed il significante sono immotivati, vi è piena libertà soggettiva da parte degli utenti. In tal modo il concetto di arbitrarietà è compatibile ed a volte coincide con quello di convenzionalità.
Nel ‘600 Locke, nel suo “Essay on Human Understanding”, introduce un’importante innovazione che verte sulla nozione di significato che identifica con un nocciolo psicologico, l’idea. Solo all’inizio della formazione della conoscenza si percepisce passivamente la realtà. Successivamente iniziano processi di manipolazione, combinazione e schematizzazione dei dati che rendono l’idea significato completamente arbitraria. Questo spiega la differenza delle lingue che viene così intesa come una differenza nella visione del mondo e differenti schemi conoscitivi.
Successivamente la questione dell’arbitrarietà viene abbandonata fino agli inizi del nostro secolo, quando Saussure la reintroduce come questione semiologica. Egli sostiene che il linguaggio verbale appartenga ad una classe più ampia di sistemi di segni, studiati dalla semiologia/semiotica, e come questi riposa su un fondamento arbitrario. Il linguaggio proietta sulla sostanza espressiva e su quella concettuale una sorta di griglia che ritaglia i due piani della forma linguistica: il significato ed il significante. Così ogni lingua ritaglia la sua sostanza fonico-acustica. Allo stesso modo il pensabile viene organizzato e portato a identità, da lingua a lingua, mediante forme diverse da cultura a cultura, in ragione di diverse tradizioni e necessità dei parlanti. Le proprietà sono dunque radicalmente arbitrarie, non hanno cioè nessuna motivazione logica o naturale ma dipendono da una dinamica mutevole in funzione dell’evoluzione dei parlanti e del contesto storico-culturale. La lingua è ovviamente sempre in evoluzione ma, momento per momento, si presenta come una struttura coesa, tale da garantire l’intercomprensione e quindi la comunicazione. All’interno del sistema, della struttura, le singole componenti del significato e del significante sono rette da una rete di rapporti oppositivi e differenziali, in modo da garantire l’identificazione di ciascuna componente e la sua differenziazione da tutte le altre. L’apprendimento di una lingua da parte di un bambino porta con sé quindi l’acquisizione di un sistema di distinzioni concettuali con le quali accediamo all’esperienza in modo specifico, diverso da quello di altre comunità.
Il segno linguistico è quindi completamente arbitrario e di conseguenza, non può essere un puro strumento di un pensiero preformato, bensì un ingrediente decisivo della sua formazione. L’arbitrarietà forte o radicale fa del linguaggio un principio attivo della conoscenza in quanto ci fa capire che gran parte dell’esperienza ci è accessibile grazie al linguaggio. Il modello saussuriano sancisce l’autonomia del segno dalla realtà.
Esistono però dei limiti all’arbitrarietà saussuriana, almeno se letta alla lettera. Si rischia infatti di incappare in una visione onnivora ed idealisticheggiante del linguaggio, questo finirebbe col prevaricare le caratteristiche strutturali degli utenti imponendosi come principio formativo assoluto. Si cadrebbe in una sorta di relativismo linguistico-culturale che impedirebbe lo scambio comunicativo, le lingue sarebbero intraducibili perché legate a distinzioni culturali assolutamente specifiche.
Anzitutto, già all’interno del pensiero saussuriano è ben presente l’istanza intesa a porre limiti all’arbitrarietà in base ed esigenze di “economia cognitiva”. Se il codice è arbitrario nella sua istituzione, dal momento in cui il codice comincia a funzionare mette un argine alla propria libertà operativa (per esempio i nomi di numero: diversi da uno a dieci, ma derivati dall’undici in poi; o il caso delle derivazioni morfologiche ed infine le analogie, fondamentali per la regolarizzazione della lingua. Secondo Saussure è la lingua stessa, arbitraria nel fondo, ad estrarre dalle sue strutture relazionali vincoli alla sua energia creativa.
In secondo luogo vi è la relazione fra significato e significante. Questi infatti, benché arbitrari dal punto di vista logico, non lo sono dal punto di vista della comunità parlante, infatti il loro legame si naturalizza ed il modello arbitrarista sa che il punto di vista del parlante è l’elemento decisivo nella realtà della lingua.
Un terzo aspetto infine sta nel rapporto fra il codice della lingua con la base biologica dei suoi utenti. Per un arbitrarista “puro” la scelta della sostanza da collegare alla forma dovrebbe essere libera e così per esempio la scelta di un linguaggio gestuale piuttosto che vocale. In realtà però vi sono ragioni biologiche che hanno portato l’uomo ad elaborare le lingue per come le conosciamo e ad usare il linguaggio gestuale solo come sussidio a quello vocale. Dunque l’arbitrarietà sussiste all’interno di un primordiale vincolo biofisico e adattativa ed è quindi limitata a livello materiale e biologico. Infine va ricordato che la classificazione in base ad elementi distintivi non è un principio umano bensì appartenente a tutti gli esseri viventi.
In ogni caso tutto questo non toglie nulla alla potenziale onniformatività delle lingue, potenzialmente tutto può essere espresso.
Fondamenti naturali della comunicazione
Come già detto la comunicazione è, prima che un fenomeno culturale, un fenomeno naturale, è infatti una proprietà intrinseca degli animali. Ciò non vuol dire che la comunicazione in generale e quella umana in particolare non sia plasmata dalla cultura, dalla storia e dalla società, questi tratti si innestano su quello biologico che ne è il fondamento naturale.
A partire dai messaggi registrati in molte segreterie telefoniche ed in particolare con attenzione alla frase “lasciate un messaggio”, Reddy studia il modello della comunicazione. In primis la frase registrata si basa sull’analogia fra il messaggio vocale ed uno materiale. Questo modello viene chiamato la conduit metaphor ed è la metafora della comunicazione come un canale, un condotto. Il linguaggio funge da condotto per trasferire fisicamente i pensieri da una persona all’altra; sia nella scrittura che nella lingua parlata pensieri e sensazioni vengono inseriti in parole; le parole sono tramiti attraverso i quali vengono recepiti pensieri e sensazioni; sia nella lettura che nell’ascolto vengono estratti pensieri e sensazioni dalle parole. Questo è il modello postale della comunicazione (MPC) /modello ingegneristico della comunicazione.
Questo modello però è lineare, il ruolo di ricevente e mittente sono simili a parte l’inversione della direzione delle operazioni da compiere ed inoltre prevede solo errori meccanici come per esempio un disturbo della linea. Il limite di questo modello è quindi che non prevede la presenza di una mente che interpreti il messaggio finendo così per identificare la comunicazione animale a quella delle macchine. In realtà invece la variabilità è una caratteristica fondamentale della comunicazione. Nel MPC il sistema è rigido. Il messaggio non richiede dunque interpretazione, basta trovare, nella lista di associazioni fra segnali e messaggi previste dal codice, il contenuto corrispondente al segnale ricevuto. Inoltre la comunicazione ha sempre successo a meno di interruzioni sulla linea e per decodificare il messaggio il contesto non è necessario. Ma nella comunicazione reale esistono anche l’incomprensione e la menzogna. Inoltre nella comunicazione reale l’interpretazione può dipender...
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