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l’intercomprensione e quindi la comunicazione. All’interno del sistema, della STRUTTURA, le singole

componenti del significato e del significante sono rette da una rete di RAPPORTI OPPOSITIVI E

DIFFERENZIALI, in modo da garantire l’identificazione di ciascuna componente e la sua

differenziazione da tutte le altre. L’apprendimento di una lingua da parte di un bambino porta con sé

quindi l’acquisizione di un sistema di distinzioni concettuali con le quali accediamo all’esperienza in

modo specifico, diverso da quello di altre comunità.

Il segno linguistico è quindi completamente arbitrario e di conseguenza, non può essere un puro

strumento di un pensiero preformato, bensì un ingrediente decisivo della sua formazione. L’arbitrarietà

FORTE O RADICALE fa del linguaggio un principio attivo della conoscenza in quanto ci fa capire che

gran parte dell’esperienza ci è accessibile grazie al linguaggio. Il modello saussuriano sancisce

L’AUTONOMIA DEL SEGNO dalla realtà.

Esistono però dei limiti all’arbitrarietà saussuriana, almeno se letta alla lettera. Si rischia infatti di

incappare in una visione onnivora ed idealisticheggiante del linguaggio, questo finirebbe col prevaricare

le caratteristiche strutturali degli utenti imponendosi come principio formativo assoluto.. Si cadrebbe in

una sorta di RELATIVISMO LINGUISTICO-CULTURALE che impedirebbe lo scambio comunicativo,

le lingue sarebbero intraducibili perché legate a distinzioni culturali assolutamente specifiche.

Anzitutto, già all’interno del pensiero saussuriano è ben presente l’istanza intesa a porre LIMITI

ALL’ARBITRARIETA’ in base ed esigenze di “economia cognitiva”. Se il codice è arbitrario nella sua

istituzione, dal momento in cui il codice comincia a funzionare mette un argine alla propria libertà

operativa (per esempio i nomi di numero: diversi da uno a dieci, ma derivati dall’undici in poi; o il caso

delle derivazioni morfologiche ed infine le analogie, fondamentali per la regolarizzazione della lingua.

Secondo Saussure è la lingua stessa, arbitraria nel fondo, ad estrarre dalle sue strutture relazionali

vincoli alla sua energia creativa.

In secondo luogo vi è la relazione fra significato e significante. Questi infatti, benché arbitrari dal punto

di vista logico, non lo sono dal punto di vista della comunità parlante, infatti il loro legame si naturalizza

è l’elemento decisivo nella realtà della

e il modello arbitrarista sa che il punto di vista del parlante

lingua.

Un terzo aspetto infine sta nel rapporto fra il codice della lingua con la base biologica dei suoi utenti.

Per un arbitrarista “puro” la scelta della sostanza da collegare alla forma dovrebbe essere libera e così

per esempio la scelta di un linguaggio gestuale piuttosto che vocale. In realtà però vi sono ragioni

biologiche che hanno portato l’uomo ad elaborare le lingue per come le conosciamo e ad usare il

Dunque l’arbitrarietà sussiste all’interno di un

linguaggio gestuale solo come sussidio a quello vocale.

primordiale vincolo biofisico e adattativa ed è quindi limitata a livello materiale e biologico. Infine va

ricordato che la classificazione in base ad elementi distintivi non è un principio umano bensì

appartenente a tutti gli esseri viventi.

Un ogni caso tutto questo non toglie nulle alla potenziale ONNIFORMATIVITA’ delle lingue,

potenzialmente tutto può essere espresso.

2-FONDAMENTI NATURALI DELLA COMUNICAZIONE

Come già detto la comunicazione è, prima che un fenomeno culturale, un fenomeno naturale, è infatti

una proprietà intrinseca degli animali. Ciò non vuol dire che la comunicazione in generale e quella

s’innestano

umana in particolare non sia plasmata dalla cultura, dalla storia e dalla società, questi tratti

su quello biologico che ne è il fondamento naturale.

A partire dai messaggi registrati in molte segreterie telefoniche ed in particolare con attenzione alla frase

“lasciate un messaggio”, Reddy studia il modello della comunicazione. In primis la frase registrata si

basa sull’analogia fra il messaggio vocale ed uno materiale. Questo modello viene chiamato la

CONDUIT METAPHOR ed è la metafora della comunicazione come un canale, un condotto. Il

i pensieri da una persona all’altra; sia nella

linguaggio funge da condotto per trasferire fisicamente 4

scrittura che nella lingua parlata pensieri e sensazioni vengono inseriti in parole; le parole sono tramiti

attraverso i quali vengono recepiti pensieri e sensazioni; sia nella lettura che nell’ascolto vengono

estratti pensieri e sensazioni dalle parole. Questo è il MODELLO POSTALE DELLA

COMUNICAZIONE (MPC) /modello ingegneristico della comunicazione.

Questo modello però è lineare, il ruolo di ricevente e mittente sono simili a parte l’inversione della

direzione delle operazioni da compiere ed inoltre prevede solo errori meccanici come per esempio un

disturbo della linea. Il limite di questo modello è quindi che non prevede la presenza di una mente che

interpreti il messaggio finendo così per identificare la comunicazione animale a quella delle macchine.

In realtà invece la VARIABILTA’ è una caratteristica fondamentale della comunicazione. Nel MPC il

sistema è rigido. Il messaggio non richiede dunque interpretazione, basta trovare, nella lista di

associazioni fra segnali e messaggi previste dal codice, il contenuto corrispondente al segnale ricevuto.

Inoltre la comunicazione ha sempre successo a meno di interruzioni sulla linea e per decodificare il

messaggio il contesto non è necessario. Ma nella comunicazione reale esistono anche

l’INCOMPRENSIONE e la MENZOGNA. Inoltre nella comunicazione reale l’interpretazione può

dipendere anche dal CONTESTO COMUNICATIVO. Il sistema naturale deputato a trattare questo

complesso insieme di variabili è la MENTE, ovvero quella struttura biologica che negli animali ha la

funzione di gestire la variabilità. Infine il MPC è un modello astratto, incorporeo e taglia fuori tutti gli

aspetti della comunicazione che in vario modo hanno a che fare col corpo.

La MENTE può essere definita come un insieme di abilità. In particolare si può attribuire una mente ad

ogni sistema in grado di gestire situazioni complesse in cui siano presenti più variabili connesse fra loro.

Un sistema privo di mente invece può affrontare solo situazioni che già conosce, senza novità.

Perché si arrivi a variare il comportamento in base alle variabili sono necessari alcuni elementi:

 In primis il cervello deve essere in grado di conservare le esperienze passate e quindi di creare

RAPPRESENTAZIONI MENTALI, ovvero tracce interne di oggetti o eventi esterni che possono

essere riattivate anche quando questi sono più presenti. Un sistema privo di questa capacità

dipende sempre da stimolazioni esterne. Inoltre le rappresentazioni mentali sono necessarie per

riconoscere un oggetto come appartenente ad un certo insieme di oggetti, impedirebbe ogni

attività strutturata nell’ambiente perché ogni volta bisognerebbe ricominciare a esplorare il

nuovo oggetto. Questa capacità sembra estesa a tutto il mondo animali sebbene a livelli diversi;

 Un’altra capacità della mente è quella dell’ARBITRARIETA’ DELLE CLASSIFICAZIONI: un

animale è in grado di classificare le entità del mondo esterno in base a criteri arbitrari. Questo è

indispensabile per potersi riferire ad entità non presenti nel contesto comunicativo, come quella

di riferirsi ad entità non presenti nel mondo esterno. Su questa base gli esseri umani sono in

grado di creare nuovi sensi per le parole delle lingue storico-naturali;

 Quest’ultima capacità implica l’ultima, quella di SAPERE CREARE E COMPRENDERE

METAFORE, ovvero di trovare somiglianze fra strutture diverse. Una spiegazione di questa

capacità sembra trovarsi nella teoria degli ASSEMBLAMENTI NEURONALI del neurologo

Hebb, che sostiene che quando un insieme di neuroni viene stimolato ripetutamente da un agente

esterno o proveniente da un’altra area del cervello, gli stessi neuroni creano dei legami stabili fra

di loro, dando vita ad un raggruppamento di elementi fra loro congiunti, questo insieme è

collegato ad un oggetto esterno o ad un altro raggruppamento neuronale, e tutte le volte che si

attiva ricrea nella mente l’esperienza da cui deriva. Questa è una possibile traduzione cerebrale

delle rappresentazioni mentali.

E’ dunque chiaro che in ogni elemento comunicativo sono presenti segni che stanno al posto di qualche

altra entità. Ma ora il problema è capire come questi segni siano nati. Una prima ma errata risposta è

quella secondo la quale i segni sarebbero nati da una CONVENZIONE in base alla quale si sarebbero

stabilite le associazioni fra gli oggetti e le corrispettive etichette verbali o gestuali. Ma ciò non può

essere poiché per farlo sarebbero stati necessari dei segni. I primi segni quindi non nacquero da un atto

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creativo volontario ma probabilmente furono il frutto di un processo involontario. Questo quesito è

presente anche nell’ETOLOGIA in cui il processo viene chiamato RITUALIZZAZIONE. Un ipotesi di

come possa avere luogo è quella nata da un’osservazione di Darwin:

all’inizio un essere si comporta in un

1. determinato modo in certe occasioni. Questo

comportamento non è ancora un segnale e l’essere non è ancora un mittente;

2. il primo passo verso la semiotizzazione avviene quando un altro essere si accorge che

stato d’animo (cavallo che scalcia

quel determinato gesto corrisponde a quel determinato

quando è nervoso perché in realtà scarica così delle energie), si fissa quindi una

connessione. Il gesto diventa segno in quanto PREDITTORE NATURALE di qualche

altra cosa;

3. nella terza fase è il primo essere ad accorgersi che il secondo compie quel determinato

gesto quando è in quel determinato stato d’animo. La selezione naturale favorisce coloro

che siano in grado di estrapolare dal comportamento manifesto le motivazioni o

intenzioni;

4. il gesto è ormai un segno ossia qualcosa che sta per qualche altra cosa;

5. quando il processo si è compiuto, quindi i ruoli di mittente e destinatario si sono

stabilizzati, si possono usare volontariamente i segni o mentire.

Il segno quindi non nasce da una convenzione ma è il frutto di un processo di progressiva

denaturalizzazione di un gesto spontaneo. In questo senso i primi segni non sono arbitrari e la

convenzionalità non è il punto di partenza della comunicazione bensì il punto d’arrivo. La capacità di

interpretare i comportamenti allo scopo di prevedere le intenzioni è uno dei requisiti fondamentali ma

questa capacità significa avere una mente.

Lo schema sottostante ad ogni fenomeno comunicativo è il TRIANGOLO PERCETTIVO, ovvero una

struttura triangolare di cui fanno parte due organismi capaci di percepirsi reciprocamente ed un oggetto

su cui converte la loro attenzione congiunta. E’ questo il caso del bambino, che non ancora in grado di

parlare, osserva un oggetto che attira la sua attenzione e della madre che intercetta lo sguardo e

seguendolo noto ciò che gl’interessa. Benché non sia ancora chiaro cosa sia la comunicazione sappiano

che quando questa avviene, chi vi ha partecipato condivide qualcosa che prima non condivideva. In

questo senso quindi la comunicazione è un processo sociale i cui partecipanti possono essere reali o

fittizi come nel caso del soliloquio. Perché questi individui siano partecipanti sono necessarie due

condizioni: in primo luogo il bambino deve avere una qualche cognizione della sua presenza e del fatto

sue azioni sono percepibili dagli altri e questo accade grazie ad un’esperienza percettiva che lo fa

che le

sentire in relazione col proprio simile; in secondo luogo vi deve essere uno SFONDO COMUNE. Il

bambino si deve affidare ciecamente alla madre perché non esiste mai la prova di quali siano i nostri

simili in teoria, si affida fiducioso quindi perché esiste uno sfondo comune innato in lui. Il bambino fin

dalla nascita fa parte di un sistema più ampio, ovvero l’AMBIENTE (il ragno vede come oggetto, preda

nella ragnatela, solo ciò che si muove mentre gli uccelli riconoscono anche oggetti fermi), da non

confondersi con il mondo fisico, che probabilmente è geneticamente predisposto a riconoscere.

Dell’ambiente non si può dubitare, è il fondamento su cui si sorregge ogni attività vissuta in esso. Lo

sfondo comune dunque unisce i diversi punti di vista rendendo possibile la triangolazione percettiva.

Perché un individuo possa assumere un ruolo in un’interazione comunicativa il processo di formazione

concluso. Fin dall’inizio il bambino è spinto verso gli oggetti del suo ambiente: in

del sé deve essere

questo movimento si delinea il SE’ e ciò che gli oppone resistenza, ovvero gli oggetti. In

quest’accettazione il sé è un’entità biologica. Lo stesso movimento contemporaneamente centrifugo e

centripeto si ripete nell’interazione sociale.

In conclusione quindi, perché un animale partecipi ad un evento comunicativo deve, preliminarmente,

avere introiettato la certezza che può partecipare ad un simile evento, così come che può individuare gli

oggetti su cui questo può vertere. Ogni scambio presuppone che ci sia uno che dia e uno che riceva, così

come che ci sia qualcosa da scambiare: queste due condizioni costituiscono il fondamento percettivo

della comunicazione. 6

Dato lo sfondo comune però rimane il fatto che bisogna rilevare al suo interno ciò che è localmente

rilevante. L’ambiente degli animali che possono comunicare è composto di oggetti ed animali ma

soprattutto dai propri simili. Perché l’animale partecipi alla comunicazione bisogna che viva con essi e

che, almeno in parte, la sua sopravvivenza dipenda da loro. Quindi se è vero che la comunicazione

rinforza i legami sociali è vero anche che questa dipende da rapporti sociali preesistenti, ovvero da una

relazione PRECOMUNICATIVA.

Tornando a come venga individuato ciò che è rilevante nell’ambiente esistono degli speciali FILTRI. Il

primo filtro è quello PERCETTIVO: il sistema visivo è plasmato dalla selezione naturale per isolare,

all’interno del visibile, ciò che è interessante da ciò che non lo è. Nello specifico la vista isola ciò che in

quel contesto è rilevante. Questo filtro quindi non è guidato solo da fattori fisici, ma anche dal modo in

cui quelle caratteristiche vengono vissute dagli animali che le percepiscono.

Un secondo filtro è legato ad attività cognitive più complesse. La comunicazione infatti dipende dal

contesto. Il compito del DESTINATARIO è più complesso di quello del mittente. Egli infatti,

nell’interpretare il messaggio, deve tener conto delle motivazioni del mittente oltre che della possibilità

che egli stia mentendo. Quindi il destinatario anche ha bisogno di filtri per interpretare il messaggio.

Questi in genere sono gli stessi usati dal mittente il che consente un buon grado di concordanza. In

particolare la mente del destinatario sembra lavorare in base a due assunzioni fondamentali:

1. che di massima il mittente non mente (si tende a non ingannare i propri simili poiché colui che

sistematicamente inganna non viene più creduto);

2. che entrambi condividono lo stesso sfondo (permette al triangolo percettivo di chiudersi.

In questo senso prima di qualsiasi comunicazione è sempre possibile una INTERCOMPRENSIONE

PERCETTIVA e solo su questo sfondo sono possibili eventi comunicativi ed intesa fra mittente e

destinatario.

Come abbiamo già detto, il principale problema del MPC è quello di supporre che i contenuti trasmessi

dal mittente siano preformati nella sua mente ed inoltre che, l’unica necessità del destinatario per

comprendere il messaggio sia contenuto nella lista di associazioni fra significati e significanti fissate dal

CODICE di comunicazione. In realtà però sappiamo che il contenuto del messaggio si appoggia

COTESTO, ovvero l’insieme dei segni che

largamente al CONTESTO comunicativo (compreso il

hanno preceduto ed accompagnato la sua azione comunicativa) indispensabile per la comprensione. In

realtà infatti anche la richiesta più banale presuppone un numero enorme di conoscenze che sarebbe

impossibile specificare. Il lavoro del DESTINATARIO è dunque molto complesso di una semplice

operazione di decodifica, mentre ciò che vuole esprimere il mittente si specifica in larga parte proprio

grazie al lavoro interpretativo del destinatario.

I segni possono avere la funzione di PUNTI DI RIFERIMENTO. PIù lo spazio è povero di questi punti

più è facile perdersi in esso e viceversa. All’aumentare dei punti di riferimento però il cammino diventa

più lungo. L’idea ora è quella di considerare lo spazio rappresentato sulla cartina come il modello per lo

SPAZIO MENTALE sotteso da ogni evento comunicativo, uno spazio condiviso da mittente e

destinatario. I punti di riferimento corrispondono ai segni con cui avviene materialmente la

comunicazione. L’operazione con cui troviamo il percorso da seguire è la comunicazione. Lo

spostamento fisico nello spazio reale corrisponde alle attività materiali innescate dalla comunicazione.

Questa descrizione, oltre a dar conto del cambiamento dello stato interno di chi partecipa alla

come d’altro canto aveva già sottolineato il

comunicazione senza uno spostamento fisico, materiale,

MPC, evidenzia il cambiamento di collocazione dei partecipanti rispetto allo spazio mentale che

condividono. Lo spazio mentale, come quello fisico, è ricco di potenzialità e spostarsi al suo interno

d’azione mentale. Inoltre questo modello tiene conto del carattere approssimato dei

muta le potenzialità

processi di comunicazione, infatti il punto di riferimento isola solo un punto del vasto spazio mentale,

tutto il lavoro di raccordo con il contesto è lasciato al destinatario. Il ruolo dei segni è quindi quello di

spingere al movimento nello spazio mentale ed in questo senso permette di fare nuove conoscenze e

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quindi di prendere in considerazione l’imprevisto. Ne deriva un altro fattore rilevante non considerato

nel MPC: la dimensione temporale che permette appunto di considerare le variazioni, le novità,

l’imprevisto.

Le caratteristiche generali della comunicazione quindi sono:

1. questa non è uno scambio, un passaggio, bensì un evento, qualcosa che abbraccia tutti coloro che

vi partecipano senza una direzione privilegiata;

prima che l’evento avvenga, i partecipanti condividono il contesto di cui però sono coscienti in

2. modo vago e diseguale, nel senso che non tutti condividono lo stesso sottoinsieme di conoscenze

alla porzione di contesto in cui ha luogo l’evento comunicativo;

relative

3. per comunicare non è necessario essere autocoscienti, basta sapere di essere in una certa

posizione rispetto al contesto;

4. per consentire anche agli altri di acquisire maggiore consapevolezza del contesto, colui che ha

maggiore chiarezza usa uno o più segni che hanno la funzione di rendere più precisa la loro

posizione al suo interno. Questi segni forniscono agli altri una prima mappa di dove si trovano;

5. ora sono gli altri ad acquisire consapevolezza della loro posizione nel contesto e ad agire di

conseguenza;

l’evento comunicativo potrà finire poiché si sarà creato un nuovo contesto o continuare per

6. arricchire la mappa.

Quest’ipotesi di comunicazione come spostamento nello spazio mentale da inoltre conto della

possibilità d’incomprensione. Il MPC comunque non è errato ma incompleto e semplificatorio ma si può

verificare in casi limite in cui ci sia un CONTINUO DELLA COMUNICAZIONE.

In basso a sinistra troviamo il caso in cui il codice non è sufficiente e in cui quindi è necessario il

massimo sforzo cognitivo si fa ricorso a metafore ed abduzioni. L’ABDUZIONE, che Pierce definisce

“assunzione di ipotesi”, è un’ipotesi che salta la fase della raccolta di dati particolari e cerca subito di

fissare una regola che possa, successivamente, essere confermata dai dati. Dove i punti sono pochi si

avanza comunque un’ipotesi che permette una prima appropriazione dello spazio sconosciuto; non è

un’altra. Ipotesi e metafore servono dunque

importante che questa sia giusta tanto se ne potrà avanzare

ad esplorare questo spazio. In questi spazi la comunicazione è incerta, ci sono pochi segni per precisare

ciò che si vuole comunicare. In questi casi il codice non serve poiché gli spazi non sono ancora

semioticamente organizzati (odori).

All’opposto troviamo situazioni in cui la comunicazione verte su porzioni dell’esperienza molto

articolate in cui la necessità di integrazioni contestuali è minima. Questi sono i casi in cui è valido il

MPC poiché la decodifica dei segnali corrisponde con la comunicazione.

In conclusione la comunicazione non è un fenomeno autosufficiente bensì uno sviluppo delle

interazioni non comunicative che hanno luogo nella PERCEZIONE. Questa costituisce, in questa

ipotesi, il fondamento della comunicazione. Questa è attiva anche quando si tratta solo di pensare e

comunicare rispetto al mondo. La comunicazione in quanto fenomeno naturale, non sarebbe altro che la

trasposizione a livello semiotico della più antica e generale capacità non semiotica di percepire e

spostarsi nello spazio; con la differenza che, nella comunicazione, lo spazio fisico diventa uno spazio

mentale. 3-DAI SEGNI ALLE LINGUE.

LA SEMIOSI TRA NATURA E CULTURA

Esistono diversi tipi di segni che si organizzano secondo una scala di complessità crescente che va dagli

INDIZI ai SEGNI DELLA COMUNICAZIONE NON VERBALE, a quelli di quella VERBALE,

ovvero le lingue, sia grafiche che foniche o il linguaggio dei sordi. E’ riconosciuto un posto privilegiato

ai segni linguistici da gran parte degli studiosi. Così Eco sostiene che sulla comunicazione verbale

poggiano tutti gli altri sistemi di segni. 8

Saussure differenziava i segni solo in base al livello di arbitrarietà distinguendo così i segni interamente

naturali, da quelli dotati di una certa espressività naturale e da quelli completamente arbitrari. Questi

ultimi secondo lui realizzano meglio l’ideale del procedimento semiologico.

Fondamentale è la distinzione fatta da Pierce fra i segni come INDICI, ICONE e SIMBOLI.

fisicamente legati all’oggetto, è il caso ad esempio di manifestazioni di malattie;

INDICI sono fenomeni

ICONE sono i segni che significano un oggetto per una somiglianza;

SIMBOLI sono quelli che si collegano all’oggetto a causa di una convenzione, di solito un’associazione

mentale.

Sempre di grande rilevanza resta l’INTENZIONALITA’. La classe più ampia di eventi percepibili che

rimandano ad eventi non percepibili si possono definire INDIZI. Questi possono non essere prodotti

volontariamente o anche essere prodotti volontariamente ma con fini diversi da quelli comunicativi.

All’interno di questa classe dunque si distingue una sottocategoria formata da indizi intenzionalmente

comunicativi che vengono definiti SEGNI, SEGNALI.

Il segno viene inteso nell’accezione saussuriana, come unione di SIGNIFICANTE E SIGNIFICATO. Il

SIGNIFICANTE infatti è una classe semiotica di segnali, oggetti concreti che hanno lo scopo di

comunicare. Il SIGNIFICATO invece è astratto, è una classe semiotica di sensi, dunque di oggetti

mentali. per l’interazione fra essere umano ed ambiente è la capacità di categorizzare. Così gia

Fondamentale

nell’interpretazione degl’indizi bisogna distinguere oggetto e classe. Inoltre la capacità di stabilire una

correlazione fra elementi di due piani, di due UNIVERSI DI DISCORSO, è condizione essenziale alla

vita di ogni animale. Questa attività non è sociale poiché vi è un solo soggetto attivo. Gl’indizi si

muovono su due piani che corrispondono a significante e significato: INDICANTE (piano su cui si

colloca l’vento-indizio) e INDICATO (quello a cui l’altro concede di accedere).

Gl’indizi sono risultati così utile all’uomo che ne sono stati creati di artificiali come per esempio i

segnali stradali.

L’interpretazione dei segni è alla base della comunicazione. Quando però la produzione di questi segni

diventa volontaria lo status cambia completamente e diventano segni.. L’intento di comunicare è quindi

il punto d’arrivo della semiosi. Con l’introduzione della volontà però s’incontra il rischio della

INDIZI. Dunque alla base della comunicazione, del segno, c’è l’interazione fra

menzogna, dei FALSI

due soggetti di cui uno produce volontariamente degl’indizi. In ogni caso l’incertezza su ciò che l’altro

voglia dire permane.

La comunicazione è divisa in due macrogeneri (Benveniste): il tipo DISCORSO che si inserisce nel

contesto dell’enunciazione, e il tipo STORIA i cui segni al contrario cercano di determinare essi stessi il

loro valore.

La comunicazione NON VERBALE non si può distaccare dal contesto comunicativo ed è di tipo

discorso.

Il differenziarsi delle esperienze e delle competenze dei componenti del gruppo aumenta la necessità di

una comunicazione complessa, bisogna infatti tenere conto della distanza temporale e spaziale.

Le lingue, usate primariamente per la comunicazione non verbale, vengono usate anche per la

comunicazione verbale. La loro caratteristica è quella di consentire sia la comunicazione di tipo discorso

che quella di tipo storia e sono anche gli unici sistemi di segni che lo permettono. Questo accade grazie

al carattere autonomo del loro significato, alla loro capacità di distacco dalla situazione

dell’enunciazione. Questa è anche la ragione della predominanza della comunicazione verbale su quella

non verbale priva di tale autonomia.

Le lingue hanno carattere istituzionale: costituiscono una norma sociale, hanno una loro tradizione,

sono oggettive ed i soggetti che si acculturano in una società devono farle proprie con scarsa possibilità

di modifica. La specificità rende indispensabile la comunicazione verbale per differenziare cose ,

persone, competenze… Caratteristica fondamentale della lingua è la capacità di astrarsi dalla circostanza

di enunciazione. Inoltre lo stesso concetto può essere espresso in diversi modi, il che dimostra la

capacità CREATIVA delle lingue. 9

Anche per il segno linguistico esiste una natura artificiale ed è rappresentata ad esempio dai segni

matematici. Questi seguono i principi di iconicità.

La facoltà simbolica non è unitaria bensì formata da un complesso di di facoltà cognitive che si adattano

e si modificano a seconda del segno. Passiva in presenza di molti punti di riferimento e molto attiva in

caso di segni occasionali.

Per arrivare alla lingua dunque si passa attraverso tre fasi:

_quella silenziosa degli indizi

_quella della comunicazione non verbale

_quella della comunicazione verbale

4 SEMIOTICA DEL LINGUAGGIO VERBALE

La dimensione semiotica di un’espressione del linguaggio verbale è l’ESTENSIONE del suo significato

(es. l’espressione quattro ruote il cui senso si estende acquisendo nuovi significati diversi da quello

letterale). Si distinguono tre tipi di estensione: INTRATESTUALE (nel testo), EXTRATESTUALE

(fuori dal testo), INTERTESTUALE (tra testi).

ESTENSIONE NEL TESTO: L’USO

Si dice DENOTAZIONE il senso letterale e CONNOTAZIONE il senso non letterale.

l’insieme di estensioni, trasformazioni operati nel testo.

RETORICO o STILE è La retorica è quindi la

capacità di capire e creare queste estensioni. L’estensione retorica è una necessità poiché dà al testo la

poiché la retorica è l’estensione di senso intratestuale. La

forza espressiva ed inoltre è intratestuale

semiotica del linguaggio verbale si realizza con l’estensione intratestuale del senso.

ESTENSIONE FUORI TESTO:

Che il linguaggio abbia una propria dimensione semiotica vuol dire che la semiotica del linguaggio

verbale sta in tutto ciò che un’espressione linguistica dice con mezzi esterni al testo. Esistono due generi

di cose che stanno fuori dal testo, due estensioni extratestuali:

 i fatti cui il testo si riferisce,

 le intenzioni di chi partecipa alla comunicazione.

Il contesto è di rilevante importanza per stabilire il senso poiché la sua estensione non è solo di natura

intratestuale. Rilevante è anche il fatto che l’ascoltatore nutre delle aspettative. L’insieme delle

estensioni di SENSO NON TESTUALE viene definito USO PRAGMATICO e di conseguenza si dice

PRAGMATICA la capacità di capire e produrre queste ESTENSIONI EXTRATESTUALI.

La dimensione pragmatica è una necessità, è sempre presente, in tutti i linguaggi e danno al testo valore

espressivo. Sono inoltre di natura extratestuale, vige il principio di complementarità. La pragmatica può

dunque essere definita come estensione di senso extratestuale. Questa dimensione però fa emergere una

quantità di fattori vincolanti per la produzione e la comprensione del senso di un discorso. Questa

dimensione intrinseca di incompletezza che limita lo studio della pragmatica fa si che si ricorra a lavori

di ricognizione, di esempi. A questo punto secondo Habermas risulta plausibile concepire il linguaggio

come un’azione effettuata attraverso i simboli. Sono detti atti ILLOCUTIVI quelli in cui chi parla si

coinvolge esponendosi alle conseguenze. Questi hanno un alto grado di irreversibilità. Infine la

linguaggio verbale si realizza, seppur in parte, con l’estensione

semiotica del extratestuale del senso.

l’estensione del senso che un’espressione ha nei testi di altri linguaggi verbali e

Infine la semiotica è

non.

ESTENSIONE TRA TESTI: è anche l’estensione del senso che un’ espressione ha nei testi di

La semiotica del linguaggio verbale

altri linguaggi verbali e non. E’ l’estensione del senso che può avere nella cultura in cui viene prodotto e

in una lingua è tale

recepito il discorso. Questo mette in evidenza il fatto che il senso di un’espressione

grazie ad altre espressioni della stessa lingua (DIMENSIONE RETORICA), alle circostanze

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(DIMENSIONE PRAGMATICA), ma anche grazie ad altri linguaggi verbali e non. L’estensione del

senso scaturisce da un rimescolamento di codici che non conosce confini. Questa capacità del discorso

di evocare sensi codificati in altri testi con altri codici viene detta INTERTESTUALITA’. Questa è

legata alla FUNZIONE METALINGUISTICA, alla capacità di rappresentare enunciati di un altro

linguaggio. In effetti si parla di ESTENSIONE DEL SENSO NELLA CULTURA in cui il termine

cultura rimanda ad un patrimonio di conoscenze rappresentate con linguaggi vari.

La semiotica del linguaggio verbale quindi è l’estensione del significato delle sue espressioni oltre il

senso letterale. I modi di questa estensione sono tre: INTRATESTUALE, EXTRATESTUALE,

INTERTESTUALE. Possono sempre essere compresenti e ciascuna di volta in volta può assumere un

ruolo dominante. INTRATESTUALE: RETORICO

ESTENSIONE EXTRATESTUALE: PRAGMATICO

INTERTESTUALE: CULTURALE

a questi sensi c’è poi ovviamente il senso LETTERALE, denotazione che coincide con il suo uso

Oltre

normale. Secondo l’ipotesi REFERENZIALISTA il senso letterale coincide con l’oggetto cui ci si

dei nomi astratti. Un’ altra teoria è quella

riferisce. Questa però non tiene conto delle classificazioni e

dell’USO per la quale il significato è dato dall’uso oggettivo che si fa del testo. In conclusione il senso

letterale coincide con la NORMA, ovvero il valore di massima frequenza con cui l’espressione o termine

vengono usati. Il limite di estensione è dato dalla comprensione dei parlanti. In ogni caso però proprio

parlare di norma è difficile poiché questa con il linguaggio sono in continua evoluzione.

Le NORME sono elementi di stabilità descritte nelle grammatiche. Ma anche queste cambiano anche se

lentissimamente, sia nel tempo che da lingua a lingua. Pur cambiando però rimangono degli elementi

invariati, le CATEGORIE GRAMMATICALI, ovvero gl’ingredienti delle trasformazioni (sostantivi,

aggettivi, avverbi…).

Vi sono diverse linee di pensiero rispetto alla natura di queste categorie. La prima è la linea

ARBITRARISTA ( de Saussure)secondo la quale la grammatica è un insieme di norme che si preferisce

chiamare forme che si configurano in maniera autonoma, arbitraria. Questo spiegherebbe la diversità

delle lingue. Un’ altra linea è quella COGNITIVISTA che considera le tradizionali categorie della

grammatica solo la manifestazione superficiale di una struttura profonda, che è prima di tutto

linguaggi formalizzati. Infine c’è la linea SOCIOLINGUISTICA per la quale

rappresentabile attraverso

le categorie grammaticali sono di nuovo manifestazioni di sistemi di comunicazione che hanno radice

nella dinamica sociale. Nel complesso possiamo dire che le nostre grammatiche appaiono come etichette

di comodo.

Vi sono poi elementi comuni ad ogni lingua detti UNIVERSALI LINGUISTICI ed anche su questo

argomento si schierano due scuole: una che sostiene che gli universali siano innati nella mente e che

attraverso una sola lingua, ed un’altra, la LINGUISTICA

quindi possano esser studiati anche

CONTRASTIVA, che procede invece a degli studi comparativi.

la caratteristica peculiare del linguaggio verbale è l’alto grado di MOBILITA’

In conclusione quindi

DEL SENSO.

Il CODICE è il sistema di relazioni che mette in corrispondenza eventi (SEGNALI) e rispettive

interpretazioni (SENSI). E’ utile ricordare l’accezione di codice come raccolta di leggi per capirne il

valore.

La prima condizione per riconoscere una successione di suoni come espressione linguistica è data dalla

possibilità di assegnarla ad una classe di suoni simili detta SIGNIFICANTE o FORMA

DELL’ESPRESSIONE. Questo è l’insieme delle possibili fonie con cui si comunica un significato. In

secondo luogo bisogna riconoscere che i suoni di una classe sono simili non uguali. Infine va detto che

un suono, una grafia, un gesto se sono espressioni della lingua, non vengono prodotti e recepiti per sé,

ma perché rimandano a qualcos’altro. 11

L’appartenenza ad una classe è fondamentale anche per il senso, che gravita intorno ad un valore

normale dal quale può divergere in vari modi e con diversi gradi di libertà.

Il significato è l’insieme dei sensi che una fonia può comunicare.

I modi in cui si può formare una classe sono tre:

 PER ENUMERAZIONE DEGLI ELEMENTI: permette di costruire classi numerabili, cioè con

un numero di elementi limitato e controllabile;

 IN BASE AD UNA PROPRIETA’ COMUNE: elementi che hanno una o più proprietà in

comune. Le classi sono decidibili, è cioè sempre possibile stabilire se appartiene o meno ad una

classe, a condizione che di poter controllare se possiede la proprietà necessaria;

 PER CORRISPONDENZA di ciascuno degli elementi con un oggetto esterno alla classe.

Quando si perdono i tratti permanenti la corrispondenza fra significante e significato rimane

costante.

I tratti che permettono di attribuire una fonia ad un significante ed un senso ad un significato si

chiamano TRATTI PERTINENTI. Uno scarto anche molto piccolo può provocare cambiamenti

L’analisi dei tratti pertinenti vale anche per codici non verbali. Anche nel dominio

rilevanti (cane, cade).

dei significati si possono ipotizzare TRATTI che decidono l’appartenenza di un senso ad un significato.

letterale. Nella produzione del

Questi tratti assolvono meglio il loro ruolo se si resta vicini all’uso

discorso possono perdersi o alterarsi al punto da sembrare persi. Le pertinenze vanno anche interpretate

come cambiamento dell’impronta del discorso.

De Saussure introdusse in parte quella che è la terminologia usata per illustrare la STRATIFICAZIONE

DEL LINGUAGGIO. Questa anticipa la teoria del codice poiché ordina i fattori necessari perché un

codice possa costituirsi ed operare. La stratificazione prevede due piani e ciascuno si articola in tre

strati: PIANO DELL’ESPRESSIONE

1. che si articola in:

 strato della FORMA DELL’ESPRESSIONE, i significanti e le regole che ne permettono la

formazione;

 strato della SOSTANZA DELL’ESPRESSIONE, tutto ciò che nel testo è manifesto e

direttamente percepibile: le fonie, le grafie, i gesti…;

 strato della MATERIA DELL’ESPRESSIONE, il supporto fisico per rendere manifestabile un

atto comunicativo: supporto acustico, grafico (aria, carta…)…..

2. PIANO DEL CONTENUTO che si articola in:

 Strato della FORMA DEL CONTENUTO, i significati e le regole che ne permettono la

formazione;

 Strato della SOSTANZA DEL CONTENUTO, tutto ciò che nel testo è manifesto ma non

direttamente percepibile: il senso, la significazione;

 Strato della MATERIA DEL CONTENUTO, tutto il mondo di fatti che il codice può

manifestare.

Nello specifico, la FORMA, i suoi due strati costituiscono il sistema dei SIGNIFICANTI (piano

espressivo) e SIGNIFICATI (piano contenutistico) di una lingua. La lingua, o forma, è il sistema

grammaticale, il sistema delle categorie grammaticali, il sistema delle classi. I SEGNI sono una classe, è

l’unione di un significante al suo corrispettivo significato. De Saussure aveva parlato del PRINCIPIO DI

LINEARITA’ DEL SIGNIFICANTE: il testo si articola in sequenza e il vincolo lineare condiziona la

struttura sintattica,le parti devono mantenere la coerenza. Si tratta però di una linearità complessa poiché

le lingue naturali sono codici a DOPPIA ARTICOLAZIONE, appartengono cioè sia alla PRIMA

ARTICOLAZIONE che comprende le unità che sono segni, sono cioè composti da significante e

significato; le unità di prima articolazione non ulteriormente scindibili sono dette MONEMI (e

congiunzione); sia alla SECONDA ARTICOLAZIONE che comprende le unità che non sono segni

(sillabe, fonemi…).; il FONEMA è l’unità minima di seconda articolazione.

Le unità di prima articolazione sono di numero illimitato mentre le seconde sono limitate. La doppia

articolazione permette una grande economia espressiva. 12

Varie personalità fra le quali anche Benedetto Croce hanno sostenuto che categorie, fonemi e doppia

articolazione siano un’ invenzione necessaria ai linguisti che hanno bisogno di una descrizione razionale

del linguaggio, e per questo attribuiscono alle lingue un ordine ed una finalità che le sono estranee.

due starti costituiscono il dominio degli ATTI LINGUISTICI, è l’insieme dei

La SOSTANZA, i suoi

concreti atti di comunicazione, è il mondo in cui il senso prende vita.

La MATERIA è il piano fisico amorfo; in semiotica è una nozione molto discutibile ma utile per

le potenzialità del codice. Sul PIANO DELL’ESPRESSIONE il concetto di materia aiuta a

comprendere

capire come si possono avere linguaggi che pur basandosi sulla stessa materia, sono diversi perché la

forma seleziona pertinenze differenti (parlato cantato: stesso supporto acustico ma forme, pertinenze

diverse). Sul PIANO DEL CONTENUTO la materia è ciò che una semiotica può comunicare,

considerato nel suo insieme indifferenziato, non ancora articolato dalla forma (segnali stradali che non

possono indicare altro che quello, trattano materia limitata). Questa indica il limite di azione concettuale

del linguaggio.

La sostanza è il modo in cui prende forma la materia nella comunicazione.

Essendo la lingua espressione della società è ovvio che fra queste due vi sia uno stretto legame tra

lingua e cultura, ciò però non toglie che la lingua abbia una sua AUTONOMIA, il segno è

ARBITRARIO, questo vuol dire che il modo in cui ogni lingua costruisce il proprio contenuto, il mondo

PRINCIPIO DI ARBITRARIETA’

di cui parla secondo forme proprie. De Saussure parla del secondo

cui:  Il segno è arbitrario, privo di necessità logica o naturale proprio come il rapporto fra significante

e significato (diversità delle lingue lo dimostra);

 Il segno è arbitrario, privo di necessità logica o naturale perché così si costituiscono le forme sul

piano dell’espressione e del contenuto (ogni lingua classifica autonomamente le proprie regole;

alterazioni del contenuto con traduzioni).

L’arbitrarietà riguarda le norme di qualsiasi livello.

Questo principio di arbitrarietà aiuta a giustificare la natura mobile della lingua. Esiste infatti nelle

CREATIVITA’,

lingue un carattere di esse creano e rinnovano continuamente sé stesse per un processo

necessario. La finalità è senza scopo ma la lingua non può non creare forme nuove. Già il noto de

Saussure aveva rilevato rinnovamenti linguistici che però rimettono sempre in circolo unità e sottounità

di sistemi linguistici esistenti. Chomsky ha denominato RULR GOVERNED CREATIVITY questa

forma di rinnovamento. La creatività comunque non conosce limiti poiché esiste anche una RULE

CHANGING CRAETIVITY che, appunto, introduco forme del tutto nuove.

Un altro carattere dell’arbitrarietà è la FORMATIVITA’. La lingua è un codice ONNIFORMATIVO.

di quello di TRADUCIBILITA’ secondo cui una lingua può

Questo senso risulta chiaro all’interno

tradurre testi prodotti da ogni altra semiotica, mentre non sembra essere vero il contrario. Vanno però

sempre presi in considerazione i limiti, infatti una lingua naturale non può riportare un brano musicale.

La FUNZIONE indica gl’impieghi, gli scopi che si possono conseguire attraverso un atto linguistico

anche involontariamente. Non esiste una classificazione univoca di queste funzioni del linguaggio

poiché equivarrebbe a classificare le azioni umane e le loro finalità. Lo schema di Jakobson comunque

può essere un buon sistema d’orientamento. Secondo questo schema sono sei le condizioni, i fattori

necessari a realizzare un atto linguistico: MITTENTE, DESTINATARIO, CONTESTO, CODICE,

CANALE, MESSAGGIO. Le funzioni dipenderanno dal fattore che in ogni singolo atto comunicativo

prevale.

FUNZIONE EMOTIVA comunica lo stato del MITTENTE (Uffa! Brr!)

FUNZIONE CONATIVA comunica l’influenza che si vuole esercitare sul DESTINATARIO

FUNZIONE REFERENZIALE descrive il CONTESTO (guarda lì)

FUNZIONE METALINGUISTICA rimanda al CODICE (vocabolario, linguaggio si descrive)

FUNZIONE FATICA garantisce l’apertura del CANALE (ripeti, non capisco)

FUNZIONE POETICA dirige la comunicazione verso il MESSAGGIO (I like Ike)

Ogni atto linguistico comunque non è mai portatore di una sola funzione, esiste infatti un rapporto di

di VARIETA’ e FUNZIONI dà ad ogni

dominanza non di esclusività fra loro. Inoltre la combinazione 13


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ninja13

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Teorie e tecniche della comunicazione pubblica contenenti:
modello elementare della comunicazione, fondamenti naturali della comunicazione, dai segni alle lingue: la semiosi tra natura e cultura, semiotica del linguaggio verbale, lingua e variazione linguistica, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, comunicare per immagini, scrivere per i giornali.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie e tecniche della comunicazione pubblica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Pitasi Andrea.

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