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Cimurro

Il cimurro è una malattia infettiva sistemica e contagiosa che colpisce il cane e altri carnivori tra cui i Canidi, i Mustelidi e Procionidi. È caratterizzata da sintomi respiratori, gastrointestinali e/o nervosi e con un andamento acuto, subacuto o cronico a seconda della risposta immunitaria dell'animale e della virulenza del ceppo. Si tratta di una malattia non zoonotica ma che possiede elevata morbilità e mortalità.

Etiologia

L'agente eziologico del cimurro è il Canine Distemper Virus (CDV), appartenente alla famiglia Paramyxoviridae e al genere Morbillivirus. A quest'ultimo appartengono anche il virus del morbillo (MV), il virus della peste bovina (RV), il virus del cimurro delle foche (PDV) e il virus del cimurro dei delfini (DDV). Anche se questi virus sono tendenzialmente specie specifici e non provocano malattia in ospiti diversi, gli anticorpi che vengono prodotti in seguito ad infezione generalmente cross reagiscono tra loro. Questo è il motivo per cui in passato veniva utilizzato il virus del morbillo umano per la vaccinazione nei confronti del cimurro del cane. Inoltre, i virus hendra e nipah, pur appartenendo al genere Hemipavirus, cross reagiscono con i membri del genere Morbillivirus.

Il CDV è un virus sferico di dimensioni molto grandi, circa 150 nm di diametro. Possiede un genoma costituito da una molecola di RNA monocatenario a singolo filamento a polarità negativa ed è provvisto di envelope. Sulla superficie di quest'ultimo sono collocate proiezioni lunghe 8-12 nm chiamate peplomeri o spikes, specifiche proteine di fusione e di adsorbimento con attività emoagglutinante, che costituiscono i siti recettoriali in grado di determinare la specie-specificità del virus nonché gli epitopi immunodominanti indispensabili per la produzione di anticorpi neutralizzanti il virus. Il nucleocapside è a simmetria elicoidale (13-18 nm). Il genoma è costituito da almeno 6 geni e lo studio della sequenza nucleotidica ha mostrato notevole omologia non solo fra i membri del genere ma anche fra questi e quelli di altri generi inclusi nella famiglia Paramyxoviridae (soprattutto genere Paramyxovirus), evento che spiega la notevole uniformità della configurazione antigenica osservata e la conseguente produzione di anticorpi in grado di cross-reagire.

  • Proteine strutturali:
    1. N: proteina che lega al nucleocapside.
    2. L: proteina grande (large) che costituisce il nucleocapside.
    3. M: proteina di matrice o non glicosilata dell’envelope, che unisce l’envelope al nucleocapside (proteina assemblante).
    4. F: proteina di fusione o glicosilata dell’envelope, che permette la fusione di quest’ultimo alla membrana cellulare. Tale proteina viene attivata da un enzima cellulare tripsino-simile, caratteristica che ha due importanti conseguenze: da un lato, il tropismo del virus è ristretto solo alle cellule che possiedono l’attivazione mediante tali enzimi e nelle quali avviene scissione di F in F1 e F2 e dall’altro, la diversa sensibilità della proteina F a questi enzimi cellulari condiziona la patogenicità del virus. Essa agisce anche come emolisina e come fattore di fusione tra cellule contigue ed è quindi responsabile della diffusione del virus anche in presenza di anticorpi e della formazione di sincizi. Essendo fondamentale per la penetrazione dei virus, gli anticorpi prodotti nei confronti di questa proteina sono neutralizzanti.
    5. H: proteina di adesione con funzione di adsorbimento ed attività emoagglutinante. Gli anticorpi prodotti per questa proteina sono neutralizzanti il virus anche se bisogna tener presente che l’attività emoagglutinante è inferiore rispetto a quella del parvo per cui solitamente nella diagnosi non viene impiegato il test di emoagglutinazione.
  • Proteine non strutturali:
    1. Proteina non strutturale C.
    2. Proteina ricca in cistina V.

È un virus scarsamente resistente in ambiente in quanto di grandi dimensioni e provvisto di envelope. È stabile a pH compreso tra 4.5 e 9.0, mentre valori superiori o inferiori lo inattivano. È scarsamente resistente alle alte temperature e sensibile ai disinfettanti più comuni, in particolare ai solventi dei lipidi, alle radiazioni e all’essiccamento. Viene inattivato dai beta-propiolattone (0,05%), dai sali d’ammonio quaternario (0,3%) e dall’ipocloritofenolo (0,75%). In ambiente resiste un’ora a 35°C e due ore a 20°C. Il sierotipo è unico, ma sono ben conosciuti diversi ceppi caratterizzati da modeste differenze antigeniche ma l’utilizzo di anticorpi monoclonali permette la distinzione antigenica dei diversi ceppi. I ceppi principali sono:

  • Synder Hill
  • Rockborn
  • Onderstepoort. Questo viene utilizzato nella preparazione dei vaccini perché è a bassa patogenicità.

Per la coltivazione vengono utilizzate linee cellulari di linfociti di cane o furetto, fibroblasti e cellule nervose di cane e di furetto e cellule di linea VERO (renali di scimmia) e MDCK (renali di cane). In coltura dà un effetto citopatico caratterizzato da sincizi polinucleati e da inclusi intracitoplasmatici e anche intranucleari, nonostante sia un virus che replica esclusivamente nel citoplasma della cellula ospite. I sincizi si formano per la presenza della proteina F di fusione e i corpi inclusi sono costituiti da un eccesso di proteine strutturali N e P che si accumulano nel citoplasma. I corpi inclusi e i sincizi sono visibili al microscopio elettronico dopo colorazione. La ricerca del virus viene poi effettuata mediante immunocitochimica (ricerca di una proteina o un antigene su una coltura cellulare mediante l’uso di anticorpi marcati).

Epidemiologia

Gli ospiti recettivi sono tutti i Canidi, i Mustelidi e i Procionidi. Tra i più comuni ricordiamo il cane, il dingo, la volpe, il coyote, il lupo, il furetto, il visone, l’ermellino, l’orsodonnola, il panda, il procione, la iena e la mangusta. Il gatto si può infettare ma non sviluppa malattia. La malattia ha diffusione cosmopolita e, anche se tutti i cani sono potenzialmente suscettibili alla malattia, colpisce soprattutto cuccioli di età compresa tra i 3 e i 6 mesi, che sono i soggetti più sensibili all’infezione in quanto in questo periodo si ha il declino degli anticorpi materni ed il sistema immunitario è ancora immaturo. Le diverse forme cliniche del cimurro rappresentano la risultante della combinazione tra la virulenza del ceppo e le difese immunitarie dell’ospite. La patologia è più frequente nelle stagioni fredde e nelle zone umide in quanto queste condizioni favoriscono la presenza del virus in ambiente, rendendo significativa anche la via di trasmissione indiretta. La trasmissione è orizzontale e avviene principalmente per via oronasale attraverso il contatto diretto tra animale infetto e animale sano. L’aerosol è rappresentato principalmente dalle escrezioni respiratorie e oculonasali, nonostante il virus possa essere presente anche nelle urine e nelle feci a causa della viremia.

Patogenesi

Il periodo di incubazione è breve ed è di 3-7 giorni. Il virus penetra per via oronasale tramite l’inalazione di aerosol infetto e inizia la sua replicazione a livello tonsillare. Le cellule target sono rappresentate da macrofagi e monociti delle prime vie respiratorie. Dopo i primi 2-4 giorni si realizza una viremia primaria della durata di circa 8-9 giorni. Essa può essere sia cellulo-associata che non, quindi il virus si può ritrovare sia associato ai leucociti circolanti sia in forma libera nel plasma. In questa fase le stazioni linfonodali rappresentano un bersaglio fondamentale per l’agente tanto che la maggior parte delle particelle virali si localizza a livello di milza, timo, midollo osseo e linfonodi sistemici, nei quali la replicazione comporta la distruzione di linfociti T e B, con conseguente leucopenia e stato di immunodepressione. A questo punto il microrganismo si riversa nuovamente nel torrente ematico determinando la genesi di una viremia secondaria, la cui gravità dipenderà dall’entità della compromissione del sistema immunitario dell’ospite. In funzione di ciò si avrà una distribuzione più o meno massiva del virus a livello di organi sistemici. I meccanismi mediante cui si instaura l’immunodepressione non sono stati determinati con precisione, tuttavia sono state proposte tre ipotesi che non si escludono a vicenda:

  • Azione linfocitolitica del virus, diretta sia nei confronti dei linfociti T che B.
  • Attivazione da parte di CDV di un clone di linfociti t-suppressor in grado di diminuire la funzionalità degli altri linfociti.
  • Degenerazione delle cellule dendritiche implicate nel processo di presentazione dell’antigene.

La comparsa della malattia dipende dalla patogenicità del ceppo coinvolto e dalla risposta immunitaria umorale e cellulo-mediata messa in gioco dal soggetto:

  • Risposta immunitaria efficace e tempestiva. La malattia tende in questo caso ad avere decorso subclinico poiché la replicazione virale ad un certo punto si arresta ed il soggetto guarisce sterilizzandosi. Gli unici sintomi osservabili sono quelli legati all’immunodepressione che si verifica nella prima fase viremica. Si tratta comunque di animali eliminatori del virus in ambiente.
  • Risposta immunitaria non efficace. Il virus in questo caso determina, oltre all’immunodepressione, una viremia secondaria con diffusione sistemica che si concretizza soprattutto a livello di tessuti epiteliali cutanei, gastrointestinali, respiratori, urogenitali e, in ultimo, nervosi. L’immunodepressione grave osservata in tali animali e causata dalla distruzione dei linfociti, comporterà la comparsa di sintomi gravi di malattia, con rapida morte del soggetto in questione. La prima fase viremica è rilevabile nei leucociti circolanti e nel plasma, la seconda fase viremica è rilevabile nei macrofagi meningei, nei neuroni e nelle cellule ependimali e gliali.

Sintomatologia

La sintomatologia può essere classica, dipendente in questo caso dallo stato di immunodepressione del soggetto e dalla replicazione del virus nei vari distretti dell’organismo ad esclusione del sistema nervoso centrale oppure neurologica, provocata dalla replicazione virale a carico del sistema nervoso centrale.

Forma classica non neurologica

Come già detto, questa forma include tutti quei sintomi derivanti dall’immunodepressione e dalla replicazione del virus nei vari distretti anatomici ad esclusione del SNC. La sintomatologia inizia con congiuntivite acuta associata a scolo oculare sieroso e tosse secca. In un secondo momento la tosse diviene grassa e produttiva e lo scolo oculare mucopurulento a causa dell’insorgenza di complicazioni batteriche secondarie. Compaiono poi ipertermia (>40°C), depressione del sensorio e anoressia. La febbre ha generalmente andamento difasico e i picchi febbrili coincidono con le due fasi viremiche. A seguito della seconda viremia, la localizzazione del virus a livello dell’apparato respiratorio aggrava il quadro sintomatologico a causa del coinvolgimento polmonare. La localizzazione gastrointestinale determina, 10/20 giorni dopo l’infezione, la comparsa di vomito e diarrea, ma che tende ad essere autolimitante. Le infezioni secondarie più frequenti sono sostenute da Pasteurella spp., Bordetella bronchiseptica, Staphylococcus spp., Streptococcus spp., CAdV-2 (epatite infettiva del cane), PI-2 (parainfluenza), CHV (herpesvirus canino) e Reovirus. Poiché il virus replica anche a livello cutaneo può essere presente una dermatite vescicolo-pustolosa che si manifesta soprattutto a livello di inguine e piatto delle cosce. Si può occasionalmente osservare anche una ipercheratosi a carico dei cuscinetti plantari dovuta alla localizzazione del virus in tale distretto, anche se generalmente tale aspetto si riscontra prevalentemente nelle forme croniche.

Forme nervose

Possono manifestarsi insieme alla sintomatologia classica o possono essere pure, ovvero manifestarsi successivamente alla forma classica e senza correlazione temporale con essa. A determinare il tipo di forma concorre la risposta immunitaria dell’ospite. I cani in grado di sviluppare una rapida risposta immunitaria generalmente guariscono senza strascichi sintomatologici, mentre quelli che sono in grado di sviluppare una risposta parziale o tardiva evolvono verso una cronicizzazione della malattia. La risposta immunitaria può quindi essere classificata in tre tipologie:

  1. Buona: si ha una forma subclinica spesso inapparente fino alla guarigione. Questi soggetti sono quelli che riescono a bloccare l’infezione prima della seconda fase viremica o in cui comunque questa è scarsa ed il virus non raggiunge il sistema nervoso centrale. I soggetti guariscono senza strascichi sintomatologici e restano immunizzati per tutta la vita, sebbene condizioni sfavorevoli (malattie intercorrenti, terapie immunodepressive, stati di stress quali gravidanza e allattamento) possano determinare un abbassamento dell’immunità protettiva. Questa forma solitamente si ha nei soggetti dai 6-7 mesi in poi, che hanno già un sistema immunitario maturo e quindi in grado di reagire efficacemente, a volte anche in assenza di vaccinazione. È di difficile riconoscimento in quanto passa facilmente inosservata e l’unica sintomatologia riscontrabile è di carattere generico, data dall’immunodepressione. Tuttavia, l’eliminazione virale continua per 60-90 giorni con tutti gli escreti e i secreti, anche dopo guarigione, rendendo questi cani un rischio per gli altri.
  2. Scarsa: si ha una forma cronica che si manifesta con sintomatologia neurologica e che insorge dopo un tempo variabile da due settimane a diversi anni dopo l’ingresso del virus. Si riscontra nei soggetti adulti che hanno avuto un decorso subacuto dell’infezione e nei cuccioli che sono guariti, ma in modo inapparente. Nel primo caso si tratta di cani che sono stati in grado di combattere l’infezione virale compensando l’immunodepressione e manifestando la sintomatologia classica in forma subacuta ma la cui risposta immunitaria non è stata efficace al punto da impedire la replicazione virale nel sistema nervoso centrale; nel secondo caso si tratta di cuccioli che hanno avuto una sintomatologia classica acuta e che sono stati trattati con successo fino alla guarigione sintomatologica, ma in cui il virus continua a persistere a livello di sistema nervoso centrale. Infatti, una volta che il virus giunge in tale distretto, è in grado di persistere nella sede in questione anche per diversi anni determinando lesioni demielinizzanti su base infiammatoria e con decorso cronico progressivo. Queste lesioni esitano alla fine in forma nervosa pura, perché non associata a quella classica data dall’immunodepressione. I quadri sintomatologici che si osservano sono la CDE (encefalite demielinizzante cronica) e la ODE (encefalite del cane anziano). Il meccanismo che le provoca è poco chiaro, ma l’ipotesi più accreditata vede da una parte un danno replicazione-indotto e dall’altro un danno ospite dipendente dalla risposta immunitaria che, nel tentativo di distruggere il virus, aggredisce anche il sistema nervoso centrale. Le lesioni sono rappresentate da encefalite non purulenta, ipertrofia ed iperplasia degli astrociti, demielinizzazione su base infiammatoria con infiltrazione di leucociti e formazione di manicotti perivascolari e placche sclerotiche sia nella sostanza bianca che grigia.
  3. Assente: si osserva sia una forma acuta sistemica che una nervosa associata, generalmente ad esito fatale. È tipica dei cuccioli di età compresa tra i 3 e i 6 mesi che non sono stati vaccinati o nei quali la vaccinazione non è avvenuta correttamente e in cui quindi non si sviluppa un’immunità protettiva (esempio: cuccioli vaccinati prima della sesta settimana di vita quando l’immunità materna è ancora elevata, e/o vaccino non richiamato, o ancora cuccioli vaccinati dopo l’infezione virale o vaccini non conservati in modo corretto). Il soggetto sviluppa una forma acuta sistemica molto grave data dall’immunodepressione e dalla replicazione virale sistemica. I sintomi che si osservano sono quindi quelli tipici della forma classica a cui si associano segni nervosi quali fenomeni convulsivi sempre più gravi, alterazione dello stato mentale, atassia, incoordinazione e instabilità per interessamento cerebellare, interessamento spinale con paresi e/o paralisi, fotofobia e midriasi per lesioni alla retina e al nervo ottico, ipercinesia e movimenti tonico-clonici. Questi ultimi sono probabilmente dovuti all’instaurarsi di una sorta di “pacemaker” autonomo a livello dei segmenti dei motoneuroni interessati.

Diagnosi

L’anamnesi e la visita clinica sono fondamentali, così come la conoscenza dello stato vaccinale dell’animale, l’età a cui è stata eseguita la prima vaccinazione e se sono stati effettuati correttamente i richiami. Elementi di sospetto importanti alla visita clinica sono l’età dei soggetti, che va generalmente dai 3 ai 6 mesi, il decorso lungo della sintomatologia (3 settimane circa) e la contemporanea presenza di sintomi respiratori, oculari, gastroenterici e nervosi. In particolare, nelle forme ad andamento acuto del cucciolo si rinvengono scolo oculonasale nei casi, sintomi respiratori con tosse nell’81% dei casi, diarrea.

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Scienze agrarie e veterinarie VET/05 Malattie infettive degli animali domestici

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher www.lalla di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di malattie infettive degli animali da compagnia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Teramo o del prof Di Martino Barbara.
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