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6.5.2 L’equazione dei prezzi μ)

L’equazione che descrive la determinazione dei prezzi, P = (1 + W , diventa, dividendo entrambi i lati per

il salario nominale W ed invertendo successivamente i termini:

μ

Il che significa: il salario reale fissato dalle imprese è una funzione delle decisioni di prezzo, un aumento del

μ

markup fa aumentare i prezzi a parità di salari, facendo in tal modo diminuire il salario reale.

6.5.3 Salari reali di equilibrio e disoccupazione

L’equilibrio nel mercato del lavoro richiede quindi che il salario reale risultante dalla determinazione dei

salari sia uguale al salario reale derivante dalla determinazione dei prezzi, ossia:

, , con u come tasso naturale o strutturale di disoccupazione.

n

μ

Il grafico e le considerazioni seguenti illustrano meglio i concetti:

1. Un aumento dei sussidi di disoccupazione

(aumento di z) porta ad un salario reale più

alto che richiede poi un tasso di

disoccupazione superiore per essere riportato

al livello a cui le imprese sono disposte a

pagarlo.

2. Consentendo alle imprese di aumentare i prezzi a

parità di salario (monopolio) si riduce il salario reale. È

quindi necessaria una disoccupazione più alta per

costringere i lavoratori ad accettare il minor salario.

6.5.4 Dalla disoccupazione all’occupazione

Il corrispettivo del tasso naturale di disoccupazione è il tasso naturale di occupazione. Se il tasso di

1

disoccupazione , allora e, di riflesso, il tasso naturale di occupazione sarà:

, dove u è il tasso naturale di disoccupazione e L la forza lavoro

n

6.5.5 Dall’occupazione alla produzione

A partire dal livello naturale di occupazione deriviamo successivamente il livello naturale di produzione.

Ricordando che la funzione di produzione fin qui usata è Y = N, otteniamo:

, dove Y è il livello naturale di produzione.

n

Un altro modo per esprimere la relazione tra tasso di disoccupazione, occupazione e produzione, sapendo

, 1

che , che e che N = Y è:

n n

μ , μ

Il livello naturale di produzione Y è quel livello tale per cui, al corrispondente tasso di disoccupazione u , il salario reale scelto

n n

nella determinazione dei salari (lato sinistro) è uguale al salario reale derivante dalla fissazione dei prezzi da parte delle imprese

(lato destro)

Pagina 29 di 62

Riassumendo a partire dall’assunzione che il livello atteso dei prezzi sia uguale al livello effettivo dei prezzi:

• Il salario reale risultante dal processo di determinazione dei salari è una funzione decrescente del tasso di

disoccupazione

• Il salario reale derivante dalla determinazione dei prezzi è costante

• L’equilibrio sul mercato del lavoro richiede che il salario reale scelto nella determinazione dei salari sia

uguale al salario reale derivante dalla determinazione dei prezzi. Ciò determina il tasso di disoccupazione

• Questo tasso di disoccupazione di equilibrio è noto come tasso naturale di disoccupazione

• Associato al tasso naturale di disoccupazione è il livello naturale di occupazione e il livello naturale di

produzione

Politica monetaria, fiscale, fiducia dei consumatori e così via non rientrano (in modo apparentemente

strano) nelle equazioni di questo capitolo come fattori determinanti per la determinazione del livello di

produzione perché:

1. Abbiamo assunto l’equilibrio sul mercato del lavoro

2. Abbiamo assunto uguaglianza tra il livello dei prezzi e il livello atteso dei prezzi

Queste due assunzioni sono però valide nel lungo periodo ma non nel breve (per il quale valgono le

considerazioni fatte nei capitoli precedenti riguardo politica monetaria eccetera).

7 Un’analisi di equilibrio generale: il modello AS­AD

Nel capitolo 5 abbiamo studiato la

Curva di offerta aggregata: relazione che rappresenta l’equilibrio sul determinazione della produzione nel

mercato del lavoro ed è costruita sulla base di quanto detto nel capitolo breve periodo, nel 6 quella nel medio

6; descrive gli effetti della produzione sul livello dei prezzi. periodo.

Curva di domanda aggregata: relazione che rappresenta l’equilibrio Ora uniamo quello che abbiamo

nei mercati reali e finanziari ed è costruita sulla base di quanto detto nel

capitolo 5; descrive l’effetto del livello dei prezzi sulla produzione. imparato per studiare la

determinazione della produzione nel

Modello AS‐AD: modello costituito dalle relazioni di offerta e breve e medio periodo tramite il

domanda aggregata (AggregateSupply‐AggregateDemand) usato per modello AS‐AD

produzione nel breve e medio periodo

studiare la determinazione della

7.1 L’offerta aggregata

L’equazione di offerta aggregata descrive gli effetti della produzione sul livello dei prezzi. Essa è derivata

dall’equilibrio sul mercato del lavoro descritto nel capitolo 6. e

Dal capitolo 6 ricordiamo quindi l’equazione che descrive la determinazione dei salari, W = P F (u, z), e

μ)

quella per la determinazione dei prezzi, P = (1 + W. Nel precedente capitolo avevamo usato queste due

relazioni facendo l’ipotesi che il livello effettivo dei prezzi fosse uguale al livello atteso; ora abbandoniamo

questa ipotesi (che era valida solo nel breve periodo).

Eliminando l’assunzione, che era valida nel breve periodo ma non nel medio, che il livello effettivo dei

prezzi è uguale a quello atteso, otteniamo a partire dalle stesse equazioni di cui sopra una relazione tra

livello dei prezzi, livello di produzione e livello atteso dei prezzi:

μ)

e e

(1 + F (u, z)

P = P “il livello effettivo dei prezzi P dipende dal livello atteso dei prezzi P e dal tasso di disoccupazione u”

μ

(assumendo che z e siano costanti)”

Sostituiamo ora, secondo quanto appreso nel capitolo 6 e supponendo che la nostra funzione di

produzione richieda un lavoratore per unità prodotta (Y = N), u con ed otteniamo l’equazione/curva

di offerta aggregata, o più brevemente, la curva AS:

Pagina 30 di 62 μ ,

curva AS o equazione/curva di offerta aggregata

L’equazione ha due importanti proprietà:

1. Un aumento della produzione provoca un incremento del livello dei prezzi

+ produzione = ‐ disoccupazione = aumento salari nominali = + costi produzione = aumento prezzi

2. L’aumento (in termini moltiplicativi) del livello atteso dei prezzi si ripercuote su quello effettivo

Se chi fissa i salari si aspetta prezzi maggiori in futuro, fisserà salari nominali più elevati che indurranno le imprese a richiedere

prezzi maggiori per i propri prodotti

La curva AS ha tre proprietà che si riveleranno utili:

1. È crescente

2. Quando la produzione Y è uguale al suo livello

naturale Y , il livello dei prezzi P è esattamente

n (avevamo

uguale al livello atteso dei prezzi P

e

come il tasso di disoccupazione che

definito u

n

prevale se il livello dei prezzi è uguale al livello

atteso); quando la produzione è superiore al

suo livello naturale, invece, il livello dei prezzi è maggiore di quello atteso e viceversa

e sposta la curva verso l’alto e viceversa

3. Un aumento del livello atteso dei prezzi P

7.2 La domanda aggregata

L’equazione di domanda aggregata descrive gli effetti del livello dei prezzi sulla produzione. Essa è derivata

dall’equilibrio nei mercati reali e finanziari descritto nel capitolo 5.

Dal capitolo 5 ricordiamo quindi l’equazione che descrive la condizione di equilibrio

sul mercato dei beni (equazione IS), Y = C(Y – T) + I(Y, i) + , e quella di equilibrio sui

mercati finanziari (equazione LM), . Nel capitolo 5 abbiamo analizzato

soltanto variazioni dell’offerta reale di moneta (o saldi monetari

reali) derivanti da variazioni dello stock nominale di moneta M

attuate dalla banca centrale. È però chiaro che l’offerta reale di

moneta, M/P, può variare pure per cambiamenti nel livello dei

prezzi.

Nell’immagine a lato sono illustrate le curve IS‐LM, il cui

funzionamento è già stato descritto nel capitolo 5.

Consideriamo ora un aumento del livello dei prezzi da P a P’:

Dato lo stock di moneta, M, l’aumento del livello dei prezzi riduce l’offerta

reale di moneta e la LM si sposta verso l’alto facendo aumentare i per ridurre

la domanda di moneta e ristabilire l’equilibrio. L’aumento di i provoca una

riduzione della domanda di beni e quindi della produzione.

Questa relazione tra produzione e livello dei prezzi, indicata

con AD nell’immagine a lato in basso, è chiamata curva di

domanda aggregata, letteralmente:

, , , curva AD o equazione/curva di domanda aggregata

Pagina 31 di 62

La curva AD ha alcune caratteristiche:

1. È crescente in funzione di M/P e G e decrescente in funzione delle imposte T.

2. Il livello di produzione è una funzione decrescente del livello dei prezzi (dati M, G e T un aumento

del livello dei prezzi riduce i saldi monetari

reali, M/P, e quindi fa diminuire la produzione).

3. Qualunque variabile diversa dal livello dei Figura 7.4

prezzi che sposti la curva IS o la curva LM

sposta anche la curva di domanda aggregata

Ad esempio in caso di aumento di G, per ogni

dato livello dei prezzi, il livello di produzione

compatibile con l’equilibrio sui mercati dei beni

e sui mercati finanziari è più alto. In caso di

riduzione di M, sempre per ogni dato livello dei prezzi, il livello di produzione compatibile con

l’equilibrio sul mercato dei beni e sui mercati finanziari è inferiore.

7.3 L’equilibrio nel breve e nel medio termine

Rappresentiamo insieme: μ

P P 1 F 1 ,z

Aggregate Supply: , ,

Aggregate Demand:

Per un dato valore del livello atteso dei prezzi, queste

due relazioni determinano I valori di equilibrio della

produzione e del livello dei prezzi.

e

L’equilibrio dipende da P che determina la posizione

della curva di offerta aggregata e la posizione della

curva di offerta aggregata influenza l’equilibrio. e

Va da se che l’equilibrio di breve periodo è definito dando P per costante (rappresentato dall’immagine

e nel tempo.

sopra), mentre quello di medio periodo è influenzato dai cambiamenti che subirà P

7.3.1 L’equilibrio nel breve periodo

Caratteristiche:

• e e

La curva AS è disegnata per un dato valore di P e inoltre passa per il punto (Y ; P ) perché

n

e

, P = P

abbiamo visto all’inizio del capitolo che quando Y = Y n

• L’equilibrio si trova nel punto A dove sia il mercato del lavoro, sia quello dei beni sia quello dei

mercati finanziari sono in equilibrio

• Dalla figura sopra si capisce che non vi è ragione per cui, in generale nel breve periodo, la

produzione di equilibrio Y debba essere uguale al suo livello naturale Y : la produzione

n

di equilibrio dipende infatti sia dalla posizione della curva di offerta aggregata (e

e

quindi dal valore di P , sia dalla posizione della curva di domanda aggregata (e

quindi dai valori di M, G e T)

Supponiamo che nel breve periodo la produzione sia superiore al suo livello naturale, che cosa succederà

col passare del tempo?La produzione tornerà al suo livello naturale?Come?È quello che vedremo nel resto

di questo capitolo

Pagina 32 di 62

7.3.2 Dal breve al medio periodo • n

Nel punto A la produzione Y eccede il suo livello naturale Y e

ed il livello dei prezzi P è quindi superiore a quello atteso P

(capitolo 7.1)

• Se P è maggiore di quanto ci si aspettava, le aspettative sul

e , quando verranno nuovamente

livello futuro dei prezzi P

fissati i salari nominali, verranno riviste al rialzo usando un

e e

’ > P .

P

• e e

Con P ’>P , nel periodo successivo la curva AS si sposterà

ovviamente verso l’alto, da AS ad AS’

• Lo spostamento di AS implica che l’economia si sposta lungo

la curva AD per far spostare l’equilibrio da A ad A’.

• n

A questo punto il processo si ripete fintanto che Y = Y

Il processo seguente mostra succintamente i passi che portano la curva AS a spostarsi in alto fino a

n .

quando il livello di produzione Y uguaglia il suo livello naturale Y Lo stock reale di Y si avvicinerà a Yn

chi fissa i salari P aumenterà moneta diminuirà ripercorrendo nel

P > Pe rivedrà verso l'alto quando verranno provocando un medio termine più

Y > Yn le aspettative fissati i nuovi

(capitolo 7.1) aumento di i che volte questo

riguardo a Pe salari farà diminuire Y processo

7.4 Gli effetti di un’espansione monetaria

Quali sono gli effetti di breve e di medio periodo di una

≠ n

Breve periodo: Y Y politica monetaria espansiva, cioè di un aumento dello stock

Variazioni di una qualunque delle variabili che nominale di moneta da M a M’?

entrano nella curva di offerta aggregata o nella

curva di domanda aggregata provocano variazioni 7.4.1 La dinamica dell’aggiustamento

della produzione e del livello dei prezzi Assumiamo che prima della variazione dello stock nominale

n

→ di moneta M, la produzione Y sia al suo livello naturale Y ; il

n

Medio periodo: Y Y punto di equilibrio, quindi, si trova in A (vedi immagine

L’aggiustamento avviene attraverso variazioni del seguente).

livello dei prezzi. Quando la produzione è al di sopra

del suo livello naturale, il livello dei prezzi aumenta. Il 1. L’espansione di M fa aumentare i saldi monetari

maggior livello dei prezzi riduce la domanda e la reali M/P e quindi, come già visto tempo fa, anche la

produzione e viceversa produzione Y: ciò significa che la curva di domanda aggregata

, , si sposta verso destra e l’equilibrio si

riposiziona in A’. .

2. A’ è caratterizzato da un livello di produzione Y > Yn che, nel medio periodo, scatenerà il processo

evidenziato poco fa spostando progressivamente la curva di offerta aggregata in A’’

3. Dato che il livello di produzione Y è tornato al

n

livello precedente l’espansione di M, ossia Y , ne

deduciamo che il rapporto M/P è pure tornato ad

essere uguale al periodo precedente l’espansione

(siccome Y, G e T non sono cambiati significa che

∆ ∆ o, in altri termini, che l’aumento dei

prezzi deve essere proporzionalmente uguale

all’aumento dello stock nominale di

moneta)

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7.4.2 Cosa succede dietro le quinte?

Abbiamo visto quello che succede alla produzione e al livello dei prezzi in caso di espansione monetaria nel

breve e nel medio periodo, ma cosa succede al tasso di interesse?

1. L’effetto di breve periodo è uno

spostamento della curva LM verso il

basso in LM’ dove il tasso di interesse è

più basso e la produzione più elevata

(figura b).

Se avessimo considerato un livello dei prezzi P

costante, come nel capitolo 5, la curva LM sarebbe

scesa fino a LM’’. In realtà questo non accade

perché, anche nel breve periodo, il livello dei prezzi

aumenta da P a P’ contrastando l’abbassamento

della LM e limitandone quindi la “caduta” solo a

LM’). n ,

2. Nel corso del tempo, il fatto che Y > Y

spinge il livello dei prezzi P verso l’alto.

3. Al crescere di P i saldi monetari reali si

riducono ulteriormente e la LM torna

indietro, il tasso di interesse si rialza e la

produzione diminuisce nuovamente

facendo tornare l’economia dov’era

prima dell’aumento dello stock nominale

di moneta (che chiamiamo A’’ per

differenziarlo dall’equilibrio iniziale A, ma

che in sostanza è lo stesso punto).

4. L’aumento dello stock nominale di

moneta è dunque perfettamente

compensato da un aumento

proporzionale del livello dei prezzi.

7.4.3 La neutralità della moneta

Riassumendo:

• Nel breve periodo, un’espansione monetaria provoca un aumento di Y, una riduzione di i e un

aumento di P.

Quanto l’effetto iniziale ricada sulla produzione e quanto sui prezzi dipende dall’inclinazione della

curva di offerta aggregata: l’evidenza empirica ci dice che l’effetto iniziale di variazioni della

produzione sui prezzi effettivamente è piuttosto piccolo (curva di offerta aggregata piuttosto

piatta).

• Nel corso del tempo, il livello dei prezzi aumenta e l’effetto sulla produzione e sul tasso di interesse

svanisce. Per questo motivo gli economisti sono soliti riferirsi all’assenza di effetti duraturi nel

tempo dicendo che nel medio periodo la moneta è neutrale.

Nonostante la neutralità della moneta, una politica monetaria espansiva, può aiutare l’economia a uscire

da una recessione e a tornare più velocemente al suo livello naturale. Tuttavia, la politica monetaria non

può sostenere un livello di produzione più elevato per sempre.

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7.5 Una riduzione del disavanzo di bilancio

La politica monetaria, lo abbiamo appena visto, provoca uno spostamento della domanda aggregata

attraverso lo spostamento della curva LM. La politica fiscale, al contrario, interviene spostando la curva IS

tramite le variabili G e T. Vediamo cosa succede con, per esempio, una riduzione del disavanzo di bilancio

tramite una diminuzione della spesa pubblica da G a G’.

Assumiamo che prima della riduzione della spesa pubblica G, la produzione Y sia al suo livello naturale Y ; il

n

punto di equilibrio, quindi, si trova in A (vedi immagine seguente).

1. La riduzione di G sposta la curva di domanda aggregata a sinistra e provoca inizialmente una recessione

(risultato già visto nel capitolo 3) riducendo il

livello dei prezzi a da P a P’ e portando la

produzione ad Y’, cioè al di sotto del livello

.

naturale Y

n

2. Quando la produzione Y < Yn, sappiamo che

la curva di offerta aggregata continua ad

abbassarsi portando l’equilibrio in A’’,

ponendo fine alla recessione.

3. La differenza rispetto ad un’espansione

monetaria è che la produzione torna

effettivamente al punto di partenza mentre

il tasso di interesse diminuisce ulteriormente

(spiegazione sul modello IS‐LM che segue)…vediamo perché…

Precedentemente alla riduzione del disavanzo, nella figura b, l’equilibrio si trova nel punto A in cui la

produzione è Yn e il tasso di interesse è i. Quando il governo riduce il disavanzo:

1. La curva IS si sposta verso sinistra in IS’

portando apparentemente l’equilibrio in B

2. Abbiamo visto sopra che una riduzione del

disavanzo porta anche ad una diminuzione del

livello dei prezzi P. Una diminuzione di P, lo

abbiamo già visto, provoca un ulteriore

spostamento verso il basso della curva LM a

causa della diminuzione dei saldi monetari

reali. Il nuovo equilibrio è quindi A’ e non in B

come sarebbe stato senza l’aggiustamento

dei prezzi.

3. Quindi, la variazione dei prezzi compensa in

parte la riduzione della produzione dovuta

alla riduzione del disavanzo e riduce il tasso

di interesse fino a i’.

4. Non sappiamo esattamente cosa accade agli

investimenti se si riduce la produzione e

anche il tasso di interesse (forze contrastanti)

5. Siccome il livello dei prezzi continua a

scendere fino a P’’ anche la LM continua a

scendere fino a quando Y = Yn e i’’< i’

6. Nel nuovo equilibrio , oltre ad avere un

interesse i’’<i’ abbiamo una composizione

diversa della produzione, spieghiamo il

concetto nella prossima pagina

Pagina 35 di 62 ,

L’equazione di IS nel punto di equilibrio A’’ è Y = C(Y – T) + I(Y , i) + ma poiché il livello di produzione prima della riduzione del

n n n ) e le imposte T non sono state modificate anche il

disavanzo e quello seguente la riduzione sono identici (corrisponde sempre a Y

n

consumo non è cambiato. Rimangono G e I. Sapendo che G è diminuito si intuisce che l’investimento deve essere aumentato:

Nel medio periodo, una riduzione del disavanzo di bilancio porta sicuramente a una diminuzione del tasso

di interesse e ad un aumento dell’investimento così come lo farebbe un aumento del tasso di risparmio

privato.

I risultati sarebbero stati simili se avessimo analizzato una variazione del risparmio privato.

7.6 Le fluttuazioni del prezzo del petrolio

Il prezzo del petrolio non appare ne nell’equazione AS ne in

n

Breve periodo: Y < Y quella AD infatti, finora abbiamo assunto che l’unico fattore

Nel breve periodo, una riduzione del disavanzo di bilancio produttivo fosse il lavoro; potremmo però rappresentare

non accompagnata da un cambiamento di politica μ

l’aumento del prezzo del petrolio con un aumento di , il

monetaria provoca una diminuzione della produzione, del markup sui costi, nell’equazione dei salari (dati i salari, un

tasso di interesse e potrebbe anche ridurre l’investimento aumento del prezzo del petrolio fa aumentare i costi di

→ n

Medio periodo: Y Y produzione e quindi induce le imprese ad aumentare i prezzi).

Nel medio periodo, la produzione torna al suo livello

naturale, il tasso di interesse si abbassa ulteriormente e la 7.6.1 Effetti sul tasso naturale di disoccupazione

riduzione del disavanzo farà quindi conseguentemente μ:

Assumento che un aumento del petrolio faccia amentare

aumentare l’investimento. Dal cap. 6 sappiamo che il tasso naturale di disoccupazione in

n

Lungo periodo: Y > Y seguito all’aumento del prezzo del petrolio aumenterà:

Nel lungo periodo, un disavanzo di bilancio minore induce un

aumento dell’investimento, quindi una maggiore

accumulazione di capitale e una produzione più elevata Figura 7.12

Assumendo che la relazione tra u e Y rimanga

n n

invariata allora l’aumento del prezzo del greggio

provocherà una riduzione del livello naturale di

produzione.

7.6.2 La dinamica dell’aggiustamento

μ

P P 1 F 1 , z

Con AS: l’aumento del

,

petrolio, induce le imprese ad aumentare

i prezzi spostando nel breve periodo AS

verso l’alto. Siccome AS passa sempre

attraverso il punto in cui Y = Yn e P = Pe,

AS si sposterà fino in B, portando

l’equilibrio in A’.

Dopo che l’effetto si esaurisce in AS (cioè

quando AS tocca B) ci si ritrova con un

livello produttivo Y’ minore di quello

naturale precedente ma maggiore del nuovo livello naturale di produzione Y’n.

A questo punto alcune forze spingono AD a destra ed alcune a sinistra. Assumeremo quindi semplicemente che gli effetti si

compensano l’uno con l’altro e che AD non si sposterà più.

Quello che deve succedere nel medio periodo con Y > Y’n , se AD rimane costante, lo abbiamo già visto: la

curva di offerta AS si sposterà in alto fino a quando Y = Y’n, ossia fino a raggiungere il punto A’’.

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7.7 Conclusioni

7.7.1 Breve periodo e medio periodo

TAB 5.1 Gli effetti di breve e di medio periodo di un’espansione monetaria, di una riduzione del

disavanzo di bilancio e di un aumento del prezzo del petrolio su produzione, tasso di interesse e

livello dei prezzi Breve periodo Medio periodo

Y i P Y i P

Espansione monetaria + - + (poco) Niente Niente +

Riduzione del disavanzo - - - (poco) Niente - -

Aumento del prezzo del petrolio - + + - + +

7.7.2 Shock e meccanismi di propagazione

Questo capitolo ci offre gli strumenti per analizzare il ciclo economico attorno al suo trend (che ignoreremo fino al

capitolo 10) e ci illustra i vari shock che l’economia può subire ed i relativi meccanismi di propagazione (che non sono

identici per qualsiasi tipo di shock). Gli effetti sull’attività economica di questi shock possono essere grandi all’inizio e

poi svanire nel tempo, oppure possono cumularsi progressivamente per un certo periodo di tempo e poi scomparire.

7.7.3 Che cosa ci aspetta:

Ciclo economico: fluttuazioni della produzione attorno al suo trend produzione, disoccupazione e

causate da una serie continua di shock all’offerta e/o alla domanda inflazione

aggregata. In questo capitolo non abbiamo

Shock: variazioni del consumo derivanti da cambiamenti della fiducia considerato gli effetti di un

dei consumatori, variazioni dell’investimento, variazioni della domanda aumento/crescita sostenuta

di moneta, variazioni del prezzo del petrolio, e così via. dell’offerta di moneta (abbiamo

Meccanismi di propagazione: considerato solo variazioni dello stock

effetti dinamici degli shock

sull’attività economica, che possono essere grandi all’inizio e poi svanire nominale di moneta da un livello

nel tempo, oppure possono cumularsi progressivamente per un certo costante ad un altro). Ora dobbiamo

periodo di tempo e poi scomparire abbandonare questa ipotesi e

introdurre la crescita dell’offerta di moneta. Solo così potremo spiegare perché l’inflazione è

generalmente positiva e pensare alle sue ripercussioni sull’attività economica.

8 Il tasso naturale di disoccupazione e la curva di Phillips

La curva di Phillips mostrava nel 1958 una relazione negativa tra inflazione e disoccupazione, indicando

così apparentemente che i paesi potessero scegliere tra diverse combinazioni di disoccupazione e

inflazione. Oggi, tuttavia, si manifesta piuttosto un’altra relazione e cioè quella tra il tasso di

del tasso di inflazione.

disoccupazione e la variazione

Scopo di questo capitolo è analizzare l’evoluzione della curva di Phillips e, in generale, capire la relazione tra

inflazione e disoccupazione.

8.1 Inflazione, inflazione attesa e disoccupazione

Mostriamo che l’offerta aggregata può essere descritta come una relazione tra inflazione, inflazione attesa

e tasso di disoccupazione

Ricordiamo la curva di offerta aggregata AS:

, , dove t indica rispettivamente i prezzi e i prezzi attesi all’anno t

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Sostituiamo F(u ,z) = 1‐αu + z; la sostanza non cambia: più è grande u più è piccola F, più è grande z, più è

t t

grande F (vedi l’equazione dei salari nel box colorato) ed otteniamo:

1 1

Dividiamo entrambi i lati per i prezzi P dell’anno precedente, ossia :

1 1 W P F u, z

Equazione dei salari: . Quanto

maggiore è il tasso di disoccupazione u, tanto

1

Ora riscriviamo e minore è il salario W, quanto maggiore è z (e.g.

sussidi disoccupazione), tanto maggiore è il salario

equivale alla definizione di tasso

scopriamo che e .

W a parità di livello dei prezzi attesi P

. Sostituendo il

di inflazione nell’anno t, ossia:

termine otteniamo la seguente nuova uguaglianza:

1 1 1

1

1 1

Dividiamo ora entrambi i lati per ed otteniamo:

1 1

1 1

Finché l’inflazione, l’inflazione attesa ed il markup non sono troppo elevati, una buona approssimazione di

questa equazione è data da: 1 1 ,

Riordinando i termini otteniamo finalmente la riformulazione dell’equazione dell’offerta aggregata:

Le conclusioni che ne traiamo sono:

1. Un aumento dell’inflazione attesa porta a un aumento dell’inflazione effettiva

un aumento del livello atteso dei prezzi porta a un aumento di pari proporzione del livello effettivo dei prezzi e, dato il livello dei prezzi

dell’anno passato, un maggiore livello dei prezzi quest’anno significa un maggior tasso di crescita del livello dei prezzi tra l’anno scorso e

quest’anno, cioè un’inflazione maggiore.

2. Data l’inflazione attesa, un aumento del markup scelto dalle imprese, o un aumento dei fattori

che influiscono sulla determinazione dei salari, z, porta a un aumento dell’inflazione

3. Data l’inflazione attesa, un aumento del tasso di disoccupazione, porta a una riduzione

dell’inflazione

Dato il livello atteso dei prezzi, un aumento del tasso di disoccupazione porta a un minor salario nominale che, a sua volta, determina un

minor livello dei prezzi rispetto all’anno precedente e viceversa dando luogo ad inflazione negativa.

8.2 La curva di Phillips

Pensiamo a un’economia con inflazione media nulla. Non è certo così che stanno le cose ma, come

vedremo, l’inflazione media è stata vicino allo zero per gran parte del periodo esaminato da Phillips.

ed otteniamo la relazione negativa tra disoccupazione e inflazione trovata da

Poniamo quindi

Phillips, ossia:

La spiegazione è che dati i prezzi attesi, che i lavoratori assumono semplicemente pari a quelli dell’anno

precedente, una minore disoccupazione comporta salari nominali più elevati. A loro volta, salari nominali

più elevati si riflettono in prezzi maggiori.

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Questo meccanismo è chiamato spirale prezzi‐salari, termine che rende bene l’idea del processo

sottostante: Le imprese sono La rincorsa tra prezzi e

Bassa disoccupazione I lavoratori chiedono

costrette ad salari si traduce in

Le imprese aumentano

causa aumento del un salario nominale

aumentare i prezzi e inflazione dei prezzi e

ulteriormente i prezzi

salario nominale più elevato

l'inflazione aumenta dei salari

8.2.1 Le formulazioni successive

Tra il ’61 e il ’69 l’economia statunitense si è mossa lungo la curva di Phillips, ma dal 1970 in poi la relazione

tra tasso di inflazione e tasso di disoccupazione è venuta meno. Perché?

1. Il forte aumento del prezzo del petrolio

da parte dell’OPEC ha costretto le imprese ad

μ).

aumentare i prezzi rispetto ai salari (markup

2. I lavoratori modificarono il loro modo di

formare le aspettative a causa di un cambiamento

nel processo inflazionistico: un’inflazione in un

anno è diventata un segnale di un’inflazione

probabilmente altrettanto elevata nell’anno

successivo. Se l’inflazione è costantemente

positiva, aspettarsi che i prezzi futuri siano uguali a

quelli correnti diventa sistematicamente sbagliato,

persino insensato.

Supponiamo che le aspettative riguardo l’inflazione si formino in base alla relazione , dove

descrive l’effetto del tasso di inflazione dell’anno precedente su quello corrente . Quanto maggiore è il

livello di , tanto più l’inflazione passata induce i lavoratori e le imprese a rivedere le loro aspettative

sull’inflazione futura, e quindi tanto maggiore sarà l’inflazione attesa. Quindi:

• Per il periodo studiato da Phillips, era vicino a zero e l’inflazione attesa era pressoché nulla.

• Quando l’inflazione è diventata più persistente, i lavoratori e le imprese hanno iniziato a

modificare il loro modo di formare le aspettative portando da 0 a 1 (cioè quando ci si attende

che l’inflazione corrente sia uguale a quella dell’anno scorso e non nulla come per la relazione

originale di Phillips).

La nuova relazione che tiene conto delle aspettative, ossia , spostando i

1,

termini e ponendo è così diventata:

, curva di Phillips modificata/corretta per le aspettative/accelerata

Figure 8.2 e 8.5

In questo caso il tasso di disoccupazione non influenza più il tasso di inflazione, ma piuttosto la variazione

del tasso di inflazione: una disoccupazione elevata comporta un’inflazione decrescente; una

disoccupazione moderata comporta un’inflazione crescente. D’ora in poi ci riferiremo alla curva di Phillips

modificata come alla curva di Phillips e alla versione precedente come alla curva di Phillips originaria.

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8.2.2 Tornando al tasso naturale di disoccupazione

La curva di Phillips originaria implicava l’assenza del tasso naturale di disoccupazione: se le autorità di

politica economica erano disposte a tollerare un tasso di inflazione maggiore, potevano mantenere il tasso

di disoccupazione basso per sempre.

Milton Friedman ed Edmund Phelps sostennero però che il tasso di disoccupazione non avrebbe mai

potuto scendere al di sotto di un certo livello, che chiamarono tasso naturale di disoccupazione. Cerchiamo

di esplicitare la relazione tra la curva di Phillips e il tasso naturale di disoccupazione.

Imponendo la condizione di uguaglianza tra inflazione

Tasso naturale di disoccupazione: quel tasso di effettiva ed attesa nella riformulazione dell’equazione

disoccupazione in corrispondenza del quale il livello di offerta aggregata usata in questo capitolo, ossia

effettivo dei prezzi è uguale al livello atteso dei prezzi

o, in altri termini, quel tasso di disoccupazione per cui , otteniamo:

l’inflazione effettiva è uguale a quella attesa.

Tasso di disoccupazione non inflazionistico

(NAIRU): È un altro modo per chiamare il tasso

naturale di disoccupazione che deriva dalla riscrittura Quanto più è elevato il markup o i fattori che

dell’equazione di offerta aggregata in questo capitolo. influiscono sulla determinazione dei salari, tanto

NonAccelerating Inflation Rate of Unemployment. maggiore è il tasso naturale di disoccupazione.

Riscrivendo e rielaborando nuovamente la riformulazione dell’equazione di offerta aggregata, otteniamo

, sostituendo poi con u otteniamo finalmente ;

n

ora, siccome oggi il tasso atteso di inflazione è ben approssimato dal tasso di inflazione dell’anno

precedente, l’equazione può essere ulteriormente semplificata come:

L’ultima equazione scritta è importante per le seguenti ragioni:

1. Ci permette di pensare alla curva di Phillips in modo diverso: la variazione dell’inflazione dipende

dalla differenza tra tasso effettivo e tasso naturale di disoccupazione. Quando il tasso effettivo di

disoccupazione eccede il tasso naturale, l’inflazione diminuisce e viceversa

2. Ci permette di pensare al tasso naturale di disoccupazione in altro modo: il tasso naturale di

disoccupazione è quello che mantiene costante l’inflazione.

8.3 Una sintesi e molti avvertimenti

• Negli Stati Uniti, oggi, l’equazione di offerta aggregata è descritta bene dalla curva di Phillips, che

è una relazione tra la variazione del tasso di inflazione e la deviazione del tasso di disoccupazione

dal suo tasso naturale

• Quando il tasso di disoccupazione eccede il tasso naturale, l’inflazione diminuisce e viceversa.

• Questa relazione ha descritto molto bene l’andamento dell’economia a partire dagli anni Settanta

ma siccome il parametro , ossia l’effetto che il tasso di inflazione dell’anno precedente ha su

quello corrente (assunto uguale a uno nella seconda parte di questo capitolo) può cambiare, siamo

obbligati ad usare cautela.

8.3.1 Variazioni del tasso naturale nel tempo

Nelle equazioni che abbiamo considerato, abbiamo trattato come costante, ma in effetti non c’è

alcuna ragione per credere che questo valore sia costante nel tempo. Il grado di potere monopolistico

delle imprese, la struttura della contrattazione salariale, il sistema dei sussidi di disoccupazione, e così

via, cambiano nel tempo, facendo variare anche il tasso naturale di disoccupazione.

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Inoltre, va sottolineato che un elevato tasso di disoccupazione non riflette necessariamente un elevato

tasso naturale di disoccupazione. Al contrario, può riflettere un’ampia deviazione del tasso effettivo di ci

disoccupazione dal tasso naturale. Ma come si può saperlo? L’equazione

fornisce un modo: dobbiamo guardare la variazione dell’inflazione, . Se l’inflazione diminuisce

velocemente, il tasso effettivo di disoccupazione è molto al di sopra del tasso naturale se, invece,

l’inflazione è più o meno costante, il tasso effettivo di disoccupazione e il tasso naturale di disoccupazione

sono più o meno uguale, ed è il tasso naturale stesso ad essere elevato.

8.3.2 Elevata inflazione e curva di Phillips

La relazione tra disoccupazione e inflazione cambia al variare del livello e della persistenza dell’inflazione.

Non solo cambia il modo in cui i lavoratori e le imprese formano le proprie aspettative, ma cambiano anche

i meccanismi istituzionali.

Le condizioni delle contrattazioni salariali cambiano al variare del livello di inflazione e, in caso di elevata

inflazione, i salari nominali sono fissati per periodi di tempo più brevi, fino a un anno o a un mese o anche

meno. In questo caso l’indicizzazione dei salari diventa una condizione imprescindibile.

λ

Immaginiamo un’economia dove una proporzione di contratti di lavoro è indicizzata (i salari si muovono

quindi nella stessa misura del livello effettivo dei prezzi. Sotto questa ipotesi l’equazione

, ovvero , considerando come la somma delle

λ λ

1

inflazioni attese dai due gruppi , diventa:

λ λ

1

Se assumiamo che l’inflazione attesa quest’anno sia uguale all’inflazione dell’anno scorso, otteniamo:

λ λ

λ

Quando = 0, ovvero tutti i salari sono fissati sulla base dell’inflazione attesa l’equazione torna ad essere

• λ λ λ,

Quando invece > 0, spostando il termine tra parentesi 1 ‐ a sinistra e dividendo entrambi i lati per 1 ‐

otteniamo:

• λ

Ciò significa che l’indicizzazione salariale aumenta l’effetto della disoccupazione sull’inflazione;

l’intuizione è la seguente:

“senza indicizzazione salariale, una minor disoccupazione fa aumentare i salari, determinando a sua volta un aumento dei prezzi.

Ma poiché i salari non rispondono direttamente ai prezzi, nel corso dell’anno non c’è ulteriore aumento dei prezzi. In presenza di

indicizzazione salariale, invece, un aumento dei prezzi porta a un ulteriore aumento dei salari nel corso dell’anno, che a sua volta

provoca un ulteriore aumento dei prezzi, e così via, cosicché l’effetto della disoccupazione sull’inflazione nel corso dell’anno è

maggiore”

8.3.3 Deflazione e curva di Phillips

Cosa succede quando l’inflazione è bassa – o addirittura negativa ‐, cioè quando c’è deflazione?

Analizzando i dati USA negli anni Trenta scopriamo che la disoccupazione è stata insolitamente elevata ma,

dato l’elevato tasso di disoccupazione, il tasso di inflazione è stato pure sorprendentemente alto. Come

interpretare questo fatto? Ci sono due possibili spiegazioni:

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1. La Grande Depressione provocò un aumento non solo del tasso effettivo di disoccupazione, ma

anche del tasso naturale. Questa spiegazione però non è convincente in quanto la maggior parte

degli storici dell’economia considera la depressione come il risultato di un forte calo della domanda

aggregata che ha causato un aumento del tasso effettivo di disoccupazione al di sopra del suo tasso

invece un aumento di quest’ultimo.

naturale, e non

2. Quando un’economia inizia ad entrare in deflazione, la curva di Phillips non vale più. Una ragione

possibile è la riluttanza dei lavoratori ad accettare riduzioni dei loro salari nominali.

Che cosa succede alla curva di Phillips in questo contesto di bassa inflazione o addirittura di inflazione

negativa è uno degli argomenti di maggiore interesse per i macroeconomisti oggi.

9 Inflazione, produzione e crescita della moneta

Quali sono gli effetti della crescita dello stock nominale di moneta sull’inflazione e sulla

produzione?L’analisi delle aspettative svolta nel capitolo 7 era troppo semplice per permetterci di

affrontare queste domande. Ma ora, dopo lo studio delle aspettative e l’introduzione della curva di Phillips

nel capitolo 8, abbiamo gli strumenti che ci servono per rispondere.

9.1 Produzione, disoccupazione e inflazione

Nel capitolo 7, abbiamo descritto l’economia attraverso due relazioni: la domanda aggregata e l’offerta

aggregata tramite le quali abbiamo descritto il comportamento di produzione e livello dei prezzi. In questo

capitolo, estendiamo il modello del capitolo 7 per esaminare congiuntamente tre variabili: la produzione, la

disoccupazione e l’inflazione.

9.1.1 La legge di Okun

Nel capitolo 6 abbiamo fatto le seguenti assunzioni che ora non considereremo più:

• Che produzione, Y, e occupazione, N, si

Legge di Okun: relazione effettiva tra crescita della muovessero insieme (Y = N)

produzione e variazione del tasso di disoccupazione. • Che la forza lavoro, L, fosse costante, per cui

g : tasso di crescita della produzione variazioni dell’occupazione si riflettevano in

yt variazioni della disoccupazione di egual misura

u : tasso di disoccupazione nell’anno t

t di segno opposto.

ma

u : tasso di disoccupazione all’anno t‐1

t‐1 sotto queste assunzioni valeva la seguente relazione tra

tasso normale di crescita : tasso di crescita crescita della produzione e variazione del tasso di

necessario a mantenere un tasso di disoccupazione disoccupazione:

costante (3% nella legge di Okun)

Labor hoarding: fenomeno di risposta delle “In altre parole se la crescita della produzione fosse stata del 4%, allora

imprese ai periodi di espansione della domanda il tasso di disoccupazione avrebbe dovuto diminuire del 4%”

secondo il quale, siccome la formazione di nuovi

lavoratori è costosa, esse preferiscono chiedere ai

propri impiegati di effettuare lavoro straordinario

piuttosto che assumerne e, in periodi di crisi, La legge di Okun dice, al contrario e per gli USA, che la

preferiscono tenere i propri dipendenti piuttosto che vera relazione è descritta dall’equazione della retta

licenziarli. seguente:

, %

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• La crescita annua della produzione deve essere almeno del 3% per evitare un aumento del tasso di disoccupazione (a causa della

crescita della forza lavoro e della produttività)

• Una crescita della produzione superiore dell’1% al tasso normale di crescita produce una riduzione del tasso di disoccupazione solo

dello 0,4% e non dell’1% come nell’equazione precedente (alcuni lavoratori sono necessari a prescindere dal livello, per effetto di “labor

hoarding”, i nuovi posti possono essere occupati da lavoratori classificati prima come fuori della forza lavoro).

Riscrivendo la legge di Okun in termini generali (con le lettere al posto dei numeri) otteniamo:

, indica quanto una crescita oltre il normale si rifletta in una riduzione del tasso di disoccupazione

“Una crescita della produzione superiore al tasso normale porta a una riduzione del tasso di disoccupazione; una crescita della

produzione inferiore al suo tasso normale porta a un aumento del tasso di disoccupazione”

9.1.2 La curva di Phillips

L’offerta aggregata, lo abbiamo visto, è espressa pure dalla curva di Phillips e che

l’inflazione attesa negli Stati Uniti sembra essere ben approssimata dall’inflazione dell’anno precedente.

Quindi, la relazione tra inflazione e disoccupazione prende la forma:

, Il parametro descrive l’effetto della disoccupazione sulla variazione dell’inflazione

“Una disoccupazione superiore al tasso naturale provoca una riduzione dell’inflazione; una disoccupazione inferiore al tasso

naturale invece fa aumentare l’inflazione”

9.1.3 La domanda aggregata

La terza relazione che ci occorre è la relazione tra crescita della produzione, crescita della moneta e

inflazione. Vedremo che essa deriva dalla relazione di domanda aggregata esaminata nel capitolo 7. La

relazione di domanda aggregata è la seguente: , ,

Per concentrarci sulla relazione tra offerta reale di moneta e produzione, ignoreremo le variazioni di tutti I

fattori diversi dai saldi monetari reali (M/P), e scriveremo l’equazione di domanda aggregata

semplicemente come: , dove è un parametro positivo che descrive una relazione lineare tra M/P e produzione

La domanda di beni, e quindi la produzione è proporzionale all’offerta reale di moneta. Dietro questa

semplice relazione c’è il meccanismo visto nel modello IS‐LM:

• Un aumento dei saldi monetari reali fa diminuire il tasso di interesse

• La riduzione del tasso di interesse porta a un aumento della domanda di beni, e quindi a un

aumento della produzione

L’equazione appena scritta esprime una relazione tra livelli, ma noi siamo interessati ad una relazione tra

tassi di crescita.

Grazie alla regola nel box possiamo scrivere , se è costante

Se una variabile è il rapporto di

due variabili, il suo tasso di “Se la crescita dello stock nominale di moneta eccede l’inflazione , la crescita dei

saldi monetari reali M/P è positiva e quindi lo è pure la crescita della produzione o, in

crescita è uguale alla differenza altre parole, data l’inflazione, una politica monetaria espansiva porta un’elevata

tra i tassi di crescita di queste crescita della produzione”

due variabili

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9.2 Gli effetti della crescita della moneta , ,

Mettiamo ora insieme le tre relazioni tra appena viste, ossia: ,

Lo schema seguente illustra le relazioni di causa‐effetto delle relazioni appena viste:

Attraverso la domanda aggregata, la crescita della

moneta e l’inflazione determinano la crescita della

produzione. Attraverso l legge di Okun, la crescita della

Figura 9.2 produzione determina la variazione della

disoccupazione. Infine, attraverso la curva di Phillips, la

disoccupazione determina la variazione dell’inflazione.

Il nostro compito sarà vedere le implicazioni di queste

relazioni in merito agli effetti della crescita della

moneta su produzione, disoccupazione e inflazione.

9.2.1 Il medio periodo

Ipotizzando che la banca centrale mantenga un tasso di crescita della moneta costante :

• quindi, per la legge

Nel medio periodo il tasso di disoccupazione deve essere costante

, ossia, nel medio periodo la produzione deve crescere al suo tasso naturale

di Okun,

• ed una crescita dello stock nominale di moneta uguale a

Una crescita della produzione di

implicano, usando la relazione della domanda aggregata, che l’inflazione nel medio periodo è

costante e determinata dalla relazione ; ciò significa che nel medio periodo,

l’inflazione è uguale alla crescita aggiustata dello stock Crescita aggiustata dello stock

nominale di moneta . nominale di moneta: crescita dello

Un modo per pensare a questo risultato è il seguente: un maggiore livello di produzione meno

stock nominale di moneta

comporta un maggior livello di transazioni e quindi una domanda reale di moneta più

elevata. Se la produzione cresce del 3% all’anno, allora per soddisfare la maggior la crescita normale della produzione

domanda, l’offerta reale di moneta dovrà crescere anch’essa del 3%. Se lo stock .

nominale di moneta cresce a un tasso diverso dal 3%, la differenza darà luogo a

inflazione o deflazione.

• Se l’inflazione è costante, per la curva di Phillips, ossia, nel medio periodo, il tasso di

disoccupazione deve essere uguale al suo tasso naturale.

Riassumendo, nel medio periodo, la crescita della produzione è uguale al suo tasso naturale, la disoccupazione è

uguale al suo tasso naturale ed entrambe sono indipendenti dalla crescita dello stock nominale di moneta. La crescita

dello stock nominale di moneta influenza soltanto l’inflazione (questi risultati sono l’estensione di quelli derivati nel

capitolo 7, dove abbiamo visto che nel medio periodo le variazioni del livello di moneta nominale sono neutrali e si

riflettono solo uno a uno in variazioni del livello dei prezzi) e la sola determinante dell’inflazione nel medio periodo è

la crescita dello stock nominale di moneta. L’inflazione, in altre parole e usando le parole di Milton Friedman, è

sempre e comunque un fenomeno monetario.

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9.2.2 Il breve periodo

Vediamo ora la dinamica. Supponiamo che l’economia sia inizialmente nel suo equilibrio di medio periodo

(quello descritto un attimo fa) e che la banca centrale decida di ridurre il tasso di crescita dello stock

nominale di moneta, cosa succede nel breve periodo?

secondo la relazione di Secondo la legge di Okun, una Nella curva di Phillips, una

domanda aggregata si

minor crescita della moneta crescita produttiva inferiore disoccupazione superiore al

riducono i saldi monetari reali

nominale deciso dalla banca al suo tasso naturale fa suo tasso naturale fa

e quindi la crescita della

centrale aumentare la disoccupazione diminuire l'inflazione

produzione

Semplificato ulteriormente:

minor crescita della riduzione della crescita aumento della

moneta nominale deciso riduzione dell'inflazione

della produzione disoccupazione

dalla banca centrale

Che cosa succede tra questa reazione iniziale e il medio periodo (quando la disoccupazione torna al suo

livello naturale)? La risposta dipende dal sentiero della politica monetaria. caratterizzato da:

Supponiamo che nell’anno 0 l’economia sia nel suo equilibrio di medio periodo

• Il tasso di crescita naturale è del 3%

• Il tasso naturale di disoccupazione è del 6%

• La crescita della moneta nominale è del 8%

• L’inflazione, la crescita della moneta nominale meno la crescita della produzione,è del 8% ‐ 3% = 5%

• crescita della moneta nominale meno inflazione, è 8% ‐ 5% = 3%

La crescita dei saldi monetari reali,

Nell’anno 1 la banca centrale decide di ridurre la crescita dei saldi monetari reali del 2,5% rispetto al trend, e nell’anno

2 di aumentarla del 2,5% rispetto al trend. Il sentiero delle variabili macroeconomiche rilevanti è rappresentato dalla

tabella:

seguente Tabella 9.1

PRIMA RIGA: La banca centrale riduce del 2,5% la crescita dei saldi monetari reali nell'anno 1, portandola a 0,5%, e la aumenta del 2,5% nell'anno

2, portandola a 5,5%. Nell'anno 3 la crescita è riportata ai livelli iniziali del 3%

SECONDA RIGA: Dalla relazione di domanda aggregata deduciamo che la crescita negli anni 1, 2 e 3 sarà pari a quella dei saldi monetari reali, ossia

0,5% nell'anno 1, 5,5% nell'anno 2 e 3% nell'anno 3

TERZA RIGA: Secondo la legge di Okun una crescita produttiva inferiore del 2,5 nell'anno 1 rispetto all'anno 0 porta a un aumento del tasso di

disoccupazione dal 6 al 7% nell'anno 1. Analogamente, la crescita superiore del 2,5% rispetto all'anno 0, nell'anno 2, riporta la disoccupazione al

6% (e li rimane anche nell'anno 3)

QUARTA RIGA: Secondo la curva di Phillips, un tasso di disoccupazione del 7% porta a una riduzione dell'inflazione dal 5 al 4% nell'anno 1.

Nell'anno 2 e in seguito, il tasso di disoccupazione torna ad essere uguale al suo tasso naturale e quindi l'inflazione resta costante al 4%.

QUINTA RIGA: Per completezza, la riga 5 mostra l’andamento della crescita della moneta nominale coerente con il sentiero di

crescita dei saldi monetari reali ipotizzato nella riga1. La crescita è uguale alla crescita dei saldi monetari reali più l’inflazione.

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9.3 Un’analisi della disinflazione Supponiamo che l’economia sia nel suo

Deflazione: riduzione del livello dei prezzi equilibrio di medio periodo: la

disoccupazione è al suo livello naturale e la

Disinflazione: riduzione del tasso di inflazione produzione cresce al suo tasso naturale. Il

Punto annuale di eccesso di disoccupazione: la differenza di tasso di inflazione però è elevato, e c’è un

un punto percentuale tra il tasso effettivo e il tasso naturale di consenso crescente circa la necessità di una

disoccupazione per un anno (ad esempio se il tasso naturale è sua riduzione. La riduzione dovrebbe essere

uguale al 6%, un tasso effettivo dell’8% per quattro anni consecutivi graduale o immediata? È questo il problema

corrisponde a 8 punti annuali di eccesso di disoccupazione che anche noi ci accingiamo ad affrontare.

Sacrifice ratio: numero di punti annuali di eccesso di 9.3.1 Un primo passo

disoccupazione necessari a ottenere una riduzione dell’1%

dell’inflazione. Una prima risposta è contenuta nella curva

di Phillips :

• La disinflazione può essere ottenuta solo al costo di una disoccupazione più elevata (affinché

l’inflazione diminuisca il termine deve essere positivo: il tasso di disoccupazione deve

eccedere il suo tasso naturale.

• L’ammontare totale di disoccupazione necessario a ottenere una data riduzione dell’inflazione

non dipende dalla velocità a cui avviene la disinflazione

Supponiamo ora che la banca centrale voglia ridurre l’inflazione di x punti percentuali, diciamo dal 14% al

1.

Assumiamo anche che

4%, per cui x è uguale a 10%.

• La curva di Phillips ci dice che la banca centrale può raggiungere il suo obiettivo tollerando, per

esempio, un anno di disoccupazione superiore del 10% rispetto al suo tasso naturale (lato destro

dell’equazione uguale a ‐10%).

• Nel caso si voglia raggiungere l’obiettivo in due anni sarebbero invece necessari due anni di

disoccupazione del 5% superiore al tasso naturale (lato destro dell’equazione uguale a ‐5% per due

anni, cioè ‐10% in due anni) e via di seguito.

In tutti i casi il numero di punti annuali di eccesso di disoccupazione è lo stesso, cioè 10. La conclusione che

ne deriva è immediata:

la banca centrale può scegliere la distribuzione dell’eccesso di disoccupazione nel corso del tempo, ma non

può variare il numero di punti annuali di eccesso di disoccupazione necessari per raggiungere l’obiettivo.

Possiamo formulare questa conclusione avvalendoci del sacrifice ratio: 1

Per l’esempio appena considerato, è approssimativamente 1 e quindi il sacrifice ratio è pure 1.

Il fatto che il numero di punti annuali di eccesso di disoccupazione necessari a ridurre il tasso di

inflazione sia fisso non significa però che la velocità della disinflazione sia irrilevante.

1,

Supponiamo che il tasso naturale di disoccupazione sia del 6% e che se l’obiettivo è una riduzione dell’inflazione del 10%,

raggiungerlo in un solo anno significa che la disoccupazione deve salire al 16% per anno (perché???????). Data la legge di Okun, e

e un tasso normale di crescita della produzione del 3%, significa che la crescita della produzione in

prendendo un valore di 0,4 per

quell’anno deve essere uguale a ‐22%. Ci sembra giusto sottolineare che i macroeconomisti non sono affatto sicuri di cosa

succederebe se la politica monetaria provocasse una riduzione tanto forte della produzione.

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Un approccio più ragionevole, quindi, sembra essere quello di ottenere una disinflazione nel corso di un

certo numero di anni; in seguito, chiameremo questo modo di procedere approccio tradizionale.

L’approccio tradizionale è stato messo in discussione da due gruppi di macroeconomisti. Entrambi si sono

concentrati sul ruolo delle aspettative e su come variazioni nella loro formazione potessero influenzare i

costi della disinflazione in termini di disoccupazione. Nonostante la base comune, questi due gruppi hanno

raggiunto conclusioni diverse. Vediamole.

9.3.2 Aspettative e credibilità: la critica di Lucas

Secondo la critica di Lucas, prendere la curva di Phillips come data quando si cerca di prevedere gli effetti di

un forte cambiamento di politica economica equivale ad assumere che chi fissa i salari continui ad

aspettarsi che l’inflazione futura sia uguale a quella passata, cioè che il meccanismo di formazione delle

aspettative non si modifichi in seguito al cambiamento di politica economica.

Al contrario, sarebbe più logico che chi fissa i salari, sapendo l’impegno della banca centrale nel ridurre

l’inflazione, si aspetti un’inflazione futura

L’approccio della credibilità: minore rispetto al passato. Riducendo le

una disinflazione più veloce è più

credibile di una graduale. La credibilità riduce i costi della aspettative di inflazione, l’inflazione effettiva

disinflazione in termini di disoccupazione. Quindi è meglio che la diminuirà senza dover incorrere in una

banca centrale scelga una riduzione veloce dell’inflazione prlungata recessione.

9.3.3 Rigidità nominali e contratti

Stanlay Fischer e John Taylor enfatizzavano la presenza di rigidità nominali (il fatto che molti prezzi e salari

sono fissati in termini nominali per un certo periodo di tempo, e di solito non vengono corretti in seguito a

un cambiamento di politica economica).

Fischer affermava che anche se la banca centrale convincesse i lavoratori e le imprese che la crescita della

moneta sarà inferiore, i salari fissati prima del cambiamento di politica rifletterebbero aspettative di

inflazione formatesi prima di quel momento.

Secondo Taylor una caratteristica importante dei contratti salariali è che essi non sono conclusi tutti allo

stesso tempo, ma sono scaglionati nel tempo e, anche se l’impegno della banca centrale è pienamente

credibile, questo scaglionamento degli accordi salariali impone forti limiti al ritmo della disinflazione (se i

lavoratori sono interessati al loro salario relativo rispetto a quello degli altri lavoratori, ogni contratto fisserà un salario in linea con

gli altri salari in vigore a quel tempo e una riduzione troppo rapida della crescita nominale della moneta non porterebbe a una

riduzione proporzionale dell’inflazione. Piuttosto, i saldi monetari reali diminuirebbero, causando una recessione e un aumento del

tasso di disoccupazione).

Prendendo in considerazione la distribuzione temporale dei contratti salariali, Taylor ha mostrato che, in

presenza di una politica monetaria credibile, c’era in effetti un sentiero di inflazione compatibile con una

disoccupazione costante. Questo sentiero è riportato nella seguente figura:

La disinflazione inizia nel primo trimestre e dura per 16

trimestri. La caratteristica più sorprendente è la lentezza iniziale

della disinflazione (a causa delle rigidità nominali dei salari).

Figura 9.3 Quindi, la politica migliore per la banca centrale è di procedere

lentamente all’inizio e annunciare che il processo sarà più

rapido in futuro.

L’annuncio che la crescita della moneta diminuirà dopo due

anni può però minare la credibilità e le aspetttative potrebbero

.

non cambiare

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L’analisi di Taylor da comunque due chiari messaggi:

1. Le aspettative sono importanti

2. Una disinflazione lenta, ma credibile, potrebbe presentare costi inferiori a quelli derivanti

dall’approccio tradizionale

Stimando il sacrifice ratio per 65 episodi di disinflazione in 19 paesi OCSE negli ultimi trent’anni si possono

trarre le seguenti conclusioni:

1. La disinflazione produce nella quasi totalità dei casi una maggior disoccupazione per un certo

periodo di tempo.

2. Le disinflazioni più veloci sono associate ad un sacrifice ratio inferiore (questa conclusione

costituisce evidenza a favore degli effetti delle aspettative e della credibilità enfatizzati da Lucas e

Sargent)

3. Il sacrifice ratio è minore nei paesi con accordi salariali più brevi (evidenza a favore dell’enfasi di

Fisher e Taylor sull’importanza della struttura temporale dei contratti di lavoro)

10 Crescita: i fatti principali La nostra percezione di come sta andando

l’economia tende spesso a essere influenzata dalle

fluttuazioni annuali dell’attività economica. In

Figura 10.1 questo capitolo, però, spostiamo la nostra

attenzione dalle fluttuazioni alla crescita. In altre

parole, ci spostiamo dallo studio delle determinanti

della produzione nel breve e nel medio periodo,

quando dominano le fluttuazioni, alla

determinazione della produzione nel lungo periodo

– quando domina la crescita.

10.1 La crescita nei paesi ricchi dal 1950

La tabella a pagina seguente mostra l’andamento del prodotto pro capite di diversi paesi. Concentriamo

l’attenzione sulla produzione pro capite perché da un’idea più chiara del miglioramento del tenore di vita e

inoltre, se si confrontano paesi con popolazioni di dimensioni diverse, occorre normalizzare i dati sulla

produzione aggregata per tenere conto di queste differenze: è ciò che fa il PIL pro capite.

I dati sulla produzione, inoltre, non si possono ottenere semplicemente considerando il PIL dei paesi

espresso nella loro valuta e convertendolo in dollari usando il tasso di cambio corrente; per due ragioni:

1. Un sistema di tassi di cambio flessibili può presentare ampie fluttuazioni dei tassi di cambio

e dei servizi

2. Quanto minore è il reddito di un paese, tanto minore è il prezzo dei generi alimentari

di prima necessità

Quindi, quando vogliamo confrontare i tenori di vita, sia nel corso del tempo sia tra paesi diversi,

dobbiamo tenere conto delle variazioni dei tassi di cambio e differenze sistematiche di prezzo tra paesi. I

dati della tabella seguente sono stati costruiti proprio in questo modo:

Si usa un insieme comune di prezzi per misurare le quantità di beni e servizi simili prodotti in ciascuna

economia. Questi dati aggiustati del PIL reale, che possono essere considerati misure del potere di

acquisto nel corso del tempo o in paesi diversi, sono chiamati numeri basati sulla parità dei poteri di

acquisto (purchasing power parity o P ).

PP

Pagina 48 di 62 Tabella 9.1

Dalla tabella possiamo trarre tre indicazioni principali che si dovrebbero ricordare circa la crescita nei

paesi ricchi dal 1950 e che cercheremo di spiegare lungo questo capitolo:

1. È sorprendente quanto sia migliorato il tenore di vita dal 1950

(con una crescita dell’X% all’anno per Y anni l’aumento totale del prodotto reale pro capite sull’arco dell’intero periodo

1

1

sarà di

2. La crescita è diminuita sin dalla metà degli anni Settanta

Le persone che avevano visto il loro tenore di vita crescere rapidamente negli anni Cinquanta e Sessanta dovettero affrontare la realtà di

una minor crescita a partire dal 1973. In questo contesto, è facile capire perché l’aumento della produttività statunitense della seconda

metà degli anni Novanta è considerata una buona notizia: potrebbe essere il segno che gli USA, e forse anche gli altri paesi, stanno

tornando ad alti tassi di crescita, come quelli precedenti al 1973.

3. C’è stata una convergenza dei livelli di prodotto pro capite tra paesi

I paesi che nel 1950 erano meno avanzati sono cresciuti più velocemente e questa convergenza non è solo un fenomeno dell’OCSE.

10.2 Una panoramica dei fatti nel tempo e nello spazio

10.2.1 Uno sguardo su due millenni

Gli storici dell’economia concordano su quella che deve essere stata l’evoluzione tendenziale negli ultimi

duemila anni: la crescita del PIL pro capite è un fenomeno abbastanza recente.

Gli Stati Uniti non sono sempre stati la maggiore potenza economica del pianeta e la storia sembra quasi

evidenziare un processo di rincorsa e scavalcamento del leader del momento, piuttosto che un processo di

convergenza, in cui la gara diventa sempre più serrata. Se la storia ci insegna qualcosa, allora gli Stati Uniti

potrebbero non detenere il primato economico ancora a lungo.

10.2.2 Uno sguardo ai paesi

Dalla figura seguente possiamo dedurre che: 1. Quasi tutti i paesi OCSE partono da livelli di prodotto pro

capite relativamente elevati e c’è chiara evidenza a favore

della convergenza.

2. La convergenza è evidente anche per molti paesi asiatici

Figura 10.4 come il Giappone e le quattro tigri (4 triangolini in alto a

sinistra), ossia: Singapore, Taiwan, Hong Kong e Corea del

Sud. Infine la Cina, con un tasso medio di crescita del 4,2%,

sta rapidamente diventando una potenza economica

mondiale. In termini di PPP, il PIL reale cinese oggi è il 50%

di quello statunitense. (ai tassi di cambio correnti il PIL reale

cinese sarebbe solo il 12% di quello USA, come mai?)

3. In Africa di certo la convergenza non è la regola, anzi. La

ragione per cui tanti paesi africani non crescono è oggi uno

dei temi principali studiati dagli economisti dello sviluppo.

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Le nostre considerazioni ci portano a concludere che:

1. La crescita non è una necessità storica

2. La convergenza di molti paesi OCSE al livello USA potrebbe essere il sintomo di un imminente

superamento del PIL pro capite USA da parte di uno o più paesi

3. In una prospettiva di lungo periodo, quello che sorprende non è la scarsa crescita registrata a

partire dal 1973, ma piuttosto il periodo di crescita eccezionalmente elevata registrato prima di

quella data. La comprensione dei fatto ri che hanno contribuito alla crescita elevata del secondo

della loro scomparsa potrebbe aiutarci a spiegare la scarsa crescita

dopoguerra e delle ragioni

attuale.

10.3 Una guida per pensare alla crescita

Che cosa determina la crescita allora? Qual è il ruolo dell’accumulazione del capitale? E quale quello del

progresso tecnologico? Per rispondere a queste domande, gli economisti utilizzano uno schema logico

originariamente sviluppato da Robert Solow del MIT, alla fine degli anni Cinquanta.

10.3.1 La funzione di produzione aggregata

Il punto di partenza nella formulazione di una qualsivoglia teoria della crescita deve essere una funzione di

produzione aggregata, che specifichi la relazione tra produzione aggregata e input produttivi e, fintanto

che il nostro interesse erano le fluttuazioni della

K: stock aggregato di capitale, ovvero la somma di tutti produzione e dell’occupazione, la funzione utilizzata nel

i macchinari, gli impianti, gli uffici e gli immobili capitolo 6 andava bene. D’ora in poi assumeremo però

dell’economia. l’esistenza di due input, capital lavoro, e che la

N: occupazione aggregata, ovvero il numero di relazione di produzione aggregata sia:

lavoratori impiegati nell’economia. ,

Y: produzione aggregata Ricordiamoci che, in realtà, macchinari e uffici hanno un ruolo

Funzione di produzione aggregata: è la funzione diverso nella realizzazione del prodotto aggregato così come lo sono

che ci dice quanto prodotto è ottenuto per date lavoratori con gradi diversi di formazione. Abbandoneremo alcune

quantità di capitale e lavoro. di queste semplificazioni più avanti.

Stato della tecnologìa: ciò che determina quanto 10.3.2 Rendimenti di scala e rendimenti dei

prodotto può essere ottenuto per date quantità di fattori

capitale e di lavoro. In questo capitolo considereremo Rendimenti costanti di scala:

lo stato della tecnologia prevalentemente in senso

stretto: l’insieme dei brevetti ,

Rendimenti di scala costanti: raddoppiando la scala Rendimenti decrescenti del capitale: vedi box a lato.

di produzione, cioè raddoppiando le quantità di

capitale e di lavoro impiegate, anche il prodotto 10.3.3 Prodotto e capitale per occupato

raddoppia xY = F(xK, xN) La funzione di produzione che abbiamo scritto e le due

Rendimenti decrescenti del capitale e del lavoro: proprietà appena illustrate comportano una semplice

proprietà secondo la quale aumenti di capitale/lavoro relazione tra prodotto per occupato e capitale per

generano, dato il lavoro/capitale, aumentano di occupato. Per capire, poniamo x uguale a 1/N

prodotto in misura tanto minore quanto maggiore è il nell’equazione sui rendimenti costanti di scala ed

livello di capitale/lavoro (se inizialmente il capitale è

poco, una piccola aggiunta di capitale avrà un grande otteniamo:

effetto, se invece il capitale è elevato, una piccola

aggiunta di capitale farà poca differenza e viceversa). , ,

la quantità di prodotto per occupato dipende dalla quantità di capitale per occupato.

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10.3.4 Le fonti della crescita • Gli aumenti del prodotto per occupato

derivano da aumenti del capitale per

occupato.

Figura 10.6 • Miglioramenti dello stato della tecnologia

spostano la funzione di produzione verso

l’alto e permettono di ottenere una

maggior quantità di prodotto per occupato

con lo stesso capitale per occupato.

• L’accumulazione di capitale da sola non può

sostenere la crescita a causa dei rendimenti

decrescenti del capitale (a un certo punto la società non sarà più disposta a risparmiare abbastanza

per aumentare il capitale, e il prodotto per occupato smetterà di crescere.

• Il tasso di risparmio dell’economia non può sostenere in modo permanente un maggior tasso di

crescita della produzione, ma solo un maggior livello di produzione.

• La crescita sostenuta richiede un progresso tecnologico sostenuto (se l’accumulazione di capitale

non può sostenere la crescita allora lo può fare solo il progresso tecnologico aumentando

l’efficienza del capitale)

Come e quanto il tasso di risparmio influenzi il livello di produzione, e quale sia l’opportunità che un paese

come gli Stati Uniti (che ha un tasso di risparmio molto basso) aumenti il suo tasso di risparmio sono temi

che non affrontiamo ora.

18 I mercati dei beni e i mercati finanziari in economia aperta

Il concetto di apertura ha tre dimensioni: Apertura dei mercati dei beni: l’opportunità

per i consumatori e le imprese di scegliere tra

1. Apertura dei mercati dei beni beni nazionali ed esteri

2. Apertura dei mercati finanziari Apertura dei mercati finanziari:

3. Apertura dei mercati dei fattori. l’opportunità per gli investitori finanziari di

18.1 I mercati dei beni in economia aperta scegliere tra attività finanziarie nazionali ed

estere

Iniziamo guardando quanto scambiano

Tasso di cambio reale: prezzo gli USA con il resto del mondo. In questo Apertura dei mercati dei fattori:

relativo dei beni nazionali in modo sarà più facile pensare alla scelta l’opportunità per le imprese di scegliere dove

termini di beni esteri localizzare un’attività produttiva e per i

tra beni nazionali ed esteri ed al ruolo lavoratori di scegliere dove lavorare

del tasso di cambio reale. dazi: vincoli all’apertura dei mercati dei beni

18.1.1 Esportazioni e importazioni rappresentati da tasse sui beni importati

Consideriamo la figura seguente che mostra l’evoluzione delle quote: vincoli all’apertura dei mercati dei beni

importazioni e delle esportazioni degli USA in rapporto al PIL a partire rappresentati da restrizioni sulle quantità di beni

dal 1960. che possono essere importati su alcuni prodotti

esteri

Figura 18.1 controlli ai movimenti di capitale: vincoli

all’apertura dei mercati finanziari rappresentati

da restrizioni alla detenzione di attività

finanziarie estere da parte dei residenti nazionali

e di attività finanziarie nazionali da parte dei

residenti all’estero. Con la loro riduzione i

mercati finanziari mondiali si muovono verso una

sempre maggior integrazione.

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La figura suggerisce due conclusioni principali: Saldo commerciale: differenza tra

esportazioni e importazioni

• Esportazioni e importazioni sono passate dal 5% circa negli anni Avanzo/disavanzo commerciale (saldo

Sessanta al 12% circa nel 2000 (in rapporto al PIL). Questo significa positivo/negativo della bilancia

che oggi gli USA commerciano con il resto del mondo in misura commerciale): si ha nel caso in cui le

doppia di quanto non facessero quarant’anni fa. esportazioni eccedano/o viceversa le

importazioni.

• Le importazioni e le esportazioni, pur seguendo Beni commerciabili: beni che competono con i

approssimativamente lo stesso trend, hanno manifestato una beni esteri sia sul mercato interno sia sui mercati

tendenza divergente per periodi di tempo abbastanza lunghi, esteri. Si stima che oggi negli USA i beni

generando ora avanzi ora disavanzi commerciali. commerciabili rappresentino circa il 60% della

Capire le origini e le conseguenze di questi disavanzi commerciali è una questione centrale produzione totale.

della macroeconomia moderna, sulla quale torneremo più avanti. ε

Tasso di cambio reale ( ): prezzo relativo dei

Ulteriori considerazioni e precisazioni: beni nazionali in termini di beni esteri

• Un volume di scambi di circa il 12% potrebbe sembrare Tasso di cambio nominale (E): prezzo della

sorprendentemente piccolo a fronte delle innumerevoli discussioni moneta nazionale in termini di moneta estera.

Per esempio, in Svizzera, il tasso di cambio

sulla globalizzazione; tuttavia, il volume degli scambi non è nominale si esprime come il prezzo dei CHF in

necessariamente un buon indice del grado di apertura. termini di valuta estera (il prezzo di un CHF in

Molte imprese sono esposte alla concorrenza estera senza che questo generi un aumento USD). Anche la definizione contraria è corretta,

delle importazioni: tenendo i prezzi bassi per reggere la concorrenza, queste imprese ma in questo testo ci rifacciamo a quella appena

riescono a mantenere la loro quota di mercato e limitare le importazioni dall’estero). descritta.

• Un indice di apertura migliore rispetto al rapporto import/export Apprezzamenti/deprezzamenti nominali:

sul PIL è quindi la proporzione di prodotto aggregato composta Variazioni del tasso di cambio nominale: un

dai beni commerciabili. aumento/riduzione del prezzo della moneta

nazionale in termini di moneta estera che

corrisponde a un aumento/diminuzione del tasso

• È possibile che un paese registri esportazioni superiori al suo PIL di cambio.

(vedi: www.mulino.it/aulaweb) Apprezzamenti/deprezzamenti reali:

aumento/diminuzione del tasso di cambio reale

• Il basso rapporto esportazioni/PIL registrato da molti paesi si può o aumento/riduzione del prezzo relativo dei beni

spiegare tramite fattori geografici e dimensionali. nazionali in termini di beni esteri.

Il basso rapporto registrato in Giappone è spiegato in buona parte dalla distanza dagli altri

mercati. Anche la dimensione conta: quanto più piccolo è un paese, tanto minore sarà il Rivalutazioni/svalutazioni: hanno lo stesso

numero di prodotti in cui si specializza e quindi tanto maggiori saranno i suoi scambi. significato di apprezzamenti/deprezzamenti ma

sono usate quando un paese opera in regime di

18.1.2 La scelta tra beni nazionali e beni esteri cambi fissi.

In un’economia chiusa, le persone decidono se risparmiare o consumare;

in un’economia aperta, le persone decidono se risparmiare, comprare Regime di cambi fissi: sistema di cambio nel

beni nazionali e comprare beni esteri. Questa decisione ha un effetto quale due o più paesi mantengono un tasso di

cambio costante tra le loro valute.

diretto sulla produzione nazionale: P: deflatore del PIL nazionale

aumento della aumento della

consumo beni domanda di beni produzione P*: deflatore del PIL di un paese estero

nazionali/esteri nazionali/esteri nazionale/estera Aumento del tasso di cambio: apprezzamento

(aumento del prezzo della moneta nazionale)

La variabile cruciale nella scelta se consumare beni nazionali o esteri è il

tasso di cambio reale. Riduzione del tasso di cambio: deprezzamento

(diminuzione del prezzo della moneta nazionale)

Questo prezzo non è osservabile se non indirettamente tramite i tassi di Aumento/diminuzione del tasso di cambio reale:

cambio nominali e i prezzi relativi di tutte le monete. apprezzamento/deprezzamento reale

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18.1.3 Dai tassi di cambio nominali ai tassi di cambio reali

Come possiamo costruire il tasso di cambio reale tra un paese dell’area dell’euro e gli USA – per esempio,

il prezzo dei beni italiani in termini di beni statunitensi?

Figura 18.3

È importante sottolineare che il tasso di cambio reale è un numero indice e quindi il suo livello è

arbitrario e non informativo (i deflatori del PIL usati per costruire il tasso di cambio reale sono

essi stessi dei numeri indice uguali a 1 o a 100 nell’anno scelto come anno base.

Anche se il livello del tasso di cambio reale non è informativo, il tasso di variazione del tasso di cambio

reale lo è: se per esempio il tasso di cambio reale tra l’Europa e gli Stati Uniti aumentasse del 10%,

vorrebbe dire che adesso i beni europei sono più costosi dei beni statunitensi del 10%.

Considerazioni:

• Le fluttuazioni del tasso di cambio nominale si

manifestano anche nel tasso di cambio reale.

Figura 18.4 • Le fluttuazioni del tasso di cambio reale sono

principalmente determinate dalle variazioni del tasso

di cambio nominale

• Può esserci apprezzamento reale senza apprezzamento

nominale

• Può esserci apprezzamento nominale senza

apprezzamento reale

18.1.4 Dai tassi bilaterali ai tassi di cambio multilaterali (effettivi o pesati per i flussi

commerciali) Come si passa dai

tassi di cambio reali Tasso di cambio reale

multilaterale (o

bilaterali, come il semplicemente tasso di

tasso di cambio

Tabella 18.2 cambio reale): prezzo medio

reale tra l’Italia e gli dei beni nazionali rispetto a

Stati Uniti, ai tassi quello di tutti i partner

di cambio reali

multilaterali che riflettono questa composizione del

commercio? Dobbiamo usare come pesi le quote dei

flussi commerciali dell’Italia con gli altri paesi.

• Usando le quote delle esportazioni/importazioni, possiamo costruire un tasso di cambio reale

all’esportazione/importazione

• Gli economisti usano una media delle due quote per definire il tasso di cambio reale (multilaterale)

Pagina 53 di 62 La figura mostra l’evoluzione del tasso di cambio reale

multilaterale (o effettivo) dei beni italiani rispetto ai beni

esteri. Anche il tasso di cambio reale multilaterale è un

Figura 18.5 numero indice. Il suo livello è posto pari a 100 nel 2000.

La caratteristica più sorprendente è che, come per il grafico

precedente, i beni italiani erano meno costosi dei beni esteri

di quanto non lo fossero all’inizio del 1999. In altre parole,

c’è stato un deprezzamento reale tra il 1999 e il 2001,

seguito da un apprezzamento reale di ampiezza di gran

lunga superiore.

18.2 I mercati finanziari in economia aperta

L’apertura dei mercati finanziari consente agli investitori di tenere attività finanziarie sia nazionali sia

estere, e quindi di diversificare il loro portafoglio, di speculare sulle fluttuazioni dei tassi di interesse e dei

tassi di cambio, e così via.

Dato che l’acquisto o la vendita di attività finanziarie estere comporta l’acquisto o la vendita di

valuta/moneta estera, la dimensione delle transazioni sul mercato delle valute è un indicatore

dell’importanza delle transazioni finanziarie internazionali.

La maggior parte delle transazioni in valuta non è associata al commercio internazionale, ma alla

compravendita di attività finanziarie e il dinamismo degli ultimi 15 anni riflette in gran parte un

incremento delle transazioni finanziarie e non delle transazioni commerciali.

Per un paese, l’apertura dei mercati finanziari ha un’importante conseguenza: essa permette al paese di

registrare avanzi o disavanzi commerciali. Un paese in disavanzo commerciale deve prendere a prestito da

altri la differenza fra importazioni e esportazioni e riesce a farlo rendendo conveniente per gli investitori

esteri aumentare la loro quota di attività finanziarie nazionali, il che equivale a prestare denaro al paese.

Consideriamo ora la relazione tra flussi commerciali e flussi finanziari più in dettaglio. Vedremo poi le

determinanti di questi flussi finanziari.

18.2.1 La bilancia dei pagamenti

La bilancia dei pagamenti riassume in una serie di conti le transazioni di un paese con il resto del mondo.

La tabella seguente mostra la bilancia dei pagamenti degli USA nel 2003.

Il conto corrente registra tutti i pagamenti da

e verso il resto del mondo.

Siccome gli USA hanno registrato un disavanzo

Tabella 18.3 di conto corrente di 541 mia USD, sono stati

costretti a prendere a prestito 541 mia USD

dal resto del mondo (meglio: ad indurre il

l’investimento

resto del mondo ad aumentare

netto in attività finanziarie statunitensi di 541

mia USD) tramite il conto capitale.

L’aumento netto dell’indebitamento con

l’estero degli USA, chiamato anche flussi netti

di capitale (o saldo del conto capitale) è stato

di 579 mia USD.

Dopo aver analizzato la bilancia dei pagamenti, possiamo tornare a un tema accennato nel capitolo 2: la

differenza tra il PIL e il PNL, una misura alternativa della produzione aggregata.

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18.2.2 La scelta tra attività finanziarie nazionali ed estere

L’apertura dei mercati finanziari consente agli investitori di scegliere tra attività finanziarie nazionali ed

estere. Siccome le persone tengono moneta generalmente solo per effettuare le transazioni quotidiane,

per effettuare attività finanziarie fruttifere nazionali ed estere preferiranno tenere titoli, in quanto essi

pagano anche un tasso di interesse positivo.

Quindi, l’unica nuova scelta che si pone agli investitori finanziari è quella tra attività finanziarie fruttifere

nazionali ed estere (e non in moneta). Immaginiamo per ora che esse siano costituite da titoli annuali.

Consideriamo la scelta tra titoli italiani a un anno e titoli statunitensi a un anno, dal punto di vista di un

investitore italiano i rendimenti saranno:

• Per ogni euro investito in titoli italiani, otterremo ( 1+ i ) euro l’anno prossimo

t

i sta per tasso di interesse nominale a un anno prevalente in Italia nell’anno t.

t

• Per ogni euro investito in titoli statunitensi, otterremo euro l’anno prossimo

è il tasso di cambio nominale tra l’euro e il dollaro nell’anno t. sta per tasso di interesse nominale a un anno

prevalente negli Stati Uniti nell’anno t e è il tasso di cambio nominale atteso tra l’euro e il dollaro all’anno t+1 (cioè

quando ci verranno pagati gli interessi che dovremo riconvertire in euro … per questo si divide!!)

Gli investitori vogliono tenere l’attività finanziaria con il tasso di rendimento più elevato. In questo caso,

affinché sia equiconveniente tenere titoli sia italiani sia statunitensi, i due rendimenti dovranno essere

1

uguali, ossia . Riorganizzando otteniamo l’equazione seguente, chiamata parità scoperta

dei tassi di interesse, o semplicemente parità dei tassi di interesse:

Per i paesi ricchi, la condizione di arbitraggio espressa dall’equazione di cui sopra è una buona

approssimazione della realtà. In altri paesi, dove i mercati dei capitali sono di dimensioni inferiori e meno avanzati, o dove esistono

controlli di capitale, gli investitori saranno più propensi a scegliere il tasso di interesse nazionale di quanto non risulti dall’equazione (maggiori costi

di transazione e livello di rischio).

18.2.3 Tassi di interesse e tassi di cambio

1 1

Riscriviamo l’equazione come:

Questa espressione mostra la relazione fra il tasso di interesse nominale nazionale, il tasso di interesse

nominale estero e il tasso di apprezzamento atteso della moneta nazionale (ricordiamo che un

aumento di E corrisponde a un apprezzamento). Se i tassi di interesse e il tasso di apprezzamento atteso non

sono troppo elevati (sotto il 20% all’anno), una buona approssimazione di questa equazione è data da:

Il tasso di interesse nazionale deve essere uguale al tasso di interesse estero meno il tasso di

deprezzamento atteso della moneta estera (si noti che il tasso di apprezzamento atteso della moneta nazionale è anche

il tasso di deprezzamento atteso della moneta estera).

Applichiamo questa equazione alla scelta tra titoli italiani e titoli statunitensi.

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Esame: Macroeconomia
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze economiche
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher aigim di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Macroeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università della Svizzera italiana - Usi o del prof Blanchard Olivier.

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