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Economia e management

Università di Bologna, Campus di Forlì

Macroeconomia

Secondo modulo

Esame del 13/06/2022

Ortodossia neokeynesiana

L’ortodossia neokeynesiana è un insieme di precetti economico-politici e macroeconomici connessi alla sintesi neoclassica, cioè alla riscrittura in termini neoclassici della teoria neokeynesiana. Si afferma durante la Golden Age, cioè dalla ricostruzione postbellica della fine degli anni ’40 fino alla fine degli anni ’60, precisamente nel 1969, anno di svolta da molti punti di vista, sia economici che sociali.

Tra le tematiche cruciali dell’ortodossia neokeynesiana c’è come gestire il ciclo economico, le fluttuazioni cicliche dell’economia, soprattutto quelle recessive, che sono quelle più preoccupanti perché portano a una riduzione del benessere economico delle popolazioni. Il ciclo economico per l’ortodossia neokeynesiana è dovuto al fallimento del sistema nazionale, il quale improvvisamente non riesce più a generare domanda aggregata, a usare la capacità di produzione, e si trova di fronte a una crisi di invenduto.

Per l’ortodossia neokeynesiana le fluttuazioni cicliche negative, le recessioni, grandi risacche di stagnazione economica sono un macro fallimento del mercato; di fronte a un macro fallimento del sistema economico è necessario un intervento pubblico, politica pubblica di tipo economico attiva che sostenga la domanda effettiva, quindi l’occupazione e la capacità del sistema di produrre la massima quantità di beni.

Da questa prospettiva l’ortodossia neokeynesiana arriva a formulare il concetto di controllo ottimo del sistema economico: non solo si può cercare di gestire le fluttuazioni cicliche, contrastare le depressioni con la politica economica, ma si può anche cercare di direzionare l’economia da una parte piuttosto che da un’altra.

L’idea è di controllabilità: l’economia è una macchina che può essere pilotata e direzionata in modo automatico. Questo è il concetto fondamentale della teoria del controllo ottimale, la quale rappresenta l’economia con delle variabili di stato e delle variabili di controllo; manipolando le variabili di controllo come fossero delle leve si spinge l’economia da una parte o dall’altra. Se si riesce a stimare con un corretto modello statistico come è fatto il sistema economico si riesce a direzionare l’economia a proprio piacimento.

Questo spirito di controllabilità è condiviso anche nella teoria della crescita economica di quegli anni, la quale dice cosa fare per crescere, cosa succede all’economia quando arriva alla stazionarietà e cosa fare in modo da evitare che la crescita si blocchi. In questi anni c’è una grossa fiducia nella possibilità degli economisti di direzionare l’andamento economico nazionale e fare in modo che questo eviti risacche recessive, momenti di collasso economico generalizzato.

L’ortodossia neokeynesiana rimane l’approccio dominante per tutta la Golden Age; durante questo ventennio l’economia mondiale ha tassi di crescita esorbitanti, si creano gli Stati sociali, il tenore di vita delle popolazioni cresce talmente tanto che nessuno mette in dubbio tale teoria, cioè i precetti messi in campo dagli economisti neokeynesiani sembrano funzionare perfettamente. È un ventennio di miracolo economico.

Alla fine degli anni ’60 però la Golden Age finisce, i tassi di crescita delle principali economie iniziano a frenare pesantemente, i livelli di indebitamento pubblico degli Stati nazionali iniziano a salire; per la prima volta il sistema economico non sembra più sostenuto da una crescita enorme delle possibilità produttive. Ci sono varie ragioni.

Cause della fine della Golden Age

Svalutazione del dollaro

Agli inizi degli anni ’50 si avvia la Guerra Fredda, la quale implica un crescente interventismo dei paesi occidentali in giro per il mondo al fine di evitare l’espansione del comunismo; ci sono molti interventi bellici importanti organizzati dagli Stati Uniti e dai loro alleati che fanno alzare le spese militari, soprattutto negli Stati Uniti.

Questo li obbliga a stampare una quantità enorme di dollari per finanziare le spese: il mondo si trova improvvisamente invaso di dollari; questi vengono incamerati dagli speculatori finanziari e dai paesi venditori di petrolio, i quali si trovano ad avere delle valanghe di riserve di dollari: sono gli anni dei cosiddetti eurodollari e petroldollari.

Gli eurodollari sono le valanghe di dollari accantonate dalle società finanziarie in giro per il mondo che effettuano operazioni finanziarie speculative; i petroldollari sono le valige di dollari raccattate dalle compagnie produttrici di petrolio che vengono conservate nelle Banche centrali dei loro paesi.

Una delle principali piazze di queste attività speculative è la piazza di Londra, ma lo stesso meccanismo vale per tutte le piazze principali: in tutti i sistemi economici più evoluti gli scambi avvengono in dollari e gli operatori finanziari cumulano dollari come riserva. Troppa offerta di moneta fa svalutare la valuta; in questi anni la quantità di dollari nel mondo cresce enormemente, quindi il suo valore scende in modo costante.

Tensioni medio-orientali

Altro elemento di cambiamento strutturale è l’emersione delle tensioni medio-orientali, a causa di diverse iniziative della CIA contro l’ordine mondiale. Nel 1955 c’è il colpo di stato iraniano supportato dalla CIA che porta al potere l’espressione del radicalismo islamico.

Conseguenza di ciò è la creazione nel 1960 dell’OPEC, cioè cartello dei paesi produttori di petrolio, i quali decidono di gestire come una risorsa sovrana il greggio e il petrolio che possiedono, facendolo pagare a prezzi di mercato ai paesi occidentali.

L’OPEC mette insieme una famiglia di paesi eterogenea e alla fine degli anni ’60 è perfettamente operativo; improvvisamente vengono messe in campo quote massime di estrazione finalizzate a ridurre la quantità di greggio e aumentare il suo prezzo, soprattutto per i paesi che sono forti utilizzatori di tale materia prima, cioè quelli occidentali.

Fine dell’accumulazione di capitale

I paesi europei smettono di crescere per trasferimento tecnologico, e per accumulazione di capitale e riconversione postbellica: la crescita ingente era stata fortemente supportata dal trasferimento tecnologico americano e dalla necessità del continente europeo di riconvertire il capitale bellico in capitale produttivo.

Questo garantisce una forte crescita per gli anni ‘50 e ‘60, ma poi comincia a rallentare, perché non c’è più la possibilità di crescita per accumulazione di capitale; occorre mettere in campo il progresso tecnologico, ma tutta l’Europa è abbastanza arretrata in termini di sviluppo del sistema educativo e della ricerca di base e applicata.

Cambiamento del patto sociale

Altro elemento di variazione importante delle condizioni strutturali è il cambiamento del patto sociale: le due guerre avevano creato coesione sociale tra le diverse frange della popolazione, si era affermato un clima politico coeso e collaborativo.

I sindacati accettavano di non vedere aumentare i salari della forza lavoro dove i profitti delle imprese crescevano perché gli imprenditori si impegnavano a reinvestirli per aumentare la capacità di produzione dell’impresa e garantire il lavoro agli occupabili nel tempo. C’era una sorta di accordo implicito per far ripartire il sistema economico nazionale.

I lavoratori erano disposti a non avere salari crescenti nel tempo se i padroni reinvestivano nel benessere ed espansione dell’azienda; allo stesso tempo, i proprietari delle imprese erano disposti a rinunciare alla divisione dei profitti per aumentare le capacità di produzione delle aziende e la loro capacità di rimanere solide e salubri nel tempo. C’era un patto di reinvestimento dei proventi della crescita per il miglioramento sociale: nessuno ambiva a maggiori salari, o profitti, o vendite.

Questo patto sociale finisce alla fine degli anni ’60 con le proteste del 1968. Dal 1968 al 1977 c’è un decennio di tumulti sociali: proteste in piazza, manifestazioni in tutto il mondo da parte dei rappresentanti della controcultura, cioè coloro che non accettano il patto sociale vigente.

Si incrina la stabilità, coesione sociale che c’è tra le varie parti del mondo economico; da questo momento inizia un decennio di tensioni sociali importanti tra rappresentanti delle imprese e rappresentanti dei lavoratori.

Si sgretola il patto sociale di ricostruzione: improvvisamente le imprese vogliono calmierare i salari e incassare i profitti e i lavoratori richiedono salari crescenti. Il clima sociale è completamente diverso.

Fine degli accordi di Bretton Woods

Nel 1971 il presidente americano Nixon dichiara l’inconvertibilità del dollaro in oro: ci sono troppi dollari in giro per il mondo, che per questo sono troppo svalutati. Da quel momento chi ha dollari non riceverà mai la riconversione aurea: è la cosiddetta dichiarazione di inconvertibilità del dollaro. Questo fa saltare il Gold Exchange standard, il cui pilastro fondamentale era la garanzia di convertire i dollari in oro.

Dal 1971 al 1973 gli accordi di Bretton Woods vengono progressivamente abbandonati da tutti gli Stati: non esiste più l’ordine monetario postbellico, l’economia si trova ad avere non più cambi fissi o fissi e rinegoziabili, ma si trova ad avere cambi fluttuanti. È una situazione inedita, mai vista: i tassi di cambio sono completamente flessibili e determinati dai mercati finanziari internazionali.

Alcuni paesi spaventati da ciò cercano di creare una specie di Bretton Woods tra loro; sono i paesi europei, troppo fragili per sperare di beneficiare dei tassi flessibili. Nel 1973 viene creato il serpente monetario europeo; è una specie di sistema di cambi fissi ma modificabili creato però tra gli Stati dell’Europa occidentale. È il progenitore dell’unione monetaria.

È un grosso problema gestire il serpente monetario, viene trasformato più volte, e dura venti anni; in seguito poi anche i paesi europei si devono porre la questione se adottare cambi flessibili oppure no. L’Unione Europea risponderà con un sistema dato da cambi flessibili verso l’esterno e cambi totalmente fissi verso l’interno.

Fine dell’ortodossia neokeynesiana

I segnali della fine della Golden Age sono molti, e ci sono anche segnali simbolici; tutti i leader mondiali vengono meno. Nel 1971 il mondo sembra completamente diverso da come era dieci anni prima.

La stessa cosa succede nella macroeconomia: essa subisce uno stravolgimento notevole tra gli inizi degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70. L’ortodossia neokeynesiana si incrina, tutti i precetti macroeconomici costruiti dal 1930 al 1969 sembrano essere inutili e poco sensati.

Il 1971 viene riconosciuto come la fine di un periodo importante della macroeconomia: fine dell’ortodossia neokeynesiana, fine del periodo storico di dominio delle idee di Keynes, fine degli accordi di Bretton Woods.

Teoria delle aspettative razionali

Dal punto di vista macroeconomico anche la disciplina risente di grandi modificazioni; in particolare, nel 1961 viene proposta da John Muth l’idea di aspettativa di prezzo: egli pubblica un articolo in cui discute il ruolo dei prezzi attesi nella determinazione dell’equilibrio macroeconomico.

L’articolo non dice niente di scientificamente straordinario, ma è il primo in cui gli economisti usano il termine di prezzo atteso, cioè un prezzo che non è osservato, statisticamente rilevato, ma è un prezzo futuro previsto.

Muth usa questa idea perché negli anni ’50 si afferma il concetto di aspettativa individuale; il prezzo atteso è l’aspettativa individuale di prezzo, quanto i soggetti economici si attendono sarà il livello dei prezzi futuri del sistema. Questo concetto viene elaborato alla fine degli anni ’50 all’interno della statistica; fa parte della teoria soggettiva della probabilità, costruita da diversi economisti famosi come Savage e Bayes.

Teoria soggettiva della probabilità

La teoria della probabilità soggettiva è una variazione della teoria della probabilità oggettiva, della fine dell’800, così chiamata perché le probabilità sono stabilite su basi frequentistiche, cioè connesse alla frequenza delle osservazioni empiriche (sono quelle legate ad esempio all’urna con le palline colorate).

Le osservazioni frequentistiche si riferiscono al passato, agli esperimenti condotti, cose fatte e osservate. Da questo punto di vista la determinazione delle probabilità oggettive è basata sull’esperienza: si effettuano degli esperimenti, si calcolano le frequenze e si stimano le probabilità oggettive.

La teoria della probabilità soggettiva invece gira completamente la prospettiva di senso: la probabilità non ha per forza basi frequentistiche, cioè non è per forza basata sul concetto di esperienza, ma può essere legata al concetto di beliefs, credenze individuali, cioè a ciò che il soggetto ritiene vero e giusto, che può essere anche diverso dalle osservazioni frequentiste.

In più, da un’ottica di probabilità soggettiva queste credenze vengono rivolte al futuro, cioè non sono costruite guardando al passato ma cercando di prevedere cosa succederà in futuro: invece di pensare che il futuro sia uguale al passato, l’individuo dovrebbe raccogliere informazioni dall’ambiente circostante, guardare in avanti e non indietro e farsi opinioni su ciò che succederà.

Da quest’ottica un’aspettativa individuale è definita come una speranza matematica soggettiva, un valore atteso soggettivo di una variabile, pensato da un soggetto sulla base di suoi calcoli mentali, previsioni, credenze, informazioni private e capacità personali di mettere insieme queste informazioni.

Dall’ottica di probabilità oggettiva l’aspettativa individuale deve essere per forza un valore atteso frequentistico: il valore atteso della variabile x è la somma ponderata delle sue realizzazioni rispetto alle probabilità oggettive, che si calcolano con esperimenti già fatti.

Il valore atteso soggettivo invece è completamente diverso: si guarda dall’ambiente circostante quali elementi informativi, dettagli che permettono di creare credenze opportune per descrivere ciò che succederà, che può anche essere completamente diverso.

Un’aspettativa individuale è una speranza matematica nella quale si applicano probabilità soggettive, individuali, che possono essere diverse da soggetto a soggetto sulla base della sua percezione di quello che potrebbe succedere.

Immaginando X una variabile casuale, cioè che può assumere diversi valori X1, X2, X3, ..., Xn; a ciascun valore vengono assegnate le rispettive probabilità P1, P2, P3, ..., Pn, che sono valori compresi tra 0 e 1, e la loro somma è 1.

Aspettative individuali soggettive

Nella riflessione statistico-matematica vengono riconosciute varie tipologie di aspettative individuali; le aspettative individuali soggettive possono essere di diverso tipo, ci sono modi più banali, altri raffinati, altri quasi puramente razionali.

Quando gli statistici matematici cercano di dare corpo all’idea di aspettativa individuale e soggettiva cercano anche di descrivere diversi livelli di razionalità dell’individuo: ci sono soggetti più razionali e altri meno, e la somiglianza delle loro aspettative rispetto alla realtà dipende da ciò.

Durante gli anni ’50 emergono diverse tipologie di aspettative individuali.

Aspettative miopiche

Sono le aspettative meno razionali possibili. Un’aspettativa è miopica quando il valore atteso della variabile X all’istante t è pari al valore osservato in t-1. E(Xt) = Xt-1.

Un individuo con aspettative miopi ha aspettative che osservano il passato e non guardano il futuro; egli può cercare di raccogliere informazioni su ciò che è successo ma non ha capacità ulteriori per discostare le sue aspettative individuali dalle osservazioni empiriche fatte.

Il soggetto si aspetta che la variabile X in t sia pari al valore assunto in t-1 anche se il contesto cambia, se le condizioni si modificano, anche se nel sistema economico-sociale interviene qualcosa che altera lo status quo.

In questo senso il soggetto è miope: qualunque cosa succeda tra t-1 e t il soggetto non se ne accorge; un soggetto con aspettative miopiche non è tanto razionale, perché esclude la possibilità di elementi che intervengono nel sistema e modificano X.

Aspettative statiche

Un’aspettativa è statica quando è la stessa nel tempo; un soggetto con aspettative statiche si attende un valore in t della variabile X uguale a quello atteso in t-1. E(Xt) = E(Xt-1).

Il soggetto non cambia opinione, continua ad attendersi lo stesso valore tra t-1 e t. Le aspettative sono statiche perché non si muovono, il valore rimane uguale, indipendentemente dal fatto che l’aspettativa in t-1 sia vera o no.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ammiratinoemi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Macroeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Lanzi Diego.
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