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Che cos'è la macroeconomia?

Nel pensiero economico contemporaneo, la macroeconomia è una branca dell'economia che assume una prospettiva di analisi dei fenomeni economici il più macroscopica possibile. Essa si differenzia dalla microeconomia, che guarda alla singola scelta del soggetto economico. Oggetto della macroeconomia sono infatti i grandi sistemi economici nel loro complesso, visti come aggregati, e il loro andamento nel tempo. Nei primi decenni del ventesimo secolo, quando nacque la disciplina, tali sistemi economici corrispondevano agli stati nazionali, che esistevano almeno da duecento anni. Pertanto, era semplice considerare che la macroeconomia si occupasse di tale sistema economico definito per estensione geografica e territoriale; nella contemporaneità si fanno aggregazioni ancora maggiori.

Prima del ventesimo secolo, la disciplina rientrava nella più generica political economy; non esisteva, infatti, una teoria volta a descrivere un sistema economico nel suo complesso, che utilizzasse variabili aggregate e quindi esplicative. La nascita simbolica del concetto della disciplina macroeconomica si ha con la pubblicazione di 'Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta' (1936) di John Maynard Keynes (anche se i primi manuali che utilizzano questo termine risalgono al dopoguerra).

Le prime teorie economiche

  • Bullionismo e mercantilismo: Precedono Adam Smith sull'organizzazione e gestione degli affari di una nazione per far sì che questa fosse prospera anziché depressa economicamente. Secondo il bullionismo, la ricchezza di una nazione era proporzionale alla quantità di metalli preziosi contenuti nei forzieri dello Stato (quindi dai banchieri): nessun altro criterio poteva esprimere meglio la ricchezza di uno Stato. Il mercantilismo è invece un protezionismo delle origini, secondo cui proteggere i mercanti e le loro attività, favorendo le esportazioni e sfavorendo le importazioni, avrebbe arricchito maggiormente lo Stato. Questo prevedeva anche investire sulla pirateria, che si occupava di danneggiare navi mercantili appartenenti ad altri stati.
  • Fisiocrazia: La scuola fisiocratica nasce in Francia proprio prima della rivoluzione e vuole spiegare come il protezionismo sia dannoso per il benessere della nazione, sostenendo che sono i proprietari terrieri i veri benefattori della nazione. Secondo tale impostazione, infatti, è l'amministrazione razionale dei terreni l'unica fonte di ricchezza di un paese, e l'esportazione un'opportunità enorme di arricchirsi (al tempo, la Francia godeva di un surplus enorme di prodotti farinacei). Per garantire tali condizioni, tuttavia, era predicata come necessaria una condizione di libero scambio.

Nonostante questo dibattito fosse funzionale alle vicende relative alla Rivoluzione Francese, i fisiocratici introdussero il concetto di libero scambio. Il ministro francese delle finanze Vincent de Gournay si espresse così: 'Laisser faire, laisser passer', intendendo che non proteggere e anzi lasciare che gli scambi commerciali passassero liberamente fosse una condizione di maggiore benessere. Non era ancora chiaro, tuttavia, come questo sistema dovesse essere organizzato, ma l'appeal politico al tempo era molto forte.

Adam Smith è il primo a trasformare tale aforisma nell'idea di liberalismo di mercato, distinguendola dalla classica political economy inglese; fu anche l'ideatore del liberalismo utilitarista, secondo cui lo scambio libero volontario massimizza l'utilità di ciascuno: secondo quanto sostenne, il libero scambio di mercato avrebbe garantito la massima utilità possibile per ogni individuo, con una mano invisibile del mercato che avrebbe finito, nel perseguire l'interesse individuale, per perseguire il benessere collettivo.

In concomitanza con le grandi rivoluzioni industriali, tra fine Settecento e inizio Ottocento, il capitalismo si sviluppa ed è totalmente impostato sul liberalismo utilitarista: non intervento nell'economia da parte dei governi, totale deregolamentazione degli scambi e dei flussi di import-export, crescente globalizzazione degli scambi, dei consumi, dei mercati.

L'unica legge in ambito economico che al tempo era stata associata a questo liberalismo delle origini è ricordata come Legge di Say, in nome dell'economista che la introdusse: in un sistema economico nazionale, l'offerta aggregata (S, supply) di beni genera sempre la propria domanda (D), di conseguenza le condizioni di produzione stabiliscono lo standard di vita della popolazione. Tale legge non veniva dimostrata ma semplicemente esposta; il pensiero economico moderno è invece riuscito a dimostrarlo con strumenti economici, stabilendo che è valida solo in determinate condizioni: può anche essere vero il contrario, oppure possono esistere nessi bidirezionali tra domanda e offerta che devono essere decodificati singolarmente.

La questione comunque non si pone per il capitalismo del diciottesimo secolo, che non conosce difficoltà: le poche statistiche del tempo dimostrano oggi che in quegli anni vi fu un aumento della produzione di beni, una sistematica diminuzione della povertà, un aumento del benessere delle popolazioni, un aumento dei mercati di scambio e l'ascesa di nuove potenze. Questo sembrava effettivamente confermare l'idea che il libero scambio fosse sempre la soluzione migliore per garantire sviluppo.

Nel 1875 si registra storicamente la prima recessione mondiale: per la prima volta nella storia l'economia mondiale smette di crescere ovvero di avere indicatori registranti un continuo miglioramento. Tale recessione, nota come Grande depressione, si protrasse fino ai primi anni novanta dell'Ottocento. Si caratterizzò per essere una crisi di profitto e non di produzione: infatti, tutte le imprese principali del tempo (prima tra tutte la compagnia delle indie occidentali) videro ridurre il proprio profitto. La competizione creata grazie al libero scambio ha aumentato il numero delle imprese e le zone produttive, creando di fatto una crisi di sovrapproduzione. Le strade percorse per uscire da tale crisi furono le seguenti:

  • Economia pianificata: Nacquero, non a caso, nei primi decenni del Novecento e tra le tante ragioni della loro nascita rientra la necessità di rispondere alla crisi economica (toccò in particolare la Russia zarista, il quale assetto istituzionale crollò).
  • Economia mista: Fondata sulla proprietà privata delle risorse ma sul controllo statale degli scambi e della produzione. Introdotta da Bismarck, ne è un idealtipo l'economia tedesca del tempo, in quanto il governo interveniva pesantemente sugli scambi economici in totale contrapposizione con l'idea di libero scambio di Smith (è nota tuttavia per essere anche base dell'economia del terzo reich).
  • Economia dei trust: Gli Stati Uniti introdussero tale modello economico alla fine del secolo con la creazione di grandi gruppi nazionali noti come corporation, fondate su accordi tra più imprese. Tali accorpamenti non riguardavano solo l'economia reale (ferrovie, università, tabacco, petrolio), ma anche l'economia finanziaria. Negli stessi anni ebbe origine il termine 'robber baron', che designava quella tipologia di imprenditori e banchieri che ammassavano grandi quantità di denaro, costruendosi delle enormi fortune personali, di solito con pratiche senza scrupoli e attraverso forme di concorrenza sleale. Tale modello riuscì a far risollevare gli Stati Uniti dalla crisi e tale modello fu talmente efficace che al 1890 risale la prima legge antitrust, nota come Sherman Act: essa rappresenta la prima azione del governo degli Stati Uniti per limitare i monopoli e i cartelli. Il presidente americano Theodore Roosevelt fu il primo che tentò di promulgare leggi che limitassero possibilità dei grandi gruppi industriali (noto è, nel 1906, lo scandalo della carne in scatola): fu il primo esempio di governante che si allontanò parzialmente dal liberalismo economico.

Tra le due guerre mondiali vi fu una seconda crisi economicamente, quella del 1929: essa mostrò inevitabilmente che era necessario intervenire nelle economie. Se si era usciti dalla Grande Depressione con la soluzione delle corporation, proprio queste corporation avevano portato ad una crisi ancora maggiore (produzione, profittabilità, disoccupazione, povertà generalizzata etc.). Proprio negli anni della crisi di Wall Street cresce Keynes, che nel 1936 proporrà la prima teoria macroeconomica, il cui principale obiettivo era far comprendere ai governi come dovessero agire per evitare nuovamente crisi mondiali della portata della crisi di Wall Street. L'opera già citata suggerisce governi attivi, con un intervento mirato coerente con il liberalismo economico, nella gestione delle risorse raccolte con l'imposizione fiscale.

Come sono strutturati i modelli macroeconomici?

Un modello macroeconomico contiene definizioni, assiomi, teoremi, corollari; devono inoltre esistere variabili aggregate (come spiegato già nella definizione di macroeconomia) sulle quali il modello viene costruito. Le variabili macroeconomiche sono di diverso tipo:

  • Variabile endogena: I valori di una variabile nel tempo sono spiegati dal modello macroeconomico.
  • Variabile esogena: I valori di una variabile nel tempo non sono determinati dal modello macroeconomico (ma solo influenzati, in caso).
  • Variabili di stato: La variabile indica uno stato di benessere o malessere ritenuto rilevante nell'economia considerata, descrivendo la sua condizione.
  • Variabili di controllo: La variabile può essere manipolata da un soggetto sociale al fine di spingere l'economia in una determinata direzione.
  • Variabili stock: La variabile è misurata in uno specifico momento e rappresenta la quantità esistente in quel momento e che può essere stata accumulata in passato.
  • Variabili flusso: La variabile è misurata relativamente ad un intervallo di tempo.
  • Variabili reali: La variabile è rapportata a livello dei prezzi.
  • Variabili nominali: La variabile non è rapportata a livello dei prezzi.

Le principali variabili prese in esame dalla collettività sono chiamate macroeconomics fundamentals e sono considerati i quattro principali parametri di salute di un sistema economico: PIL, tasso di disoccupazione, tasso di inflazione e saldo della bilancia dei pagamenti.

Perché i macroeconomisti sono sempre in disaccordo tra loro?

Nel pensiero macroeconomico, ci sono almeno due scuole di pensiero assolutamente contrapposte, lungo le quali si giocano le principali dispute politiche:

  • Pensiero keynesiano (e postkeynesiano), sinistra:
    1. Sostiene che i mercati di scambio siano imperfettamente concorrenziali: la concorrenza perfetta non esiste nella realtà e nei sistemi economici le imprese decidono i prezzi, condizionando gli scambi e generando disequilibrio economico. Si cerca quindi di comprendere che cosa spiega l'imperfetta concorrenza.
    2. Preferisce l'analisi di breve periodo: secondo tale pensiero, osservare le condizioni di breve termine è l'unica analisi che permette di comprendere un fenomeno economico.
    3. Date le condizioni precedenti, è sempre vero che prezzi e salari sono rigidi o fissi.
  • Pensiero neo-classico (e neo-neoclassico) o monetarista, destra:
    1. Sostiene che i mercati di scambio siano perfettamente concorrenziali, se nelle condizioni di agire liberamente (e lo diventerebbero nel lungo periodo): quindi, non raggiungono le loro massime prestazioni per via dell'azione dei governi. Si cerca di comprendere, quindi, che cosa ostacola la condizione di concorrenza perfetta.
    2. Preferisce l'analisi di lungo periodo: infatti, la concorrenza perfetta è efficiente nel lungo periodo.
    3. Date le condizioni precedenti, è sempre vero che prezzi e salari sono flessibili (ciò garantisce equilibrio di mercato e prezzo di equilibrio).

Nel costruire i loro modelli macroeconomici, queste due scuole partono da assiomi del tutto antitetici: questo spiega quanto rilevante sia la differenza nel loro orientamento.

I principali indicatori macroeconomici

Un tempo la definizione delle principali unità economiche attribuibili allo stato nazione era denominata contabilità nazionale. Tale disciplina precedette la macroeconomia storicamente e la macroeconomia utilizzò molte delle definizioni e delle tecniche di questa, creando una serie di concetti e variabili di partenza da cui iniziare il ragionamento teorico. Osserviamo le unità economiche principali in riferimento ad una prospettiva economica aggregata (macroeconomica), che sempre è quella dello stato nazione, definito da confini politici e territoriali.

I macroeconomisti rappresentano un sistema economico nazionale attraverso uno schema denominato flusso circolare del reddito. Questo schema rappresenta, innanzitutto, i macrotipi dei soggetti economici:

  • Imprese: Si occupano della produzione di beni e servizi e la loro offerta nei mercati; sono sia soggetti di domanda, sia soggetti di offerta.
  • Famiglie: Ovvero tutti i membri della popolazione, gli imprenditori e i consumatori in quanto lavoratori salariati, i non occupati e gli inabili al lavoro. La parte della popolazione del sistema economico abile ad essere inserita nel mercato del lavoro si chiama forza lavoro.
  • Istituzioni economiche della pubblica amministrazione: Ovvero tutte quelle istituzioni che svolgono decisioni rilevanti in ambito economico. Le istituzioni sono molte, ma i macroeconomisti tendono a dare priorità al ministero delle finanze o del bilancio (istituto che si occupa di compilare la legge di bilancio ovvero la legge sull'allocazione dei fondi pubblici) e alla banca centrale del paese (istituto che si occupa di stampare, detenere e far circolare moneta).

Le risorse economiche del sistema

Le risorse economiche del sistema si muovono tra i macrotipi: infatti, questi possono realizzare trasferimenti di risorse e di conseguenza spostarle da una parte all'altra del sistema. Le risorse che circolano sono la ricchezza di una nazione disponibile in un determinato periodo di tempo di riferimento. In genere, per convenzione, l'unità temporale considerata è l'anno in quanto unità di misura fondamentale dei bilanci di esercizio: quindi, la ricchezza nazionale prodotta dal sistema nell'arco di un anno costituisce l'interezza delle risorse che sono trasferite. Peraltro, la legge finanziaria dello Stato è redatta e promulgata ogni 12 mesi; allo stesso modo, il direttorio della banca centrale si riunisce almeno due volte l'anno per far rientrare le proprie decisioni in tale termine temporale. Si esaminano in seguito delle unità di misura della ricchezza complessiva considerate in tale arco temporale:

  • Prodotto interno lordo (PIL o GDP): Si dice 'prodotto' perché permette di quantificare il valore della produzione nazionale ovvero dei beni e dei servizi complessivamente prodotti all'interno dell'economia. Il modo più comune di determinarlo è il valore aggiunto della produzione dei singoli settori economici e industriali, ovvero la capacità di incrementare il valore dell'output rispetto al valore degli input utilizzati in ogni settore/sottosettore (tecnica del valore aggiunto). Si dice 'interno' perché il valore aggiunto è generato dalle diverse attività svolte nell'economia da soggetti fiscalmente residenti e non residenti nell'economia di stato: si considerano infatti tutte le attività economiche e i valori da esse generate tutte all'interno del paese, indipendentemente dal fatto che siano svolte da soggetti cittadini o meno. Si dice 'lordo' perché si considera il valore contabile degli ammortamenti, ovvero la distribuzione del costo nel tempo. Gli ammortamenti sono anche un modo per tenere in considerazione il relativo impoverimento nel tempo. Tali quote vengono considerate come parte del prodotto effettivo della nazione.
  • Prodotto interno netto (PIN): È determinato dal prodotto interno lordo meno il valore degli ammortamenti nei bilanci delle imprese. Esso permette di comprendere la ricchezza netta di un'economia.
  • Prodotto nazionale lordo (PNL/GNP): Paradossalmente meno noto del PIL (che è una sua derivazione contabile), ma più utile per gli economisti. Esso costituisce la ricchezza prodotta dai cittadini che pagano le tasse all'interno dell'economia, anche se non operano fisicamente all'interno dei confini nazionali. Questo esclude attività economiche straniere che si svolgono nel determinato paese, pertanto risulta più accurata nello stimare l'effettiva ricchezza della nazione.
  • Prodotto nazionale netto (PNN): Escludendovi le imposte dirette (rivolte ai consumi) nel loro valore complessivo si ottiene il reddito nazionale aggregato, ovvero quello che viene fatto circolare dai tre macrotipi nel flusso circolare.

Questi sono i principali indicatori di benessere economico di un paese: il PIL da solo, infatti, non è sufficiente a indicare il benessere sociale, ma certamente un PIL basso è indicatore di basso benessere sociale. Non sono considerati nel PIL, comunque, aspetti quale la distribuzione della ricchezza, l'inquinamento e i disastri ambientali per generare tale valore, il lavoro non pagato che ha comunque valore economico. Infine, il PIL non dice nulla sulla capacità delle popolazioni di convertire soldi in reale felicità e benessere.

Come circola il reddito nazionale all'interno di un sistema economico aggregato

Le famiglie

  • Consumo nazionale o aggregato (C): Consumo di beni e servizi, il cui scambio ha sede nel mercato per i beni, che definiscono l'andamento dell'economia. Il consumo aggregato è rivolto al paniere rappresentativo, dato dall'insieme di beni e servizi fondamentali nel determinare hic et nunc il benessere delle famiglie (solo e soltanto i beni e i servizi che definiscono l'andamento dell'economia).
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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovanni.romano.shinjuku di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Macroeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Lanzi Diego.
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