MACROECONOMIA - PARTE I
ADAM SMITH
La teoria dei sentimenti morali e le Lezioni di GlasgowA. Smith è il primo grande economista della scuola classica. Studiò nelle università di Glasgow e Oxford, divenne professore prima di logica e poi di filosofia morale a Glasgow. Le sue opere principali sono: La teoria dei sentimenti morali e La Ricchezza delle Nazioni. Egli era convinto che un sistema economico in libera concorrenza avrebbe prodotto vantaggi per l’intera comunità. La sua convinzione non trovava appoggi in 2 filosofi precedenti: Hume e Hobbes. Per Hobbes la concorrenza portava ad una disaggregazione dell’ordine sociale, ad essa poteva porre rimedio lo Stato. Per Hume il movente della società era l’altruismo, la reciproca solidarietà era lo strumento migliore per realizzare il massimo vantaggio. Smith nella sua opera ipotizzò che l’egoismo, e non l’altruismo avrebbe consentito il minor spreco di risorse e allo stesso tempo la maggiore produzione possibile. Egli ipotizzò una società composta solo da liberi produttori indipendenti in cui lo scambio era l’elemento fondante della società. Alcuni anni dopo egli cambierà idea, rendendosi conto che la società è qualcosa di complesso, articolata in classi, in cui domina la separazione delle funzioni, in cui lo scambio è più che altro finalizzato all’aumento della ricchezza monetaria e in cui il mercato riguarda anche il lavoro e non solo le merci.La RICCHEZZA DELLE NAZIONI è considerato unanimemente come il primo completo trattato di economia. Un capitolo di questa opera fu dedicato dall’autore alla critica delle teorie economiche dominanti all’epoca.
Le critiche ai mercantilisti e ai fisiocratici
Le critiche ai mercantilisti si articolarono su 3 temi:
- tesi della maggiore vantaggiosità di un sistema libero-concorrenziale. Se ciascun individuo agiva liberamente per raggiungere il maggior vantaggio possibile, l’insieme dei comportamenti degli individui avrebbe prodotto la maggiore ricchezza per tutti.
- secondo Smith altro errore dei mercantilisti era stato quello di confondere ricchezza monetaria e ricchezza reale.
- Smith calcò la mano sulle critiche perché il suo obiettivo era di spostare l’attenzione degli economisti dalla domanda all’offerta.
Al contrario Smith condivise, almeno in parte, le teorie fisiocratiche, in particolare credette nell’esistenza di un ordine naturale. Riconobbe che l’agricoltura era un settore particolare; adottò l’idea del bon prix. Su 2 campi il dissenso è però fu netto: sulla possibilità di estendere il metodo di Quesnay, che Smith considerò infondata; e sul principio della esclusiva produttività del settore agricolo.
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MACROECONOMIA – PARTE I
ADAM SMITH
La teoria dei sentimenti morali e le Lezioni di GlasgowA. Smith è il primo grande economista della scuola classica. Studiò nelle università di Glasgowe Oxford, divenne professore prima di logica e poi di filosofia morale a Glasgow. Le sue opere principali sono: La teoria dei sentimenti morali e La Ricchezza delle Nazioni. Egli era convinto che un sistema economico in libera concorrenza avrebbe prodotto vantaggi per l'intera comunità. La sua convinzione non trovava appoggi in 2 filosofi precedenti: Hume e Hobbes. Per Hobbes la concorrenza portava ad una disaggregazione dell'ordine sociale, ad essa poteva porre rimedio lo Stato. Per Hume il movente della società era l'altruismo, la reciproca solidarietà era lo strumento migliore per realizzare il massimo vantaggio. Smith nella sua opera ipotizzò che l'egoismo, e non l'altruismo avrebbe consentito il minor spreco di risorse e allo stesso tempo la maggiore produzione possibile. Egli ipotizzò una società composta solo da liberi produttori indipendenti in cui lo scambio era l'elemento fondante della società. Alcuni anni dopo egli cambierà idea, rendendosi conto che la società è qualcosa di complesso, articolata in classi, in cui domina la separazione delle funzioni, in cui lo scambio è più che altro finalizzato all'aumento della ricchezza monetaria e in cui il mercato riguarda anche il lavoro e non solo le merci.
La RICCHEZZA DELLE NAZIONI è considerato unanimemente come il primo completo trattato di economia. Un capitolo di questa opera fu dedicato dall'autore alla critica delle teorie economiche dominanti all'epoca.
Le critiche ai mercantilisti e ai fisiocraticiLe critiche ai mercantilisti si articolorano su 3 temi:
- tesi della maggiore vantaggiosità di un sistema libero-concorrenziale. Se ciascun individuo agiva liberamente per raggiungere il maggior vantaggio possibile, l'insieme dei comportamenti degli individui avrebbe prodotto la maggiore ricchezza per tutti.
- secondo Smith altro errore dei mercantilisti era stato quello di confondere ricchezza monetaria e ricchezza reale.
- Smith calcò la mano sulle critiche perché il suo obiettivo era di spostare l'attenzione degli economisti dalla domanda all'offerta.
Al contrario Smith condivise, almeno in parte, le teorie fisiocratiche, in particolare credette nell'esistenza di un ordine naturale. Riconobbe che l'agricoltura era un settore particolare; adottò l'idea del bon prix. Su 2 campi il dissenso però fu netto: sulla possibilità di estendere il metodo di Quesnay, che Smith considerò infondata; e sul principio della esclusiva produttività del settore agricolo.
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La teoria del valore
Una volta stabilito che sia il meccanismo che presiede alla distribuzione del reddito, sia la capacità di sviluppo dipendono dal prodotto netto sociale e non dal prodotto netto agricolo, restava da spiegare:
- a. come si formano i redditi e i prezzi delle merci;
- b. che cosa costituisce e come si calcola il surplus sociale;
- c. qual è la ragione per cui le merci hanno valori relativi diversi.
Smith escluse il ruolo dell'utilità della domanda nella formazione dei prezzi. Dimostrò di pensare al prezzo reale come qualcosa di diverso dal prezzo nominale. Il prezzo reale era un valore, cioè qualcosa che veniva prima dei prezzi nei calcoli economici. Questo qualcosa era la quantità di lavoro. Per lavoro però bisognava intendere il lavoro che si poteva “comandare” o di cui si poteva disporre mediante il suo possesso. Una qualunque forma di ricchezza per colui che la possiede aveva un valore, determinato dalla quantità di lavoro, che quella ricchezza consentiva di acquisire in quel momento sul mercato. Ma una merce, prodotta con tale lavoro, poteva essere rivenduta per una quantità di lavoro maggiore, questo fenomeno era ciò che caratterizzava il modo capitalistico di produzione. Pertanto il lavoro comandato doveva essere superiore al lavoro contenuto. Si presentava un dilemma: o la quantità di lavoro comandato dipendeva dalla quantità di profitto, salario e rendita, e queste erano da considerarsi come 3 fattori originari della produzione di cui era possibile determinare i saggi naturali, ma così facendo si negava la tesi del lavoro come unico fattore produttivo; oppure, queste 3 forme di reddito non potevano misurare il valore in termini di lavoro essendo esse stesse dei valori di cui bisognava determinarne l'origine.
Lo stesso Smith distinse tra prezzo naturale e prezzo di mercato. Il prezzo naturale è quello sufficiente a pagare la rendita della terra, i salari del lavoro e i profitti del capitale. Mentre il prezzo di mercato è quello al quale la merce viene comunemente venduta. Questo secondo prezzo può essere superiore, inferiore o esattamente lo stesso del prezzo naturale. Il prezzo di mercato è determinato dal rapporto fra la quantità offerta e quella domandata.
- P → indica il livello del prezzo naturale invariabile rispetto alla quantità offerta;
- MP → indica il prezzo di mercato determinato dall’incontro tra l’offerta MS e la domanda effettiva D
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Appunti di microeconomia e accenni di macroeconomia - Prof. Varri
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