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Macroeconomia

Capitolo 2: Misurazione e struttura dell’economia nazionale

Parleremo di: contabilità nazionale, PIL, risparmio e ricchezza, PIL reale, indice dei prezzi, inflazione e tassi di interesse. Questa parte prima riguarda i conti nazionali e reddito nazionale.

Contabilità nazionale

Prima di tutto, in maniera molto semplice e intuitiva, se dobbiamo misurare il valore dei beni e dei servizi prodotti, andiamo a misurare l’attività economica. Ci sono i nuclei familiari (famiglie) e ci sono le imprese e ci sono 2 tipi di mercati: mercati di beni e servizi e mercati dei fattori (i fattori sono i fattori di produzione). In un sistema economico molto semplificato succede che i nuclei familiari acquistano sul mercato di beni e servizi, beni e servizi dietro al pagamento di una somma di denaro. Le imprese invece vendono sul mercato di beni e servizi, beni e servizi e in cambio hanno un pagamento di denaro. I 2 soggetti sono legati però anche attraverso il mercato dei fattori perché i nuclei familiari scambiano sul mercato dei fattori, fattori di produzione (soprattutto il lavoro, ma anche terreni, capitali, ecc.). Per conto, le imprese acquistano i fattori di produzione sul mercato dei fattori dietro al pagamento di una somma di denaro.

Tutto ciò che viene prodotto e scambiato in termini di beni e servizi dev’essere in qualche modo uguale alla quantità di fattori che vengono impiegati per produrre; ci immaginiamo un’economia chiusa e quindi ci immaginiamo che tutto il lavoro che viene impiegato per produrre beni e servizi in qualche quei beni e servizi vanno poi riacquistato dalle imprese e dalle famiglie che vivono nello stesso sistema economico. Ad esempio, negli Stati Uniti è successo che nel 1962 c’erano 70 milioni di lavoratori che acquistavano sul mercato di beni e servizi per 360 miliardi di dollari ed era circa la stessa cifra che le imprese davano ai lavoratori. Stessa fotografia nel 1988; qui i lavoratori erano 120 milioni, 3360 miliardi di dollari di beni e servizi acquistati, 3530 miliardi di dollari pagati dalle imprese (e quindi si equivalgono come nel 1962).

Ovviamente dal 1962 al 1988 è successo che cala la domanda e soprattutto che c’era stato il cosiddetto “baby boom” (un boom demografico) e quindi c’è stato un aumento di persone e quindi un aumento della forza lavoro. Ed è, tra l’altro, lo stesso meccanismo che si è generato anche nel miracolo economico italiano (studiato in storia economica).

La contabilità nazionale

È la struttura contabile che serve a misurare l’attività economica. Per misurare l’attività economica di un paese esistono 3 modi diversi (3 approcci diversi): approccio del prodotto (misura la quantità di valore aggiunto prodotto), metodo del reddito (misura i redditi generati dalla produzione) e approccio della spesa (misura la quantità di spesa da parte degli acquirenti ultimi). Sono 3 modi diversi per misurare attività economiche aggregate che danno lo stesso risultato. E la struttura su cui fare tutti questi calcoli è proprio la contabilità nazionale.

Ma perché i 3 approcci sono equivalenti? Per costruzione e per definizione (come abbiamo detto anche prima). Nel senso che qualsiasi output prodotto (approccio del prodotto) è stato acquistato da qualcuno (approccio della spesa) e ha generato redditi per qualcuno (metodo del reddito). Questa è l’identità fondamentale della contabilità del reddito (produzione totale = reddito totale = spesa totale).

Quando nasce la contabilità nazionale? Post crisi del ’29 e Grande Depressione. Mentre Keynes riconosce il problema della disoccupazione, a livello governativo c’è la necessità di capire quanto è il valore della disoccupazione e tutti i valori di questa situazione economica. Un economista che viene ricordato per la nascita della contabilità nazionale è Simon Kuznets (che è stato anche premio Nobel per l’economia nel 1971) e che è in sostanza anche la nascita del PIL in quanto nel momento in cui si è iniziato a creare la contabilità nazionale, si è riuscito anche a misurare il valore del PIL.

Prodotto interno lordo (PIL)

Il PIL è il valore di mercato di tutti i beni e servizi finali, di nuova produzione, prodotti in un paese in un dato periodo di tempo (convenzionalmente un anno).

Le cose che dobbiamo rilevare dalla definizione qui sopra del PIL sono: valore di mercato (permette di sommare il valore di beni diversi). Problematiche del PIL: non tiene conto di beni e servizi non scambiati sul mercato (es. il lavoro domestico/casalingo), non considera il valore della qualità ambientale e l’esaurimento delle risorse naturali, c’è qualche aggiustamento per riflettere l’economia sommersa (ad esempio il lavoro in nero; anche qui c’è una prestazione di beni e servizi in cambio di un pagamento di denaro che però non viene tracciato in quanto non è registrato, però c’è una stima). Continuando con le considerazioni:

I beni e servizi che sono prodotti dallo Stato (istruzione, sanità, ecc.) sono valutati al loro costo di produzione. Mentre “di nuova produzione” riguarda il fatto che devono essere prodotti nell’anno considerato e non in periodi precedenti. “Beni e servizi finali” significa che sono esclusi i beni intermedi (quelli utilizzati ed esauriti nella produzione di altri beni e servizi nello stesso periodo; esempio, non rientra la farina utilizzata per produrre i biscotti, ma solo i biscotti), i beni strumentali invece (es. macchinari utilizzati per produrre altri beni) sono beni finali poiché l’utilizzo non si esaurisce nel periodo considerato. Poi, le scorte (o meglio l’investimento in scorte) è trattato come bene finale. Il metodo del valore aggiunto (differenza fra bene finale e bene intermedio) è particolarmente efficace poiché esclude già i beni e servizi intermedi.

PIL e PNL

Il PIL (Prodotto Interno Lordo) è diverso dal PNL (Prodotto Nazionale Lordo). Il PIL comprende gli output prodotti all’interno di una nazione (da fattori nazionali e non); invece il PNL comprende la produzione derivante da fattori di produzione nazionali! Quindi, se un lavoratore lavora in Italia rientra sia nel PIL che nel PNL; se invece lavora all’estero rientra solo nel PNL e non nel PIL (stessa cosa per le imprese ovviamente).

Il PNL è la differenza fra il PIL e il NFP (net factor payments from abroad = pagamenti netti fattori dall’estero) = (es. Pagamento cittadini italiani che lavorano all’estero – pagamento cittadini stranieri in Italia).

Quindi, ricapitolando: cosa includere nel calcolo del PIL italiano? Beni e servizi finali prodotti da imprese in Italia (inclusi beni capitali, immobili di nuova costruzione e variazione scorte). Non includere invece: beni e servizi intermedi (cioè impiegati ed esauriti nello stesso periodo), beni usati, attività finanziarie (sono debiti o titoli di proprietà), beni e servizi prodotti all’estero.

Per quanto riguarda l’economia sommersa, anche questa è inclusa in quanto in realtà c’è una stima. Invece per quanto riguarda le attività illegali, dal 2014 sono incluse anche alcune attività illegali (prostituzione, traffico di stupefacenti, ecc.); questo è stato fatto perché ad esempio paragonando il PIL dell’Italia e dell’Olanda, lì alcune attività sono legali e allora se si vuole fare il paragone si è ritenuto giusto dover fare una stima di alcune attività che da altre parti sono invece illegali (chiaramente questo ha creato un grande dibattito). E il dibattito c’è stato soprattutto perché vengono incluse queste attività illegali che abbiamo detto, ma al tempo stesso sono anche incluse tutte le varie attività delle forze dell’ordine che sono impiegate nella lotta a queste attività illegali. Altro aspetto: se il PIL servisse unicamente a misurare e ad avere un’idea di quelle che sono le attività economiche all’interno di un paese, uno potrebbe dire che se lo deve paragonare al PIL dell’Olanda allora è giusto tenere in considerazione anche l’economia sommersa, l’attività illegale, ecc.; ma il problema si pone quando il PIL diventa un obiettivo di natura economica.

Come calcolare il PIL?

Come già anticipato, ci sono 3 approcci: metodo della spesa, metodo del reddito e metodo del valore aggiunto.

L’approccio della spesa

Misura la spesa totale per beni e servizi prodotti all’interno di una nazione in un determinato periodo di tempo. Le quattro principali categorie di spesa sono: consumi (C), investimenti (I, imprese), spesa pubblica (G) ed esportazioni nette (NX, esportazioni - importazioni).

Y = C + I + G + NX (Y = PIL)

I consumi comprendono la spesa delle famiglie per beni e servizi finali (compresi quelli prodotti all’estero!!). Circa 2/3 del PIL dell’Italia è diviso in tre categorie: beni di consumo durevoli (automobili, televisori, mobili, grandi elettrodomestici), beni non durevoli (cibo, vestiti, carburante), servizi (istruzione, assistenza sanitaria, servizi finanziari, trasporti).

Per quanto riguarda gli investimenti, sono gli investimenti fatti soprattutto dalle imprese come spesa per nuovi beni capitali (investimenti fissi) e investimento in scorte. Altro investimento importante sono gli investimenti residenziali. Gli investimenti pesano circa 1/5 del PIL.

Spesa pubblica in beni e servizi (circa 1/5). Non tutta la spesa pubblica è per beni e servizi correnti; alcuni pagamenti e trasferimenti non sono fatti in cambio di beni e servizi correnti, così come trasferimenti (tipo previdenza, sussidi disoccupazione, ecc.): questi NON sono inclusi nel calcolo del PIL, così come sono esclusi gli interessi sul debito pubblico. Da ricordare però anche che la spesa pubblica include anche l’investimento pubblico!

Esportazioni nette: sono (come abbiamo già detto) la differenza fra esportazioni – (meno) importazioni. Le esportazioni sono beni prodotti nel paese che vengono acquistati da stranieri. Le importazioni sono beni prodotti all’estero che vengono acquistati dai residenti nel paese. Le importazioni vengono sottratti dal PIL in quanto rappresentano beni prodotti all’estero e sono stati inclusi nei consumi, investimenti e spesa pubblica.

L’approccio del reddito

I guadagni derivanti dalla produzione sono ripartiti fra i fattori di produzione (una parte sotto forma di salari ai lavoratori, una parte sotto forma di interessi per chi presta denaro alle imprese o allo Stato, una parte sotto forma di rendita per chi dà in affitto terra, immobili o attrezzature e il restante sotto forma di profitto, parte di questo va agli azionisti sotto forma di dividendi). Comprende il reddito del settore privato e il reddito del settore pubblico. Il reddito disponibile privato è dato dai redditi generati dalle attività del settore privato nel paese (Y o PIL) o fuori (NFP) + pagamenti ricevuti dal settore pubblico (trasferimenti, TR, interessi sul debito pubblico, INT) – tasse pagate al governo (T).

= Y + NFP + TR + INT – T

Il reddito disponibile pubblico = tasse – trasferimenti – interessi

= T – TR – INT

Reddito disponibile totale = PIL + NFP = PNL.

PNL = redditi settore privato + redditi settore pubblico

L’approccio del valore aggiunto

Il valore aggiunto è dato dalla differenza tra il valore delle vendite e i costi per beni intermedi. Il valore aggiunto ci dice quanto un’economia è in grado di generare valore, cioè “quanto è in grado di aggiungere valore rispetto alle materie prime che ha attorno?”

VA = valore beni finali – valore beni intermedi

PIL e PIL reale

PIL reale = PIL “corretto per l’inflazione”. Se aumentano i prezzi, una crescita del PIL NOMINALE rispecchia sia la crescita della quantità di prodotto sia la crescita dei prezzi).

PIL pro-capite ovvero il PIL per abitante, PIL/popolazione. Ad esempio, il confronto del PIL degli Stati Uniti e della Svizzera che hanno dimensioni in termini di popolazione certamente molto diverse.

La crescita del PIL è un obiettivo da perseguire o è uno strumento?

Anche se il PIL reale pro-capite è una misura utile in molte circostanze, non è la più idonea ad esprimere il tenore di vita di un paese. Di tanto in tanto gli economisti sono accusati di credere che la crescita del PIL reale pro-capite sia un obiettivo in sé stesso… in realtà è raro che gli economisti compiano un errore così grossolano.

Crescita vs sviluppo

Sono 2 concetti diversi. Cosa non misura il PIL? “Qualsiasi cosa eccetto quello per cui vale la pena vivere” (cit. R. Kennedy, 1968) e la distribuzione dei redditi.

Per quanto riguarda il punto 1, ci sono indicatori alternativi come l’indice di sviluppo umano definito “lo sviluppo umano si ha quando le persone hanno la possibilità di scegliere la vita che desiderano”. Ma lo sviluppo umano si ha anche con l’aspettativa di vita del paese, l’istruzione, PIL pro-capite (PPP).

Punto 2: disuguaglianza dei redditi. Secondo molti la distribuzione dei redditi non è tema di cui si debbano occupare gli economisti (eppure in passato gli economisti se ne occupavano); tuttavia, con la crisi il tema torna prepotentemente nel dibattito. Ad esempio, la crescita totale degli Stati Uniti fra il 1977 e il 2007 è andata per ¾ al 10% più ricco della popolazione e l’1% più ricco della popolazione da solo si è appropriato del 60% della crescita del periodo.

Quindi, tanto per capirsi: un aumento del PIL pro-capite non corrisponde in maniera univoca e automatica ad un aumento del tenore di vita e della qualità della vita; a parità di aumento di PIL pro-capite potrebbero esserci peggioramenti nella distribuzione dei redditi (se ci saranno dei vantaggi dall’aumento del PIL l’accesso a tali vantaggi è precluso per parte della popolazione). Tuttavia, un aumento del PIL pro-capite potrebbe essere impiegato per usi diversi da investimenti nel miglioramento della qualità della vita (es. sanità, istruzione, ambiente, ecc.).

Parte seconda: risparmio e ricchezza

La ricchezza è sostanzialmente il nostro patrimonio. Sono le attività meno le passività. La ricchezza nazionale è la somma della ricchezza di famiglie, imprese, governi di una nazione. I risparmi delle famiglie, delle imprese e dei governi determinano la ricchezza.

Misure del risparmio aggregato: il risparmio è dato da reddito corrente – spesa corrente. Il tasso (o saggio) di risparmio è dato da risparmio/reddito corrente. Il risparmio del settore privato è dato da reddito disponibile privato – consumo: Spvt = (Y + NFP – T + TR + INT) – C.

Per il risparmio pubblico, è dato da reddito netto del governo – spesa pubblica (quindi è tutta la parte che non viene spesa): Sgovt = (T – TR – INT) – G. Il risparmio pubblico può avere un surplus di bilancio (entrate – uscite del settore pubblico), entrate = tasse (T), uscite = spesa pubblica (G) + trasferimenti (TR) + interessi sul debito pubblico (INT). Però può anche avere un deficit di bilancio (- Sgovt).

Il risparmio nazionale è dato da risparmio privato + risparmio pubblico; S = Spvt + Sgovt = (Y + NFP – T + TR + INT – C) + (T – TR – INT – G) = Y + NFP – C – G = PNL – C – G = C + I + G + NX + NFP – C – G = I + NX + NFP.

In un’ipotetica economia chiusa vale l’identità contabile S = I. E mentre in un’economia chiusa i risparmi sono uguali agli investimenti e dev’essere per forza così perché in economia chiusa tutto quello che viene prodotto o viene consumato o non viene consumato e quello che non viene consumato è per forza uguale agli investimenti. Invece in economia aperta non è così per forza e quindi non è detto che i risparmi siano uguali agli investimenti; quindi concettualmente non è detto che tutto quello che un’economia risparmia viene usato per finanziare gli investimenti della stessa economia. In economia aperta può essere ad esempio che i risparmi siano maggiori degli investimenti (S > I) e questo significa che il saldo delle partite correnti è positivo e che quindi molto probabilmente le esportazioni sono maggiori delle importazioni; in sostanza, quello che l’economia guadagna dalla sua vendita di beni e servizi verso altri paesi è maggiore rispetto a dove spende per acquistare da altri.

Detta in altro modo possiamo dire che se un paese vende beni e servizi (o anche solo fattori di produzione) ad altri in misura maggiore rispetto a quello che gli altri vendono (ad esempio: se l’Italia vende alla Cina più di quanto la Cina compra dall’Italia, quella differenza che la Cina deve pagare perché sta comprando di più, come fa a coprirla? Si deve indebitare nei confronti dell’Italia! E si può indebitare perché l’Italia risparmia di più di quello che investe e quindi quel surplus di risparmio che l’Italia ha, può prestarlo ad altri paesi che in questo modo si finanziano proprio gli acquisti di beni e servizi da parte dell’Italia).

Quindi: la relazione fra risparmi e investimenti è molto importante perché anche solo guardando l’andamento dei risparmi di un paese rispetto ai suoi investimenti io so molto di più di quel paese rispetto ad altri paesi. Se un paese risparmia più di quello che investe significa che ha un risparmio in più che può utilizzare; in un’economia...

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher aeot di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Macroeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Udine o del prof Barbieri Elisa.
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