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Macroeconomia Corso AK – Prof. Spanò – A.A. 2015/16

1. Introduzione

1.1 Lo studio della macroeconomia: esempi reali

La macroeconomia studia il funzionamento dell’economia nel suo complesso, contrapponendosi alla microeconomia, studio dei comportamenti economici individuali. Oggetto di studio della macroeconomia, dunque, sono le relazioni tra le variabili economiche aggregate, i comportamenti collettivi, che non vengono intesi però come somma di comportamenti individuali: sono sempre gli individui a compiere scelte in ambito economico, ma le grandezze che vengono esaminate sono aggregate, relative all’insieme della società.

Si può dire che la macroeconomia nasca nel XX secolo grazie all’opera di J.M. Keynes, la "Teoria Generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta", che per prima descrisse le crisi economiche e le possibili soluzioni. Uno degli aspetti di cui la macroeconomia si occupa è, ad esempio, la crescita del PIL, fondamentale in ogni nazione che applica un sistema capitalistico. Non sempre il PIL cresce, ci sono diverse variabili che vanno considerate e che ne condizionano l’andamento positivamente o negativamente.

Inoltre, la macroeconomia cerca di comprendere le dinamiche economiche a livello globale, interpretando il mondo, cercando di spiegare i motivi dello sviluppo di nazioni di vario tipo, ad esempio confrontando i casi delle economie emergenti e di quelle ormai già avanzate (studiando nei vari casi l’andamento di investimenti, consumi, risparmi, eccetera). Un esempio particolare in questo senso può essere l’esame del Saldo delle Partite Correnti (Current Account), che si identifica come la differenza tra Risparmi (Savings) e Investimenti (Investments): un valore positivo indicherà un Paese creditore, che risparmia più di quanto investe, e che quindi fornisce risorse finanziarie ad altri Paesi (come la Germania o la Cina); se il valore, al contrario, è negativo, andrà a indicare un Paese che si indebita per finanziare i propri investimenti, come l’Italia o gli USA (maggiore debitore al mondo).

Una particolarità della macroeconomia è la possibilità di definire uno stesso concetto in diversi modi: ad esempio, il disavanzo commerciale può essere inteso come differenza tra Esportazioni (Exports) e Importazioni (Imports). Grazie a indicatori macroeconomici, dunque, è possibile intuire fenomeni di portata mondiale, come il ribaltamento del sistema economico globale a cui stiamo assistendo: sono i Paesi emergenti a crescere più rapidamente di quelli industrializzati, che investono più di quanto risparmiano, e a fornire loro capitali, trainando di fatto l’economia mondiale.

Un esempio su tutti è quello della Cina, un Paese in continua crescita e destinato a diventare la prima economia del mondo. Tuttavia, non tutti gli indicatori macroeconomici sono concordi nell’affermare la superiorità cinese in ogni campo: un esempio è quello del PIL pro capite, identificato come rapporto tra PIL e popolazione. In questo caso, nonostante l’alto tasso di crescita, il PIL pro capite risulta inferiore rispetto ad altri Paesi, indicando che la distribuzione della ricchezza non è uniforme.

La supremazia cinese attuale viene interpretata in diversi modi: da un lato alcuni la definiscono come un evento che rovescia completamente il sistema mondiale, altri, come Maddison, ritengono che non sia un evento così sorprendente, visto in un’ottica secolare. Diversi secoli fa, infatti, la Cina era la prima potenza mondiale, per quanto fosse isolata dall’Occidente, e il ritorno a una situazione simile fa semplicemente parte del divenire storico.

Per quanto riguarda l’Europa, invece, è possibile notare come la crescita dei 5 maggiori Paesi dell’UE sia inferiore rispetto agli USA (nel periodo 1996-2006, si ha un dato del 2% medio, a fronte del 3,4% americano). Inoltre, la disoccupazione è costantemente più elevata, anche se si nota un maggiore controllo dell’inflazione. Il PIL pro capite, infine, è anch’esso stabilmente inferiore ai livelli registrati negli USA.

Grazie alla macroeconomia, si possono indagare le cause che hanno portato a un graduale calo del PIL pro capite europeo rispetto a quello statunitense. Indicando il PIL con Y, la Forza Lavoro con L, e considerando la Popolazione e le ore di lavoro medie, si può esprimere il PIL pro capite come Y/L, dove indica la produttività oraria. Questa rielaborazione della formula fa sì che un calo del PIL pro capite possa essere imputato a:

  • Un calo della Forza Lavoro dovuto a ragioni demografiche o a una alta disoccupazione;
  • Un basso numero di ore lavorative;
  • Una bassa produttività oraria del lavoro impiegato.

Per quanto riguarda il problema della elevata disoccupazione europea, si può capire come la macroeconomia sia una disciplina varia, che si presta a molte interpretazioni differenti, e spesso contrastanti. A seconda dei diversi autori, infatti, l’origine di questo problema può essere riscontrato tanto nelle istituzioni del mercato del lavoro (un problema che quindi non deriva dalla Macroeconomia), quanto nell’eccessiva protezione accordata ai lavoratori (ad esempio, era l’interpretazione messa poi in atto politicamente da Ronald Reagan negli USA e da Margaret Thatcher nel Regno Unito).

Da diverse interpretazioni, ovviamente, avranno origine diverse possibili soluzioni: se si dovesse seguire la seconda di quelle citate qui sopra, la soluzione sarebbe l’eliminazione della rigidità nel mercato del lavoro, ovvero la creazione di un sistema che comprenda il precariato.

Per quanto riguarda l’analisi della situazione italiana, il declino dell’ultimo periodo è maggiore rispetto a quello degli altri Paesi europei: il PIL presenta il consueto andamento oscillatorio, ma ha dei considerevoli picchi verso il basso, che corrispondono a periodi di crescita nulla o addirittura negativa nei periodi di maggiore criticità a livello internazionale. Le cause sono molteplici e vanno dalla bassa produttività, inferiore a quasi tutti i Paesi europei e, in generale, alla media OCSE, alla bassa competitività, dall’elevato grado di corruzione all’eccessiva specializzazione delle imprese, che soffrono del cosiddetto “nanismo”: in Italia è molto diffusa la piccola e media impresa, ma mancano grandi imprese che possano intraprendere progetti ambiziosi. Inoltre, il sistema italiano è caratterizzato da un capitalismo opaco, poco trasparente e senza chiare figure di comando, da uno scarso livello di concorrenza e da una troppa elevata protezione; sono molto diffuse la precarietà e la disuguaglianza sociale, oltre alla disoccupazione, e la forza lavoro è troppo spesso priva di qualità fondamentali nell’economia attuale.

Infine, sono scarse le risorse destinate alla ricerca e all’innovazione e le infrastrutture sono carenti, sia materialmente che immaterialmente (settore pubblico inefficiente, scarsa cultura giuridica, eccetera). Nell’economia attuale del nostro Paese, il calo delle ore lavorare pro capite è destinato a durare nel tempo e ad essere una costante: anche l’aumento del lavoro part-time dovuto all’aumento della partecipazione femminile alla Forza Lavoro è uno dei fattori che portano alla diminuzione di tale valore.

Anche la quota di popolazione in età da lavoro è destinata a calare a causa dell’invecchiamento della popolazione, tipico di tutte le economie industrialmente mature del mondo occidentale ma particolarmente elevato in Italia: la nostra società è infatti la terza più vecchia del mondo e la fascia di popolazione adatta al lavoro ha un basso tasso di attività. Il tasso di occupazione, inoltre, è basso, al contrario del tasso di disoccupazione giovanile; sono molto forti i divari tra le varie regioni del Paese, e un aiuto può arrivare dall’immigrazione, che crea in Italia più lavoro di quanto avvenga in altri Stati.

Per quanto riguarda, infine, la distribuzione del reddito (proveniente da salari, profitti e rendite), si nota che in Italia l’aumento del salario reale c’è, ma è lieve rispetto agli altri Paesi. Tuttavia, un aumento dei salari non ha effetto se, contemporaneamente, il reddito totale a disposizione dell’intera società cresce in maniera maggiore: in una situazione del genere, infatti, si genera solo disuguaglianza.

La disuguaglianza nella distribuzione del reddito è misurata da un indice macroeconomico, l’Indice di Gini: in Italia, tale indice è più elevato rispetto alla media dei Paesi OCSE.

1.2 Storia del pensiero macroeconomico

Lo studio dell’economia come disciplina scientifica, ovvero dell’Economia Politica, inizia a svilupparsi nel XVIII secolo, grazie alla scuola dei Fisiocratici francesi, tra i quali spiccava Quesnay: opponendosi al mercantilismo, questi studiosi davano una grande importanza alle attività agricole, mettendo in secondo piano le attività industriali, occupandosi principalmente dello studio dei flussi di beni e di moneta.

Ispirandosi agli studiosi francesi, Adam Smith, un filosofo politico inglese, fonda l’Economia Politica vera e propria, sviluppando un pensiero liberale e fondato sul mercato, vicino dunque agli ideali della classe borghese. Il pensiero di Smith si concentra sui temi della crescita, dell’accumulazione del capitale e del progresso tecnico. L’economia concepita da Smith prevede un punto di arrivo: l’economia capitalista rappresenta una fase matura, in cui il mercato svolge un ruolo primario e determinante. Un altro fondatore del pensiero liberale, David Ricardo, si occuperà in seguito di temi legati alla Teoria del Valore.

Sempre nell’800 opera Thomas Malthus, che pone l’accento sull’importanza dei fattori demografici, sulla scarsità delle risorse naturali e sulle crisi di domanda: la domanda aggregata inizia ad assumere un’importanza notevole, dal momento che gli studiosi si rendono conto che, senza questo fattore, l’economia non si può sostenere. Il punto di vista di Malthus è differente rispetto ai suoi predecessori: non è vicino alla classe borghese, ma all’aristocrazia conservatrice, che, secondo Malthus, è l’unica classe in grado di creare domanda.

Alla fine del secolo, Karl Marx studia la Teoria del Valore di Ricardo, applicandola a un nuovo tema, quello del Lavoro: il valore di una merce, per Marx, deriva dal lavoro impiegato nella sua produzione. Oggetto di studio è anche lo sfruttamento del lavoro da parte del capitalista, ovvero la distribuzione non uniforme tra salari e profitti. Marx si concentra anche sulle crisi economiche, sul loro funzionamento e sulle possibili soluzioni; inoltre, ammira il dinamismo del sistema capitalistico (anche se non ne condivide i principi) rispetto alle società arcaiche e si occupa delle rotture degli equilibri, ovvero dei mutamenti della società. Per Marx, dopo il capitalismo la società sarebbe destinata a raggiungere un punto di rottura, che la porterebbe a raggiungere la fase della società comunista, con nuove leggi sociali radicalmente diverse: esiste quindi un’idea di evoluzione storica e sociale.

All’estremo opposto rispetto all’idea marxista, nello stesso periodo, si sviluppa la corrente dei Neoclassici, rappresentata da studiosi come Jevons, Manger e Walras. Essi affermano che l’economia è composta da agenti razionali, che compiono scelte volte a massimizzare il proprio profitto. Non si tratta di un approccio storico, ma di un pensiero fondato sulle leggi naturali dell’economia, che viene considerata una scienza esatta. Si considerano gli scambi di per sé stessi, senza dare importanza alla moneta: è un approccio che descrive una società più simile a quelle primitive che a quelle capitaliste.

Sempre nei primi anni del ‘900, Joseph Schumpeter studia la teoria del credito e della moneta con un approccio liberale, concentrandosi sulle rotture dei vari equilibri economici. Dà inoltre grande importanza al concetto di sviluppo, all’influenza dell’innovazione e al progresso tecnico. Alcuni decenni dopo, fu John Maynard Keynes a opporsi alle idee neoclassiche con una nuova teoria: l’economia e il contesto storico-sociale sono variabili, quindi anche le cause dei fenomeni e le soluzioni che si possono mettere in atto risultano variabili, devono evolversi. Dopo aver studiato i neoclassici, inizia a criticarli fino ad arrivare all’elaborazione di una soluzione alla crisi del 1929 fondata sull’intervento statale, e non sulla libertà concessa al mercato.

Keynes prende da Malthus il concetto di domanda aggregata, necessaria per aumentare i consumi e uscire dalla crisi. Marx è un altro ispiratore: anche Keynes studia le crisi e la generazione di valore negli investimenti, sostenendo che la merce sia un semplice intermediario tra flussi di denaro. Il fine ultimo nelle operazioni economiche e produttive rimane sempre il profitto.

Nel 1936, Keynes pubblica la sua opera, la "Teoria Generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta", in cui la domanda effettiva ha una grande importanza: essa determina la produzione nel breve periodo. Keynes introduce la relazione tra consumo e reddito, il concetto di preferenza per la liquidità e l’importanza delle aspettative nel consumo e nell’investimento. Inoltre, assume un’importanza rilevante l’istinto dell’individuo, l’animal spirit che prevale sulla razionalità, facendo fluttuare domanda ed offerta. In ambito fiscale, sostiene che la politica fiscale svolta dallo Stato sia utile per uscire da una recessione, portando alla piena occupazione; è invece inutile perseguire l’obiettivo del pareggio di bilancio in tempo di crisi, sostenuto dai Neoclassici.

Nel secondo dopoguerra nasce la cosiddetta Sintesi Neoclassica, che tenta di unire i Neoclassici e le idee di Keynes: si cercano modelli fissi basati su Keynes, che permettano di formalizzare e di rendere più comprensibile il pensiero keynesiano: è in questo contesto che nascono alcuni dei modelli fondamentali della macroeconomia, come il Modello IS-LM. Partendo da queste basi si svilupperanno in seguito temi come la teoria del consumo (Modigliani, Friedman), la teoria dell’investimento e della domanda di moneta, o la teoria della crescita (Solow).

Da questa origine comune si distinguono in seguito due correnti, i Monetaristi e i Keynesiani: la differenza tra i due gruppi sta nel fatto che i primi ritengono che il mercato raggiunga da solo l’efficienza, senza che debba esserci un intervento statale in campo fiscale e monetario (intervento che, anzi, risulta spesso dannoso), mentre i secondi sostengono l’importanza dell’intervento statale in economia, per arrivare più velocemente all’equilibrio del mercato. Da Monetaristi e Keynesiani nascono i manuali di Economia Politica dell’epoca moderna.

Un’altra corrente di questo periodo è quella dei Post-Keynesiani, che derivano direttamente da Keynes senza la mediazione della Sintesi, rifiutando quindi completamente le idee neoclassiche. Nello stesso tempo, Piero Sraffa dimostra l’insostenibilità logica della teoria neoclassica, smontando parte della teoria del valore fondato sull’utilità marginale, e sottolineando l’importanza delle variabili sociali nella distribuzione dei salari e nella relazione tra capitale ed interesse.

Da Sraffa e dai Post-Keynesiani nascono diverse correnti di pensiero (il circuito monetario di Graziani, la modern monetary theory, l’instabilità finanziaria di Minsky) che vengono però escluse dal mainstream, comprendente la Sintesi, i Monetaristi e i Keynesiani. Nel corso degli anni ’60, si accende il dibattito tra Monetaristi e Keynesiani, con i primi che riusciranno alla fine a prevalere. I Keynesiani enfatizzano l’importanza della politica fiscale e degli interventi statali; i Monetaristi, invece, mostrano l’efficacia della politica monetaria, che tende però a generare fluttuazioni: per questo la soluzione migliore è non intervenire, lasciando che il mercato faccia il suo corso spontaneamente. A tal proposito, Milton Friedman, capostipite della scuola monetarista, ribadisce quanto la politica economica sia uno strumento dannoso, che va limitato.

Anche modelli macroeconomici come la Curva di Phillips diventano oggetto di dibattito tra le due scuole: la Curva dovrebbe legare l'andamento di inflazione e disoccupazione sulla base di evidenze empiriche, ma i Monetaristi riescono a dimostrare l’impossibilità di tale relazione. Dai Monetaristi nasce la scuola delle aspettative razionali, che suppone l’esistenza in economia di agenti razionali, perfettamente informati su un mercato di tipo neoclassico, che conoscono quindi i modelli che si devono applicare nelle diverse situazioni. Negli anni ’70, la nascita di questa nuova scuola e l’arrivo della stagflazione, che demolisce i fondamenti logici della Curva di Phillips, determinano la scomparsa definitiva della corrente dei Keynesiani.

Sempre per quanto riguarda le aspettative razionali, la critica di Lucas, uno degli economisti di questa scuola, sostiene che gli agenti razionali siano rapidi ad adattarsi alle variazioni attese operate dalla politica economica: soltanto le variazioni inattese sono efficaci, ma solo nel breve periodo. Risulta da ora in poi molto importante lo studio della teoria dei giochi, proprio per capire quali variazioni possano essere efficaci e inattese per gli agenti razionali.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher LucBigl di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Macroeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pavia o del prof Rossi Lorenza.
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