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Se i prezzi aumentano il potere d’acquisto della moneta si riduce, perché con l’inflazione

con la stessa quantità di moneta si possono comprare meno beni rispetto a prima.

Inflazione strisciante, dovuto all’aumento dei prezzi che viene accelerato nelle fasi di

crescita economica di un paese. L'inflazione strisciante è contenuta entro un tasso

annuale del 1-2%. Si tratta di una inflazione contenuta entro tassi annui molto bassi, per

cui non è molto preoccupante per i governi, anzi può essere considerata un indice di

sviluppo economico, tanto che le imprese sono più motivate e sono portate ad aumentare

l’occupazione.

Inflazione galoppante, che considera un incremento percentuale dei prezzi ad un tasso

annuo superiore dal 6-7%. E’ una situazione che desta preoccupazione perché la moneta

perde progressivamente potere d’acquisto nel tempo. il caso più eclatante è accaduto

in Germania negli anni 20, dove si è avuto un incremento della moneta: la Germania

aveva diversi debiti di guerra, quindi lo stato decide di emettere più moneta. Questo, però,

non ha reso il paese più ricco ma ha provocato l’aumento dei prezzi.

Iperinflazione, dovuto all’aumento continuo e incontrollato dei prezzi. in questa

situazione, la moneta nel tempo rischia di non valere più nulla, o quasi.

L’inflazione non crea problemi a tutti. Essa danneggia, soprattutto, i lavoratori che

percepiscono un salario fisso. ( pensiamo all’entrata dell’Euro: se una cosa costava 1000

Lire, con l’Euro è venuta a costare 1 Euro che, però, equivale a 2000 Lire). Il potere di

acquisto si riduce di molto. Anche i creditori vengono danneggiati. Chi ha potuto trarre dei

vantaggi, invece, sono stati i percettori di reddito flessibile. Inoltre, da allora i salari non

sono stati più adeguati al costo della vita, mentre prima c’era la c.d. scala mobile che

adeguava l’importo dei salari al costo della vita. Ma la scala mobile è stata abolita.

Secondo un neoclassico di nome Patinkin, se l’inflazione si verifica “una tantum” ( e se

non è molto consistente ) non crea problemi. Inoltre, lui afferma che se lo stato non

interviene ad intervenire è un meccanismo che ferma l’avanzare dell’inflazione. Per

Patinkin ciò che conta per i soggetti non è l’ammontare delle scorte monetarie accantonate

per gli imprevisti, ma è il potere di acquisto di queste scorte ( cioè la quantità di beni e

servizi che soggetti posso acquistare ). Il livello desiderato, in termini reale, di queste

scorte non varia col passare del tempo, questo vuol dire che quando c’è l’inflazione il

potere d’acquisto di queste scorte diminuisce. I soggetti, allora, avranno l’esigenza di

ricostituire il valore reale delle scorte. Per farlo devono aumentare la quantità delle scorte

monetarie. Ovviamente il problema è dove andare a prendere questi soldi, visto che il loro

reddito monetario è rimasto invariato. L’unica alternativa che avranno questi soggetti è

ridurre l’acquisto di beni e servizi per un certo periodo. Ed ecco che l’inflazione si ferma

perché cade la domanda. Il problema dell’inflazione può perdurare, però, se lo stato

immette nuova moneta.

ATTENZIONE: L’inflazione, tuttavia, alleggerisce il debito pubblico, mentre la deflazione lo

appesantisce. Inoltre, l’inflazione va molto spesso a danno delle famiglie e a vantaggio

delle imprese. IL SISTEMA ECONOMICO FUNZIONA IN QUESTO MODO: LE FAMIGLIE

DEPOSITANO SOMME DI DENARO NELLE BANCHE LE QUALI, POI, PRESTANO

QUESTE SOMME DI DENARO ALLE IMPRESE.

Deflazione: è la riduzione prolungata dei prezzi registrata in un dato periodo di

tempo. Questo fa crescere il potere d’acquisto della moneta, quindi si possono

acquistare più beni rispetto a prima. In genere, la deflazione è causa di una grave crisi

economica e può portare alla disoccupazione. Questo accade perché una riduzione dei

prezzi può essere la conseguenza di una scarsa domanda di beni, l’impresa è

disincentivata a produrre ed è incentivata, al contrario, a ridurre l’occupazione. Tuttavia, la

deflazione può essere anche causa di politiche inflazionistiche.

1.15. I CRITERI DI RILEVAZIONE DELL’ISTAT

L’ISTAT fa un indagine alle famiglie. Essa prende in considerazione:

1) tasso di occupazione generale, l’ISTAT lo calcola rapportando quelli che l’ISTAT

stessa considera occupati sulla popolazione in età lavorativa, non quelli che si dichiarano

come tali. I tassi di occupazione specifici sono quelli dell’occupazione femminile e

giovanile. Poi abbiamo il tasso di occupazione del Sud.

2) tasso di attività, che è dato dal rapporta fra popolazione attiva e popolazione in età di

lavoro. La popolazione attiva è la somma di coloro che l’ISTAT considera occupati e di

quelli che l’ISTAT considera disoccupati. Occupati e disoccupati insieme costituiscono la

popolazione attiva o detta forza lavoro.

3) tasso di disoccupazione. Disoccupato è, sempre per l’ISTAT, sono solo quelli che al

quesito se nel mese precedente all’intervista hanno effettuato almeno una ricerca di

lavoro, dichiarano che hanno cercato lavoro almeno una volta. Se dicono di no non

vengono considerati disoccupati. Questo significa che coloro che hanno cercato lavoro e

hanno smesso di cercarlo perché scoraggiati dalle ricerche che hanno effettuato non

vengono considerati disoccupati. Solo quelli che si danno da fare per cercare lavoro

vengono considerati disoccupati. Per l’ISTAT chi si dichiara nelle interviste disoccupato e

non cerca lavoro non è un disoccupato perché in quale modo si arrangia.

Il tasso di disoccupazione è dato dagli occupati più quelli che l’ISTAT considera

disoccupati. Inoltre, l’ISTAT, per definire chi è disoccupato e chi no, fa un’altra domanda: “

siete disposti a lavorare immediatamente (immediatamente vuol dire per l’ISTAT massimo

15 giorni)”? Se i soggetti rispondono di si ma fra un mese, due mesi ecc. l’ISTAT non li

considera come disoccupati, perché vuol dire che non hanno tutta questa esigenza di

lavorare. Inoltre, se il tasso di disoccupazione diminuisce non sé detto che sia un

fattore positivo, anzi potrebbe essere un elemento negativo perché, stando ai dati

raccolti dall’ISTAT, il calo della disoccupazione potrebbe essere dato dal fatto che persone

che prima cercavano lavoro adesso sono talmente scoraggiate che non si danno più da

fare per trovarlo. in quest’ottica vale anche il contrario: se la disoccupazione aumenta

siamo indotti a pensare che la situazione stia peggiorando, e invece questo potrebbe

essere indice del fatto che chi non cercava lavoro, perché era scoraggiato, adesso si

rimette in gioco perché la situazione è in miglioramento.

4) disoccupazione di lunga durata. Essa riguarda coloro che dichiarano di cercare

lavoro da un anno o più. Al contrario, è considerato disoccupato di breve durata chi

dichiara di cercare lavoro da meno di un anno. Per i disoccupati di lunga durata più passa

il tempo e più è difficile che vengano inseriti nel mondo del lavoro. Anche perché per

questi soggetti più passa il tempo più dimenticano le competenze che hanno

eventualmente acquisito, quindi le aziende non saranno incentivate a prenderli.

CAPITOLO 2

LE PROBLEMATICHE DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE

2.1. COMMERCIO INTERNAZIONALE

Il commercio internazionale si può definire come la modalità tramite la quale le nazioni

scambiano i vari prodotti. Il libero scambio favorisce la circolazione libera di beni e

servizi, al contrario il protezionismo pone delle restrizioni. La domanda che dobbiamo

porci è la seguente: perché le nazioni dovrebbero scambiarsi dei beni? Perché ci sono

beni che si trovano solo in determinati paesi, beni che si possono produrre solo in

determinate condizioni di clima. Quindi è necessario importare alcuni beni che non sono

presenti su un determinato paese. I primi studiosi che hanno studiato i vantaggi e gli

svantaggi di tale commerci sono stati nel 600 i mercantilisti e nel 700 i fisiocratici. I

mercantilisti sostengono l’importanza del commercio come uno strumento per aumentare

la quantità di moneta in un determinato paese. Col commercio il paese cerca di esportare

quanto più possibile e questo fa aumentare la produzione e l’occupazione ( e ovviamente

la quantità di moneta ). Quindi il paese si arricchisce. Dall’altro lato, i fisiocrati affermano

che è l’agricoltura il settore più importante che fa arricchire un paese. loro affermano che il

commercio ha dei settori “sterili”, non nel senso che non producono, ma che si limitano a

recuperare solo i costi di produzione. L’agricoltura, invece, ha delle caratteristiche

particolari che consentono di avere un profitto. Cosa c’entra qui il commercio

internazionale? il commercio internazionale è uno stimolo per lo sviluppo dell’agricoltura. Il

commercio internazionale favorisce anche il progresso tecnico. Tuttavia, sia i mercantilisti

sia i fisiocratici considerano i vantaggi del commercio internazionale solo dal punto di vista

del loro paese, e non i vantaggi reciproci di due paesi che hanno relazioni commerciali. il

primo studioso che considererà i vantaggi del commercio per entrambi i paesi fu A.

SMITH. Smith è famoso per aver parlato della divisione del lavoro: questa permette ad

una società di essere più sviluppata ed è importante innanzitutto tra gli individui e, poi, tra

le nazioni. Lui fa l’esempio della fabbrica degli spilli e afferma che è più vantaggioso che

ogni individuo si specializzi su singole parti nella fabbricazione dello spillo, anziché affidare

tutto il lavoro ad un solo soggetto, perché si risparmia tempo, ogni lavoratore diventa

esperto in un settore. Egli, inoltre, parla di reddito pro capite, cioè il reddito per abitante

che è il reddito medio, che considera migliore rispetto al reddito nazionale: “ il reddito pro

capite è tanto più elevato quanto più è maggiore la divisione del lavoro” (A. Smith). Col

reddito pro capite si può misurare meglio la ricchezza di una nazione. La divisione del

lavoro è, poi, fonte di ricchezza per una nazione secondo Smith, per cui il commercio

internazionale è sicuramente meglio del protezionismo, perché quest’ultimo ostacola la

divisione del lavoro. Il libero scambio invece permette alla maggiore produzione, derivante

dalla divisione del lavoro, di trovare maggiori sbocchi, e quindi di avere effetti positivi.

Infatti, lui afferma che ostacolare gli sviluppi della divisione del lavoro col protezionismo

equivale a ostacolare la ricchezza di una nazione.

Il problema del commercio internazionale viene ripreso da Ricardo che parla di costi

comparati. Nella teoria di Ricardo non si parla di prezzi monetari, ma di prezzi relativi o

reali. I prezzi monetari non sono altro che i prezzi espressi in moneta, i prezzi relativi

sono dati dal rapporto tra i prezzi dei beni. Ora, il costo dei beni è dato dalle ore di

lavoro che sono servite per produrre quel bene. Se un paese per produrre un determinato

bene ha bisogno di molte ore di lavoro è più conveniente, per questo paese, importare tale

bene, mentre è più conveniente che il bene che produce con meno ore di lavoro, venga

esportato. In altre termini, per un paese è più conveniente importare il bene che richiede

molte ore di lavoro e, invece, esportare il bene che richiede poche ore di lavoro.

NOTE: non tutto nel libero scambio si traduce in vantaggi. Il libero scambio può portare,

infatti, alla disoccupazione: c’è la possibilità, tutt’altro che irrealistica, che i consumatori

finiscano per acquistare esclusivamente i bene da altri paesi, anziché comprare i beni del

proprio paese. la minore domanda di beni nazionali può portare le imprese a ridurre la

produzione e, quindi, a licenziare lavoratori. Va detto, inoltre, che gli autori che sostengono

il commercio internazionale vivevano in un epoche dove non esisteva la disoccupazione

così come la conosciamo adesso: il lavoro era molto più omogeneo ( i livelli di

specializzazione erano molto bassi ) e, quindi, chi perdeva lavoro in un settore poteva

trovare un altro lavoro più facilmente. Mentre oggi il lavoro è altamente specializzato, per

cui chi perde un occupazione è più difficile che ne trovi un altra. Questo è il motivo per il

quale lo stato interviene con politiche protezionistiche, al fine di tutelare l’economia

nazionale.

Importante è poi il modello di Heckscher-Ohlin i quali, riprendendo la teoria di Ricardo,

cercano di spiegare qual è il motivo della diversità dei costi di produzione, che invece

Ricardo non aveva trattato nella sua teoria. la diversità dei costi di produzione è spiegata

con La diversa disponibilità fattoriale, che può essere più o meno abbondante a

seconda dei paesi, e determina la possibilità di entrare o meno nel commercio

internazionale. loro fanno l’esempio dell’acciaio e delle T-shirt: l’acciaio è un bene ad alta

intensità di capitale, mentre le T-shirt sono un bene ad alta intensità di lavoro. In base a

ciò, un paese con scarsa intensità di lavoro dovrebbe specializzarsi nell’acciaio, mentre un

paese con scarsa disponibilità di capitale deve specializzarsi nella produzione di T-shirt.

2.2. DISOCCUPAZIONE NEL COMMERCIO INTERNAZIONALE

Il problema della disoccupazione provocata dal commercio internazionale era stato

riconosciuto dai seguaci di Keynes ( ma non dallo stesso Keynes perché lui si era

occupato solo delle economie chiuse, non di quelle aperte ). Mentre non se ne sono mai

interessati i neoclassici perché innanzitutto erano per il liberismo, e poi affermavano che il

commercio internazionale non crea disoccupazione ( questo perché ogni paese si sarebbe

specializzato nei beni dove è più efficiente per quanto riguarda la produzione ). Ogni

paese, perciò, avrebbe dovuto abbandonare la produzione dei beni dove non è

competitivo e avrebbe impiegato le proprie risorse in questi settori. I lavoratori espulsi dai

settori meno competitivi sarebbero stati assunti per lavorare nei settori più competitivi.

Quindi, per i neoclassici il commercio internazionale non crea problemi perché il lavoro è

un fattore omogeneo; si può passare tranquillamente da un settore all’altro. Tuttavia,

sappiamo che questo non è affatto vero! Il fattore lavoro, in realtà, non è omogeneo ma

è altamente specializzato perché ci sono lavoratori con certe qualifiche e altri con altre

qualifiche (cioè diverse da quelle di altri lavoratori). Quindi, non è facile per i lavoratori

passare da un settore all’altro perché, per essere assunti dalle imprese, dovrebbero avere

le qualifiche richieste per passare nel settore più competitivo, per cui il commercio

internazionale può creare disoccupazione. Inoltre, IL COMMERCIO INTERNAZIONALE

INFLUISCE SUI DIFFERENZIALI SALARIALI FRA LAVORATORI QUALIFICATI E NON

QUALIFICATI: per es. nel periodo della competizione globale i nuovi paesi produttori

fanno una concorrenza sleale basata non sull’efficienza produttiva, ma su altri elementi

( come bassissimi costi della mano d’opera, nessun rispetto delle leggi anti inquinamento

ecc. ). Tutto questo, ovviamente, comporta minori costi per le imprese. Le imprese dei

paesi industrializzati non possono più competere con la concorrenza di questi nuovi paesi

produttori in termini di prezzi. l’unica possibilità che hanno è specializzarsi nella

produzione di prodotti di qualità, che possono vendere ad un prezzo maggiore. Per

produrre prodotti di qualità queste imprese devono disporre di lavoratori qualificati e ne

hanno bisogno non solo per la produzione di questi prodotti, ma anche per poterli vendere

( devo essere soggetti capaci di poter convincere i consumatori a comprare quale

prodotto, in quanto è di qualità superiore rispetto ad altri ). Questo ha fatto aumentare il

salario dei lavoratori qualificati. Non solo, ma negli anno 90 i lavoratori qualificati sono

stati sempre più richiesti, mentre i lavoratori meno qualificati sono rimasti con un pugno di

mosche in mano, sia per la concorrenza delle nuove imprese sia per l’ingresso degli

immigrati i quali, ovviamente, accettano di lavorare anche a salari bassi.

2.3. LE QUALIFICHE DEL LAVORO

Il lavoro ha diverse qualifiche, questo significa che i lavoratori che hanno certe qualifiche

non possono fare concorrenza ai lavoratori che hanno altre qualifiche. I neoclassici hanno

dato una soluzione al problema affermando che le diverse qualifiche del lavoro non

escludono che il sistema possa giungere ad una situazione di pieno impiego. In

particolare, il neoclassico Pigou ha affermato che in realtà non c’è un unico mercato del

lavoro, ma ci sono diversi segmenti del mercato del lavoro ed in ognuno di questi segmenti

ci sono dei lavoratori con determinate qualifiche. In questo caso una situazione di pieno

impiego è possibile: in ognuno di questi segmenti ci saranno i disoccupato involontari che

faranno concorrenza agli occupati, si farà pressione sui salari e il salario cadrà. Da qui si

giungerà ad un livello tale da consentire il pieno impiego. Inoltre, ci saranno salari di

equilibrio diversi nei vari segmenti. Quindi, coloro che rimarranno disoccupati saranno solo

quelli volontari, ovvero colo che accetterebbero di lavorare solo ad un salario più alto.

2.4. LA DISOCCUPAZIONE DERIVANTE DAL PROGRESSO TECNICO E

DISOCCUPAZIONE TECNOLOGICA

Anche qui, di questo tipo di disoccupazione se ne occuparono i seguaci di Keynes, mentre

non se ne era occupato lo stesso Keynes perché egli disse “ occupiamoci dei problemi

attuali, di quello che accadrà in seguito se ne occuperanno gli altri”. Il progresso tecnico

non è un qualcosa che avviene nell’immediato ma, di solito, avviene con delle ricerche

effettuate dai ricercatori delle imprese. Questo avviene o per produrre un prodotto nuovo

da immettere sul mercato o per innovare un prodotto già esistente ( per es. si è passati

dai telefono ai cellulari ), e allora si parla di innovazione di prodotto, o per introdurre

nuovi macchinari, e allora si parla di innovazione di processo. Normalmente i nuovi

macchinare servono per sostituire i lavoratori: l’impresa riduce i costi della mano d’opera,

licenzia lavoratori e si crea disoccupazione. Per i classici questo, comunque, non

rappresentava un grosso problema perché loro dicevano che è vero che l’introduzione di

nuovi macchinari può creare disoccupazione, ma si tratta di un effetto temporaneo: infatti,

l’imprenditore ora avrà profitti più alti e sarà indotto a voler aumentare la produzione. Per

aumentare la quantità prodotta avrà bisogno di lavoratori, e quindi dovrà aumentare

l’occupazione. Tutti i classici erano d’accordo su questo, tranne Ricardo. Lui, pur essendo

un neoclassico, afferma che il progresso tecnico può creare disoccupazione perché

non è un qualcosa che si verifica “una tantum”, ma è un processo continuo: può

esserci un impresa che lancia un macchinario nuovo e prima ancora che la

disoccupazione rientri ci può essere, nel frattempo, un’altra impresa che introduce un altro

macchinario e crea di nuovo disoccupazione e così via. Non a caso, questa

disoccupazione è anche chiamata ricardiana.

Sebbene, come abbiamo detto, Keynes non si sia preoccupata della disoccupazione

derivante dal progresso, egli scrive in una sua opera di essere preoccupato per una nuova

malattia che avrebbe afflitto i posteri, ovvero la disoccupazione tecnologica. Tuttavia egli

non analizza questi aspetti, che verranno, invece, analizzati da un suo successore,

Kaldor, il quale afferma che l’effetto del progresso tecnico sarà quello di creare

disoccupazione. Cosa succederà in seguito, però, è molto incerto, non è sicuro che

l’effetto iniziale negativo venga compensato da un effetto positivo in seguito, perché

questo dipenderà dall’impresa, da quanto produrrà e da quanto venderà all’estero. Quello

che è sicuro è che l’effetto iniziale è negativo.

2.5. LA POLITICA MONETARIA

Innanzitutto dobbiamo partire da cosa sono le banche: le banche sono delle istituzioni che

hanno la funzione di raccogliere fondi dal pubblico e concedere prestiti a chi ne ha

bisogno. Il termine banca è un termine molto generico perché esistono vari tipi di banca, la

banca centrale per es. che coordina il sistema bancario nazionale. Vi sono, poi, le c.d.

banche ordinarie ( cioè quelle che raccolgono fondi e fanno prestiti ), le banche di

deposito, ( anticamente erano quelle banche che ricevevano moneta metallica dal cliente

ed emettevano dei “biglietti” come ricevuta dell’avvenuto deposito ), le banche di

emissione che emettevano carta moneta in quantità superiore rispetto alla moneta

metallica che vi veniva depositata, quindi senza rispettare dei criteri di proporzionalità tra

l’uno e la moneta metallica ( questo poteva creare dei problemi, tuttavia queste banche

non si preoccupavano perché difficilmente poteva accadere che i clienti chiedessero tutti

nello stesso momento di cambiare carta moneta in moneta metallica ).

Cos’è la politica monetaria? La politica monetaria può essere definita come

l’insieme di misure che incidono sulla quantità di moneta in circolazione in un

sistema economico. Che cos’è la moneta? La moneta è l’insieme

dei mezzi di pagamento a disposizione della collettività. La moneta va distinta dalla

c.d. base monetaria, che è l’insieme delle banconote e monete metalliche stampate e

coniate dagli istituti che ne hanno il potere, in genere le banche.

LA MONETA SVOLGE TRE FUNZIONI FONDAMENTALI:

a) unità di conto ( i prezzi dei beni e dei servizi sono espressi in moneta )

b) strumento di pagamento

c) riserva di valore ( perché la moneta è uno strumento di investimento e serve a

trasferire potere d’acquisto nel tempo )

la moneta è un bene che permette di essere accantonato nel tempo e utilizzarlo quando si

ha bisogno di comprare beni. Una volta si utilizzava il sale come moneta o, ancora, le pelli,

le luppine ecc. Esistono, poi, altre classificazioni di moneta:

M0= l’insieme delle banconote e monete in circolazione

M1= M0 + l’insieme dei depositi bancari in conto corrente

M2= M1 + tutti gli altri depositi in breve termine

M3= M2 + quote e partecipazione in fondi comuni monetari + obbligazioni con scadenza

originaria fino a due anni + operazioni pronti-contro termine effettuate dai residenti.

NOTE: Gli strumenti della politica monetaria possono essere: la base monetaria, il tasso

di interesse, il coefficiente di riserva obbligatori ecc. Alcuni obiettivi della politica

monetaria possono essere ad es. il livello di reddito di pieno impiego, o contenere il

tasso di inflazione o, ancora, l’equilibrio nei conti con l’estero.

2.6. CANALI DI CREAZIONE DELLA BASE MONETARIA

Le banconote vengono create come contropartita di specifiche operazione, che sono:

1) finanziamenti al tesoro. La banca centrale emette carta moneta per rispondere alle

esigenze del governo, che possono aver bisogno di prestiti. Tuttavia la banca non ha alcun

obbligo a prestare denaro al governo.

2) finanziamenti alle banche. La banca centrale può venire incontro alle esigenze delle

banche ordinarie. Queste possono richiedere liquidità alla banca centrale cedendo i titoli

che hanno presso i loro creditori.

3) finanziamenti al settore estero.

4) operazioni in mercato aperto. L’acquisto e vendita di titoli. l’acquisto di titoli è una

politica monetaria espansiva ( perché la banca immette liquidità nel mercato), mentre la

vendita è una politica monetaria restrittiva.

LA MONETA È UN MULTIPLO DELLA BASE MONETARIA.

PARTE PER L’ ESAME ORALE

CAPITOLO 3

LE PROBLEMATICHE DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE

3.1. LA BILANCIA DEI PAGAMENTI

La bilancia dei pagamenti è un prospetto contabile che registra tutte le transazioni

che avvengono tra residenti in un paese e non residenti in un certo periodo di

tempo. in altre parole, riguarda le transazioni tra un paese e il resto del mondo.

ATTENZIONE: la residenza non deve essere confusa con la cittadinanza: la residenza

indica l’abituale dimora. Non bisogna, poi, confondere la bilancia dei pagamenti col

bilancio dello stato: quest’ultimo, infatti, è un conto che riguarda le entrate e le uscite dello

stato.

La bilancia dei pagamenti si compone di quattro funzioni:

1) fase delle partite correnti ( quella che viene comunemente chiamata bilancia

commerciale ). Essa riguarda le esportazioni e le importazioni di beni e servizi.

2) movimenti in conto capitale, ovvero gli investimenti all’estero

3) movimenti in conto finanziario

4) errori od omissioni

la bilancia dei pagamenti funziona secondo la partita doppia. L’andamento della bilancia

dei pagamenti è determinante per la creazione della base monetaria.

3.2. LE POLITICHE COMMERCIALI

Le politiche commerciali utilizzate nel commercio internazionale sono il libero scambio,

che consiste nel favorire al massimo la libera circolazione di beni e servizi, e il

protezionismo, che pone delle restrizioni o tramite dazi o tramite altre misure. Vi è un

dibattito, sorto diversi anni fa, su qual è la politica migliore tra queste due.

Il libero scambio è la politica adottata dai Classici e dai Neoclassici, Smith per es. ne era

a favore perché una politica come questa favoriva la divisione del lavoro e la ricchezza di

una nazione. Il libero scambio favorisce la formazione di economie di scala e favorisce le

imprese. Tuttavia il libero scambio non porta solo vantaggi: è possibile che la domanda di

prodotti nazionali diminuisca di molto perché i consumatori preferiranno acquistare beni

esteri, di conseguenza le imprese ridurranno la produzione e possibilmente licenzieranno

lavoratori ( creando, quindi, disoccupazione ).

Il protezionismo è più attenta a proteggere l’economia nazionale, soprattutto durante una

crisi economica. I meccanismi che utilizza sono l’applicazione di dazi sul prodotto

straniero, facendo aumentare il prezzo di questo prodotto. Questo fa si che i consumatori

tenderanno ad acquistare i beni del proprio paese. Il rovescio della medaglia è che spesso

questa politica tende a “viziare” le imprese nazionali: le imprese nazionali, sapendo di

essere protette da questa politica, non faranno nulla per migliorare la propria efficienza e

la propria concorrenza ( questo, ovviamente, va a danno dei consumatori nazionali ).

Inoltre, tale politica può provocare delle reazioni negli altri Stati, perché questi potranno, a

loro volta, adottare misure protezionistiche nei confronti dei prodotti appartenenti allo Stato

che per prima ha adottato tale misura. Le misure adottate dal protezionismo sono:

a) misure tariffarie, che consistono nell’applicare delle tariffe sui prodotti stranieri, i dazi. I

dazi possono essere:

1- specifici o ad valorem: i dazi specifici sono commisurati a caratteristiche specifiche del

prodotto ( ovvero al peso, al volume ecc. ), i dazi ad valorem consistono in una tariffa

applicata al prezzo del prodotto ( i dazi italiani, ad es, sono ad valorem dal 1950 ).

2- nominali o effettivi: il dazio nominale è il dazio sul prodotto finito, mentre il dazio effettivo

è la differenza tra il dazio nominale e il dazio sui fattori produttivi importati.

3- protettivi o fiscali : i dazi protettivi servono per proteggere il diritto nazionale dalle

importazioni, mentre i dazi fiscali servono per procurare una entrata fiscale allo Stato.

NOTE: In realtà, se ci facciamo caso, ciò porta ad una contradizione, perché con una

politica protezionistica lo Stato tende a ridurre le importazioni, mentre con una politica

fiscale lo Stato sarebbe più propenso ad aumentare le importazioni (perché aumentando

le importazioni aumenterebbero le entrate fiscali).

4- antidumping: il dumping si ha quando un insieme di imprese praticano prezzi più bassi

sul nostro territorio di quelli che praticano sul loro territorio ( apparentemente senza motivo

). Lo Stato, per difendere le imprese nazionali, pratica i dazi antidumping.

b) misure non tariffarie , che possono essere misure di altro tipo, come controlli alla

frontiera, restrizioni quantitative sulle importazioni o veri e propri divieti nei confronti dei

prodotti stranieri.

La differenza tra i due tipi di misure è che nel caso delle misure tariffarie non vi è un

impedimento alle importazioni, ma solo uno scoraggiamento ( il consumatore potrà

acquistare lo stesso il prodotto straniero, ma deve tenere conto che su questo prodotto è

stato applicato un dazio, quindi costerà di più rispetto ad un prodotto nazionale ); nel caso

delle misure tariffarie, invece, c’è un vero e proprio impedimento nell’importazione di un

prodotto straniero. Questo può avvenire anche per questioni igienico-sanitarie ( negli anni

90 ci fu il c.d. morbo della BSE, ossia il morbo della carne di vitello che veniva

dall’Inghilterra. Molte delle merci riguardanti la carne di vitello subirono delle restrizioni ).

Possiamo distinguere due tipi di protezionismo:

a) protezioni per le imprese situate i aree depresse. Si tratta di imprese che possono

trovarsi in difficoltà per vari motivi ( carenza di infrastrutture, carenza di materi prime ). Se

queste imprese fossero sottoposte alla concorrenza verrebbero sopraffate, ed ecco perché

in protezionismo giunge in loro soccorso, per tutelarle. Tuttavia, c’è da considerare il fatto

che non tutte le imprese sono, ovviamente, “meritevoli” di questa protezione dello Stato.

Le imprese, per essere considerate meritevoli di tale protezione, dovrebbe superare due

esami: l’esame di Mill e l’esame di Bastable. Il primo esame consiste nel fatto che le

imprese dovranno diventare competitive in tempi brevi, il secondo esame consiste nel fatto

che le imprese devono consentire delle economia di scala tali da compensare maggiori

costi sostenuti durante il periodo della protezione. E’ molto difficile, però, stabilire la natura

di questa protezione. Inoltre, un’impresa, anche se inizialmente è poco competitiva, è in

grado di svilupparsi lo stesso. Non solo, ma l’impresa, anche dopo il periodo previsto,

difficilmente ammetterà di non aver più bisogno dell’aiuto dello Stato, perché in qualche

modo trova più conveniente trovarsi in questa situazione.

b) protezioni per l’industria nascente.

c) sovvenzioni nazionali. Si tratta di un aiuto che lo Stato da alle imprese che decidono

di esportare.

d) protezionismo strategico. Si tratta di un meccanismo particolare, sviluppatosi intorno

agli anni 80, e che consiste nell’aumentare le esportazione. Aumentando le esportazioni

un paese diventa più competitivo.

e) unione doganale. Si tratta di una situazione intermedia tra il libero scambio e il

protezionismo. Un esempio lampante è la CEE ( istituita col trattato di Roma del 1957 e i

cui paesi originari erano l’Italia, il Belgio, l’Olanda, Lussemburgo, la Francia e la Germania

federale ). Si trattava di un accordo di libero scambio tra questi paesi e nell’applicare una

tariffa esterna nei confronti dei prodotti provenienti da altri paesi non facenti parte della

CEE. Tutto questo portò degli effetti, e questi effetti sono: effetto creazione di commercio

ed effetto di deviazione di commercio. Lo studioso che ha considerato questi effetti è

l’americano Viner. L’effetto creazione di commercio consiste nella sostituzione di prodotti

nazionali inefficienti con l’acquisto di prodotti di altri paesi più competitivi ( questo è

considerato un effetto positivo ). L’effetto deviazioni di commercio, invece, consiste nel

fatto di non acquistare i prodotti nazionali ed acquistare i prodotti dei paesi che non hanno


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Corso di laurea: Corso di laurea in politica e relazioni internazionali
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Vorador di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politica economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Falcone Franca.

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