Utilitarismo
L'utilitarismo non è una specifica teoria della giustizia. Tuttavia, pur non essendolo, è una teoria delle riforme sociali che ha a cuore, appunto, le riforme di carattere sociale. Non ha la vocazione distributiva poiché ha piuttosto un obiettivo aggregativo, che analizzeremo successivamente. Si preoccupa della diffusione del benessere sociale.
Inoltre, l'utilitarismo è una tradizione di filosofia morale molto influente e importante dalla fine del 700 in ambiente prevalentemente anglosassone, tuttavia le sue origini non sono circoscritte all'Inghilterra. Rawls sceglie di distanziarsi dalle tesi utilitaristiche. Nel contesto dell'Europa continentale, questo filone non è valorizzato, viene ignorato e bistrattato, quasi come un sinonimo di opportunismo. È la filosofia morale che maggiormente ha avuto modo di applicarsi a questioni pratiche. Quella utilitaristica vuole essere una filosofia pratica, che si pone come obiettivo quello della riforma sociale e politica, delle istituzioni al fine di rendere la società più razionale e morale.
Jeremy Bentham
Dunque, l'ambizione degli utilitaristi, e in particolare di Jeremy Bentham, è quella di creare una scienza morale analoga alle scienze naturali e dunque di strappare la riflessione morale dall'ambito della metafisica e della religione. Quali sono, quindi, secondo Bentham, gli assunti metafisici che hanno, fino a quell'epoca, caratterizzato la riflessione morale? Sono assunti che riguardano sia la natura delle persone che la natura del bene: se si assume che le persone sono dotate di un'anima immortale, figlia dello spirito santo, e se si assume che il bene sia la perfezione morale, questi sono assunti metafisici, cioè non possono essere in alcun modo provati, sono oggetto di disaccordo.
Per poter fondare una scienza morale al di fuori di questi presupposti metafisici, Bentham ritiene che il punto di partenza sia l'osservazione empirica relativa ai moventi base dell'agire umano, cioè l'osservare il comportamento umano per giungere alla conclusione che tutti gli esseri umani, gli esseri senzienti, cercano nel loro agire di ottenere il massimo del piacere, dell'utilità e di fuggire il dolore. Questo è il movente base dell'azione umana, aperto all'evidenza empirica di chiunque.
Da questo movente base possiamo ricavare la massima razionale, non morale, secondo cui le persone razionali cercano di massimizzare la loro utilità e minimizzare la loro disutilità. Nell'utilità sono comprese le nostre preferenze soggettive. Questa è la massima della razionalità, la massima utilitarista, non quella morale.
Data questa premessa, aggiungendo la presunta capacità delle parti di essere morali, ovvero tenere conto anche degli altri oltre che di noi stessi, la massima morale dell'utilitarismo sarà la seguente: "Agisci in modo che le tue azioni realizzino il saldo più alto di conseguenze positive, quindi utili, per tutti coloro che sono coinvolti dalle tue azioni". In questo caso, diversamente dalla massima razionale di stampo individualista, ogni agente morale deve massimizzare l'utilità di tutti coloro che sono coinvolti nell'azione; e come si misura l'utilità dei coinvolti? Valutando le conseguenze benefiche e sottraendo quelle disutili. Quindi, il saldo più alto di conseguenze benefiche mi dice che quella è l'azione moralmente migliore. Ogni volta che agisco devo chiedermi: la mia azione realizza il saldo più alto dell'utilità di tutte le persone coinvolte dalla mia azione stessa?
Riflessioni sulla massima dell'utilitarismo
- C'è un salto dall'osservazione empirica dell'agire umano, con la conseguente descrizione, a questa che invece è una massima prescrittiva. Non è immediato che se gli esseri umani sono fatti in un certo modo allora si devono comportare in un certo modo. Ovvero, la dimensione normativa, la prescrizione non è intrinseca alla descrizione degli esseri umani. (Legge di Hume) Da descrizioni non derivano necessariamente prescrizioni, se noi non aggiungiamo anche dei principi o valori che la rendano cogente. La filosofia morale utilitaristica deriva da una descrizione e cerca una prescrizione normativa.
- Se nel mio agire devo tenere conto di tutte le persone coinvolte vuol dire che, come persona morale, devo tener conto dei miei interessi tanto quanto di quelli altrui. Io conto esattamente come tutti gli altri. L'atteggiamento morale utilitaristico ci spinge a non avere più pretese o diritti rispetto a quelli altrui. Non è un'etica del sacrificio, tuttavia è un'etica esigente.
- Se la massima della morale utilitaristica è quella che abbiamo descritto (massimizzazione del saldo per tutti gli agenti coinvolti) significa che l'utilitarismo non fa una distinzione tra questioni morali e non, in partenza; non c'è una classificazione delle questioni morali e quelle non morali, poiché ogni azione ha delle conseguenze sulle altre persone e la bontà morale di un'azione è valutato sulla base delle conseguenze benefiche che essa produce sugli altri. A questo punto le conseguenze benefiche o, al contrario, dannose derivano da ogni tipo di azione, in ogni ambito. Il motivo è che ogni azione banale ha un riscontro. Ciò comporta il fatto che, qualunque azione, avendo delle conseguenze, va considerata secondo la morale utilitaristica, alla luce delle conseguenze benefiche.
Teoria teleologica e consequenzialista
La teoria utilitaristica è dunque teleologica (diverso da deontologico, ovvero che procede da principi) e consequenzialista.
Teoria teleologica: la moralità, in quest'ottica, si realizza seguendo un certo fine buono. Nel caso dell'utilitarismo, il fine è la massimizzazione dell'utilità.
Teoria consequenzialista: il bene è definito dalle conseguenze positive che un'azione, una politica, una misura, una riforma produce. È il calcolo delle conseguenze.
Se questa è la massima della morale utilitaristica riferita ai singoli, la stessa massima si applica alle tesi utilitaristiche pubbliche: infatti le teorie di questo ramo sono facilmente applicabili sia in ambito privato che pubblico. Le riforme, le politiche e le scelte pubbliche dovranno essere formulate secondo il medesimo criterio: scegliere la misura che potenzialmente massimizzerà l'utilità del maggior numero di persone. Non è dunque una teoria distributiva, ma piuttosto aggregativa: vuole tenere conto delle preferenze dei singoli, delle utilità, e metterle insieme attraverso una somma algebrica che dia un esito in cui il saldo sia più alto possibile.
Problematiche dell'approccio utilitaristico
- Sul piano teorico, il passaggio dall'osservazione dei comportamenti alla prescrizione di un certo tipo di atteggiamento di scelta.
- Sul piano pratico, la complessità dell'onerosità di questo calcolo: è impossibile compierlo prima di ogni tipo di azione, non sempre siamo in grado di farlo.
- Sul piano normativo, la valenza pubblica dell'utilitarismo: per realizzare il calcolo della felicità del maggior numero di agenti, il legislatore pubblico deve calcolare le preferenze degli individui singoli, le funzioni di utilità dei coinvolti. Ciascuna persona ha una propria utilità, ma allo stesso tempo perde il suo essere persona concreta per trasformarsi in una lista anonima di preferenze. Dopo la somma algebrica delle preferenze, la scelta sociale che ne favorirà alcune a discapito di altre, massimizzerà le preferenze che soddisfano il maggior numero di persone. Quindi alcuni vedranno le proprie preferenze non soddisfatte, rientrando in un terzo insieme svantaggiato. La critica in questione vede l'utilitarismo...
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