Introduzione
I termini singolari non denotanti sono quei termini singolari, appunto, che non denotano alcun oggetto. Un esempio di termine singolare non denotante è “l’unicorno” oppure il “quadrato rotondo” (citato spesso in molte opere filosofiche). L’unicorno o il quadrato rotondo designano qualcosa che non esiste realmente e, come l’unicorno e il quadrato rotondo, molteplici sono i termini che vengono proferiti normalmente e che, però, risultano privi di un oggetto. Fondamentale è porre l’attenzione sull’avverbio usato nella frase precedente, ossia “normalmente”. Infatti, questi termini vengono “normalmente” usati nella quotidianità dell’uomo. È frequente parlare di qualcosa che non esiste senza quindi poterne avere l’esperienza, dato che questo qualcosa non esiste.
Un esempio su tutti riguarda il concetto astratto dei colori; se viene nominato “il blu”, in realtà non si può dire che il blu sia un oggetto. Molto spesso lo si può trovare abbinato ad un oggetto che goda della proprietà di essere blu, ma qualora si facesse riferimento al concetto di blu, allora non è necessario sottolineare che il blu è qualcosa di non esistente. Oppure, anche quando si parla di numero o di entità geometrica, è possibile notare che oggetti come “√2” o “il cerchio” di fatto non esistono; non esiste un oggetto che è √2 o che è un cerchio, al massimo può esistere qualcosa di forma circolare, ma di certo non è un cerchio inteso come tale. Ebbene, è delle problematiche relative a questi termini di cui si occupa il seguente lavoro.
Sia che si rimanga in ambito strettamente logico, sia che si sposti il focus anche in ambiti di tipo ontologico, numerosi filosofi hanno tentato di dare il loro contributo nella risoluzione della suddetta problematica. Il punto focale dell’elaborato rimane comunque la speculazione di Alexius Meinong, che ha impresso una decisiva svolta nella trattazione di tali tematiche. Sebbene vi siano state critiche molto aspre in merito al suo lavoro più importante (la Teoria dell’oggetto) e che a causa di tali critiche le sue teorie sono rimaste nell’ombra fino al secolo scorso, comunque sono state rivisitate e riconsiderate da alcuni dei suoi assertori, che le hanno private degli aspetti maggiormente esposti a critiche.
Quindi l’elaborato ha il suo inizio accennando all’origine antica della problematica esposta precedentemente e prosegue tenendo conto delle posizioni di filosofi di epoca moderna, quali Bolzano e coloro che ne hanno ripreso le dottrine fondamentali fino a giungere alle teorie di Meinong. Si sono esaminate alcune opere minori e le implicazioni che hanno avuto nello sviluppo completo della visione del filosofo (come gli studi su Hume) per poi giungere alla Teoria dell’oggetto, di cui si analizzano i concetti fondamentali.
Si prende in considerazione successivamente, la polemica tra Meinong e Russell, sicuramente il maggior avversario delle teorie del filosofo creatore della Teoria dell’oggetto. Si nota come le critiche di Russell abbiano condizionato i filosofi della seconda metà del secolo scorso, poiché essi, riprendendo la prospettiva ontologica di Meinong e considerandogli opportuni accorgimenti già introdotti da Mally (allievo del filosofo) e da Findley, hanno cercato di curarne gli aspetti più spinosi, che rendevano la visione di Meinong oggetto di critiche.
Viene dunque presa in considerazione la teoria di Parsons e quella di Castañeda, successivamente quelle di Rapaport e Zalta. In ultima analisi viene considerato uno scorcio delle teorie di Da Costa, che con la nozione di quasi verità riprende l’approccio meinongiano senza però rimanere imbrigliato in problematiche di tipo ontologico.
Capitolo 1
La questione degli oggetti non esistenti
In merito alla questione degli oggetti non esistenti si sono interrogati numerosi filosofi precedentemente a Meinong. Molti di loro, come Meinong stesso, si resero conto che le stringenti leggi logiche adottate fino a quel momento non bastavano a studiare quegli oggetti che nella realtà effettivamente non erano presenti. Tale situazione spinse molti filosofi ad ammettere delle eccezioni al principio di non-contraddizione.
Nella sua formulazione aristotelica il principio di non-contraddizione si presenta in questo modo: “È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo”; afferma insomma che non è possibile che una stessa cosa o uno stesso predicato o affermazione sia e non sia. Tutto deriva dal principio di non contraddizione, ad esso e a pochi altri principi tutti i principi logici sono connessi. Il principio di non-contraddizione si riferisce alle proprietà degli oggetti e, in virtù di ciò, è agevole capire che tali proprietà non possono appartenere e non appartenere simultaneamente allo stesso oggetto, per cui il principio suddetto dovrebbe essere valido sempre.
Tuttavia la questione si amplia quando inizia a formarsi una distinzione tra contenuto e oggetto per cui “come una proposizione non deve necessariamente essere qualcosa che si dà nella psiche (come pensiero o giudizio), né tanto meno deve darsi nella realtà (come espressione linguistica), così anche il suo contenuto non deve avere necessariamente un corrispettivo psicologico o ontologico, o, meglio, può sussistere a prescindere da (e dal fatto di avere) un tale corrispettivo”1. Il problema fondamentale è il seguente: come è possibile parlare di oggetti che non ci sono o perfino impossibili (che non hanno alcuna possibilità di esistenza)?
Come è possibile pensare, immaginare o parlare riguardo a qualcosa che non è assolutamente? Questi oggetti producono degli effetti, provocano sentimenti, opinioni ecc., chiaramente tutto ciò che è in grado di produrre un qualsiasi effetto dovrebbe essere dotato dell’essere. All’interno di un discorso è proprio l’oggetto che detta delle condizioni, basate sulla costituzione dell’oggetto stesso, secondo le quali bisogna parlare di esso, non se ne può parlare di certo in modo illegittimo. Perciò è necessario a questo punto creare uno “spazio” per questi oggetti, una categoria dove devono essere immessi, quindi ciò che non esiste non coincide più con il contraddittorio.
Il primo filosofo a criticare il principio di non-contraddizione fu Bolzano e con esso anche il principio di identità e del terzo escluso. L’opera di fondamentale importanza in ambito logico del filosofo boemo è la Dottrina della scienza, scritta nel 1837 e rimasta sconosciuta per lunghi anni per poi essere ripresa all’interno della dottrina fenomenologica di Husserl e nel pensiero di Cantor. La portata rivoluzionaria di tale posizione è proprio sottolineata dalla decisione del filosofo di abolire i principi che avevano costituito fino ad allora le colonne portanti della filosofia.
Per quanto concerne il principio di non-contraddizione, secondo Bolzano esso vale solamente per gli enti reali soggetti alla temporalità. Tre sono i punti fondamentali su cui si diramano i temi fondamentali della sua opera: i principi di non-contraddizione, identità e terzo escluso valgono solamente per le cose reali che si danno nel tempo, essi non sono principi primi perché non sono fondamento di tutte le verità, nessuna legge si lascia dedurre da essi, come altre leggi logiche asseriscono a qualcosa che si riferisce a tutte le verità (dai principi logici non si deduce alcuna verità e poiché se una determinata proposizione non è conforme ad essi è dichiarata falsa possono essere visti come criteri “negativi” o “formali” della verità).
Inoltre è singolare la posizione di Bolzano sul criterio di cui avvalersi per definire una proposizione vera, ossia dal suo punto di vista una proposizione è vera soltanto se non contraddice a ogni proposizione vera, se una proposizione contraddicesse un’altra proposizione vera non potrebbe essere vera a sua volta) e non bisogna considerarli principi generalissimi perché ci sono anche altre proposizioni che sono in grado di fare asserzioni generali, infine secondo Bolzano non sono leggi del pensiero perché questo comporta una limitazione di esse, cioè sono leggi esclusivamente del pensiero umano, essi piuttosto esprimono delle proprietà degli oggetti.
Andando completamente controcorrente, Bolzano afferma che il contraddittorio è pensabile, e si distingue dall’impensabile perché mentre quest’ultimo è un fatto soggettivo (non si riesce a pensare qualcosa perché non se ne hanno le rappresentazioni), il contraddittorio è insito nelle rappresentazioni. L’idea più importante e innovativa dell’opera risiede sicuramente nella creazione di un terzo elemento indipendente da pensiero e realtà, cioè i puri contenuti. Per il filosofo boemo sono reali non solo gli oggetti concreti “ma anche le espressioni linguistiche, intese come entità o eventi spazio-temporali prodotti dagli organi vocali, oppure rappresentati mediante segni scritti.”2
Critica in questo modo la logica tradizionale, che ha costituito il binomio pensiero-realtà su cui si basava. Bolzano conia dunque il concetto di in sé. Per arrivare a questo concetto assume come base fondante la convinzione che ci siano oggetti che non esistono. Ci sono però due precisazioni da fare, secondo Bolzano l’esistenza (Dasein, Existenz) “non è la condizione necessaria per affermare la presenza di un oggetto nell’universo”3, ossia ci sono oggetti che possiedono l’esistenza e altri che non la possiedono, l’esistenza è una proprietà inerente solo ad alcuni oggetti. La seconda precisazione riguarda gli oggetti di cui parla il filosofo, oggetto è “ciò che è qualcosa” quindi è un qualcosa che si dà nell’universo. Per cui si parla di oggetto in generale.
L’opera di Bolzano propone ancora una volta un’altra parte molto significativa e originale nel momento in cui parla di proposizioni in sé e rappresentazioni in sé. La proposizione in sé non è intesa come una proposizione espressa in segni linguistici o verbali, essa infatti non si dà in nessun tempo e in nessun luogo e non è posta da nessuno, e non è nella coscienza di qualche pensante, tuttavia sussiste. Essa non-esiste e non può divenire è un’asserzione necessaria sottesa ad ogni proposizione. Le rappresentazioni in sé invece compongono le proposizioni in sé, sono come le tessere di un mosaico. Le rappresentazioni in sé e le proposizioni in sé costituiscono “il contenuto dei fenomeni psichici e delle espressioni linguistiche, sia come loro materia che come loro significato”4.
Le idee di Bolzano vennero diffuse per mezzo di un manuale (Philosophische Propaedeutik) scritto da Robert Zimmermann. Zimmermann infatti si pose come mediatore tra Bolzano e Twardowski e poi tra quest’ultimo e Meinong. Sia la prima versione dell’opera (1853) sia la seconda (1860) esplicano la filosofia di Bolzano, usando una terminologia diversa sicuramente, ma comunque è sempre possibile rintracciarne il filo conduttore. L’opera di Zimmermann si diffuse notevolmente nelle scuole ginnasiali e conobbe fama sia nella prima che nella seconda versione. Su tale opera di stampo manualistico studiarono anche Twardowski e Meinong.
Il vero anello di congiunzione tra Bolzano e Meinong però fu sicuramente Twardowski, poiché mentre a Zimmermann è dovuta la circolazione delle idee bolzanine, con Twardowski viene affrontato un problema fondamentale riguardante il rapporto tra fenomeni psichici (espressioni linguistiche) e il loro oggetto. Twardowski riconobbe suoi maestri Bolzano e Brentano di cui riprese diverse teorie. Punto fondamentale della teoria di Brentano che il filosofo austriaco riprende, riguarda l’intenzionalità dei fenomeni psichici, cioè la caratteristica di tali fenomeni di essere intenzionati verso l’oggetto, non si dà rappresentazione, giudizio ecc. senza che ci sia qualcosa da rappresentare o giudicare.
Infatti è chiaro comprendere cosa intende Brentano attraverso le sue stesse parole “è impossibile che l’attività psichica si riferisca in qualche modo a qualcosa che non viene rappresentato”5. “Giudizio e rappresentazione sono due diverse e distinte maniere della coscienza di porsi in relazione con l’oggetto”6. La ripresa da parte di Twardowski della tesi dell’intenzionalità di Brentano fa sì che egli credesse fermamente che ad ogni rappresentazione corrispondesse un oggetto non necessariamente esistente, alla rappresentazione poteva anche collegarsi un oggetto non esistente. Il filosofo austriaco rilevò nei fenomeni psichici un atto, un contenuto e un oggetto.
Nella lingua originale Twardowski non distinse in due parole il contenuto e l’oggetto ma usò semplicemente il termine di “rappresentato” e per distinguerli affermò: “Del contenuto diremo che è pensato, rappresentato nella rappresentazione; dell’oggetto diremo che è rappresentato per mezzo del contenuto di una rappresentazione [...]. Ciò che è rappresentato in una rappresentazione è il suo contenuto; ciò che è rappresentato per mezzo di una rappresentazione è il suo oggetto.”7
È necessario sottolineare la differenza tra Bolzano (secondo cui la rappresentazione in sé è il contenuto delle rappresentazioni soggettive) e Twardowski secondo cui la rappresentazione è l’immagine mentale dell’oggetto. Sia nella rappresentazione che nel giudizio si ha l’oggetto rappresentato per mezzo di essi, ma anche l’oggetto rappresentato in essi cioè il contenuto. Nel giudizio viene giudicato l’oggetto stesso che però è mediato per mezzo del contenuto e negare o affermare significa far riferimento all’esistenza o alla non esistenza dell’oggetto. Anche in riferimento al giudizio vanno distinti un atto, un contenuto e un oggetto.
Quindi sussiste un’analogia tra i due fenomeni psichici del giudicare e del rappresentare (entrambi possiedono un atto psichico, un oggetto indipendente dal pensiero e una rappresentazione psichica dell’oggetto nel caso, appunto, della rappresentazione oppure la sua esistenza nel caso del giudizio). A questo punto Twardowski dimostrò come anche tra fenomeni psichici e forme linguistiche sussistesse la stessa analogia e attraverso il nome, sottolineando di esso la facoltà di designare sempre qualcosa, affermò che il nome nomina un oggetto.
Bolzano però nella sua speculazione filosofica prese in considerazione anche le rappresentazioni senza oggetto e su questo punto Twardowski entrò in polemica con lui. Iniziò il suo ragionamento prendendo in considerazione il niente, per lui “niente” non indica una rappresentazione perché è un termine sincategorematico e solo i termini categorematici possono essere delle rappresentazioni, invece secondo Bolzano era una rappresentazione composta da “non” e “qualcosa”.
Poi Twardoski prese in considerazione quelle rappresentazioni nel cui contenuto si trovano riunite caratteristiche incompatibili (“Quadrato con gli angoli obliqui”). Il nome deve sempre nominare qualcosa per cui è all’oggetto (che è quel qualcosa che viene nominato) che vengono attribuiti l’essere quadrato e l’avere gli angoli obliqui. Un oggetto del genere di certo non esiste eppure esiste il suo contenuto, l’oggetto pur non essendoci è portatore delle suddette proprietà. Il filosofo temendo che gli si potesse obiettare che la distinzione tra contenuto e oggetto della rappresentazione anche in presenza di oggetti non esistenti, avesse carattere puramente logico si avvalse di due argomentazioni: la prima afferma che la distinzione è chiara perché anche nel momento in cui l’oggetto non esiste il contenuto di esso esiste, e la seco
Note
- Aristotele, Metafisica, Libro Gamma, cap.3, 1005b 19-20.
- Giuseppe Spolaore – Pierdaniele Giaretta, Esistenza e Identità, temi di logica filosofica, edizioni Mimesis, 2008.
- Venanzio Raspa, In-contraddizione. Il principio di contraddizione alle origini della nuova logica, editore Parnaso, 1999, pag. 200.
- Venanzio Raspa, In-contraddizione. Il principio di contraddizione alle origini della nuova logica, editore Parnaso, 1999, pag. 201.
- Venanzio Raspa, In-contraddizione. Il principio di contraddizione alle origini della nuova logica, editore Parnaso, 1999, pag. 201.
- Venanzio Raspa, In-contraddizione. Il principio di contraddizione alle origini della nuova logica, editore Parnaso, 1999, pag. 205.
- Twardowski (1894/1982: § 4, p. 18 [1988: 71]) in Venanzio Raspa, In-contraddizione. Il principio di contraddizione alle origini della nuova logica, editore Parnaso, 1999.
- Venanzio Raspa, In-contraddizione. Il principio di contraddizione alle origini della nuova logica, editore Parnaso, 1999, pag. 229.
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