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9) formazione dei docenti

10) responsabilità politica nel rinnovare la scuola.

Dopo le Dieci tesi si hanno iniziative di aggiornamento: visione del metodo normale d’insegnamento come

• inadeguato e criticati fortemente.

In Veneto c’è un GISCEL attivissimo che crea centinaia di corsi di aggiornamento per le Dieci tesi.

• RENZI è il leader del gruppo del Veneto e prepara un programma per docenti di auto-aggiornamento linguistico.

• Iniziative di giornate di studio dell’ed. linguistica.

BERETTA interessata all’ed. linguistica didattica: fa molte opere e saggi ed è anche consulente di italiano durante la

• riforma degli anni ’70. Si scrivono molte opere molto preziose in quegli anni dove la Beretta da valutazioni finali.

Una sua opera è Linguistica ed educazione linguistica, molto importante per la disciplina nascente.

Dalla nascita della GISCEL ogni 2 anni un gruppo regionale organizzava un convegno su un tema specifico. Questi

• cambiamenti non toccavano però tutta la scuola. Alcuni docenti di italiano non sapevano nemmeno l’esistenza delle

Dieci tesi.

CAPITOLO 2 - LA VARIABILITÀ LINGUISTICA

è la compresenza di linguaggi di tipo diverso, sia di idiomi diversi, di diverse norme di

Plurilinguismo

• realizzazione di uno stesso idioma ed è una condizione permanente nell’uomo.

In tutta Italia si ha la dove a scuola si tentava un monolinguismo.

dialettofonia

• Nelle Dieci tesi si ha che la pedagogia linguistica trascura la cultura di partenza dell’allievo. Quindi cosa fare? Nelle

• tesi si dice che partendo dalla cultura dell’allievo si devono fare delle esplorazioni linguistiche di ampliamento.

Educare al rispetto delle varietà linguistiche.

Non esiste un repertorio linguistico uguale per tutti gli italiani in quanto varia da regione a regione, va quindi

• considerato un repertorio ipotetico “medio”

Italiano vs dialetti: differenza funzionale, cioè che riguarda la funzione, come viene usata la lingua. I dialetti sono

• impiegati in aree limitate, circoscritte. La compresenza delle due lingue crea una situazione di cioè di

diglossia,

una varietà linguistica alta per usi formali e una varietà linguistica bassa per gli usi informali.

Però sarebbe meglio parlare di i quanto vi è un’altra differenza: non c’è una corrispondenza tra l’uso

bilinguismo

• del dialetto e la conversazione (in quanto si conversa spesso in italiano). Non è il dialetto che viene insegnato come

lingua madre, cioè lingua d’infanzia. Bilinguismo a bassa distanza strutturale > dilalia.

Anche il dialetto è un insieme di varietà:

• - basse (locali)

- alte (urbani)

Nei dialetti sono in atto processi di italianizzazione fonologica e lessicale. Molte sono indolore per la riduzione dei

• parlanti. Aumento di un comportamento bilingue. Dagli anni ’90 il dialetto ha perso la valenza negativa di lingua di

basso ceto. Il futuro potrebbe essere quello di “molte Italie”.

Negli anni ’70 i dialetti era importanti e usati come lingua materna e l’italiano come lingua “da scuola”. Ciò era

• causa di insuccessi scolastici e abbandoni, quindi? Nessuno sapeva se era bene o meno insegnare il dialetto.

BENINCÀ: no dialetto a scuola perchè ci sarebbero problemi di scelta della varietà di dialetto da insegnare; va usato

solo come confronto iniziale con l’italiano. A scuola il dialetto deve essere usato per i racconti e le drammatizzazioni

o per intervistare gli anziani o come riflessione di confronto dialetto-italiano

SABATINI: dialetto in classe come veicolo provvisorio di comunicazione, base per la lingua italiana.

Ancora oggi si hanno problemi di dialetto nel sud Italia che porta alla ghettizzazione.

• Oltre ai dialetti vi sono le cioè lingue non ufficiali dette anche “lingue delle minoranze”. Questa

parlate alloglotte,

• è la situazione di alcune aree geografiche di antico isolamento. Punti geografici con queste parlate sono ad esempio:

Valle d’Aosta, Sardegna, Friuli, Trieste, Udine, Campobasso, Reggio, Lecce, parlate degli zingari. Non sono

dialetti ma lingue altre con lunga tradizione.

Sono lingue che hanno confine e a scuola hanno plurilinguismo. Sono dette anche “lingue isole” e solo di recente

sono state oggetto di studio. Possono usarle all’interno della scuola anche perché la legge è arrivata tardi e il

bilinguismo era già troppo radicato.

Ogni lingua ha delle varietà. La varietà dell’italiano è molto complessa. Vi sono 5 dimensioni di variazioni molto

• importanti cioè la lingua che varia nel tempo. E’ un processo di mutamento lentissimo e difficile da

1)variazione diacronica,

studiare. Evidenti sono i però i cambi di lessico, meno evidenti quelli fonologici e sintattici. Accade che la vecchia

forma diventa formale e la nuova informale per il parlato. Poi una delle due può prevalere sull’altra.

cioè la lingua varia a seconda delle aree geografiche. Questa è per quanto concerne l’oralità e

2)variazione diatopica,

poco lo scritto. Non tutti gli studi sono concordi. In ogni regione vi sono variazioni: basse (quindi con più dialetto)

e alte (più vicino all’italiano standard). 3

La pronuncia è un modo di diversità regionale che più spicca. Vi sono alcuni tratti fonetici riconoscibili a seconda

della pronuncia. Vi sono anche 3 grandi gruppi di varietà:

- settentrionali (uso del passato prossimo, assenza di articolo det. davanti a pronomi possessivi, nomi propri di

persona preceduti dall’articolo det., costrutti particolari per rendere l’aspetto verbale, uso del che , uso pleonastico

dei pronomi come a me mi )

- centrali (che enfatico e interrogativo, uso dei dimostrativi, uso del noi come impersonale)

- meridionali (uso del passato remoto, uso di verbi pronominali intensivi come mi sono mangiato, uso

dell’accusativo preposizionale, scambi di modi nel periodo ipotetico, allocuzione inverse, sostituzione

dell’interrogativo perchè con che+verbo)

Si pensa che questo sia un passaggio per arrivare a una italiano nazionale “unico”, soprattutto per una questione di

necessità anche tecnologica (apparecchi a funzionamento vocale).

variazione , cioè la variazione linguistica è correlata con la classe sociale del parlante (lavoro, reddito,

3) diastratica

sesso, istruzione).

Le classi basse che hanno un italiano popolare, cioè usano principalmente il dialetto è un italiano standard

sbagliato perchè “privo di regole”. A livello grafico ci sono errori frequenti di maiuscole, punteggiatura, le h .... Il

tutto è frutto di una situazione storica e nasce fuori dalla scuola con l’incontro di diversi dialetti.

L’italiano popolare, oggi, è l’italiano che parliamo quotidianamente.

Differenza di sesso: non molto evidenti, solo differenze di parlata. Linguaggio femminile è diverso da quello

maschile. Donne parlano ai figli nella lingua utile al loro futuro inserimento nella società.

Differenza di età: linguaggi giovanili hanno caratteri ricorrenti, l’uso di intercalati espressivi e informali detti

segnali discorsivi, o riscoperta di dialettalismi o uso di parole interdette (parolacce) .

cioè la lingua varia a seconda delle circostanze. Si creano quindi dei registri e dei sottocodici.

4)variazione diafasica,

Registri: riguardanti la formalità e l’informalità attuata e al controllo della produzione linguistica. (es. morire è

termine medio, nè formale nè informale ma una via di mezzo).

Registri formali hanno tratti alti come l’accuratezza della pronuncia, la massima esplicitezza verbale, sintassi

elaborata, preferenza di termini specifici.

Registri informali hanno tratti bassi come la scarsa accuratezza della pronuncia, tendenza al troncamento,

semplificazione delle parole e dei nessi, ricorso all’implicito, alto tasso di ripetitività.

Situazione formale > forme dirette

Situazione informale > forme indirette

Sottocodici: per comunicare in settori specifici. Sono linguaggi specifici e neutrali con stile nominale e passivo,

forme impersonali. Sono atemporali e astratti e tendono all’economia.

variazione , cioè il variare della lingua a seconda del canale scritto o orale.

5) diamesica

Massima possibilità di pianificare uno scritto, minima possibilità di pianificare un parlato, per questo è più

irregolare dello scritto. Tra lo scritto e il parlato vi sono varietà intermedie.

Spesso facciamo delle pause nel parlato e questo vuoto fonico non significa vuoto semantico.

Dal parlato per arrivare allo scritto passo attraverso diversi stadi. Impossibilità di completa trasposizione di tutte le

proprietà però dello scritto al parlato e viceversa.

Tratti di differenza tra grammatica scritta e grammatica parlata.

Tratti del parlato: testualità

• Frammentarietà sintattica (a causa di una non programmazione). Rischio di enunciati brevi o pezzi non fusi in

periodi (quindi non analizzabili), che provocano pause o false pertinenze. Ricorso all’implicito.

Tratti del parlato: sintassi

• che così

Uso di varie forme nel parlato come il polivalente, cioè usato come connettivo generico; uso del come

c’è

introduttore con valore finale-conclusivo; uso di frasi segmentate; uso di molte forme interrogative; il

che.

presentativo seguito dal

Tratti del parlato: morfologia

• Verbi semplificati e ridotti: uso di verbi indicativi anche dove ne servirebbero altri. Futuro e imperfetto hanno

valore modale, cioè funzionano come modi. Anche i pronomi sono semplificati e danno enfasi al discorso; uso di

vari verbi pronominali. Velocità e trascuratezza con caduta di sillabe.

Tratti del parlato: lessico

• tipo cosa.

La velocità e la non organizzazione porta alla ripetizione del lessico e l’uso di parole ipergenetiche come o

Uso di diminutivi che terminano con -ino; uso di lessico interdetto di solito bandito nello scritto.

CAPITOLO 3 - MODELLO (O MODELLI?) DI LINGUA E NORMA 4

Rapporto tra variabilità di italiano standard. Lingua standard, per definizione ingenua, è la lingua più logica e

• centrale geograficamente, ma è una definizione sociale.La lingua standard è una lingua franca presa dai gruppi e ha

ragioni storiche.

Elementi che costituiscono una lingua standard: neutro - normativo - normale.

• L’espansone del toscano si espande velocemente influenzato dai volgari locali. Il toscano non è stato imposto, ma

• apprezzato dal libero consenso e visto come lingua di cultura. Non è però lo stesso che si parla ora a Firenze.

Dov’è oggi l’italiano standard?

• Standard alto, delle classi colte ed è principalmente scritta (degli scrittori contemporanei)

Standard basso, italiano dell’uso medio.

Neo-standard, come varietà bassa, che sembra coincidere con l’italiano parlato. 14 sono i tratti dell’italiano neo-

• standard (pag. 107). Ciò delinea una sorta di panitaliano parlato. Parte di questi tratti erano già presenti nei secoli.

Questa varietà è però finalmente condivisa dagli italiani.

RENZI individua i cambiamenti in corso della linguistica e sostiene che questi non stanno cambiando l’assetto della

• lingua.

C’è una pronuncia standard? L’italiano è sempre stato scritto e l’orale era lasciato al dialetto. Quando vi fu la

• necessita di parlarlo, la pronuncia rimase fortemente influenzata dal dialetto locale. Quindi venne creata una lingua

fonologica artificiale, che è quella insegnata a dizione o comunque usata nel teatro.

Oggi si ha un lento movimento verso la standardizzazione eliminando i tratti dialettali.

Nora GALLI dice che l’approssimazione dell’italiano (cioè la lingua che più si avvicina all’italiano standard) è quello

• usato a Milano o comunque nel Nord/Ovest d’Italia.

Con la pronuncia quindi non si può parlare di standard. Ci può essere un neo standard comprensibile e senza tratti

• locali marcati, ma questa è una prospettiva futura, non una realtà!

Tutto questo discorso vale anche per la prosodia (cioè per accenti, intonazioni, quantità, tono).

• Quale italiano nelle grammatiche italiane? Dalle ricerche conseguite si trova una grammatica descrittiva, cioè che

• descrive l’italiano (non detta le regole) come viene usato dalla comunità.

SERIANNI sostiene che la struttura basilare dell’italiano è il collante di tutte le variazioni, perchè quella non

• cambia. Il modello d’italiano che è alla base delle nostre trattazioni è l’italiano comune.

La grammatica è costellata da annotazioni sulla pertinenza di un tipo sintattico a questo o a quello stile (Renzi)

• SOBRERO vuole presentare un’istantanea della lingua italiana contemporanea che risulta statica e dinamica.

• Statica: riprende le varietà e gli usi particolari o comunque i tratti salienti e visibili.

Non guarda quindi al passato, ma è uno sguardo d’insieme alla contemporaneità

LEPSCHY vuole descrivere l’italiano contemporaneo, così come viene usato, scritto e parlato del Nord, perchè più

• prestigioso.

Tutti questi studi sulla lingua, vedono un risvolto didattico immediato. Ma quale modello deve prendere di

• riferimento l’insegnante? Strettamente connesso a ciò, c’è il tema dell’errore di lingua dell’allievo. Una volta scelto

il modello si verifica che l’alunno si associ o meno alla norma.

Ma quale modello di lingua assumono generalmente le grammatiche italiane (dei libri di testo)?

• Berretta diceva che il buon italiano è quello della lingua della letteratura partito con Dante e culminato con

Manzoni. Quindi un modello inadeguato alle situazioni comunicative normali. Ciò perchè Berretta proponeva una

comunicazione prevalentemente scritta. Questo pregiudizio è dato dall'influenza idealistica che vedeva la lingua

come “atto creativo” e non come comunicazione sociale.

Negli anni seguenti, tutto il dibattito sulla norma dell’italiano ha ruotato attorno ai modelli di carattere letterario. Fu

• scelta quindi a priori una forma e imposta. Le conseguenze furono importanti: imponendo una norma, la lingua

perde il suo carattere descrittivo divenendo prescrittivo

De Mauro parlava di italiano antiparlato, per quanto riguarda l’italiano scolastico: ideale nella scuola media per

• reprimere ogni sorta di forma dialettale (unica soluzione ritenuta possibile) , cioè di parlare “come un libro

stampato” e ebbe delle forti conseguenze grammaticali in quanto il lessico era aulico.

Ricerche hanno evidenziato tentativi di correzioni inutili.

A quale modello s’ispiravano i docenti? Forse a una versione stilizzata e banalizzata del modello letterario, in quanto

• la loro cultura era insicura e incerta.

Da SERIANNI si ha che la norma è legata all’uso prevalente che i parlanti fanno di una lingua. Ogni grammatico

• dovrà individuare ciò che può considerarsi norma (sapendo che coincide con l’uso) e non tendenze passeggere

(occasionalismi) e l’evoluzione della lingua è sempre in atto.

Per Serianni gli insegnanti correggono di più l’ortografia, ma meno sulla pronuncia che risente della provenienza

• regionale (anche se oggi è meno presente per la minore pressione dei dialetti). Settore della pronucia è il meno

normalizzato. Su ciò, Serianni invita i docenti a riflettere secondo dei criteri normativi: 5

doppia negazione (Non vedo niente) di annullerebbero, ma non è così. La doppia

1)razionalistico-logicizzante:

negazione pare illogicità. Il possessivo può essere alle volte logicamente ridondante. Le preoccupazioni

logicizzanti sono abbastanza diffuse tra i parlanti e i docenti. La lingua non è un codice matematico dove un

termine ha valore univoco. Alcuni dicono che questi non sono errori di grammatica perchè sono diffusi e si capisce

ciò che si vuol dire. Bisogna affidarsi alla personale sensibilità dell’insegnante

Abitudini di pronuncia: spesso le pronunce che sono connotate di accenti regionali sono considerate

2) negativamente. I ragazzi devono essere educati alla varietà e alla tolleranza (accettare le ≠ pronunce). La scuola

non deve insegnare l’italiano informale, ma educare alla variabilità: insegnare che registro usare nei vari contesti.

Nei manuali scolastici viene usata un’unica lingua senza varietà regionali usando una forma a-cronica e astratta

CAPITOLO 4 - LA GRAMMATICA NELL’EDUCAZIONE LINGUISTICA

SIMONE e CARDONA scrivono un saggio critico sulla grammatica, dopo di loro molti altri approfondirono la

• questione sull’insegnamento della grammatica tradizionale. 2 punti maggiormente criticati:

scientifica dei contenuti proposti. Tutto ciò che non era riconducibile a ciò che in astratto era “la

1)inaffidabilità

lingua italiana”, veniva considerato errore da reprimere senza attenzione. Tra le scelte più insistite vi è morfologia

e sintassi. Le basi teoriche della grammatica sono molto fragili, ma viene comunque insegnata ai bambini per poi

abbandonarla alla superiori e all'università quando il ragazzo renderebbe meglio.

rispetto agli obbiettivi che si credeva di poter raggiungere con l’insegnamento grammaticale. Incapacità

2)Inefficacia

di garantire a tutti gli allievi il possesso della lingua italiana parlata e scritta perchè ogni bambino ha le sue capacità

linguistiche. Se la scuola deve insegnare a tutti a parlare, capire, scrivere in italiano, la grammatica non è il mezzo

migliore.

Alcuni risposero tralasciando di insegnare la grammatica. SIMONE propone un modello sintetico, implicito, cioè

• senza un eccesso di nozionismo, tecniche, ma una didattica linguistica, cioè insegnare non lingua+grammatica, ma

lingua. Preferisce rinunciare alla grammatica per arrivare a un’esposizione ricca e controllata della lingua.

BERETTA sosteneva invece il “fare grammatica”: analizza vari modelli non tradizionali e ne trova pregi e difetti e

• predilige una grammatica di superficie, di forme concrete

RENZI (si affianca inizialmente alla Beretta) propone una soluzione: la grammatica ragionevole per l’insegnamento.

• La grammatica di base è quella tradizionale perchè ci sono elementi ineliminabili (nodi della grammatica). Quindi

gli insegnanti si rasserenarono che il loro studio non era da buttare, ma che dovevano continuare a farlo.

Da queste teorie SIMONE si riconvince della necessità di utilizzare la grammatica tradizionale per insegnare alcuni

concetti che sono fondamentali (ritorno a un modello nozionale). Non si riesce infatti a immaginare l’assenza di

almeno una grammatica di riferimento orientata.

Modello di grammatica valenziale (SABATINI) con le caratteristiche di semplicità e potenza descrittiva necessaria a

• un modello da adottare per l’insegnamento. Frase semplice: proiezione linguistica di un predicato-verbo: ogni

verbo a seconda della scena possiede delle valenze che devono essere saturate nelle frasi affinché l’evento saturato

dal verbo abbia una corretta rappresentazione linguistica. Vi sono verbi valenti (come morire) che hanno un solo

elemento obbligatorio; bivalenti che ne hanno due; trivalenti … e zerovalenti che non hanno soggetto (piovere).

Questo modello si presta ad integrare quello tradizionale; ci spiega perchè non tutte le frasi sono uguali; lavora in

superficie; adottato da molte scuole di linguistica.

Negli anni ’70 e ’80 vi è stata inizialmente quindi una confusione e spesso gli sforzi di rinnovamento si spegnevano

• a metà, per cui si adottavano approcci misti con risultati negativi negli studenti. Poi le cose si risolsero.

Il concetto di “riflessione grammaticale” diviene “riflessione sulla lingua”, ampliando gli orizzonti. Il superamento

della visione della grammatica tradizionale ha risolto automaticamente il problema della ricerca di un unico modello

teorico di riferimento: essendo un’analisi complessa, non la si può ridurre ad un unico modello (COLOMBO). I

vari libri di testo di riflessione sulla lingua diventano una concretizzazione delle Dieci Tesi e del programma di

RENZI. Mutata la domanda, mutano anche le soluzioni: infatti SABATINI trova 3 ordini di obiettivi, cioè lo

sviluppo delle capacità linguistiche, sviluppo cognitivo e potenziamento della formazione culturale. Secondo poi

SIMONE il fine ultimo dell’intervento della scuola dovrebbe essere “educare la tua mente” perchè non c’è materia

che possa comprendere tutti i fattori. COLOMBO aggiunge agli obiettivi di Sabatini un quarto: la grammatica serve

anche per lo studio delle lingue diverse.

Dibattito attuale: il punto debole resta la riflessione sulla lingua perchè si rimane ancorati alla ripetizione di vecchi

• stereotipi. Questo perchè le grammatiche di riferimento sono uscite e entrate in circolazione in ritardo rispetto alle

richieste della scuola. COLOMBO propone la selezione dei contenuti e la loro progressione nel tempo: non si può

insegnare tutta la grammatica dell’italiano; si deve tirar fuori quello che il bambino sa già di grammatica (ma cosa

realmente “sa”?); leggere testi per trarre domande e risposte; quando iniziare/finire il programma di riflessione

sulla lingua: dalle elementari al biennio delle superiori, ma sarebbe bene che continuasse anche nel triennio 6


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Diana Artemide di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Colussi Davide.

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