Linguistica italiana
Introduzione alla linguistica italiana
Prof. Ronco
Appunti di Alessandra Passarino
Fin dall’inizio l’italiano è stato considerato come una materia letteraria. La letteratura italiana è una delle più importanti, la lingua prima è orale e poi scritta. La linguistica è una materia nuova che si occupa dell’italiano parlato, ci sono tanti tipi di italiano, tanti gradi diversi che variano a seconda delle situazioni. Non esistono soltanto delle regole grammaticali per parlare, ma anche regole legate al tipo di linguaggio da utilizzare. La proprietà di linguaggio è la capacità di far capire all’interlocutore di aver capito.
La linguistica ha un lessico specifico, un sottocodice della lingua italiana, con termini tecnici. La linguistica si occupa del linguaggio verbale umano. Con nessun altro codice si può parlare di sé stessi, il linguaggio umano può riflettere su sé stesso. C’è bisogno di un ricevente che sia disposto ad ascoltarci. Non c’è nessuna distinzione tra lingua e dialetto, anche quest’ultimo ha la sua grammatica, non necessariamente scritta.
Epoca pre-romana
L’italiano è una lingua indoeuropea. L’indoeuropeo non è una lingua accertata, è una lingua che è stata costruita sulla base di somiglianze, soprattutto nelle parentele, i legami patriarcali/matriarcali che abbiamo ereditati da millenni. Nel caso della parola “madre”, in molte lingue ricorre spesso la lettera “M”. Secondo la teoria tradizionale, una parte dell’umanità è nata nella steppa centrale dell’Asia e si è poi spostata nella parte europea. Anche in India infatti troviamo somiglianze.
L’indoeuropeo è parlato dalla metà della popolazione mondiale. La prima lingua parlata è il cinese, poi inglese, indie e spagnolo, tranne in Africa. Verso la fine del secondo millennio (dal 2000 a 1000 a.C.), queste popolazioni provenienti dalle steppe dell’Asia si stanziano in Italia per trovare terreni di caccia o per coltivare: c’è stato un progressivo spostamento dall’Oriente a Occidente, per trovare nuove terre e risorse.
All’inizio del primo millennio, nel 753 a.C., ci fu la fondazione di Roma e l’Italia era abitata dai latini, dagli etruschi (più avanzati) (Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo erano etruschi), dagli osco-umbri, tra cui i Sanniti, i quali verranno cancellati da una guerra sociale devastante per l’Italia contro i Romani nell’ 88 a.C.
Influenze linguistiche
- Populus, Catena, Taverna sono di origine etrusca;
- Boss (bue), Ursus, Lupus, Turdus, Scrofa, Bufalus di origine oscumbra;
- Importante per il latino è stato l’apporto del greco, soprattutto per la terminologia sacra ed intellettuale. Di origine greca è anche il termine Oliva, Anfora, Macina, Balena, Delfinus, Gubernare.
Nel latino è importante il vocabolario religioso come Monacus, Battismus. Il problema per i romani fu la traduzione dal greco al latino: la Bibbia infatti fu tradotta da San Gerolamo, il quale utilizzò costruzioni sintattiche più vicine al popolo che al latino classico. La lingua è l’espressione di una cultura.
Il latino e le lingue romanze
Il latino non è una lingua morta, perché oggi ha solo cambiato nome (italiano, francese…). Infatti, le lingue romanze/lingue neolatine derivano tutte dal latino, infatti la maggior parte delle lingue che parliamo oggi hanno una grande quantità di vocaboli derivanti dal latino. In particolare, parole come “padre” e “madre” che derivano da “pater” e “mater”.
Nel latino c’è una differenza tra il parlato e lo scritto: quello diverso dal latino scritto è il “latino volgare” che si contrappone al “latino classico” della prima classe, della letteratura latina. I testi arcaici sono quelli più difficili, (Plauto), come anche quelli degli autori tardi del I-II-III sec. La letteratura precedente ci mostra come già il latino fosse diverso al tempo, in quanto tutte le lingue si evolvono, soprattutto nel lessico (bello= pulcher, bellus, formosus). Il termine “bellus” ad esempio è comparso solo in alcuni testi di diversi periodi, provando che quindi è stato sempre usato, probabilmente nel parlato.
Documenti importanti
Sui muri di Pompei c’era gente che scriveva, parole che spesso si ripetevano. A volte era scritto in modo corretto, in altre mancavano dei pezzi, quasi sempre gli stessi. Altro documento è il “Satyricon” di Petronio, il quale conosceva molto bene il latino, ma che quando faceva parlare gli schiavi, questi utilizzavano un latino molto strano (“vinum” veniva detto “vinus”).
Un altro documento è un pezzo di carta che contiene 227 linee con una serie di colonne AB-AB che si chiama “Appendix Probi”, scoperto nel Monastero di Bobbio e ora conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Probabilmente è stato scritto da un insegnante che voleva accentuare gli errori dei propri allievi nell’utilizzo delle parole e della loro pronuncia. Infatti, queste linee contengono una colonna A con parole del latino classico, mentre la colonna B contiene forme con errori.
| A | B |
| aures | auriclae |
| genus | genuclum |
Dunque, il fatto di sbagliare utilizzando il vezzeggiativo al posto della forma normale non era raro e lo si può anche vedere nelle lingue romanze (oreil, oreja, orecchio sono più simili a “auriclae” che ad “aures”). Questo perché le parole si consumano, se una parola bisillaba perde una parte rimane a metà, mentre una trisillaba ne perde solo un pezzo.
Il toscano e il fiorentino
Il toscano e il fiorentino, tra le lingue romanze, sono le lingue più vicine al latino, come anche il sardo. Infatti, in Toscana c’erano gli etruschi che avevano una lingua completamente diversa dal latino, ed è per questo che per comunicare con i latini avevano bisogno di impararlo in modo specifico. Quando tra due popolazioni ci sono molte differenze, la lingua imparata rimane di più rispetto a due popolazioni simili con lingue simili. Ancora oggi ci sono vari tipi di italiano a livello regionale nonostante decenni di scuola e ne siamo consapevoli perché ci accorgiamo delle differenze, conserviamo delle pronunce regionali anche impercettibili, certi modi di dire (es. Piemonte —> “ho solo più da fare questo”, ma in italiano non esiste “solo più”) e la differenza è enorme perché cambia il significato. Questa frammentazione esiste da sempre. Il latino volgare è una cosa diversa dal volgare.
Epoca post-barbari
Per quanto riguarda il lessico, esso è sempre quello del latino con una particolare attenzione al latino volgare (“bellus” è del latino volgare). Intorno il 500 vi è un apporto di vocaboli germanici, sia di uso orale che scritto, soprattutto degli Ostrogoti che invasero una parte del territorio italiano nel 489 d.C. Il regno ostrogoto finisce con la guerra gotica e l’invasione dei bizantini. Anche se il regno ostrogoto fu breve in Italia, rimase l’impronta linguistica, per quanto riguarda i termini. La lingua gotica si è tramandata grazie alla traduzione della bibbia da Ulfila, con termini come GUERRA che sostituisce “bellum”, ASTIO, BEGA, MELMA, NASTRO, REBBIO, RAMI, STECCA, STRAPPARE.
I longobardi diventano importanti nell’Italia settentrionale, anche centrale (Spoleto e Benevento), mentre il sud fu occupato dai bizantini. A differenza degli altri barbari, i longobardi invasero come popolo. I bizantini diedero il nome di “Lombardia” in contrapposizione alla “romagna”. I longobardi hanno portato ai volgari italiani molte più parole dei gotici, parole che riguardano il corpo umano, ampiamente nominata già dai greci, come GUANCIA, STINCO, NOCCA, ZAZZERA perché nell’ “editto di rotari” erano previste le punizioni corporali.
Influenze linguistiche
Dopo i longobardi, alla fine dell’VIII sec, vengono sconfitti da Carlo Magno di cui si parla nell’Adelchi di Manzoni. Da loro prediamo altri vocaboli come BOSCO, GUANTO, BIONDO. Il primo documento volgare di una lingua romanza è “Giuramenti di Strasburgo” avvenuti il 14 febbraio 842: i due nipoti di Carlo Magno, Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, stringono un’alleanza contro il Lotario, di fronte ai loro eserciti. Per fare comprendere ai loro eserciti la loro alleanza, giurano di sostenersi a vicenda nella lingua dell’altro (uno in tedesco e l’altro il francese). Chi scrisse questa narrazione storica in latino diede un nome alla lingua, una “rustica romana lingua”, ovvero il francese, e una “thiotiscam”, quella germanica. È il primo documento scritto in cui viene accertato che oltre al latino ci sono altre lingue romanze. Il volgare è l’esito della combinazione tra latino classico e latino volgare.
Primi documenti in volgare
In Italia il primo documento indicato come volgare è l’“Indovinello veronese” (= IX sec. Testo arrivato dalla Spagna in cui c’eran delle parti bianche dove qualcuno ci ha scritto qualcosa, testo breve). Indovinello che ha una lunga storia, non si capisce bene in che lingua è stato scritto, o volgare dell’area veronese o latino. L’indovinello recitava: “Se pareba boves, alba pratàlia aràba et albo versòrio teneba, et negro sèmen seminaba”. A lungo non si capì cosa fosse questo testo, fin quando un’allieva di Vincenzo de Bartholomeis disse che quei versi c’erano già in Pascoli nelle Myricae. Infatti, si parla di buoi, di un aratro che ara il terreno e di un seme nero (=metafora dello scrivano che scrive).
Per quanto riguarda il significato di “pareba”, il contadino “pareggiava i buoi”, ovvero li metteva uno accanto all’altro, significato in uso in veneto in quel periodo. “arava un bianco prato, un aratro bianco, e seminava l’inchiostro”. Si doveva descrivere un aratro, e da quelle parti si diceva “versoio”, diverso dal latino. Dunque, questo è il primo documento in volgare, dimostrato dal significato di “pareba”, diverso dal latino, il versorio e poco altro. “alba, albus” era stato sostituito da “blancus” nel periodo, ma qui viene utilizzato il termine latino.
Invece il primo documento più importante d’Italia è “Placiti Capuani”, poco prima abbiamo l’iscrizione del graffito della catacomba di Commodillla: il cristianesimo era vietato, nelle catacombe c’erano degli altari per le celebrazioni, in una di queste, venne ritrovato un altare con accanto un graffito breve. Questo graffito dice: “Non dicere ille secrita a bboce" (=non dire quelle segrete a voce). L’ “ille” = il nostro articolo deriva da ille, “a bboce” non esiste in latino, in toscana “non bociare” significa “non urlare” rafforzando spesso la B, quindi la doppia B voleva indicare la pronuncia (raddoppiamento fonosintattico tipico del toscano).
Il Concilio di Tours
Il Concilio di Tours, voluto da Carlo Magno, si tenne nell'anno 813 a Tours ed è considerato l'atto ufficiale di nascita delle lingue romanze. Durante i lavori conciliari i vescovi presero atto delle autonomie linguistiche neolatine, le lingue volgari, e ricorsero alla prima attestazione del termine romana (romana lingua), per riferirsi alla lingua comunemente parlata all’epoca in Gallia, in opposizione alla lingua germanica parlata dai Franchi invasori. In definitiva, il Concilio stabilì (XVII deliberazione) che, mentre la liturgia rimaneva in latino, l'omelia (cioè la predica) doveva avvenire in RUSTICAM ROMANAM LINGUAM (nei volgari romanzi) AUT THIOTISCAM (nelle lingue germaniche). Fra gli esempi, ci sono dei testi, “frammenti”, pieni di errori.
I “Placiti Capuani”
I “Placiti Capuani” (960/63), primo documento in volgare italiano. Il testo è un atto notarile, si trova all’abbazia di Montecassino. Un signore locale si accorse di avere un terreno dal quale non aveva guadagnato nulla, s’inventò una causa contro i monaci di Montecassino che avevano coltivato la sua terra. Davanti al giudice, Montecassino manda un suo diacono che dice: “sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene trenta anni le possette parte sancriti benedicti” (=so che quelle terre entro quei confini che qui si descrivono trent’anni li ha posseduti l’amministrazione patrimoniale dell’abbazia di Montecassino). Il diacono si esprime nella stessa lingua del signorotto, anche se sapeva parlare latino. Nella basilica romana di San Clemente c’è un affresco dove si narra la storia di San Clemente, anche questo illeggibile. Ci sono degli schiavi che trascinano una colonna, con scritte che rappresentavano i dialoghi, in cui il sovrintendente dice “figli delle pute, traite!” (“figli di puttana, trainate!”).
La differenziazione linguistica
Intorno al 1000 in tutta la Romania (tutti i paesi che parlano dialetti/lingue romanze) questa differenziazione è già iniziata. Qua e là compaiono delle scritture e documenti di varia natura.
Il Duecento
Con il XIII sec. nell’Italia centrale, soprattutto in Toscana, si comincia a pensare di scrivere, non in modo occasionale, in volgare. Il latino veniva ancora utilizzato per documenti importanti e ufficiali. Mettere per iscritto il volgare è difficile: bisogna inventare un sistema ortografico, l’unico modello era quello latino, questo problema non si risolverà se non tra alcuni secoli. L’Italia non è mai stata una nazione unica, con lingue e dialetti diversi che hanno suoni caratteristici, quindi era difficile da inventare una scrittura unica. Anche la morfologia e la sintassi erano completamente diverse dal latino, non esistevano i casi, i tempi verbali erano diversi (es. il condizionale il latino non esisteva, verrà inventato poi nelle lingue romanze) come anche i vocaboli. Per quanto riguarda la cultura, vi fu un contributo molto importante dalla Toscana e dalla Sicilia.
Il Trecento
Intorno al 1300 vi è un’operetta il “De vulgari eloquentia” di Dante, scritta in latino, in quanto testo scientifico (il latino verrà ancora utilizzato per secoli in quanto lingua franca, come oggi l’inglese). Dante lo scrisse perché cercava una lingua che potesse sostituire la grammatica (il latino) in prosa e poesia. Quale volgare potrà sostituire il latino? Ce n’erano tantissimi. Deve essere illustre (dà lustro a chi la usa), cardinale (come i cardini, centrale, dalla quale si muovono tutte le altre), aulica e curiale nel tribunale supremo.
Dunque, Dante passa in rassegna 14 dialetti, immaginò l’Italia rovesciata: egli divise i dialetti di sinistra (regioni sul mar Adriatico) e quelli destra (mar Tirreno). Egli però pensò che ne esistessero molti di più di dialetti, mostrando una certa simpatia per il bolognese e per il siciliano. Il siciliano in quanto conosceva i suoi poeti i quali scrivevano nel loro dialetto. Egli li conobbe attraverso i loro testi, commercializzati dagli usurai fiorentini che s’interessarono a questi testi apparentemente scritti in un latino sbagliato. Loro li fecero copiare dai copisti più volte per poterci ricavare qualcosa, nonostante questi correggessero gli errori e li adattavano secondo il dialetto. Dunque, Dante si avvicinò a questi testi grazie al lavoro di traduzione dei copisti fiorentini. Ciò è importante perché Dante fu uno dei primi a capire che in Italia si parlavano più dialetti. Il trattato fu tradotto da Gian Giorgio Trissino in toscano. Altri autori accelereranno il processo di evoluzione del toscano, gli daranno prestigio.
Dante considerava il latino più importante del volgare, ma già con il “de vulgari eloquentia” si vede come egli comincia a vedere il volgare come possibile lingua anche nello scritto.
Tutte le persone d’Italia parlavano in dialetto ed erano la maggioranza analfabeta. Nelle lingue romanze viene meno la struttura latina di soggetto + complemento + verbo, cambiando in soggetto + verbo + complemento. Dopodiché si torna al 1300 con Dante, con il toscano che acquista maggiore importanza grazie alla letteratura delle “Tre Corone” (Dante, Petrarca, Boccaccio), anche se a livello pratico non erano molto importanti. La letteratura di Boccaccio ebbe molto esito soprattutto grazie a famiglie potenti che utilizzano denaro degli usurai. Si sviluppa anche un grande commercio e dunque un grande sviluppo, anche nell’ambito politico (da comuni gestiti dal vescovo che passano in mani laiche che spesso deve fare i conti con l’imperatore). Nascono i guelfi e i ghibellini.
Il Quattrocento e l’Umanesimo
Con la metà del 1400 con la pace di Lodi (Venezia-Milano), Firenze domina tutta l’Italia, sia direttamente che indirettamente. Ciò porta dei cambiamenti in ambito linguistico, le altre cancellerie cercano di copiare il fiorentino che diventa una lingua sovraregionale. Oltre alle cancellerie come quella viscontea, hanno importanza anche le confraternite soprattutto nell’Umbria. I canti sono in un volgare toscano e si diffondono in tutta Italia. Questa diffusione del fiorentino diventa da adesso inarrestabile.
Ci fu un episodio che tentò di ostacolare questa diffusione, fu il periodo dell’umanesimo, in quanto gli umanisti disprezzavano il volgare, preferendo il latino. Questa pretesa degli umanisti fa si che ci fosse una maggiore divaricazione tra chi utilizzava il latino e chi il volgare. La diffusione del volgare fiorentino non nasce solamente grazie alle tre corone, ma anche dall’uso pratico. A parte il caso degli umanisti, vi è un episodio marginale, ovvero una grammatica di Alberti, che rivela la necessità di dover regolarizzare il volgare italiano.
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