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Capitolo ii: Il linguaggio verbale

“In what ways do languages differ and in what ways are all human languages alike?” David Perlmutter (1938 -).

Quando ci occupiamo di linguistica, l’oggetto delle nostre riflessioni è qualcosa che ci si presenta in maniera universale e particolare. La capacità di linguaggio è evidentemente un elemento che accomuna gli esseri umani come specie. Siamo di fronte a qualcosa che, come umani, ci rende tutti uguali; d’altra parte, è sotto gli occhi di tutti che il linguaggio umano varia senza che si possano stabilire dei limiti a questa variazione. Da una parte abbiamo qualcosa di uguale, dall’altra parte abbiamo una differenza che ‘limita’ l’uomo.

Il grande interesse dello studio della linguistica è in questa domanda: in cosa le lingue sono tutte uguali e fino a che punto possono divergere? Ci sono limiti alla variazione o è indefinita? Ci sono cose che le lingue possono avere tutte o tutto può essere particolare? La linguistica si muove intorno a questa domanda con prospettive diverse.

Oggetto della linguistica

Oggetto della linguistica sono le lingue storico-naturali, lingue nate spontaneamente lungo il corso della civiltà umana. Ora vediamo come intorno a questa domanda la linguistica, come disciplina scientifica, è nata. La linguistica come osservazione e come scienza osservativa è una scienza descrittiva e non normativa: noi andiamo alla ricerca di come funzionano le lingue nei loro meccanismi fondamentali. Parleremo di regole non come leggi del buon costume linguistico ma come meccanismi regolari che si riflettono per produrre certi effetti.

Quando si mettono a confronto lingue diverse non si tratta di trovare etichette diverse per gli stessi concetti; si tratta di capire come le lingue diverse fra loro si comportano. Ad esempio, se dovessi tradurre la parola casa in inglese, mi troverei davanti a un’opzione non semplice, perché non devo solo sostituire l’etichetta: mi trovo davanti a due scelte, house (edificio) e home (affetti). Io, parlante italiano, ho una distinzione concettuale fra casa inteso come edificio in cui vivo e casa dove sono gli affetti, non devo far questa scelta. Nel momento in cui mi porto nell’altro sistema linguistico, mi devo porre la domanda riguardo a cosa io stia parlando.

La differenza linguistica è qualcosa di più complicato: se io dovessi tradurre la parola neve in eschimese, la mia opzione sarebbe vastissima; mi troverei di fronte alla scelta di 16 termini. Mentre noi possiamo permetterci di dire semplicemente neve, un eschimese, che ha a che fare con la neve più di noi, deve capire di che tipo di neve si tratta.

Condizioni storiche, geografiche e culturali

Ci sono condizioni storiche, geografiche e culturali che possono aver favorito il fatto che in alcune lingue ci sia una fioritura di termini in un dominio rispetto ad altri: queste differenze non sono meccanicamente prodotte da qualcosa ma favorite da certe circostanze storico-culturali. Il sistema linguistico ha un grande margine di arbitrarietà: è arbitraria la scelta di definire il termine ‘casa’; non c’è spiegazione se in italiano abbiamo un termine e in inglese due.

Wilhelm von Humboldt e la visione del mondo

Un linguista del periodo degli arbori della linguistica è Wilhelm von Humboldt: egli diceva a questo proposito che ogni lingua è una visione del mondo, un modo di guardare il mondo, un modo per concettualizzare. Le lingue distribuiscono i concetti ciascuna a suo modo, ogni lingua è come un percorso che facciamo attraverso i concetti. Non è un termine forte come ‘concezione del mondo’, è un termine leggero.

In italiano, i nomi, gli aggettivi e gli articoli sono sempre definiti da una variazione che noi definiamo di genere. Ad esempio, differenza tra gatto e gatta: nel gatto è indicato il genere e la categoria numerica (gatto - gatti), nella gatta c’è la funzione di genere, l’opposizione fra la ‘o’ e la ‘a’ indica la differenza di sesso; non c’è da pensare che ci sia una correlazione fra genere e sesso.

Ci sono lingue in cui il sistema di genere è organizzato diversamente. In tedesco, il genere non è distinto in maschile e femminile ma si aggiunge un'altra categoria, ovvero il neutro, così tutto il sistema cambia. Ad esempio, ‘bambino’ in tedesco è neutro, la ‘mela’ in latino è neutra. Le differenze se confronti l’italiano, il latino e il tedesco ci sono, ma sono piccole; posso però trovarne anche enormi e clamorose.

Lingua Dyirbal

La lingua Dyirbal, lingua australiana diventata famosa del secolo scorso (George Lakoff), è parlata da poche persone in un luogo di pescatori in Australia. In questa lingua, i nomi non sono classificati in maschile e femminile, ma vengono classificati in quattro gruppi:

  • Classe di elementi razionali di sesso maschile: uomini, ragazzi, divinità maschili e alcuni animali capaci di intelligenza sempre appartenenti al mondo maschile;
  • Classe di cose che si possono mangiare: animali o vegetali, l’essenziale è che siano commestibili;
  • Classe di elementi razionali di sesso femminile: donne, ragazze e divinità femminili, insieme ci sono il fuoco, l’acqua e un buon numero di cose pericolose;
  • Classe in cui c’è tutto il resto.

‘Women, fire and dangerous things’: questo libro di George Lakoff si intitola voleva far vedere come dietro questa classe sia facile andare a vedere una concettualizzazione particolare della figura femminile. Non è però il punto interessante: possiamo vedere come spostandosi in una cultura diversa la classificazione è un’altra ed è un altro modo di guardare il bello è che è diverso il modo di guardare.

Wilhelm von Humboldt

Humboldt è vissuto tra il 1700 e il 1800 in area germanica, area e periodo sono quelli in cui si considera che, all’inizio del 1800, la linguistica sia sorta come disciplina scientifica indipendente e autonoma con un paradigma autonomo. Prima dell’800 c’erano riflessioni linguistiche (c’erano state da parte di grammatici e filosofi), però l’attenzione alla lingua era stata fino a tutto il 1700 compreso un’attenzione in seconda battuta, in quanto la lingua era sempre secondaria rispetto ad insegnare, a parlare o al modo che hanno gli uomini di pensare.

All’inizio del 1800 si creano le condizioni, dopo alcune premesse, perché si cominci a guardare alle lingue come meritevoli di un interesse autonomo e proprio: si dice che la linguistica come paradigma scientifico nasce qui, intorno all’inizio del 1800. La cosa da osservare è che, l’osservazione su cui la linguistica si costituisce come scienza, è un’osservazione di somiglianze tra lingue diverse: quello che all’inizio del 1800 gli studiosi osservano è che lingue molto distanti nello spazio e nel tempo mostrano somiglianze sorprendenti.

Alcune di queste somiglianze erano state già osservate precedentemente: nel 1500 mercanti e viaggiatori si stupivano di trovare che in India c’erano alcune parole somiglianti ad altre parole europee. Ad esempio, gli indiani per dire ‘nove’ dicono qualcosa che somiglia moltissimo a questa parola, Filippo Sassetti ha lasciato nei suoi resoconti di viaggio osservazioni di questo tipo. Altre osservazioni sono state fatte nel corso del 1700 da William Jones: egli faceva già osservazioni piuttosto strutturate; non era un linguista o qualcosa del genere, era un diplomatico inglese che fu mandato a lavorare in India e si appassionò alle sue lingue. Egli osservò che ci sono somiglianze notevoli tra la lingua parlata in India e le lingue europee.

Riflessione sistematica

Tutte queste piccole osservazioni furono fatte oggetto di una riflessione molto sistematica. Il nome che si collega alla riflessione più sistematica è quello di Franz Bopp 1816, anno da memorizzare: lo studio del Bopp sul sistema di coniugazione della lingua sanscrita (indiano antico) in confronto con quello del greco, del latino, del persiano e delle lingue germaniche. Questo è il lavoro del 1816 che scrive Bopp come una prefazione di cose scritte in sanscrito: egli osserva che nelle fasi più antiche delle lingue indiane ci sono delle somiglianze incredibili con il greco, latino e lingue germaniche. Queste somiglianze non sono solo somiglianze di singole parole occasionali, sono somiglianze sistematiche perché riguardano la coniugazione dei verbi: quindi interi paradigmi verbali che si somigliano. Infatti, egli parla di sistemi di coniugazione e vuole far notare che questi confronti sono sistematici.

Questa data viene spesso presa nei manuali come la data di nascita della linguistica e di questo studio, con il quale si considera nata la linguistica come disciplina autonoma indipendente dalla grammatica e filosofia. Questa nascita è legata a questo contesto particolare. Si tratta di confrontare delle lingue, osservare somiglianze e tramite questa comparazione fare un’ipotesi. L’ipotesi che faceva Bopp insieme ad altri studiosi era che queste somiglianze fra lingue così lontane geograficamente fossero dovute al fatto che queste lingue avessero un capostipite in comune, un comune progenitore. Indo europeo, nome posticcio, riflette che le lingue figlie che ne derivano si estendono su un arco spaziale molto esteso dall’India all’Europa. Non è una lingua di cui abbiamo una prova, è un’ipotesi dei linguisti dell’800 per spiegare una serie di somiglianze analisi comparativa fra le lingue.

Il Bopp ci conviene ricordarlo per un’altra ragione: nel 1821 fu titolare a Berlino della prima cattedra riservata a un insegnamento linguistico, sanscrito e grammatica comparata. Primo momento in cui una cattedra universitaria viene dedicata a discipline linguistiche. Questa cattedra fu istituita da Humboldt, personalità di spicco al tempo oltre che ad essere filosofo.

Nascita della linguistica storica comparativa

La natura della linguistica è autonoma e comparativa e questo confronto porta in primo luogo a fare un’ipotesi di tipo storico. Per questo, quando si dice che la linguistica è nata all’inizio del 1800, si aggiunge che nasce come una disciplina storico-comparativa, cioè che in questo momento storico l’osservazione delle somiglianze è soprattutto osservazione tra queste lingue indo europee tramite l’ipotesi del capostipite comune. Diez non si occupava di lingue germaniche ma delle lingue romanze, ovvero il modo in cui il latino nel corso della sua storia e della sua diffusione si è frantumato in tutte le lingue romanze.

Schleicher vive interamente nel 1800, attivo intorno alla metà del secolo. Egli è importante nella storia della linguistica perché è la persona che cercò di rappresentare l’ipotesi dell’indo europeo come lingua madre attraverso un disegno, il quale prende la forma di un albero genealogico: si immaginò che all’inizio ci fosse una radice unica dalla quale poi discendono un tronco e diversi rami. Egli, al contrario di un classico albero, lo rappresenta in maniera orizzontale che si sviluppa verso destra: l’indo europeo è il capostipite comune, sulla destra abbiamo tutte le lingue indo europee attualmente parlate.

Ferdinand de Saussure e la linguistica generale

Il primo studioso di cui ci occuperemo sarà Ferdinand de Saussure, cresce e studia a cavallo tra il 1800 e il 1900. Saussure ha sviluppato alcune delle riflessioni dalle quali è nata la linguistica moderna e dalle quali si è sviluppata una riflessione teorica sulle lingue, su ciò che è l’essenza stessa della lingua. Nasce nel 1857 a Ginevra, muore nel 1913. Studiò in vari posti, inizialmente e soprattutto in Germania, nei luoghi dove si studiava quel tipo di comparazione storica.

Inizialmente si iscrisse a Ginevra a chimica e fisica, poi lasciò e soprattutto a Lipsia andò a studiare la comparazione tra lingue europee. Fece anche studi per il dottorato scrivendo una tesi sulla sintassi del sanscrito. Si occupa della ricostruzione di questo capostipite a cui si dà il nome di indo europeo. Da un certo punto in poi fece carriera come studioso di linguistica, andò a insegnare linguistica a Parigi per poi tornare a Ginevra e insegnarla lì. Negli anni del ‘900 in cui insegna linguistica e inizia a interrogarsi su cosa sono le lingue, qual è l’oggetto della linguistica ecc. viene fuori sempre di più l’esigenza di una consapevolezza su cosa vuol dire fare una ricerca linguistica. Lui tiene tre corsi agli studenti: 1907/1908 – 1909/1910 – 1911/1912. Gli studenti presero appunti e sulla base di queste si tentò di ricostruire il suo pensiero. Da qui nacque il libro “Corso di linguistica generale”.

Egli non ha scritto una parola di questo libro, anche se è il testo considerato base della linguistica generale. Si chiama così perché è una riflessione generale e teorica sul valore delle lingue, egli cercava di fare un passo in avanti rispetto agli studiosi con cui ha lavorato. Se la prendeva con chi non si interrogava abbastanza su cosa fossero realmente le lingue e quanto fossero importanti. Questi appunti vennero messi insieme non dai suoi studenti ma da Bally e Sechehaye, non sono stati direttamente degli allievi: essi hanno ricostruito sulla base del confronto quello che probabilmente lui ha detto a lezione. Edizione 1922 la base di molte edizioni successive, era diciamo quella definitiva e che fa da base alla traduzione italiana negli anni ’60.

Godel ed Engler furono due studiosi che problematizzarono la ricostruzione delle lezioni di Saussure: Godel ha trovato appunti anche di altri studenti, mentre Engler ha fatto un’edizione in cui ha presentato gli appunti su uno stesso argomento di singoli studenti a confronto. Queste sue idee di cui lui andava parlando in lezione ma che non ha mai scritto e pubblicato (abbiamo solo poche note) sono ciò che ci interessa di più. Il tentativo che Saussure fa di dare una definizione specifica e precisa di cosa è un segno linguistico: le lingue sono fatte di segni, ma cosa si intende quando parliamo segni linguistici?

Natura del segno linguistico

Per inquadrare il linguaggio verbale umano fra i vari tipi e modi di comunicazione potrebbe essere utile partire dalla nozione di segno. Un segno è qualcosa che sta per qualcos’altro e serve per comunicare questo qualcos’altro (‘comunicare’ vale come ‘mettere in comune’). È più utile intendere comunicazione in un senso più ristretto: tale senso ha come ingrediente fondamentale l’intenzionalità si ha comunicazione quando c’è un comportamento prodotto da un emittente al fine di far passare dell’informazione e che viene percepito da un ricevente come tale. Altrimenti, si hanno solo passaggi di informazioni.

Si potrebbero distinguere tre categorie all’interno del fenomeno della comunicazione, a seconda del carattere di chi produce il messaggio (l’emittente) e chi lo riceve o lo interpreta (il ricevente o interpretante) e dell’intenzionalità del loro comportamento:

  • Comunicazione in senso stretto:
    • Emittente intenzionale;
    • Ricevente intenzionale.
  • Passaggio di informazione:
    • Emittente non intenzionale;
    • Ricevente intenzionale.
  • Formulazione di inferenze:
    • Nessun emittente;
    • Interpretante.

Comunicazione è quindi da intendere come trasmissione intenzionale di informazione. Lo specifico del segno linguistico è di essere l’associazione di un concetto e di un’immagine acustica. Immagine acustica non è il suono materiale (cosa puramente fisica) ma la traccia psichica di questo suono, la rappresentazione che ci viene data dai nostri sensi. L’immagine acustica non è il suo in quanto tale nella sua fisicità ma la rappresentazione che abbiamo in testa di qualcosa che ci viene dalla testimonianza dei sensi. È la rappresentazione mentale dei suoni ma non è direttamente il suono.

Segni e codice

La singola entità che fa da supporto alla comunicazione o al passaggio di informazioni è il segno, unità fondamentale della comunicazione. Questo studio dei segni intesi come senso lato è oggetto di un’altra disciplina di studio, la semiotica, è la scienza che studia i vari tipi di segni, intendendo il concetto di segno in senso ampio e generale. Vediamo la classificazione dei diversi tipi di segni molto diffusa di un semiotico e filosofo del linguaggio americano, Pierce. Nella sua classificazione abbiamo tre tipi di segni:

  • Indici (sintomi) motivati naturalmente e non intenzionalmente. C’è un rapporto naturale tra il segno e ciò a cui rinvia (la sua interpretazione), è un rapporto naturale basato su causa – effetto. Esempio: la nuvola è segno di pioggia, lo starnuto è segno di raffreddamento. Quando usiamo ‘segno’ facciamo riferimento a segni che non dipendono dalla volontà del genere umano. Se dovessi farlo volontariamente non è più un indice perché viene a mancare la naturalezza: sto volontariamente cercando di trasmettere un messaggio;
  • Icone motivati analogicamente, intenzionali. Sono immagini che riproducono proprietà dell’oggetto designato e rinvia per analogia a ciò che vuole significare. Esempio: i cartelli stradali si basano su questo principio di riproduzione analogica, nei cartelli troviamo sia segni di tipo analogico (icone), sia segni di tipo convenzionale (arbitrari). L’allerta in caso di pericolo è indicata da un triangolo con la punta verso l’alto: il triangolo non ha di per sé...
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gcaponeri di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università per stranieri di Siena o del prof Pieroni Silvia.
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