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Che cos'è la linguistica?

Bisogna iniziare sfatando dei miti:

  • “Il linguista parla molte lingue”: non è vero perché chi parla molte lingue è un poliglotta, e un linguista non lo è. Diciamo che il linguista di solito parla la sua lingua e l’inglese. Bisogna fare una distinzione tra conoscere una lingua e parlarla; il linguista è interessato a conoscere una lingua per capire le regole e i meccanismi che la regolano. Un linguista sicuramente conosce i meccanismi di più lingue ma non necessariamente sa parlarle, e questa distinzione tra il parlare e conoscere vale anche per la lingua materna: infatti, parlarla è spontaneo mentre conoscerla non è possibile senza conoscenze e strumenti adeguati, ed è la linguistica a fornirceli.
  • “Un linguista corregge gli errori di chi parla”: ciò che qualifica un linguista non è di correggere gli errori, anzi il linguista è interessato anche allo studio di frasi sbagliate perché è interessato a tutte le manifestazioni della lingua e gli sbagli sono delle manifestazioni naturali. Un linguista lavora in prospettiva descrittiva e non in prospettiva prescrittiva, perché è interessato a descrivere una lingua per come si presenta nei suoi meccanismi, mentre la prospettiva prescrittiva ritiene importante solo l’uso corretto di una lingua. Ovviamente il linguista sa che c’è un uso normale della lingua ma non è interessato solo a quello. Il linguista quindi non è un purista, anzi è aperto a nuove parole e neologismi causati dall’evoluzione di una lingua, che non è statica.
  • “Un linguista sa l’origine delle parole”: non necessariamente è così, poi se un linguista sa farlo meglio ancora. In questo caso abbiamo un contrasto tra prospettiva sincronica e prospettiva diacronica; la seconda è una prospettiva che studia l’evoluzione di una lingua ma questo è compito di un ramo della linguistica. La linguistica generale adotta una prospettiva sincronica perché studia la lingua per come si presenta in un certo momento temporale. Un linguista quindi ha come primo obiettivo analizzare le lingue per capire come funzionano, e anche per capire perché le lingue siano così e non in un altro modo.

Le proprietà della lingua

Biplanarità

È una proprietà di tutti i segni, non solo linguistici, e consiste nel fatto che in un segno siano compresenti due piani: il significante e il significato che non possono essere separati. Il significante è il piano fisicamente percepibile del segno, quindi nel nostro caso può essere fonico (linguaggio verbale) o grafico (parole scritte); il significato invece è la parte non materialmente percepibile, cioè l’idea associata al significante. Ad esempio, se si dice "tavolo", il significato è l’immagine mentale che abbiamo del tavolo e il significante sono i fonemi che compongono la parola "tavolo".

  • Quando parliamo delle lingue, parliamo di codici, nel senso che è un insieme di corrispondenze tra significati e significanti e l’insieme di queste associazioni rappresenta il codice.

Arbitrarietà

Arbitrarietà tra significato e significante

Si intende il fatto che non c’è nessun legame naturale e logico fra il significante e il significato di un segno. L’associazione non è data ma è convenzionale e arbitraria. Se ci fosse una corrispondenza arbitraria, lo stesso oggetto dovrebbe chiamarsi nello stesso modo in lingue diverse.

Arbitrarietà tra segno (significante e significato) e referente

Oltre a significato e significante, esiste un terzo elemento che è esterno ovvero il referente, ciò che ritroviamo nella realtà. Nel caso di "tavolo", è l’oggetto tavolo. Il rapporto che lega il segno al referente è arbitrario perché non c’è niente di logico o di naturale che li lega.

Arbitrarietà tra forma e sostanza del significato

Ich gehe zu Sophie (vado da Sofia), Ich fahre zu Sophie (vado da Sofia), Ich fliege zu Sophie (vado da Sofia): sono tre frasi in tedesco che servono per capire il terzo tipo di arbitrarietà. In tutti e tre i casi si sta parlando di un evento di moto e la sostanza del significato (andare da Sofia) ha tre forme diverse che indicano tre modi di andare da Sofia: il primo a piedi, il secondo con un mezzo di trasporto terreno e il terzo se vado con un mezzo di trasporto non terreno. La sostanza del significato (significato più generico) è spostarsi da un punto a un altro, questa sostanza però ha forme diverse a seconda del modo in cui ci si sposta. In italiano non abbiamo verbi che codifichino la maniera del movimento. In inglese, quando si parla di carne umana si dice “flesh” mentre di carne intesa come cibo “meat”: la sostanza del significato è sempre la carne (somma di quello che gli inglesi intendono per carne umana e carne da mangiare) mentre la forma sono o umana o animale. Alcune lingue decidono di usare parole diverse per dire la stessa cosa in modi più specifici.

Arbitrarietà tra forma e sostanza del significante

In genere ci si concentra sul significante acustico, ad esempio: Stadt – Staat (Città – Stato). Queste sono due parole tedesche in cui cambia solo la lunghezza della “A” a cui corrispondono due significati diversi. In italiano non abbiamo questa caratteristica perché, anche se facciamo durare più una lettera, il significato è sempre lo stesso; può esserci una differenza di ricerca ma non c’è una differenza denotativa. La durata di pronuncia di un certo suono in tedesco cambia le parole ma in italiano no, o meglio ci sono pochissimi esempi marginali come Corte – Coorte. In italiano il cambiamento di significato è deciso dalla posizione dell’accento. Alcune lingue scelgono se delle differenze di pronuncia esprimono dei cambi di significato.

Possiamo individuare quindi quattro tipi di arbitrarietà:

  • Arbitrarietà tra significante e significato;
  • Arbitrarietà tra segno (significante e significato) e referente;
  • Arbitrarietà tra forma e sostanza del significato;
  • Arbitrarietà tra forma e sostanza del significante.

Iconicità

Con iconicità si intende quando il significante riproduce aspetti del significato. Un esempio sono le onomatopee che richiamano nel significante dei caratteri del significato (tintinnio, sussurrare, rimbombare). Gli ideofoni non fanno parte del lessico e quindi non hanno iconicità. Es. “tintinnio” -io è arbitrario, ma tutto il resto della parola riprende un suono reale. Davanti a parole di questo tipo l’arbitrarietà non è totale.

Plurale

In italiano tipicamente per formare il plurale si cambia la lettera finale e quindi è poco iconico: Libro – Libri. È molto più iconica la formazione del plurale in inglese per cui la formazione del plurale è data dall’aggiunta di un pezzo di parola: Book - Books, ed è più iconico perché per esprimere il plurale bisogna aggiungere un qualcosa. In indonesiano, per formare il plurale si raddoppia la parola: Anak – Anakanak (bambino – bambini) e questo è molto iconico. Questi esempi ci fanno vedere come le varie lingue hanno vari metodi per la formazione del plurale che le rendono più iconiche e meno arbitrarie o viceversa.

Doppia articolazione

È una proprietà del significante ed è elementare nei segni linguistici, perché non ci dice altro che il significante del segno linguistico alla prima articolazione è scomponibile in unità più piccole che a loro volta portano un significato. La parola “gatto” è scomponibile in -Gatt (felino domestico) e -o (singolare e maschile), oppure in “gattino” l’unità -in significa piccolo; e questo lo si vede in altre parole come “lettino”. Questi pezzettini di significante si chiamano morfemi e quindi una parola come “gattino” è formata da tre morfemi, e quindi i morfemi sono delle unità minime dotate di significato.

Al livello della seconda articolazione, noi abbiamo unità di seconda articolazione che però non hanno più un loro significato perché sono dei semplici suoni. Nella parola “gattino” sono g-a-t-t-i-n-o e, come si può vedere, sono puri suoni e si chiamano fonemi. Se si prende come esempio la -o di “gattino”, ha un significato e quindi si parla di morfema perché inteso come fonema non dovrebbe avere un significato proprio. Questa proprietà garantisce al linguaggio umano la sua produttività. I fonemi non sono tanti quanto le lettere, ma sono di più.

Produttività

Con produttività si intende il fatto che con la lingua si può parlare di cose passate, future, nuove o inesistenti; che sembra banale ma ad esempio nella comunicazione animale non esiste questa produttività perché non esiste la doppia articolazione. Noi abbiamo un certo numero di suoni che usiamo per produrre i messaggi, ed è un numero piccolo perché l’italiano ad esempio ha più o meno 30 fonemi ma esistono addirittura lingue che ne hanno solo 10. La produttività quindi è la capacità di combinare i fonemi per formare dei morfemi che a loro volta si combinano per formare le parole e che infine si combinano tra di loro e formano le frasi.

Ricorsività

È strettamente legata alla produttività, e significa che una stessa regola è riapplicabile un numero teoricamente illimitato di volte. Una parola come “globo” è formata da due morfemi -Glob -o, e la regola è aggiungere un suffisso -o. Se si aggiungono due morfemi come -al e -e si crea la parola “globale” quindi la regola di aggiungere un suffisso si può applicare più volte per formare parole diverse.

Il parlato

I linguisti tendono ad avere più interesse per il parlato, innanzitutto perché tutti nel mondo parlano ma alcune volte non scrivono, e poi perché è spontaneo imparare prima a parlare una lingua e poi a scriverla. Il parlato è più immediato e naturale della scrittura.

L'apparato fonatorio

L’apparato fonatorio è lo strumento che usiamo per parlare, e quasi tutte le lingue parlano espellendo l’aria. La laringe, in particolare la glottide, è importante perché è dove hanno sede le corde vocali che non sempre servono per la creazione dei suoni, infatti esistono suoni che non sono creati dalle corde vocali. L’uso delle corde vocali per creare suoni in italiano è usato per cambiare il senso delle parole.

Inizialmente le corde vocali servivano ad impedire il passaggio di alimenti nella trachea per facilitare il passaggio nell’esofago. Intorno a due milioni di anni fa, l’uomo ha iniziato a parlare e le corde vocali sono diventate ancora più importanti. Dopo che l’aria è arrivata nella glottide e ha fatto vibrare le corde vocali, arriva nella faringe che funziona da cassa di risonanza che aumenta l’intensità del suono caratterizzandone il timbro; anche questo è un aspetto dell’evoluzione umana perché la faringe si è sviluppata con la postura eretta aumentando di dimensioni.

Arrivati a questo punto, il flusso d’aria può passare nella cavità nasale o in quella orale, e questo dipende dal suono che si vuole emettere. È facile riconoscere i suoni nasali anche perché sono una piccola parte dei suoni che emettiamo, e il velo serve proprio a chiudere il passaggio dell’aria al di sopra della cavità orale. Anche il velo serve per produrre suoni, perché quando il dorso della lingua tocca il velo si producono certi suoni chiamati velari. Anche la lingua è fondamentale nella fonazione perché in base a come si posiziona ci permette di fare tutte le vocali. Ci sono anche suoni palatali che quindi si creano quando la lingua tocca il palato e sono suoni palatali.

Un’altra parte importante sono gli alveoli che sono la parte dietro le gengive perché ci sono alcuni suoni che con il contributo della lingua vengono creati dagli alveoli e sono detti alveolari o dentali. Ci sono ancora dei suoni creati dalle labbra, oppure dalle labbra e i denti; sono detti bilabiali o labiodentali.

Trascrizione IPA delle consonanti italiane: luogo di fonazione

Con sordo e sonoro si intendono i suoni creati con le corde vocali e senza, infatti se è sordo non servono le corde mentre se è sonoro sì. Le consonanti sono articolate anche in modi diversi che sono quelli sulla sinistra della tabella:

  • Modo occlusivo: il passaggio dell’aria per un momento è completamente occluso dalla lingua; le consonanti occlusive sono anche dette plosive o esplosive.
  • Modo fricativo: il canale orale non è chiuso completamente, quindi l’aria può ancora fuoriuscire e lo fa tramite una fessura che si crea tra alveoli e lingua, mentre il velo chiude il passaggio dell’aria attraverso il canale nasale.
  • Modo affricato: è una successione di due fasi, ovvero vuol dire che il suono è prodotto in due momenti molto ravvicinati dove il primo momento ha tutte le caratteristiche di un suono occlusivo e il secondo momento ha le caratteristiche di un fricativo.
  • Modo nasale: le due labbra si toccano chiudendo il passaggio dell’aria dalla cavità orale mentre il velo lascia aperto il canale nasale e quindi l’aria esce dal naso.
  • Modo laterale: il passaggio dell’aria avviene ai lati della lingua o anche solo da uno dei due lati della lingua.
  • Modo vibrante: il suono è prodotto attraverso vibrazioni ripetute di un organo contro ad un altro.

Trascrizione fonetica

Si utilizza solitamente l’IPA (International Phonetic Association/Alphabet). L’alfabeto fonetico fa differenza tra, ad esempio, la -C di "cane" e quella di "cena"; cosa che l’italiano invece non fa per semplicità.

Cane: in questa parola la -C è rappresentata con la K [‘Kane], l’accento lo si mette prima della sillaba accentata (tonica).

Cena: in questa parola la C è ʧ quindi si scrive così [‘ʧena], anche in questo caso l’accento è sul primo fonema e quindi si mette prima di esso.

Se prendiamo come esempio "giro" e "ghiro", hanno entrambi quattro suoni, ma in italiano -gh è un suono solo, infatti il suono -H non esiste in IPA.

Ghiro: [‘giro]

Giro: [‘ʤiro]

Se prendiamo come esempio "pazzo" e "mezzo", le -Z non sono uguali:

Pazzo: [‘pattso] quando ci sono due affricate, la parola mostra diverse caratteristiche fonetiche.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher pietrochesta di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Cerruti Massimo.
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