Lingua latina (livello B)
Prof.ssa Chiara Riboldi
Cato maior de senectute
Cicerone
Cicerone nasce nella piccola cittadina di Arpino nel 106 a.C. I due arpinati più illustri sono stati Mario (della guerra civile tra Mario e Silla) e Cicerone. La famiglia di Cicerone era imparentata con la famiglia di Mario. Non era una famiglia nobile, non era una famiglia aristocratica romana perché Arpino si trovava un bel po’ fuori da Roma. La sua famiglia era appartenente all’ordine equestre ed era una famiglia molto agiata, tanto da poter permettere a Cicerone e a suo fratello Quinto un’educazione molto raffinata e anche una buona dose di rilevanti conoscenze sociali. Però, Cicerone rimase un homo novus (in questa categoria erano inseriti tutti coloro che non avevano mai avuto nessun familiare a loro vicino che avesse intrapreso la carriera politica, cioè il cursus honorum).
Quando, nella lingua latina, si usa l’aggettivo novus, normalmente c’è sempre una sfumatura di carattere dispregiativo: non equivale in toto alla semantica del nostro aggettivo nuovo, che ha anche caratteristiche molto positive. Quando i latini dicevano homo novus lo dicevano con un’accezione quasi dispregiativa, qualcuno di sconosciuto e quindi qualcuno di cui non si sapeva se ci si poteva fidare. Questo sarà un retaggio che Cicerone si porterà sulle sue spalle anche quando arriverà a Roma. Si trasferisce a Roma anche abbastanza presto, nel 91 a.C., perché le scuole più importanti di retorica e di filosofia avevano sede a Roma, dove arrivavano le personalità importanti. Anche i retori e i filosofi greci, che spesso venivano inviati a Roma per ambascerie, ne approfittavano per tenere lezioni a Roma.
A Roma, Cicerone e il fratello Quinto vengono indirizzati immediatamente alla carriera forense. A Roma, Cicerone aveva la possibilità di svolgere, con i migliori oratori del tempo, il suo tirocinium fori. Anche se Cicerone aveva avuto, fin da subito, questo indirizzo familiare, in realtà, in lui il coinvolgimento nella carriera forense si allinea anche ad una fortissima passione per gli studi umanistici. Fin da subito, Cicerone si mette a studiare, a scrivere, a tradurre tanto che appartengono a questi primi anni alcune traduzioni come, per esempio, la traduzione dal greco dei Fenòmena di Arato oppure le prime prove poetiche come il Marius, dedicato al suo illustre conterraneo, oppure il Glaucus, una prova neoterica (l’aggettivo novus era stato dato proprio da Cicerone quando ormai aveva abbandonato l’alessandrinismo).
A questo primo periodo appartengono anche le prime cause politiche in cui intervenne come avvocato e anche la scrittura della sua prima opera oratoria, il De inventione, che però venne lasciata incompiuta. Tra il 79 a.C. e il 77 a.C., Cicerone si allontana da Roma per compiere il suo viaggio sentimentale in Grecia, accompagnato dal fratello Quinto, e, dal 75 a.C., rientrato a Roma, comincia a compiere il suo cursus honorum con la questura in Sicilia, una questura importantissima in cui si comportò molto bene come questore. Tanto che, quando nel 70 a.C., i siciliani vollero accusare Verre per la sua corruzione, per le sue azioni anche sacrileghe, di sottrazione di templi, di statue, i suoi omicidi, cercarono un uomo politico che fosse integerrimo e che, contemporaneamente, fosse anche un ottimo oratore. Quindi, si rivolsero proprio a Cicerone che, nel 70 a.C., scrisse le sue sette Verrine.
Questa è anche l’epoca della Pro lege Manilia, l’orazione di sostegno alla legge che attribuiva a Pompeo poteri pressoché illimitati per combattere nella seconda guerra contro Mitridate che avvenne tra il 66 e il 63 a.C., dopo che Pompeo era intervenuto in modo così eccezionale nella guerra contro i pirati nel 67.
Il suo cursus honorum si concluse con il consolato, che era la carica massima a cui si poteva ambire. Venne eletto nel 64 ma per l’anno 63 a.C. L’elezione avveniva nei mesi invernali precedenti all’ingresso della carica che avveniva il primo gennaio dell’anno successivo. Dall’1 gennaio del 63 fino alla fine dell’anno, Cicerone è console e questo è l’anno della congiura di Catilina ed è l’anno in cui lui scrive le sue 4 Catilinarie per dichiarare la presenza di una congiura, per indicare Catilina come hostis publicus, per spingere il senato a lottare contro Catilina ma Catilina, dopo l’esposizione della prima, era già fuggito in Etruria perché aveva capito che le cose si mettevano male. Questo è anche l’anno della Pro Murena, il sostegno che Cicerone diede a Murena per il suo consolato. La scelta di Murena fu quella che poi portò Catilina a passare da un millantare una congiura a renderla effettiva e attiva.
Poi, nel 62 a.C., abbiamo la Pro Archia: questa orazione è legata in qualche modo al consolato di Cicerone. Cicerone si era proposto di difendere Archia che era accusato di aver usurpato la cittadinanza romana. Archia era un retore e poeta greco di chiara fama, che era giunto a Roma e che Cicerone difende non pro bono ma perché Archia gli ha promesso che, una volta salvo, scriverà per lui una grandissima opera poetica a testimonianza perenne e duratura del suo straordinario consolato, cosa che poi non fece. Cicerone lo salvò, vinse, Archia fu libero ma non scrisse mai un’opera sul consolato di Cicerone tanto che Cicerone decise di farsela lui e scrisse il De consulatu suo e questo è uno dei motivi di scherno anche presso i suoi contemporanei. Era tanto abile come oratore, tanto preciso come retore, tanto fine come filosofo, come divulgatore filosofico quanto era pessimo come poeta, tanto che abbiamo solo dei frammenti.
Il consolato è del 63 a.C. ma la decisione e, poi, la scrittura effettiva è del 60 a.C. Quindi, capiamo anche i motivi che spinsero Cicerone a compiere questo gesto. Il 60 a.C. è l’anno del primo triumvirato, è l’anno in cui si ha l’accordo privato da Cesare, Pompeo e Crasso, è l’anno in cui Cicerone capisce che per lui non c’è più posto nella politica romana e, quindi, cerca di ricavarsi un piccolo spazio attraverso la letteratura. Cicerone è isolato a tal punto da vedersi attribuito l’esilio e la confisca dei beni. Siamo tra il 58 e il 57 a.C. Tra l’altro, un esilio che venne determinato proprio dalle scelte che lui aveva compiuto ma, in realtà, scelte che erano state pressoché obbligate perché il console aveva semplicemente ratificato le decisioni del senato, che era stato spinto dalle sententiae di Catone l’Uticense. Anche se l’esilio è breve, anche al ritorno dall’esilio, Cicerone rimane emarginato.
Riesce a tornare per l’intervento di Pompeo che, però, gli fa chiaramente presente che non ci sarà più per lui un posto attivo nella politica romana e questo fa sì che Cicerone, in questo periodo, si dedichi alla scrittura della maggior parte delle sue opere retoriche e di alcune opere filosofiche, oltre che numerose epistole e alcune orazioni. Quindi, un isolamento politico che provocò tantissimo dolore a Cicerone ma fonte, per noi, di una serie di opere importantissime, opere che portarono alla fondazione del concetto di humanitas tanto che questa canonizzazione arrivò da Terenzio a Cicerone fino a Sant’Agostino e da lì fino al Medioevo e poi fino a noi. Questi sono anni in cui, dal punto di vista politico, Cicerone cerca di dare il suo contributo ma, in realtà, non trova un interlocutore per lui; sono anni di alleanze un po’ incerte, provvisorie.
Lui si oppone sempre alla violenza, soprattutto dei populares, rappresentata dalle bande armate di Clodio che era la mano armata di Cesare. Infatti, questi sono gli anni di varie orazioni: la Pro Caelio, la Pro Sestio, la Pro Milone che è l’orazione in assoluto più bella che noi possiamo leggere di Cicerone anche se è una delle poche in cui Cicerone non risultò vincitore. Si racconta che fosse stato talmente spaventato, quando stava pronunciando l’orazione, perché c’erano le bande armate di Clodio che assediavano la città, che Cicerone, a cui non mancava la parola, non riuscì quasi ad aprire bocca. La versione che noi possediamo è successiva perché lui, in realtà, non riuscì mai a pronunciarla. Con l'orazione in difesa di Milone, Cicerone cercò di far chiarezza sulle dinamiche dello scontro avvenuto tra Tito Annio Milone e Publio Pulcro Clodio il 18 gennaio del 52 a.C. lungo la via Appia. Milone era in viaggio con la moglie e un numeroso stuolo di schiavi, quando si imbatté in un corteo guidato da Clodio, composto da una trentina di servi armati. Ebbe origine uno scontro sanguinoso tra i due schieramenti, in cui Clodio e i suoi ebbero la peggio.
La morte di Clodio è datata al 52 a.C. Ma c’è già stata un’altra morte importante: nel 53 a.C., a Carre, in Mesopotamia, la morte Crasso, che causò una rottura dell’equilibrio di potere, che ancora si teneva in piedi, tra Pompeo e Cesare. Quindi, ci stiamo avviando agli anni della guerra civile tra Cesare e Pompeo nel 49 a.C., quando Cesare varcò in armi il fiume Rubicone, che segnava il confine tra la provincia della Gallia Cisalpina e il territorio dell’Italia; il senato, di contro, si strinse attorno a Pompeo e, nel tentativo di difendere le istituzioni repubblicane, decise di dichiarare guerra a Cesare (49 a.C.). Da qui, il famoso detto “alea iacta est” (il dado è stato tratto), attribuito da Svetonio, nel suo De vita Caesarum, a Giulio Cesare. La traduzione italiana "Il dado è stato tratto", in realtà, è frutto di errori e non lascia intuire immediatamente il senso della locuzione.
La frase, probabilmente come citazione di una commedia di Menandro, l’Arreforo, fu proferita in greco come tramanda Plutarco nelle Vite parallele. Probabilmente un errore di trascrizione (aplografia) ha portato alla perdita dell'ultima lettera, mutando "esto", imperativo futuro 2°/3° singolare, in "est", indicativo presente 3° singolare; "iacta alea esto" pare dunque essere la frase corretta e perfettamente si accorda con l'imperativo di terza persona tramandato da Plutarco "ἀνερρίφθω κύβος" ovvero "che il dado sia tratto”, quindi, un congiuntivo esortativo. Questo non è un problema solo di morfologia verbale ma vuol dire che, in realtà, la frase fu pronunciata prima e non dopo il passaggio del Rubicone. La congettura si attribuisce a Erasmo da Rotterdam. La guerra civile termina nel 48 a.C., perché questa è la data della battaglia di Farsàlo, della fuga di Pompeo che si rifugia presso Tolomeo XIII, il quale viene convinto ad ammazzarlo in modo da presentare a Cesare la testa di Pompeo (le famose lacrime egiziane di Cesare: quelle che ora si chiamano lacrime di coccodrillo).
Questi sono anni in cui il potere è rappresentato da un lato, da Cesare, dall’altro, da Pompeo, i populares contro gli optimates, e Cicerone non può far altro che schierarsi dalla parte degli optimates che si vantavano di difendere le istituzioni repubblicane contro quello che era considerato come un usurpatore, un assassino delle istituzioni repubblicane. Cicerone, in una lettera ad Attico, parlando dei suoi tentennamenti, dà un giudizio molto negativo su Pompeo come generale, perché lui conosce la straordinaria grandezza di Cesare, però, nella stessa lettera si rende conto che non può schierarsi dalla parte di Cesare quindi si schiera dalla parte di Pompeo, con tutti i dubbi del caso, sapendo che sta rischiando grosso. Infatti, sarà uno dei pompeiani, non uccisi da Cesare ma che godranno della sua famigerata misericordia, quella che viene definita, un po’ impropriamente, clementia Caesaris (impropriamente perché si parla di clementia più che altro nei confronti dei popoli esterni a Roma, che erano considerati sudditi).
Questo è il periodo della dittatura cesariana, dal 46 a.C. al 44 a.C, periodo in cui Cicerone assaggia la misericordia di Cesare e cerca di condividere questo piatto, che è comunque molto amaro per lui, anche con altri pompeiani che difende nelle cosiddette orazioni cesariane (la Pro Marcello, la Pro Ligario, Pro Rege Deiotaro). Scrive anche la maggior parte delle opere filosofiche perché è deluso e la filosofia, per lui, diventa una medicina dell’anima. È deluso non solo dal punto di vista politico perché si trova ancor più isolato rispetto a quanto era stato prima, in debito con una personalità così difficile da gestire come Cesare e capisce di non poter far nulla per cambiare la situazione.
Contemporaneamente, è il periodo delle sue più grandi delusioni familiari: si spezza il matrimonio con la moglie Terenzia, nel 46 a.C; lui sposa un’altra giovane ragazza da cui divorzierà quasi subito, nel 45 ma soprattutto, il 45 è l’anno della morte dell’amatissima figlia Tullia, che lo segna con una ferita da cui non riuscirà più a riprendersi. Quindi, la filosofia serve proprio per medicare il suo animo che è provato da queste esperienze ormai alla fine della sua vita.
Le idi di marzo segnano la morte di Cesare. Cesare aveva scritto nel suo testamento che avrebbe voluto distribuire trecento sesterzi a tutti i veterani e a tutti i proletari ma Antonio, che pensava di essere lui l’erede, che aveva già preso accordi con il senato, con i congiurati per cercare di sistemare la situazione, rimane un po’ deluso e decide di non fare nulla di quello che è scritto nel testamento. Nel frattempo, Ottaviano, che si trovava in Mesopotamia, torna a Roma, velocemente, una volta capito che è lui l’erede designato da Cesare nel testamento. Torna, vende i suoi beni privati e distribuisce, come Cesare aveva voluto, di tasca propria i trecento sesterzi. Ottaviano aveva un’ambizione politica straordinaria.
Cicerone ha come una specie di rigurgito di orgoglio: vede in questo giovane ragazzo diciottenne, Ottaviano, la possibilità di guidarlo verso un tentativo di pacificare Roma dopo ben 2 guerre civili (Mario e Silla; Cesare e Pompeo) ma Ottaviano fa di testa sua, non vuole ascoltare nemmeno il senato, ambisce immediatamente al consolato senza aver trascorso nemmeno una carica del cursus honorum. L’unico modo per ottenere questo potere personale è allearsi con Antonio, Antonio contro cui Cicerone si era scagliato anche in modo poco sottile in quelle che vengono chiamate le Filippiche, le orazioni contro il Filippo romano (Antonio) per spronare i Romani e, in particolare, Ottaviano, a scegliere la res publica e non Antonio.
La denominazione di Philippicae venne attribuita dallo stesso Cicerone alle sue orazioni, tra il serio e il faceto, in una lettera a Bruto, con lo scopo di omaggiare il grande oratore greco Demostene, suo grande modello, non solo dal punto di vista oratorio, ma anche morale e patriottico. Difatti, come l'oratore greco si scagliò contro Filippo II di Macedonia, facendosi promotore della difesa e della libertà dello Stato, Cicerone, schierandosi contro Antonio, si prefisse di raggiungere nelle Cesarine e nelle Filippiche l'eloquenza demostenica sotto il profilo retorico e oratorio. Questo perché Demostene rappresentava per Cicerone il modello ideale dell'oratore politico che si è formato attraverso lo studio dei testi filosofici.
Ma Ottaviano fa di testa sua. Nel 43 a.C., viene firmato quello che non è più un patto privato, come il primo triumvirato, ma quella che diventa una vera e propria magistratura, durata 5 anni, che è il secondo triumvirato tra Antonio, Ottaviano e Lepido. Si torna ad una scelta molto brutta, quella delle liste di proscrizione, che era stata già di epoca sillana. In queste liste, c’è anche il nome di Cicerone. Lo vanno a recuperare mentre stava cercando di fuggire dalla sua villa e Antonio userà Cicerone per far ben capire che, forse, non è più il caso di opporsi ad un potere forte come quello dei triunviri.
Cicerone venne ucciso: le sue mani e la sua testa vennero tagliate ed esposte nel foro, sui rostri, la tribuna degli oratori così chiamata perché era ornata dai rostri sottratti alle navi nemiche. Così finisce la vita di Cicerone, uomo che ha vissuto in un’epoca straordinaria e che, attraverso la sua stessa vita e le sue opere, ci dà testimonianza di quella che è la crisi della res publica romana, il declino lento ma inesorabile e, alla fine, la caduta della res publica romana.
La sua, però, non è soltanto una straordinaria esperienza storica, sociale e politica ma anche un’esperienza intellettuale perché è un autore estremamente prolifico. La sua è anche una testimonianza di un progetto politico molto ambizioso di rifondazione delle istituzioni repubblicane attraverso un ritorno ad una visione etica e morale che era legato all’antico passato, quel passato del mos maiorum, un’etica e una morale che, inizialmente, Cicerone vede nella possibilità della concordia ordinum (l’ordine senatorio), poi diventa ancora più ambizioso, il consensus omnium bonorum, il consenso di tutte le persone perbene. Non è necessario che vengano dai senatori, non è necessario che vengano dall’ordine equestre, ma Cicerone dice che ci sono tante persone perbene in mezzo al popolo, che di sicuro hanno a cuore la res publica romana. Come indirizzare questi uomini?
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