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Lingua latina – modulo B 1 2

H.I. Marrou, Storia dell’educazione nell’antichità, 1948 (it. 1966 )

22/0 • 1 2

S.F. Bonner, L’educazione nell’antica Roma, 1977 (1986 )

9 • W.M. Bloomer, The School of Rome: Latin Studies and the Origins of Liberal Education,

2011

• R. Cribiore, Writing, teachers and students in Greco-Roman Egypt, 1996

• Ead., Gymnastic of the Mind, Greek Education in Hellenistic and Roman Egypt, 2001

• M. Joyal – I. McDougall – J.C.Yardley, Greek and Roman Education. A sourcebook, 2009.

• Sulla lettura silenziosa e sull'autografia, cfr. Pecere, La scrittura dei Padri della Chiesa tra autografia e

dictatio, “Segno e testo” 2007.

Per molti aspetti è legittimo considerare come unitaria la scuola greco-romana. Importante è un saggio di

Gianotti sulla scuola nel mondo romano, da Lo spazio letterario di Roma antica.

Lo schema tradizionale, delineato dagli stessi teorici antichi della scuola, non è rigidamente applicato:

l’articolazione su tre livelli che caratterizza la delineazione teorica vede una permeabilità tra gli stessi. Anche

per ragioni pratiche, dunque, i livelli non erano nettamente distinti. Nella scuola greco-romana si può parlare di

“ginnastica della mente”: la Cribiore utilizza tale metafora perché l’educazione scolastica era percepita come

palestra, un cerchio di esercizi che, in ogni livello, si allarga ad un maggior approfondimento, cambiando di pari

passo gli obiettivi. Nel mondo antico la scuola non punta a creare dei tecnici del sapere, ma degli uomini, v’è

un’importante pretesa di costruzione morale: in questo schema tripartito (litterator, grammaticus, rhetor),

fortemente piramidale, gli studenti alla base venivano selezionati, l’ultimo livello era il meno frequentato, e

tutto ciò che si fa nei piani inferiori è funzionale a ciò che si fa all’ultimo.

Il primo livello è la scuola del litterator, del γραμματιστής, colui che insegna l’alfabetizzazione

elementare, chiamato infatti anche ludi magister. È il primo livello di apprendimento linguistico, si cercano di

padroneggiare la facoltà dello scrivere e poi del leggere, tramite esercizi molto standardizzati e ripetitivi; dal

punto di vista della ricostruzione degli esercizi sono molto aggiornati i testi della Cribiore, che riportano

materiali scolastici dell’Egitto greco-romano. Erano sostanzialmente esercizi di copiatura, di lettere, sillabe,

parole e semplici frasi: si tratta quindi di imitazione (concetto che travalica i tre livelli d’istruzione) e di, per

quanto riguarda le frasi, mancanza di comprensione di ciò che si copiava (si capisce dal progressivo

deterioramento delle frasi man mano che venivano copiate, come se di fatto fossero disegni). Da qui capiamo

che verosimilmente l’apprendimento della lettura avveniva in un secondo momento. Queste brevi frasi erano

sentenze morali, dalle quali potesse essere formata la capacità di scrivere insieme alla moralità dello studente.

L’educazione a Roma (in Grecia il latino era appreso per motivi strumentali) era quasi fin da subito bilingue,

già sin dalla scuola del litterator: è perciò probabile che trovassero posto i testi degli hermeneumata pseudo-

dositheana, manualetti bilingui trasmessi da codd. medievali, composti da testi in colonne nelle due lingue, con

corrispondenza ad verbum, articolati in sezioni (colloquia, glossari, traduzioni di semplici testi in prosa); E.

Dickey ha edito tali testi. In realtà, probabilmente, la prima lingua su cui si esercitava la grammatica era la L2,

creando una situazione di diglossia, una L1 quotidiana e una L2 grammaticale (pare che sia così anche dal testo

di Quintiliano). Nella scuola del litterator, quindi, non si usavano testi letterari, base dell’insegnamento per gli

altri due livelli (poesia al secondo, prosa al terzo); peraltro, caratteristica del metodo greco-romano (su cui però

Quintiliano non è d’accordo) è un certo “adultismo”, il fanciullo è trattato come un adulto e formato in quanto

tale, ovvero come un cittadino. Erano in uso le punizioni corporali, pratica cui Quintiliano si oppone

fermamente ma solo per una questione “legale”: al contrario dello schiavo, l’ingenuus, l’uomo libero, non può

essere soggetto a punizioni corporali (su questa tematica si sofferma il testo di Bloomer). Aspetto curioso è che

gli stessi hermeneumata hanno sempre come protagonisti ragazzini ingenui, che per prima cosa imparano a dare

ordini agli schiavi; era dunque un’educazione sempre più selettiva man mano che si raggiunge il terzo livello.

Secondo livello, più elitario, non semplicemente legato alla literacy, con meno donne, è la scuola del

grammaticus, γραμματικός. In essa vi era circolazione di libri, non manuali scolastici, ma opere autoriali lette;

in Quintiliano e nel De oratore si capisce che il maestro ha il compito di formare una ratio loquendi corretta, un

aspetto linguistico. Il secondo obiettivo è più “letterario”, ma non disgiunto al primo: per imparare la lingua ci

si esercita a leggere e commentare i testi, perlopiù poetici, a partire da Virgilio. Si cominciano a distinguere le

parti del discorso, oltre che a consolidare definitivamente l’alfabetizzazione; si inculca agli studenti anche

l’idea della latinitas od λλενισμός , l’uso corretto della lingua anche al di là della grammatica. Omero, Virgilio,

Menandro e Terenzio (“morale”, al contrario di Plauto) venivano letti, analizzati linguisticamente e infine

commentati verbatim, in un procedimento “atomistico” che frammenta il verso fino quasi a perderne il senso

totale. Un’idea di come avveniva ciò può essere offerta dai commentarii tardoantichi, come quello di Donato su

Terenzio. ῥ

Terzo livello è la scuola del rhetor, έτορ : si introducono testi di prosa, che diventano modelli (torna il

concetto di imitazione) per la produzione. È il luogo dove si praticano gli esercizi preparatori dei

progumnasmata e si sostengono esercizi di declamazione come controversia e suasoriae, in relazione al

discorso, non solo giuridico, anche per gli aspetti tecnici e di costruzione (inventio, dispositio, elocutio,

memoria e actio).

Talvolta questa tripartizione non veniva praticata anche per ragioni pratiche: nelle grandi metropoli erano

presenti tutti i livelli scolastici, ma non nelle comunità più piccole. Comunque la continuità scolastica (I a.C.-V

d.C.) è molto importante, anche per la produzione letteraria: in testi tardoantichi si ritrovano gli stessi elementi

dei periodi precedenti. Il sistema educativo antico non è statale: sono testimoniate nelle leggi provvedimenti di

esenzione fiscale dei grammatici e dei retori, come se lo Stato riconoscesse l’utilità dei maestri, ma la frequenza

di questi provvedimenti fa capire che probabilmente non erano molto praticati. È altresì vero che esistevano

cattedre statali, come quella di retorica di Quintiliano, finanziata da Domiziano; tuttavia erano pochissime, e

soprattutto non erano strumento di controllo, ma manifestazioni di evergetismo, di beneficentia del princeps. La

situazione più frequente era che i docenti venissero stipendiati dai genitori dei discenti (spesso vi sono

lamentele da parte dei maestri, come Agostino), oppure da mecenati locali, come in Plinio il Giovane IV, 13,

dove, spiegando la questione delle scuole di Comum, mostra di pagare lui stesso 1/3 degli stipendia dei docenti.

Non si può dunque parlare di controllo statale nel sistema educativo: il primo provvedimento di legge in tale

senso, conservato nel Codex Teodosianus 13, 3, 35, è dell’imperatore Giuliano nel 362, e sancisce che i docenti

debbano essere scelti dal consiglio municipale ed approvati dell’imperatore; secondo tale provvedimento,

infatti, i docenti devono credere ciò che insegnano, quindi è forse una legge politica anti-cristiana. Nel 364

venne peraltro promulgato il provvedimento Codex 3, 5, 36 che abroga il decreto giulianeo. L’educazione è

concepita come creazione del libero cittadino, un’educazione liberale: l’ideologia di fondo è creare un soggetto

capace di parlare in senso pregnante, un vir bonus dicendi peritus, un uomo politico onesto; il puer educandus è

così preparato ad assumere il suo ruolo in una società fortemente gerarchica, e quindi a rafforzare i rapporti

sociali e civili dell’epoca. Anche l’elemento della competizione tra studenti, come si evince da Quintiliano, era

molto importante, perciò l’autore consiglia l’educazione in classe.

L’ed. di Michael Winterbottom dell’Institutio oratoria degli Oxford Classical Texts, 1970, non è la più

aggiornata: l’opera venne riedita da Cousin per Les Belles Lettres. Tuttavia l’edizione inglese è un punto fermo

per quanto riguarda la ricapitolazione degli studi precedenti; inoltre Winterbottom è il redattore del volume

sulla tradizione dell’opera nella collana Texts and Transmission. Lo stemma codicum permette di ricostruire una

1

storia del testo : Quintiliano non ebbe una grande fortuna, nell’antichità romana è attestato nell’Ars Rhetorica

di Giulio Pittore e nell’epistola 107, dei primi anni del V secolo, di Girolamo, indirizzata a Laeta, madre di

Paula, in cui il santo ripercorre significativamente il primo libro dell’Institutio oratoria (particolare perché si sta

parlando di un’educazione trilingue per una donna, peraltro ai livelli più alti della piramide scolastica, per poter

leggere e commentare la Bibbia). Anche nel Medioevo Quintiliano non è particolarmente conosciuto, fino al

1416, quando si ha una svolta decisiva, verso una fortuna sconfinata. I mss. fondamentali sono pochi, e si può

dimostrare, cosa rara per gli autori antichi, che tutti i recentiores sono descripti degli antiquiores, e quindi sono

utili solo per qualche congettura ex ingenio da parte degli umanisti.

La storia del testo è stata però complicata dal fatto che moltissimi codd., specie antichi, sono

23/0 mutili: tra questi, i tre più autorevoli sono B (Bernensis 351, IX sec.), A (Ambrosianus E. 153 sup.,

9

IX) e Bg-G (Bambergensis M. 4. 14, X + supplementum).

B è un cod. francese del IX, fortemente mutilo; da questo discende Bg, la parte più antica del cod. di Bamberga del

X, Bg-G: esso dipende infatti da due tradizioni testuali, B per Bg e A per G. A è un cod. ambrosiano di origine italiana,

mutilo nell'ultima parte (fogli persi, al contrario di B, che originariamente non era completo). In Bg-G si integrano le due

tradizioni, A colma le lacune di B. Da Bg-G discende H, codice arleiano da cui a loro volta discendono il fiorentino F e

l'importante cod. T, conservato a Zurigo, il Turicensis 288 (oggi C74A). T è il cod. che nel 1416 venne trovato a San

Gallo da Poggio Bracciolini, che ne produsse una copia (perduta, ma vi sono molti descripti): questo ritrovamento segna

l'avvio della riscoperta dell'opera. Altro ms. importante, per quanto mutilo, è K, Parisinus lat. 7720, del XIV, passato nelle

mani di Petrarca, che ne è corrector. Tutti i recentiores umanistici, dunque, derivano dagli antiquiores: i primi, dunque,

hanno solo il valore di portatori di congetture, non di varianti. L'editio princeps, descripta di T, è del 1470; il primo

editore scientifico che si occupa della tradizione manoscritta è Karl Halm 1868-9

L'Institutio oratoria è una sorta di “testo di pedagogia”: quella quintilianea è una pedagogia fortemente unitaria,

tutti gli elementi insegnati, a partire dalle lettere dell'alfabeto, dai minora, sono sussunti nella formazione del retore,

dell'oratore. Vi è da parte dell'autore interesse per discipline divergenti da grammatica e retorica, come la musica e la

1 Cfr. l’Introduzione al commento del I libro di Colson.

matematica, una tendenza ad un sapere enciclopedico ma sempre finalizzato all'oratore.

È un progetto pedagogico totale, che delinea l'educazione fin dalla culla, non trascurandone nessun aspetto cronologico

fino al ritiro dalla vita pubblica: è un percorso di vita, oltre che formativo. L'educazione quintilianea, quindi, si inserisce

nell'ideale antico di uomini dai boni mores.

Aspetto interessante è che sia una pedagogia perfettiva: punta all'oratore perfetto, ideale, a partire dal discente; è quindi

presupposto che il discente sia perfetto in nuce, è un ottimismo pedagogico; si ribadisce spesso che la perfettibilità

massima è l'unico modo, anche per i genitori, per ottenere il meglio: i giovani vanno messi sotto pressione perché hanno

enormi capacità di imparare, anche più cose nello stesso tempo. In I, 10, in una sententia quasi senecana, si sintetizza

l'ottimismo pedagogico: turpiter desperatur, se uno non punta al massimo non ottiene nulla.

I primi capitoli, dunque, si focalizzano sulle scuole di litterator e grammaticus, il resto su quella del rhetor,

inserendo anche questioni “tecniche”. Il XII libro è invece un prospetto del buon oratore, un “ De officis in miniatura”. Il

proemio dell'opera ne riporta il progetto. Nella parte più pedagogica (libro I e primi capitoli del II) si riportano i principi

generali relativi al discente, di cui bisogna acuere ingenium, inteso come “natura del singolo”: si prevede per il docente

una forte capacità di adattamento alle abilità dello studente, per saper variare le attività e sapersi fermare per distrarre

l'animo del discente, anche con giochi. Vi sono alcune osservazioni sul metodo del maestro, sia esso litterator o

grammaticus: necessaria è la gradualità, che ogni frase sia ampliamento e approfondimento della precedente. Importante è

l'errore perché, una volta corretto, insegna a tutti i presenti. Le basi dell'insegnamento, come fondamenta, devono essere

solide; fortemente sostenuta è l'astensione da punizioni corporali. Motore dell'apprendimento è la competizione, data

l'ambizione dei giovani, insieme all'elogio per il buon lavoro e all'affetto per il maestro, nonché alla capacità di destare

interesse per la materia. Viene dunque opposta l'istruzione del singolo e della classe, con netta preferenza per la seconda.

Monito per i genitori è a scegliere i buoni maestri, impagabili, ma anche fare attenzione alle persone con cui l'infante

viene a contatto, dalla nutrice agli schiavi (educazione liberale), in quanto il bambino ancora non in grado di parlare

apprende da chiunque gli sta intorno sentendolo parlare. Il maestro deve dunque avere moralità, rispetto e amicizia per gli

studenti, ma soprattutto pazienza e chiarezza.

All'interno della trattazione sul grammaticus, Quintiliano dà massimo rilievo alla finalità ultima del suo

insegnamento, la latinitas, la correttezza linguistica in senso lato, non solo quella grammaticale: l'autore stesso, chiudendo

la sezione grammaticale, afferma che lo scopo non è il grammatice loqui, ma il latine loqui. Quintiliano segnala una certa

osmosi tra secondo e terzo livello, p.e. nell'uso dei progymnasmata. L'ars bene dicendi, capacità somma del rhetor, è lo

scopo ultimo dell'ars recte dicendi.

LIBRO I

Bisogna capire chi sia il destinatario dell'opera: quello esplicito, il dedicatario, è citato nel proemio del libro I,

Marcello Vitorio, console nel 105. L'opera gli è dedicata per l'educazione del figlio; a lui era stato dedicato anche il libro

IV delle Silvae di Stazio. Nel proemio del libro IV Quintiliano cita anche un proprio figlio, di cui piange la morte nel

proemio del VI, e che quindi muore durante la composizione dell'opera. Sicuramente, dunque, è dedicata ai padri per i

figli, ma evidentemente molte indicazioni sono per i docenti, e per i discenti stessi. Testi fondamentali per il commento

del libro I sono il commento di Colson 1924, che contiene un'interessante introduzione sugli aspetti culturali dell'opera;

importante è, per i capp. IV-VIII, il commento di Pini 1966.

Il libro I si apre con un proemio; il cap. I presenta il problema dell'infanzia e dell'istruzione primaria, il II della

discussione tra istruzione domestica e scolastica, il III tratta dell'ingenium del discente e dei caratteri del docente; i capp.

IV-VIII sono quelli grammaticali, ma in forma di consigli più che di manuale, affrontando la grammatica secondo il

duplice scopo della latinitas e della narratio poetarum. Nel IX si parla dei progymnasmata, nel X-XI dell'utilità delle altre

discipline, musica, matematica, ginnastica ed esercizio della voce (fondamentale per l'oratore). Il XII capitolo ha carattere

“apologetico”, si difende la praticabilità di questo schema enciclopedico e graduale, adeguato alla grandezza della natura

umana, secondo l’ottimismo quintilianeo.

Lettera dedicatoria

La lettera dedicatoria è indirizzata a Trifone, colui che si occuperà della trasmissione dell'opera; egli era un personaggio

di sicura origine greca, forse un libraio-editore; presumibilmente si tratta del libraio citato da Marziale IV, 72. L'epistola

ci fa entrare nel mondo della circolazione libraria di questi testi (come il proemio, che tratta di edizioni pirata).

Stilo è sia lo strumento scrittorio che lo stile; auctor non è solo chi ha scritto qualcosa, il termine porta sempre una

connotazione di autorità. Le notazioni psicologiche di Quintiliano sono molte acute: una volta raffreddato l'entusiasmo

della composizione può valutare l'opera. Fides indica la lealtà e la diligenza verso l'opera, l'affidabilità dell'editore.

Proemio

1-3: Dal proemio si evince che l'opera viene scritta dopo venti anni dall'inizio dell'insegnamento: sappiamo

che il suo incarico terminò prima della morte di Domiziano nel 96. Studiis meis, interpretato anche come

dativo, è probabilmente ablativo di allontanamento. Importante è la menzione di auctore utriusque linguae,

non c'è bisogno di dire che esse siano latino e greco, sono le uniche ad avere lo status di lingua di cultura.

Quintiliano spiega il motivo della stesura del testo: molti gliel'hanno chiesto, e lui si rifiuta perché molti

hanno già scritto; alla fine accetta per aiutare a scegliere tra la grande mole di scritti precedenti, e per la

vergogna di continuare ad opporre un rifiuto. Vi è correlazione tra simul ut e simul ne: la sintassi quintilianea

è complessa ma chiaramente esposta. La via vulgaris indica una via sovraffollata, non

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necessariamente negativa ma certo già percorsa da molti: alienis vestigiis insistere.

4: L'autore spiega il motivo per cui chi ha scritto prima di lui sull'ars orandi sia sempre partito dal grado massimo

dell'educazione: ciò è dovuto alla bassa stima che si ha di litteratores e grammatici, quanto all'alta stima di sé. Ars, come

τέχνη, indica una competenza tecnica, orandi è tale perché la scuola del rhetor deve formare un oratore, è ars dicendi; i

primi due livelli hanno invece la mira di insegnare l'ars loquendi, la corretta espressione linguistica sia scritta che orale; vi

è distinzione dunque tra correttezza grammaticale e capacità di recte dicere. Quintiliano è il primo a non partire

“dall'ultima mano”, ovvero a non considerare gli studenti come persone già compiute dal punto di vista delle altre

doctrinae: le prime attività di apprendimento non sono da disprezzare, anzi, sono assolutamente necessariae, pur se

lontane dall'ostentatio: in tutte le opere concrete vengono ammirate le fastigia, trascurate le fundamenta.

5-8: vi è un'affermazione programmatica, senza gli initia non si può arrivare ad summa: Quintiliano vuole trattare tutto

ciò che riguarda la formazione degli oratori, perciò non si rifiuta di demittere ad minora illa, di dar forma all'educazione

ab infantia, alla lettera, ovvero sin dalla fase in cui il bimbo non parla. Si trova la menzione del dedicatario Marcello

Vitore, perché è un uomo degnissimo, perché deve educare il figlio Geta e perché deve rimpiazzare due libri che

circolavano sotto il nome di Quintiliano ma contro la sua volontà: è un'informazione sul mondo editoriale della Roma

dell'epoca. Edere è il verbo usato non solo per la pubblicazione economica, ma anche per la curatela dell'opera stessa:

Quintiliano pubblica l'Institutio per soppiantare le altre due opere non autorizzate. Ciò fa capire come l'opera quintilianea

nasca strettamente legata alla sua attività di insegnamento: excipio ha qui valore di “ascolto e metto per iscritto”, come

per gli esercizi di scuola. Pueri può qui indicare l'adolescente discente quanto un servo notarius che stenografa la lezione

del maestro (nota è anche il segno tachigrafico): sono questi ad aver fatto circolare una lezione (sermo) di due giorni del

maestro ed una più lunga. La contrapposizione tra pueri e iuvenes fa pensare che i primi fossero effettivamente notarii:

per gli altri si usa un verbo che in genere non indica gli esercizi scolastici, intercipio, forse indica la cattiva qualità degli

appunti presi (o forse è sinonimo di excipio ).

9-10: si delinea il percorso educativo dell'oratore ideale, che non deve avere solo l'ars orandi. Quintiliano torna sulla

catoniana definizione vir bonus dicendi peritus, punta all'oratore perfectus, competente ma anche moralmente virtuoso. Si

usa il verbo della Institutio, instituo: non si esige solo la facultas dicendi, ma anche le virtutes animi. Si ha poi la

rivendicazione della superiorità dell'educazione retorica rispetto a quella filosofica, che si ritiene, a torto, abbia il

monopolio morale. Il civis perfetto può essere tale solo grazie alla formazione retorica, altri non è che l'orator.

18-20: le due caratteristiche sono imprescindibili e inseparabili, si ribadisce di nuovo che se non si punta ad summa si

rimane agli ima. Pur ammettendo che non vi sia stato ancora nessun oratore perfetto, nondimeno bisogna rinunciare a

tendere ad summa, come gli antichi. L'ottimismo quintilianeo ha una base stoica, è tale non sull'orator, ma sulla natura

umana (dell'uomo libero): l'eloquenza perfetta est aliquid, e la natura dell'ingenium umano può farla raggiungere. Il resto

del proemio è sostanzialmente una presentazione del piano dell'opera.

Capitolo I

1-3: il primo è il capitolo relativo all'infanzia del discente: Quem ad modum prima elementa tradenda sunt (nella

tradizione manoscritta seriore si trovano dei titoli prima dei capitoli, che Winterbottom espunge). Colui che deve avere a

cuore l'educazione del figlio è soprattutto il padre, anche se la madre non è completamente relegata in secondo piano.

L'idea che la capacità di apprendere sia concessa a pochi è per Quintiliano una sciocchezza, l'elitaria obiezione della

tarditas ingenii è falsa; agitatio atque sollertia sono connaturate all'uomo. Sollertia indica l'essere dotati di ars, è il

contrario di inertia. Gli hebetes et indociles sono un'eccezione, come se avessero una deformazione, sono pochissimi.

Prova di questa facoltà nei bambini è che se la speranza muore col tempo, non è per natura, ma per cura; senza dubbio ci

sono persone più intelligenti di altre, ma ciò comporta solo che otterrà di più: non vi è nessuno che non ottenga nulla

tramite lo studio.

4-5: l’ottimismo pedagogico risente delle idee stoiche, perciò si fa il nome di Crisippo, che comunque

30/0 non è l’unico citato. Sconosciuto è come Quintiliano entrò in contatto con le opere del filosofo, e con

9 quali: in I, 11, 17 l’autore allude ad un De liberorum educatione, di cui forse aveva conosciuto

direttamente. Vengono fatte osservazioni su tutte le persone che circondano il bambino fin da quando non sa

parlare: innanzitutto non deve essere vitiosus il sermo delle nutrici, non deve esserci una modalità espressiva

errata; gli errori linguistici sono detti infatti detti vitia, come fossero morali. Crisippo, infatti, consigliava

nutrici sapientes, a Quintiliano basta optimas: anche le nutrici, come gli oratori, devono essere perfette dal

punto di vista espressivo e morale. È necessario che ella parli recte, perché i bambini le ascoltano per prime e

le imitano (imitor è usato nel suo senso più concreto); tenax ha valore etimologico, da teneo; l’animo rudis

dei bambini è malleabile, e le cose peggiori tendono a rimanere attaccate più facilmente (perché è facile che i

bona diventino vitia, impossibile il contrario): non deve perciò abituarsi ad un sermo dediscendus. Nel libro I

Crisippo viene citato ben tre volte, da cui la stoica fiducia nella natura umana, in quanto espressione del

λόγος.

6-7: vengono poi chiamati in causa entrambi i genitori, sempre in ottica di puntare al massimo; dovrebbero entrambi

essere acculturati al massimo (eruditio: l’uscita dalla condizione di rudis), anche le madri, di cui si danno esempi:

Cornelia, madre di Tiberio e Caio Gracco, (la cui eloquenza è riportata nelle epistole citate da Cornelio Nepote), Lelia,

figlia di Caio Lelio amico di Scipione Emiliano e protagonista del Laelius ciceroniano, e il discorso di Ortensia, figlia di

Quinto Ortensio Ortalo, che si legge non solo in quanto scritto da donna e quindi raro, ma anche perché valido. Ci si rifà

anche al Brutus di Cicerone, in cui però non figura l’esempio di Ortensia: il suo discorso, tenuto nel 43 a.C. davanti ai

triumviri, è comunque molto famoso, ed è riportato da Appiano nelle Guerre civili, IV, 32 ss.; fu una presa di posizione

contro i tre, che avevano imposto una tassazione alle matronae; vi allude anche Valerio Massimo in VIII, 3, 3. Se i

genitori non sono retoricamente preparati, se non hanno potuto imparare, non per questo devono curarsi meno

dell’educazione dei figli, anzi di più.

8-9: si parla dei pueri, qui gli schiavi, e in particolare del pedagogus, ovvero colui che porta a scuola il bambino e che è

responsabile delle primissime fasi dell’educazione. Si parla ancora di spes, riferita agli schiavi di casa inter quos il

bambino si trova a crescere. Anche il pedagogus deve essere colto, o perlomeno conscio della sua ignoranza, ed è

necessario che abbia buoni mores, sempre perché i vizi sono più difficili da eliminare: si fa l’esempio di Alessandro

Magno, che apprese dai maestri dei vizi rimasti per tutta la vita. Partibus è un ablativo semplice, ma alcuni lo considerano

un dativo; sono pericolosi i maestri che scambiano la propria ignoranza con sapienza e cercano di imporla con cattiveria

ai bambini, insieme ai propri cattivi mores: così Leonida, pedagogo di Alessandro, gli inculcò dei vitia mai superati. La

notizia viene attribuita al filosofo stoico Diogene di Babilonia, uno dei tre protagonisti dell’ambasceria a Roma del 155

a.C.: non sappiamo a quale opera Quintiliano attinga. Sappiamo che Diogene scrisse un Περὶ ε γενείας , ed è verosimile

che vi sia stata una parte sull’educazione del nobile.

10-11: Quintiliano giustifica le sue pretese, perché ve ne sono di più difficili: se l’educazione non sarà perfetta, il difetto

non deve essere attribuito al metodo, ma all’uomo. Se anche non vi saranno servi ideali, ci si auspica che almeno il

bambino si accompagni continuamente ad un personaggio non imperitus loquendi, che sappia correggere gli errori degli

altri. Loquor ben si distingue da dico, non è la capacità di esprimersi bene, ma in maniera corretta.

12-14: vi è una puntualizzazione sulla presenza del greco nella scuola e sui problemi che può causare: per Quintiliano è

meglio insegnare prima il greco del latino, che viene appreso naturalmente. Questo insegnamento può però porre dei

problemi, perché, se fatto superstitiose, “con troppa poca cautela”, sbilanciandosi troppo sul greco, esso può danneggiare

l’espressione linguistica latina. Il greco è importante anche perché molte discipline latine derivano da quello: tuttavia è

molto diffuso l’apprendimento del greco a scapito del latino; ciò provoca vitia, come la corruzione della pronuncia latina

(vitia oris) e le espressione errate (vitia sermonis), perché gli si sono attaccate figurae greche: non ci si sta riferendo alle

figure retoriche, ma, in maniera poco tecnica, a strutture e costrutti grecizzanti (p.e. genitivo con preposizioni).

L’apprendimento del latino deve perciò seguire da vicino e andare di pari passo, cosicché nessuna sorpassi l’altra.

15-19: si affronta il problema dell’età in cui bisogna cominciare ad imparare le prime competenze

dell’alfabetismo: viene citato di nuovo Crisippo, insieme a grammatici alessandrini che avrebbero espresso

opinioni sulla questione. L’età in questione sono i sette anni: l’idea di Quintiliano è che, anche se molte cose

dopo i sette anni sarebbero imparate in meno tempo, è meglio iniziare prima, sfruttando il bambino finché la

sua memoria è più tenax. Molti reputano sia meglio aspettare i sette anni, perché il bambino si trova ad

odiare la materia (è un’opinione pedagogica anche quintilianea). Primo sostenitore sarebbe Esiodo, ma

Aristofane grammatico dimostrò che le Χείρονος ποθήκας sono opera spuria; ma anche altri autori, tra cui

Eratostene di Cirene, diedero questa idea. Sul fronte opposto, di nuovo si cita Crisippo che, benché abbia

postulato che il bambino rimanga con la nutrice per tre anni, giudica che anche da parte delle nutrici

vi sia una institutio, dunque precedente ai sette anni.

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Se si impara prima dei sette anni, ci si mette più che non dopo: tuttavia è un discorso più per i docenti, che fanno

0 fatica ad insegnare, più che per i discenti (parco: avere a cuore il discente è il cardine della pedagogia

quintilianea). Fastidire è un verbo forte, indica “avere la nausea” più che un disprezzo generico: non bisogna disprezzare

il tempo a disposizione, per quanto breve; così il discente può occupare il tempo successivo, che avrebbe usato per i

minora per i maiora. Prorogare è termine giuridico comunemente usato come “rimandare”, come l'italiano: qui è invece,

probabilmente, un recupero del senso etimologico, prorogatum come “richiesto in anticipo”, come in Inst. X 7, 10;

praesumptum successivo ha valore analogo. Dopo per singulos viene sottinteso annos, che in effetti è presente in alcuni

mss.; il principio viene poi esteso a tutti gli anni, meglio imparare presto che tardi. Perdamus tempus è espressione forte:

il fulcro degli initia litterarum è la memoria, non l'intelligenza, è una facoltà presente in tutti i giovani, perlopiù

tenacissima in quell'età.

20: l'attenzione torna sul discente: Quintiliano conosce bene l'età, perciò sa che non bisogna forzarla per imparare tutto

plane (alcuni mss. hanno plene); i maestri devono non far odiare gli studi, prima ancora che farli amare, perché a quell'età

non si è in grado di amare lo studio. Anche l'apprendimento deve avere un aspetto di lusus, perché il bambino non abbia

mai piacere di essersi sottratto allo studio: addirittura si consiglia di usare lo stimolo della competizione, lodando un altro

bambino per rintuzzare l'invidia. Allo stesso modo devono essere riconosciuti dei premi consoni all'età.

21-24: Quintiliano obietta alla sua stessa tesi: per formare il futurus eloquentissimus si parte da cose minime. In realtà

anche esse sono importanti, un'“infanzia degli studi”, relativa ai primi vagiti del fanciullo, a quando ancora esitava

davanti alle lettere. Se una cosa non basta, comunque è necessaria come base; Quintiliano afferma di star semplicemente

riprendendo in pubblico ciò che ogni padre fa in privato. Altro paragone efficace è quello dei corpi che non possono

essere educati a compiere certi movimenti se non quando sono ancora elastici: così gli animi fanno fatica quando sono

duriores; robur è l'indurimento, non negativo, ma il rafforzamento rende gli animi meno flessibili. Si torna

all'insegnamento di Alessandro Magno: ora si menziona come precettore non Leonida ma Aristotele, che insegna al

principe sin dai primi elementi. Il filosofo è citato come precettore in Gellio, Noct. Att. IX 3, in cui si riporta il testo di una

breve lettera di Filippo ad Aristotele, chiamandolo ad educare il figlio appena nato, quindi fin dalle basi. Così ogni

maestro avrebbe insegnato ad Alessandro (ma ogni bambino è degno allo stesso modo) i minima senza esitazione né

vergogna. La frase etiam...compendia è posta in apparato con il commento di Winterbottom non intellego: il senso è

infatti chiaro, ma molto ridondante (brevia compendia); il commentatore Colson propone una correzione al testo non

accolta dall'editore: brevi viam docendi monstrare compendio, frase plausibile che comunque non elimina del tutto la

ridondanza.

25-26: si passa ad un elemento molto tecnico dell'insegnamento: a Quintiliano non piace che il nome delle lettere e il

contextus, ovvero l'ordine alfabetico, prima che la forma delle lettere, il grafema corrispondente. Il problema è infatti

l'incapacità di collegare suono e lettera, seguendo così la processione delle lettere a memoria, e non quelle del testo, non

facendo attenzione al ductus, ovvero ai tratti della lettera scritta. Bisognerebbe invece riconoscere le lettere facie, non

ordine. Perciò, nuovo esempio tratto dalla vita comune (sono molto presenti), come delle persone si imparano forma e

nome, così per le lettere. In premio, per gioco, si possono dare lettere d'avorio od oggetti simili, che si possano, in climax,

tractare intueri nominare.

27-29: viene data grande attenzione anche alla facultas scribendi, abbastanza peculiare: nell'antichità lo

scribere come atto materiale è un lavoro manuale, e come tale, da schiavi. Lo scrittore dictat, non scrive, a

fissare sono i notarii, come si dice nel proemio, anche a scuola; l'autografia era eccezionale nel mondo

antico. Qui invece si sottolinea che il futurus orator debba saper scrivere, ovviamente, ma molto bene:

Quintiliano è molto attento al fatto che la scrittura autografa sia un momento in cui ciò che si compone sia

meditato. In X 3 l'autore sottolinea i vantaggi dell'autografia rispetto alla dettatura, sinonimo di

composizione abborracciata. Anche il lector era uno schiavo, la fruizione dell'opera era l'ascolto, più che la

lettura. Se si incidono precedentemente nelle tabellae le lettere, con lo stilo il bambino non farà nessuna

fatica, non errabit come sulla cera liscia, ma anzi seguendo delle vestigia certa diventerà più sicuro e

07/1 veloce nelle dita, né avrà bisogno di qualcuno che gli regga la mano (ne abbiamo testimonianza in

0 Seneca, Epist. XCIV 53).

Si parla dell'atto materiale della scrittura: se si scrive piano si ostacola la cogitatio, se la scrittura è confusa,

manca di comprensibilità. Transferenda indica il gesto del trascrivere con un modello scritto. L'ipsum di scribere ipsum

può essere riferito all'infinito sostantivato, neutro, oppure maschile, relativo al discente, soggetto di un'infinitiva.

Nell'antichità l'autografia era riservata a litterae secretae et familiares fino al tardo antico, quando i Padri della Chiesa

cominciano a riflettere sull'autenticità dell'opera.

30-37: si affronta la questione delle sillabe, dopo le lettere e lettura-scrittura; a proposito di queste, non è male impararle a

memoria, al contrario che le lettere in ordine alfabetico: l'attenzione è infatti sulla vox. È molto precisa la descrizione

delle azioni che mente ed occhio compiono durante la lettura. Nell'insegnamento delle sillabe non bisogna rimandare

quelle difficili; non si deve altresì forzare la lettura veloce finché la coniunctio litterarum, a furia di ripetere le sillabe,

sarà fluida. Quintiliano sembra fare riferimento alla dislessia, è molto acuto nella percezione dell'apprendimento

elementare. Nell'antichità l'autografia era riservata a litterae secretae et familiares fino al tardo antico, quando i Padri

della Chiesa cominciano a riflettere sull'autenticità dell'opera. Providere è usato in senso etimologico, “gettare l'occhio

oltre” durante la lettura. Quintiliano passa poi ai verba che hanno legame con le sillabe: si raccomanda di usare per

l'insegnamento frasi morali (sententias non otiosas sed monentis, acc. in -is), ma dà anche un consiglio che a noi pare

pedagogicamente erroneo, ovvero insegnare fin da piccoli le parole difficili (glossae) e gli scioglilingua (χαλινοί), sino ai

versi dei poeti. Così l'animo rudis, da e-rudire, è plasmato da queste frasi fino alla vecchiaia, traendone giovamento

morale. Di nuovo si sottolinea l'aspetto giocoso dell'apprendimento, in cui si possono imparare dicta clarorum virorum e

electos locos ex poetis: è il cosiddetto “adultismo” della pedagogia quintilianea ed antica in generale. Si sottolinea anche

la facoltà della memoria, importante non solo per l'oratore: in una realtà in cui la produzione è per dictatio, la lettura è

ascolto e mancano libri facilmente reperibili, la memoria ha un ruolo molto più importante che oggi. Quando si è giovani

bisogna insistere su di essa per due motivi: è molto malleabile e, se non esercitata, rischia di perdersi; è inoltre una facoltà

che si basa moltissimo sulla cura del docente sin dall'inizio, dato che, dal punto di vista di leggere e scrivere, in quell'età

non si può generare nulla da sé. Confragosus indica “impervio, difficile”, qui si riferisce a sillabe difficili o dal suono

aspro: χαλινοί, per indicare gli scioglilingua, sono letteralmente i freni dei cavalli, che quindi frenano la lingua. La

latinitas è affermazione di sé come civis.

Capitolo II

1-3: nel secondo capitolo si affronta la questione se sia meglio educare il singolo o una classe: Quintiliano

propende per la seconda, discutendone il problema. Si passa infatti al vero insegnamento, dopo l'aver

imparato a leggere e a scrivere tramite il lusus. La frequentia è il gruppo di coloro che frequentano un

determinato luogo, in questo caso le scuole. Publicatis ha come variante publicis: non si capisce esattamente

quale sia giusto; velut è usato in maniera poco chiara, inoltre si pone il problema dei maestri pubblici, pagati

o meno. Publicatis è la lezione che prevale nei manoscritti, ma forse è migliore publicis, inteso in senso non

tecnico, non “pagati dallo Stato” (come sembra essere la prima variante), ma “condivisi” (Colson preferisce

infatti quest'ultima). Anche privata persuasione non è un'espressione molto perspicua: probabilmente indica

una semplice convinzione personale di chi dissente dal publicus mos, più che una spinta da parte di altri. Le

ragioni di dissenso rispetto alla frequenza fanno riferimento soprattutto a due ragioni: ritengono che la

familiarità con la massa di una generazione prona ai vizi rovini i figli (Quintiliano è d'accordo sulla

degenerazione della società) e che il precettore possa spendere più tempo con uno solo che con tanti studenti.

Se ciò fosse vero, l'autore prediligerebbe la ratio vivendi honeste più che quella dicendi optime,

dando retta all'obiezione, ma secondo Quintiliano le due rationes sono inseparabili: non può esserci

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0 un oratore nisi probum virum, e anche se si potesse, non si vorrebbe.

4-5: Il resto del capitolo è dedicato alla risposta alle obiezioni all'insegnamento scolastico, prima allo scetticismo

sui mores poi sull'efficacia del maestro. Dal par. 18 inizia invece la pars construens. Interim ha una sfumatura di

significato rara, è sinonimo di interdum, “a volte”; segue una frase di significato chiaro, opposta a quella precedente: sia a

scuola che a casa vi sono esempi di moralità e di cattivi costumi; tuttavia l'espressione et sunt... exempla è criptica.

Particolare è il significato di opinio, non “ciò che si pensa di un altro”, ma significato passivo di “fama, stima”. Tutto è

basato su natura e cura, se queste sono pessime sin dall'inizio l'educazione non salverà dai pessimi costumi. Conversatio

ha significato etimologico, “il vivere insieme”; modestus deriva da modus, “misura”. Socordia è letteralmente la viltà (so

privativo + cor), ma qui è l'ottusità dei genitori, la loro inettitudine, contraria alla prudentia dei buoni praeceptores, o di

una persona gravis messa accanto al fanciullo.

6-8: comincia una sorta di declamazione contro i tempi presenti, in cui i genitori stessi danno il pessimo esempio, che

esordisce con un'esclamazione (facile erat huius metus remedium). Con utinam si usa un congiuntivo imperfetto, quindi

irrealizzabile. Perdo ha qui il significato originario di “mandare in rovina”. Mollis è molto diverso da tener, è la

malleabilità negativa, la mollezza morale; omnis può essere gen. sing. o acc. pl. riferito a nervos. Coccum è la cocciniglia,

da cui si ricava il colore scarlatto, conchylium il mollusco per la porpora: il bambino viziato sin da piccolo li sa

riconoscere; allo stesso modo si educa prima il palatum che l'os, quindi ci si preoccupa prima delle delicatezze culinarie

che dell'istruzione. Delicia è usato per indicare non solo il vizio, ma anche, per metonimia, il servetto preferito, quindi

deliciae Alexandrinae sono gli schiavetti orientali. Vi è compiacimento nell'uso di uno stile sentenzioso che a Seneca

rimprovera, tipico di un certo gusto retorico: fit ex his consuetudo, inde natura è un proverbio, che rimanda all'importanza

stoica della natura, φύσις λογική, in Quintiliano. Soluti ac fluentes è una dittologia sinonimica.

9-15: si passa alla seconda obiezione, che l'insegnante, dedicandosi ad uno solo, può spendere meglio i propri sforzi

educativi. Nescio quem unum si riferisce a illum, “quello, chiunque egli sia”. I precettori optimi tendono per ambizione ad

insegnare nella scuola, perché dà soddisfazione, come un teatro: sono i minores ad accontentarsi, perché consci della

propria debolezza. Si trova un altro esempio quotidiano, tipicamente quintilianeo, ovvero la vista che si stanca: così

l'interesse di un discente non è costante per tutto il giorno, tanto più che gli studi necessitano di un secretum tempus,

ovvero dedicato ad attività individuali, che la presenza di qualcuno disturberebbe; così p.e. la lectio, la lettura (che

comunque a scuola veniva praticata). Solo una parte della giornata deve essere impiegata per la scuola. Le lezioni

possono essere recepite da uno come da molti insieme, perché non cambia la spiegazione, soprattutto per alcuni esercizi,

come quelli retorici: la voce del precettore non viene a mancare se gli ospiti sono di più, come il cibo, ma come il sole

elargisce a tutti la stessa luce e calore. Le partitiones sono le divisioni in sezioni delle orazioni. Seguono termini tecnici

relativi alle attività pertinenti alle attività del grammaticus, che costituivano l'approccio al testo; una parte era quella più

strettamente linguistica (de loquendi ratione, la latinitas), ma vi era anche l'enarratio poetarum: quaestiones è

difficilmente traducibile in italiano, è l'esatto corrispondente di ζητήματα o προβλήματα, che a loro volta indicavano

l'affrontare punti problematici del testo non solo a livello linguistico (p.e. la filologia alessandrina); historiae, grecismo

( στορικόν ), sono le spiegazioni contenutistiche di qualunque testo, anche grammaticale; emendatio è qui la correzione

degli studenti (altrimenti non avrebbe senso la menzione del numero), ma a scuola era l'attività della correzione dei testi,

διορθωτικόν; praelectio si riferisce a tutta la fase preliminare della lettura, che è fatta meglio se in rapporto 1:1. Per

quest'ultimi due Quintiliano accetta l'obiezione.

15-16: ulteriore obiezione è la negligenza verso i discenti: tuttavia un buon precettore non ha problemi con il numero,

tanto più che ha a cuore non tanto l'officium, quanto l'adfectum; se è così, non si può parlare di turba. Nobis fa pensare

che Quintiliano ora si metta dalla parte dei padri, oppure dagli studenti. Inoltre qualunque docente, anche il più scarso, si

accorge di uno studente meritevole, e ha interesse a coltivarlo, perché gli porterebbe fama. Per questi motivi va bene

evitare le magnae scholae, ma non le scuole in generale.

17-20: comincia la pars construens. Celebritas è la folla dove il futuro oratore dovrà vivere (come prima, la

classe è lumen, la solitudine tenebra), perciò deve abituarsi e non essere pallens, “pallido malaticcio”. Situs è

la muffa che si forma sulle cose dimenticate. Lo studente solitario e ombroso quando viene portato alla luce

dello Stato rimane cieco, inciampando in tutto come se fosse nuovo. Inoltre, perdendo la scuola, si perdono

amicizie che durano fino alla vecchiaia, quasi religiose, come se gli studi fossero dei misteri. Inoltre un

discente solitario perde l'occasione di imparare il sensus communis, ovvero un modo di pensare condiviso e

fondante la vita della comunità; mutus non indica solo la persona o l'animale senza parola, ma è il

corrispettivo latino di λογος .

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0

21- 26: si spiegano in positivo i vantaggi della classis, termine che per la prima volta insieme a Giovenale viene

usato in questo senso; prima di Quintiliano, comunque, non vi sono molte attestazioni letterarie di scuola,

quindi l'uso poteva essere precedente. Grazie all'insegnamento tra molti, il discente può imparare anche dalle correzioni

degli altri, anche a livello morale: la pigrizia rimproverata in un altro, la diligenza lodata (antinomia desidia/industria)

che genera aemulatio, ovvero rivalità tra gli studenti. Imitatio è termine pregnante che finora, in Quintiliano, è apparsa

semplicemente come attività del copiare qualcosa, passivamente; nella scuola del rhetor è invece l'imitazione di modelli

retorici e letterari, forma nobile; per aemulatio si può fare lo stesso discorso: qui indica la semplice competizione tra

studenti, ma ha anche significato più pregnante al livello più avanzato, dove il modello è imitato non per plagio, ma per

competere con esso. L'ambitio è un vitium generalmente, Quintiliano lo riconosce, ma spesso può essere anche causa

virtutum. L'autore richiama dunque un'esperienza personale: quando era a scuola, nell'ordine delle declamazioni parlava

per primo il migliore, cosicché ciascuno conosceva il suo impegno. In luogo di distribuerant alcuni mss. ambrosiani

riportano distribuerent, lezione rifiutata perché un congiuntivo imperfetto sarebbe più difficile da giustificare. Per la frase

ea ingens... pulcherrimum la seconda metà sembra contraddire la prima: quindi palma va inteso come gara, non come

premio, e infatti alcuni mss. hanno palmae contentio. La gara aveva un doppio intento pedagogico: la vittoria poteva

infatti essere ribaltata, perciò non ci si adagiava sugli allori e si cercava di strappare la palma al vincitore. Quintiliano

ricorda, e estende il proprio pensiero in generale, che questo tipo di mos era molto più efficace che non tutti gli altri.

Segue un'affermazione molto efficace psicologicamente: dal punto di vista dei ragazzi è molto più di sprone l'idea di


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DETTAGLI
Esame: Lingua latina
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in filologia, letteratura, storia dell'antichità
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gneo Giulio Agricola di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingua latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Moretti Paola Francesca.

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