Lingua latina – modulo B
Fonti e studi sull'educazione nell'antichità
- H.I. Marrou, Storia dell'educazione nell'antichità, 1948 (it. 1966)
- S.F. Bonner, L'educazione nell'antica Roma, 1977 (1986)
- W.M. Bloomer, The School of Rome: Latin Studies and the Origins of Liberal Education, 2011
- R. Cribiore, Writing, teachers and students in Greco-Roman Egypt, 1996
- Ead., Gymnastic of the Mind, Greek Education in Hellenistic and Roman Egypt, 2001
- M. Joyal, I. McDougall, J.C.Yardley, Greek and Roman Education. A sourcebook, 2009
- Pecere, La scrittura dei Padri della Chiesa tra autografia edictatio, "Segno e testo" 2007
La scuola greco-romana
Per molti aspetti è legittimo considerare come unitaria la scuola greco-romana. Importante è un saggio di Gianotti sulla scuola nel mondo romano, da Lo spazio letterario di Roma antica. Lo schema tradizionale, delineato dagli stessi teorici antichi della scuola, non è rigidamente applicato: l'articolazione su tre livelli che caratterizza la delineazione teorica vede una permeabilità tra gli stessi. Anche per ragioni pratiche, dunque, i livelli non erano nettamente distinti.
La ginnastica della mente
Nella scuola greco-romana si può parlare di “ginnastica della mente”: la Cribiore utilizza tale metafora perché l'educazione scolastica era percepita come palestra, un cerchio di esercizi che, in ogni livello, si allarga ad un maggior approfondimento, cambiando di pari passo gli obiettivi. Nel mondo antico la scuola non punta a creare dei tecnici del sapere, ma degli uomini, vi è un'importante pretesa di costruzione morale: in questo schema tripartito (litterator, grammaticus, rhetor), fortemente piramidale, gli studenti alla base venivano selezionati, l'ultimo livello era il meno frequentato, e tutto ciò che si fa nei piani inferiori è funzionale a ciò che si fa all'ultimo.
Il primo livello: la scuola del litterator
Il primo livello è la scuola del litterator, del γραμματιστής, colui che insegna l'alfabetizzazione elementare, chiamato infatti anche ludi magister. È il primo livello di apprendimento linguistico, si cerca di padroneggiare la facoltà dello scrivere e poi del leggere, tramite esercizi molto standardizzati e ripetitivi; dal punto di vista della ricostruzione degli esercizi sono molto aggiornati i testi della Cribiore, che riportano materiali scolastici dell'Egitto greco-romano.
Erano sostanzialmente esercizi di copiatura, di lettere, sillabe, parole e semplici frasi: si tratta quindi di imitazione (concetto che travalica i tre livelli d'istruzione) e di, per quanto riguarda le frasi, mancanza di comprensione di ciò che si copiava (si capisce dal progressivo deterioramento delle frasi man mano che venivano copiate, come se di fatto fossero disegni). Da qui capiamo che verosimilmente l'apprendimento della lettura avveniva in un secondo momento. Queste brevi frasi erano sentenze morali, dalle quali potesse essere formata la capacità di scrivere insieme alla moralità dello studente.
Educazione bilingue
L'educazione a Roma (in Grecia il latino era appreso per motivi strumentali) era quasi fin da subito bilingue, già sin dalla scuola del litterator: è perciò probabile che trovassero posto i testi degli hermeneumata pseudo-dositheana, manualetti bilingui trasmessi da codd. medievali, composti da testi in colonne nelle due lingue, con corrispondenza ad verbum, articolati in sezioni (colloquia, glossari, traduzioni di semplici testi in prosa); E. Dickey ha edito tali testi. In realtà, probabilmente, la prima lingua su cui si esercitava la grammatica era la L2, creando una situazione di diglossia, una L1 quotidiana e una L2 grammaticale (pare che sia così anche dal testo di Quintiliano).
Nella scuola del litterator, quindi, non si usavano testi letterari, base dell'insegnamento per gli altri due livelli (poesia al secondo, prosa al terzo); peraltro, caratteristica del metodo greco-romano (su cui però Quintiliano non è d'accordo) è un certo “adultismo”, il fanciullo è trattato come un adulto e formato in quanto tale, ovvero come un cittadino. Erano in uso le punizioni corporali, pratica cui Quintiliano si oppone fermamente ma solo per una questione “legale”: al contrario dello schiavo, l'ingenuus, l'uomo libero, non può essere soggetto a punizioni corporali (su questa tematica si sofferma il testo di Bloomer).
Protagonisti degli hermeneumata
Aspetto curioso è che gli stessi hermeneumata hanno sempre come protagonisti ragazzini ingenui, che per prima cosa imparano a dare ordini agli schiavi; era dunque un'educazione sempre più selettiva man mano che si raggiunge il terzo livello.
Il secondo livello: la scuola del grammaticus
Secondo livello, più elitario, non semplicemente legato alla literacy, con meno donne, è la scuola del grammaticus, γραμματικός. In essa vi era circolazione di libri, non manuali scolastici, ma opere autoriali lette; in Quintiliano e nel De oratore si capisce che il maestro ha il compito di formare una ratio loquendi corretta, un aspetto linguistico. Il secondo obiettivo è più “letterario”, ma non disgiunto al primo: per imparare la lingua ci si esercita a leggere e commentare i testi, perlopiù poetici, a partire da Virgilio.
Si cominciano a distinguere le parti del discorso, oltre che a consolidare definitivamente l'alfabetizzazione; si inculca agli studenti anche l'idea della latinitas od λενισμός, l'uso corretto della lingua anche al di là della grammatica. Omero, Virgilio, Menandro e Terenzio (“morale”, al contrario di Plauto) venivano letti, analizzati linguisticamente e infine commentati verbatim, in un procedimento “atomistico” che frammenta il verso fino quasi a perderne il senso totale. Un'idea di come avveniva ciò può essere offerta dai commentarii tardoantichi, come quello di Donato su Terenzio.
Il terzo livello: la scuola del rhetor
Terzo livello è la scuola del rhetor, ἔτορ: si introducono testi di prosa, che diventano modelli (torna il concetto di imitazione) per la produzione. È il luogo dove si praticano gli esercizi preparatori dei progumnasmata e si sostengono esercizi di declamazione come controversia e suasoriae, in relazione al discorso, non solo giuridico, anche per gli aspetti tecnici e di costruzione (inventio, dispositio, elocutio, memoria e actio).
Talvolta questa tripartizione non veniva praticata anche per ragioni pratiche: nelle grandi metropoli erano presenti tutti i livelli scolastici, ma non nelle comunità più piccole. Comunque la continuità scolastica (I a.C.-V d.C.) è molto importante, anche per la produzione letteraria: in testi tardoantichi si ritrovano gli stessi elementi dei periodi precedenti.
Sistema educativo e stato
Il sistema educativo antico non è statale: sono testimoniate nelle leggi provvedimenti di esenzione fiscale dei grammatici e dei retori, come se lo Stato riconoscesse l'utilità dei maestri, ma la frequenza di questi provvedimenti fa capire che probabilmente non erano molto praticati. È altresì vero che esistevano cattedre statali, come quella di retorica di Quintiliano, finanziata da Domiziano; tuttavia erano pochissime, e soprattutto non erano strumento di controllo, ma manifestazioni di evergetismo, di beneficentia del princeps. La situazione più frequente era che i docenti venissero stipendiati dai genitori dei discenti (spesso vi sono lamentele da parte dei maestri, come Agostino), oppure da mecenati locali, come in Plinio il Giovane IV, 13, dove, spiegando la questione delle scuole di Comum, mostra di pagare lui stesso 1/3 degli stipendia dei docenti.
Non si può dunque parlare di controllo statale nel sistema educativo: il primo provvedimento di legge in tale senso, conservato nel Codex Teodosianus 13, 3, 35, è dell'imperatore Giuliano nel 362, e sancisce che i docenti debbano essere scelti dal consiglio municipale ed approvati dell'imperatore; secondo tale provvedimento, infatti, i docenti devono credere ciò che insegnano, quindi è forse una legge politica anti-cristiana. Nel 364 venne peraltro promulgato il provvedimento Codex 3, 5, 36 che abroga il decreto giulianeo.
Educazione liberale
L'educazione è concepita come creazione del libero cittadino, un'educazione liberale: l'ideologia di fondo è creare un soggetto capace di parlare in senso pregnante, un vir bonus dicendi peritus, un uomo politico onesto; il puer educandus è così preparato ad assumere il suo ruolo in una società fortemente gerarchica, e quindi a rafforzare i rapporti sociali e civili dell'epoca. Anche l'elemento della competizione tra studenti, come si evince da Quintiliano, era molto importante, perciò l'autore consiglia l'educazione in classe.
Edizioni e traduzione del testo quintilianeo
L'ed. di Michael Winterbottom dell'Institutio oratoria degli Oxford Classical Texts, 1970, non è la più aggiornata: l'opera venne riedita da Cousin per Les Belles Lettres. Tuttavia l'edizione inglese è un punto fermo per quanto riguarda la ricapitolazione degli studi precedenti; inoltre Winterbottom è il redattore del volume sulla tradizione dell'opera nella collana Texts and Transmission. Lo stemma codicum permette di ricostruire una storia del testo: Quintiliano non ebbe una grande fortuna, nell'antichità romana è attestato nell'Ars Rhetorica di Giulio Pittore e nell'epistola 107, dei primi anni del V secolo, di Girolamo, indirizzata a Laeta, madre di Paula, in cui il santo ripercorre significativamente il primo libro dell'Institutio oratoria (particolare perché si sta parlando di un'educazione trilingue per una donna, peraltro ai livelli più alti della piramide scolastica, per poter leggere e commentare la Bibbia). Anche nel Medioevo Quintiliano non è particolarmente conosciuto, fino al 1416, quando si ha una svolta decisiva, verso una fortuna sconfinata.
Manoscritti
I mss. fondamentali sono pochi, e si può dimostrare, cosa rara per gli autori antichi, che tutti i recentiores sono descripti degli antiquiores, e quindi sono utili solo per qualche congettura ex ingenio da parte degli umanisti. La storia del testo è stata però complicata dal fatto che moltissimi codd., specie antichi, sono mutili: tra questi, i tre più autorevoli sono B (Bernensis 351, IX sec.), A (Ambrosianus E. 153 sup., IX) e Bg-G (Bambergensis M. 4. 14, X + supplementum). B è un cod. francese del IX, fortemente mutilo; da questo discende Bg, la parte più antica del cod. di Bamberga del X, Bg-G: esso dipende infatti da due tradizioni testuali, B per Bg e A per G. A è un cod. ambrosiano di origine italiana, mutilo nell'ultima parte (fogli persi, al contrario di B, che originariamente non era completo). In Bg-G si integrano le due tradizioni, A colma le lacune di B.
Da Bg-G discende H, codice arleiano da cui a loro volta discendono il fiorentino F e l'importante cod. T, conservato a Zurigo, il Turicensis 288 (oggi C74A). T è il cod. che nel 1416 venne trovato a San Gallo da Poggio Bracciolini, che ne produsse una copia (perduta, ma vi sono molti descripti): questo ritrovamento segna l'avvio della riscoperta dell'opera. Altro ms. importante, per quanto mutilo, è K, Parisinus lat. 7720, del XIV, passato nelle mani di Petrarca, che ne è corrector. Tutti i recentiores umanistici, dunque, derivano dagli antiquiores: i primi, dunque, hanno solo il valore di portatori di congetture, non di varianti. L'editio princeps, descripta di T, è del 1470; il primo editore scientifico che si occupa della tradizione manoscritta è Karl Halm 1868-9.
Institutio oratoria come progetto pedagogico
Institutio oratoria è una sorta di “testo di pedagogia”: quella quintilianea è una pedagogia fortemente unitaria, tutti gli elementi insegnati, a partire dalle lettere dell'alfabeto, dai minora, sono sussunti nella formazione del retore, dell'oratore. Vi è da parte dell'autore interesse per discipline divergenti da grammatica e retorica, come la musica e la matematica, una tendenza ad un sapere enciclopedico ma sempre finalizzato all'oratore.
È un progetto pedagogico totale, che delinea l'educazione fin dalla culla, non trascurandone nessun aspetto cronologico fino al ritiro dalla vita pubblica: è un percorso di vita, oltre che formativo. L'educazione quintilianea, quindi, si inserisce nell'ideale antico di uomini dai boni mores.
Approccio e ottimismo pedagogico
Aspetto interessante è che sia una pedagogia perfettiva: punta all'oratore perfetto, ideale, a partire dal discente; è quindi presupposto che il discente sia perfetto in nuce, è un ottimismo pedagogico; si ribadisce spesso che la perfettibilità massima è l'unico modo, anche per i genitori, per ottenere il meglio: i giovani vanno messi sotto pressione perché hanno enormi capacità di imparare, anche più cose nello stesso tempo. In I, 10, in una sententia quasi senecana, si sintetizza l'ottimismo pedagogico: turpiter desperatur, se uno non punta al massimo non ottiene nulla.
I primi capitoli, dunque, si focalizzano sulle scuole di litterator e grammaticus, il resto su quella del rhetor, inserendo anche questioni “tecniche”. Il XII libro è invece un prospetto del buon oratore, un “De officis in miniatura”. Il proemio dell'opera ne riporta il progetto. Nella parte più pedagogica (libro I e primi capitoli del II) si riportano i principi generali relativi al discente, di cui bisogna acuere ingenium, inteso come “natura del singolo”: si prevede per il docente una forte capacità di adattamento alle abilità dello studente, per saper variare le attività e sapersi fermare per distrarre l'animo del discente, anche con giochi.
Osservazioni sul metodo del maestro
Vi sono alcune osservazioni sul metodo del maestro, sia esso litterator o grammaticus: necessaria è la gradualità, che ogni frase sia ampliamento e approfondimento della precedente. Importante è l'errore perché, una volta corretto, insegna a tutti i presenti. Le basi dell'insegnamento, come fondamenta, devono essere solide; fortemente sostenuta è l'astensione da punizioni corporali. Motore dell'apprendimento è la competizione, data l'ambizione dei giovani, insieme all'elogio per il buon lavoro e all'affetto per il maestro, nonché alla capacità di destare interesse per la materia. Viene dunque opposta l'istruzione del singolo e della classe, con netta preferenza per la seconda.
Monito per i genitori è a scegliere i buoni maestri, impagabili, ma anche fare attenzione alle persone con cui l'infante viene a contatto, dalla nutrice agli schiavi (educazione liberale), in quanto il bambino ancora non in grado di parlare apprende da chiunque gli sta intorno sentendolo parlare. Il maestro deve dunque avere moralità, rispetto e amicizia per gli studenti, ma soprattutto pazienza e chiarezza.
Finalità della scuola del grammaticus
All'interno della trattazione sul grammaticus, Quintiliano dà massimo rilievo alla finalità ultima del suo insegnamento, la latinitas, la correttezza linguistica in senso lato, non solo quella grammaticale: l'autore stesso, chiudendo la sezione grammaticale, afferma che lo scopo non è il grammatice loqui, ma il latine loqui. Quintiliano segnala una certa osmosi tra secondo e terzo livello, p.e. nell'uso dei progymnasmata. L'ars bene dicendi, capacità somma del rhetor, è lo scopo ultimo dell'ars recte dicendi.
Libro I
Bisogna capire chi sia il destinatario dell'opera: quello esplicito, il dedicatario, è citato nel proemio del libro I, Marcello Vitorio, console nel 105. L'opera gli è dedicata per l'educazione del figlio; a lui era stato dedicato anche il libro IV delle Silvae di Stazio. Nel proemio del libro IV Quintiliano cita anche un proprio figlio, di cui piange la morte nel proemio del VI, e che quindi muore durante la composizione dell'opera. Sicuramente, dunque, è dedicata ai padri per i figli, ma evidentemente molte indicazioni sono per i docenti, e per i discenti stessi.
Testi fondamentali per il commento del libro I sono il commento di Colson 1924, che contiene un'interessante introduzione sugli aspetti culturali dell'opera; importante è, per i capp. IV-VIII, il commento di Pini 1966.
Il libro I si apre con un proemio; il cap. I presenta il problema dell'infanzia e dell'istruzione primaria, il II della discussione tra istruzione domestica e scolastica, il III tratta dell'ingenium del discente e dei caratteri del docente; i capp. IV-VIII sono quelli grammaticali, ma in forma di consigli più che di manuale, affrontando la grammatica secondo il duplice scopo della latinitas e della narratio poetarum. Nel IX si parla dei progymnasmata, nel X-XI dell'utilità delle altre discipline, musica, matematica, ginnastica ed esercizio della voce (fondamentale per l'oratore). Il XII capitolo ha carattere “apologetico”, si difende la praticabilità di questo schema enciclopedico e graduale, adeguato alla grandezza della natura umana, secondo l’ottimismo quintilianeo.
Lettera dedicatoria
La lettera dedicatoria è indirizzata a Trifone, colui che si occuperà della trasmissione dell'opera; egli era un personaggio di sicura origine greca, forse un libraio-editore; presumibilmente si tratta del libraio citato da Marziale IV, 72. L'epistola ci fa entrare nel mondo della circolazione libraria di questi testi (come il proemio, che tratta di edizioni pirata).
Stilo è sia lo strumento scrittorio che lo stile; auctor non è solo chi ha scritto qualcosa, il termine porta sempre una connotazione di autorità. Le notazioni psicologiche di Quintiliano sono molte acute: una volta raffreddato l'entusiasmo della composizione può valutare l'opera. Fides indica la lealtà e la diligenza verso l'opera, l'affidabilità dell'editore.
Proemio
1-3: Dal proemio si evince che l'opera viene scritta dopo venti anni dall'inizio dell'insegnamento: sappiamo che...
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Appunti di Lingua e letteratura latina I, Prof. Berno, A.A. 2015/2016