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Linee guida per un'accoglienza integrata e attenta alle situazioni vulnerabili dei richiedenti e titolari di protezione internazionale Appunti scolastici Premium

Appunti di Politiche pubbliche e diritti umani sulle linee guida per un'accoglienza integrata e attenta alle situazioni vulnerabili dei richiedenti e titolari di protezione internazionale basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof.ssa Degani dell’università degli Studi di padova - Unipd, Facoltà di Scienze politiche, Corso di laurea in scienze politiche,... Vedi di più

Esame di Politiche pubbliche e diritti umani docente Prof. P. Degani

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ESTRATTO DOCUMENTO

particolari, x es quelle religiose.

La permanenza è pensata per essere breve, anche se quasi sempre si proroga, tardando il processo di

integrazione.

SPRAR→ sistema di accoglienza e integrazione, promosso dal MdI con Enti Locali, con la

collaborazione di organizz umanitarie. Offre supporto alloggiativo e aiuto per l'avvio del percorso di

integrazione. È costituito dalla rete degli enti locali che accedono al Fondo nazionale per le

politiche e i servizi d'asilo.

Chi può permanere all'interno degli SPRAR?

::: in caso di richiedente asilo, si ha diritto fino alla decisione della Commissione Territoriale

::: in caso di riconoscimento di protezione int.le, sussidiaria o umanitaria fino ai 6 mesi

::: se la Commissione dà parere negativo alla domanda, la presentazione dà diritto all'accoglienza

finché non gli sia consentito il lavoro o quando le condizioni fisiche non glielo consentano.

Si svolgono attività di accompagnamento sociale, per conoscere il territori, i servizi locali, la lingua

italiana. Si iscrivono i minori al sistema scolastico e gli adulti a corsi di istruzione, e sono

disponibili interventi e consulenze legali in relazione allo status.

Sono sviluppati percorsi formativi e professionalizzanti per promuovere l'inserimento lavorativo.

In casi di situazioni vulnerabili, la permanenza può essere prorogata.

Nel 2009 i posti disponibili erano 3000 (501 per soggetti vulnerabili) ma, nonostante l'aumento di

posti negli anni, la sproporzione tra richiedenti e posti effettivi è molto alta.

Questa alta richiesta comporta :::tempi di accoglienza limitati, che non consentono la conclusione di

progetti di integrazione, oppure :::tempi di accoglienza eccessivamente protratti che non consentono

un turn-over efficace e bloccano il sistema.

È riconosciuta priorità alle segnalazioni della Prefettura e quelle relative alla categorie vulnerabili.

Altre forme di accoglienza

Altri centri sono i Centri Polifunzionali, istituiti dal MdI di concerto coi Comuni Metropolitani (Mi,

To, Ro, Na, Fi): questa tipologia non è normata, e non sono assimilabili né a CARA né a SPRAR.

I CIE sono invece destinati al trattenimento, convalidato dal giudice di pace, degli extracomunitari

irregolari e destinati all'espulsione. Vi sono trattenuti i richiedenti protezione internazionale che

hanno presentato domanda di asilo a seguito di un provvedimento di espulsione. In questi centri ci

si può rimanere max 180 giorni, ma la durata massima nei CIE è diversamente regolata dall'art. 21

D.Lgs n. 25/08.

Si garantisce → generi di prima necessità, assistenza sanitaria, assistente sociale per i vulnerabili.

Nella pratica → queste garanzie variano da centro a centro.

Ad ogni modo, si raccomanda di distribuire le risorse in modo equilibrato, attenendosi su 60% per il

personale, 25% per costi di strutture e utenze, 15% per alimenti.

Si raccomanda inoltre di prevedere la copertura dei costi per i mediatori linguistico-culturali,

particolarmente utili nelle prime fasi (colloqui, raccolta informazioni).

Il riconoscimento della vulnerabilità

Per il riconoscimento delle vulnerabilità è necessario dapprima instaurare un rapporto di fiducia.

Occorre creare un ambiente che favorisca contatto strutturale e informale, per far sì che

vulnerabilità talvolta nascoste come segno di difesa possano uscire allo scoperto.

La disponibilità delle strutture è il primo criterio orientatore dell'invio a questo o quel centro.

Recuperare una dimensione individuale del rapporto con l'ospite è prioritario per tutelare i diritti di

ciascuno: contesti che privilegiano il rapporto uno a molti (es centri monoetnici) sono problematici

per individuare le vulnerabilità e per organizzare un servizio di prima accoglienza.

É pericolosa la collocazione dei neo arrivati in un contesto monoetnico, spesso perchè si fugge da

persecuzioni causate dai loro connazionali, e il ridotto contatto col mondo esterno impedisce i

processi di apprendimento e inclusione socio culturale.

Ha molto rilievo dimensione del centro e num di ospitati, ci si deve tenere a 40-50 unità, meno se in

casi vulnerabili.

Il colloquio e le procedure di presa a carico

Colloquio → svolge due funzioni: informazione/orientamento e intervento.

L'operatore, oltre al recepimento dei bisogni primari, deve recepire anche bisogni celati da fattori

culturali, personali, dal disagio psichico.

Rapporto di fiducia → nasce dal rispetto formale e sostanziale, dalla non instrusività.

Il colloquio, mediamente uno al mese, va svolto in un centro riservato e pulito, non affollato,

rispettando i tempi dell'interlocutore. Si consiglia calma e ordine durante il colloquio.

Non sono raccomandati atteggiamenti troppo affettivi durante la fase di studio, dato che

l'interlocutore deve sentire la professionalità e competenza del suo interlocutore. È quindi

raccomandato l'uso del "lei". Va fatta attenzione al rispetto dell'identità individuale di ciascuno,

rispettare le proprie caratteristiche.

La costruzione di un progetto individuale, l'orientamento sociale, sanitario e al territorio

E' necessaria, durante la costruzione del progetto, la partecipazione attiva del destinatario: se così

non si facesse, le indicazioni ordinarie (iscrizione alla ASL, corsi e tirocini) rischierebbero di cadere

nel vuoto.

Al destinatario vanno illustrate le opportunità disponibili, che vanno calendarizzate per dare senso

del tempo che scorre, anche per togliere l'illusione del centro protettivo sine die.

Bisogna approfittare di ogni giorno per il perseguimento degli obiettivi, dato che una volta usciti dal

centro la situazione diverrà più complicata: all'inizio i corsi di lingua italiani sono intensivi, per

consentire all'utente la partecipazione a corsi di formazione.

L'iscrizione ai servizi socio-sanitari è una tappa che va seguita con puntualità, e si deve

accompagnare il migrante nel percorso di scelta del medico, il primo contatto con lo psicologo e

l'assistente sociale.

La giornata deve essere ben organizzata e scadenzata, per far percepire negli impegni quotidiani il

funzionamento del percorso, che va pian piano materializzandosi.

Uscire dal centro favorisce il contatto col mondo esterno, vanno rafforzati i collegamenti con la rete

di servizi pubblici e i contatti col vicinato, volontari e scuole: se si confina tutto al centro sarà poi

più difficile acquisire confidenza col mondo esterno.

La regolarità quotidiana, una routine omogenea fa riacquisire senso di ordine e responsabilità, utile

per un processo di integrazione positivo.

CAPITOLO 3 – IL LAVORO DELL'EQUIPE MULTIDISCIPLINARE

Le figure professionali che la compongono possono variare in funzione della tipologia di

accoglienza prevista e delle specificità dei territori.

Il progetto "Lontani dalla violenza", co-finanziato dal Fondo Europeo Rifugiati hanno sperimentato

il modello organizzativo delle équipe multidisciplinari socio-sanitarie, che integrano

professionalità degli enti di tutela con personale sanitario dei servizi territoriali.

I diversi territori impegnati hanno formato un'équipe con composizioni diverse e personale

appartenente ad enti che si sono coordinati nella realizzazione di progetti individuali.

Il percorso d'aiuto va concordato per primo col soggetto interessato, infatti gli obiettivi "calati

dall'alto" difficilmente porta ad esiti soddisfacenti, dato che è necessaria partecipazione diretta.

Una volta stabiliti gli obiettivi, i vari operatori aiuteranno il soggetto al perseguimento degli stessi.

Quali sono le figure professionali?

→Assistenti sociali

→Educatori

→Animatori

→Psicologi

→Operatori legali

→Operatori di accoglienza (che hanno il compito di "curare gli interventi che garantiscano la

realizzazione di un'accoglienza integrata"). Nei progetti di accoglienza cura gli aspetti organizzativi

e gestionali della struttura, accompagnando al contempo i beneficiari nella conoscenza e accesso ai

servizi del territorio.

→Mediatore linguistico-culturale (che deve tenere conto del contesto, /CARA-CIE,

Commissione, Questura?/ dato che ogni contesto richiede modalità e metodologie diverse. Devono

far capire al soggetto il contesto in cui si trova, stare attento alle situazioni vulnerabili.

Si deve fare attenzione perchè il mediatore può essere visto come "l'altro", magari il torturatore,

dato che talvolta è della stessa nazionalità. La scelta del mediatore va quindi concordata col

soggetto vulnerabile. Bisogna fare attenzione a interloquire nella lingua madre del beneficiario dato

che potrebbe far riemergere ricordi spiacevoli.

In ambito psicologico sanitario è preferibile usare le formule "io sono..." piuttosto che "lui dice

che", che farebbero infatti far venir meno la componente emotiva.

→figure mediche

→medico legale (fondamentale perchè le sue certificazioni possono essere fondamentali ai fini del

riconoscimento della protezione, dato che può provare violenze, torture, ecc...)

→mediatore al lavoro (favorisce contatto tra beneficiari e il mondo del lavoro)

→infermiere (informazione, prevenzione, educazione alla salute per chi ha problemi clinici)

Il percorso di presa in carico

La presa in carico inizia sin da subito, attraverso la comprensione della provenienza, problematiche,

analisi della documentazione. Sin dal primo incontro è necessaria un'informativa sul ruolo degli

operatori, i vari tipi di servizi, le aspettative sul programma di reinserimento e le responsabilità

quotidiane dell'assistito.

Ogni "presa in carico" prevede una valutazione olistica della persona, e prevede anche che per la

definizione del percorso di presa in carico si giunga ad individuare obiettivi condivisi.

Il termine della presa in carico può esser posto col raggiungimento degli obiettivi prefissati, che

comunque dovranno essere migliorati perchè dovranno permettere al migrante di riuscire a costruire

un percorso individuale che faccia conto di tutte le dinamiche che dovrà affrontare fuori dal centro.

Una figura centrale nel coordinamento dell'assistenza: il Case Manager

Il Case Management è un progetto integrato volto ad individuare i bisogni di ciascun individuo ed a

soddisfarli nella maniera più adeguata.

Viene ripreso questo principio: sono i servizi a doversi adeguare ai bisogni, non il contrario.

Il Case Manager è pensato per facilitare il rapporto dell'utente con le strutture assistenziali: con un

corretto sistema di CM, si faciliterà l'integrazione e l'auto efficienza socio-economica, ottimizzando

i tempi e la qualità dell'assistenza.

Sarà necessario integrare e armonizzare l'azione del CM con le specificità del territorio, instaurando

una virtuosa connessione tra risorse pubbliche e private.

Il CM prevede: accettazione, valutazione, pianificazione e orientamento ai servizi, monitoraggio e

revisione, assistenza continuativa fino a fine rapporto.

Il CM è anche fondamentale per coordinare le altre figure professionali, per indicare i punti deboli

su cui insistere, dando un riscontro dele loro attività.

La formazione dell'operatore

L'operatore che lavora con i richiedenti-titolari, necessita di una formazione multidisciplinare:

-legale: sui fondamenti giuridici del diritto d'asilo; possesso linguaggio adatto istituzionalmente

-amministrativa e gestionale: relativa a gestione e organizzazione dei servizi socio-sanitari

-culturale: relativamente ai paesi di provenienza dei soggetti vulnerabili

-psicologico e socio-psicologico.

Relativamente alle problematiche psicologiche, in assenza di una preparazione teorica completa, è

necessario che l'operatore conosca i temi principali dell'approccio psicologico.

-empatia

-ascolto attivo (sintonizzarsi con lo stato emotivo dell'altro / assumere, temporaneamente, il punto

di vista dell'altro, cercando di capire il significato delle parole in base alla sua visione del mondo

/far sì che l'altro "entri" dentro di te, bisogna accettare di "farsi cambiare" dall'altro.

-sintomatologia: perchè bisogna comprendere anche il "non verbale", bisogna infatti saper cogliere

i segnali di disagio, le tecniche di contenimento dell'aggressività, saper gestire situazioni di

emergenza.

Relativamente alle tematiche legali, all'operatore deve essere fornita una conoscenza di base delle

norme civili e penali che riguardano il proprio lavoro e una conoscenza delle più frequenti

casistiche di reato in cui possono incorrere le persone che vivono in un contesto di marginalità.

Relativamente alle tematiche culturali, oltre alla conoscenza del paese, la formazione prevede anche

la conoscenza delle tecniche di tortura e di trattamenti degradanti.

In tutti questi processi gli operatori devono essere supervisionati, con il supporto di uno psicologo e

di professionisti competenti. Questo "training" va fatto in gruppo per esternare elementi stressogeni

e per non affrontare soli esperienza così emotivamente intense.

La supervisione ha funzione protettiva sia per gli operatori (per evitare sindrome Burn out) e

indirettamente per gli utenti, a cui viene garantito un servizio adeguato.

La preparazione all'audizione e la stesura della storia personale: il ruolo dell'operatore legale

Durante la procedura di riconoscimento della protezione, è fondamentale il ruolo dell'operatore

legale durante il reperimento della documentazione necessaria per il supporto alla domanda.

Il reperimento è un momento delicato innanzitutto perchè è una fase molto importante per quanto

riguarda l'esito della Commissione, inoltre perchè il richiedente sarà costretto a rivivere i momenti e

le esperienze che ha passato.

Quali sono le funzioni e i limiti di azione dell'operatore legale?

Bisogna considerare i seguenti elementi:

►Il chiarimento della finalità generale: il racconto delle violenze deve riguardare limitatamente i

fatti, e non gli aspetti medici o psicologici. L'operatore deve specificare che il colloquio riguarda

solo la procedura di asilo, e che tutte le informazioni saranno strettamente riservate.

►Le modalità di gestione degli appuntamenti: vanno stabiliti tempi e modi di procedura, la data

dell'incontro va fissata preventivamente per lasciare tempo di elaborazione al richiedente e anche

per far sì che quest'ultimo abbia tempo di raccogliere tutto il materiale necessario.

►Il setting: il luogo deve essere accogliente e calmo, silenzioso e comodo.

►Il numero di incontri e la loro cadenza: va detto che potrebbero essere necessari più incontri,

l'operatore dovrà stabilire numero di incontri e cadenza a seconda dei casi. Più incontri possono

essere stabiliti per alleggerire il carico emotivo al richiedente.

►Le modalità dell'intervista: va usata una tecnica di narrazione condivisa e graduale degli eventi

traumatici. Si raccomanda di preparare un insieme diversificato di domande, adottare funzioni di

guida (con richieste di focalizzazione e approfondimento), adottare funzoni di sostegno e

rispecchiamento (incoraggiamento, sottolineatura di aspetti positivi, ausili che facciano capire

l'interessamento e che si sta ascoltando).

►La stesura effettiva della storia: l'operatore deve esimersi dall'includere, nella stesura,

interpretazioni soggettive. Si consegna l'elaborato al proprietario, chiedendogli di leggerlo e

rendersi disponibile a inserire integrazioni o correzioni. Si farà una redazione nella lingua del

richiedente firmata da lui, e una dal mediatore-traduttore firmata da lui che saranno rilevanti ai fini

dell'istanza.

►I disturbi della memoria narrativa: se si notano inconguenze nel racconto, e l'operatore deve

essere capace di farvi fronte.

Il Burn Out

E'una condizione di esaurimento emozionale e di depersonalizzazione legata ad una ridotta

motivazione personale che si manifesta attraverso apatia, indifferenza, ansia, aggressività. Colpisce

chi esercita professioni d'aiuto, ed è legata all'impossibilità di dare risposte all'utente.

Come si può prevenire?

-migliorare organizzazione e condizioni ambientali / non incentrare tutto su di sé

-confrontarsi e condividere con altri operatori / lavorare in équipe

-dire di no a richieste cui non si è in grado di far fronte / chiedere periodo di distacco o modifica

temporanea delle mansioni.

Deontologia e lavoro d'équipe tra il diritto alla riservatezza e scambio di informazioni

L'etica professionale impone riservatezza. In un'équipe multidisciplinare essa può esser fatta salva,

mentre i dati raccolti, dovendo essere condivisi, possono essere divulgati in modo anonimo.

Dato che lo straniero ha vissuto una condizione di perdita di autostima e perdita di fiducia nei

confronti dell'"altro", bisogna fare attenzione al fine di ottenere la fiducia dell'utente.

Il coinvolgimento del paziente nella modalità empatica e la distanza operatore-vittima

La self-disclosure (apertura di sé-divulgazione d'aiuto) può essere interpretata come un desiderio da

parte dell'operatore di aiutare l'assistito, di stargli vicino, ma d'altra parte bisogna tenere bene a

mente CHI è in terapia. Bisogna sapere riconoscere i nostri limiti, nel nostro aiuto all'altro.

CAPITOLO 4 – UN APPROCCIO DI GENERE NELL'ACCOGLIENZA

Il recepimento della Direttiva Qualifiche ha permesso di fare maggiore chiarezza sulla possibilità di

rivendicare il diritto alla protezione internazionale sulla base del genere e dell'orientamento

sessuale. Seconda questa direttiva gli atti di persecuzione possono essere ricodotti all'appartenza a

un determinato gruppo sociale (che può essere "donne" o "omosessuali").

Secondo alcuni autori la definizione di rifugiato contenuta nella CdG sembra essere incentrata sulla

figura del maschio eterosessuale.

Si è notato che spesso, durante la fase di procedura della domanda, l'esperienza di richiedenti di

sesso femminile sia risultata marginalizzata: molti fattori, come ad es il rifiuto da parte delle donne

di sottoporsi a leggi discriminatorie, viene più visto come comportamento personale, individuale,

non essendo quindi riconosciuto come motivo valido per ottenere la protezione.

I condizionamenti cui le donne sono soggette nei paesi di origine, incidono sulla possibilità di

fuggire ma anche di recepire informazioni e documentazioni utili ai fini della domanda.

La Convenzioni da più spazio a persecuzioni "pubbliche", e lascia in secondo piano le persecuzioni

protratte nella sfera privata. In tal modo, dato che le donne sono di solito relegate nella sfera privata,

le persecuzioni che esse affrontano sono messe in secondo piano.

E dato che gli uomini sono più presenti nella sfera pubblica, hanno la possibilità di calibrare le

proprie azioni e di prevederne possibili conseguenze: questo non è possibile per le donne perchè

spesso devo subire persecuzioni per azioni indirette, quindi "l'essere moglie, madre, figlia di...".

Le donne nel contesto delle nuove guerre

Il rapporto dell'UNHCR del 2008 mostra come le donne sono particolarmente colpite nei contesti

delle "nuove guerre", diffuse a partire dagli anni '90.

La violenza sessuale (sexual and gender-based violence) è una delle maggiori caratteristiche dei

conflitti armati contemporanei, e le donne diventano spesso "armi di guerra".

Violenza sessuale e stupri di guerra

Gli obiettivi dello stupro sono: ferire, dominare e umiliare, violando la propria integrità fisica e

morale. È stato utilizzato nelle recenti guerre, Iraq e Afghanistan, e nelle guerre di pulizia etnica.

Lo stupro può anche assumere le forme di "violenza etnica", ed è la violenza fatta sulla donna con

lo scopo di farla generare figli nemici della propria etnia.

Tali considerazioni hanno portato il Consiglio di Sicurezza ad approvare una risoluzione che

riconosce la violenza sessuale come una tattica di guerra e una minaccia alla sicurezza

internazionale.

Violazione dei diritti prima e durante il viaggio

Molte forme di persecuzione legate al genere, possono essere confuse con pratiche culturali e

religiose, e spesso non vengono considerate come criterio per ottenere la protezione internazionale.

Dato che spesso gli Stati non possono, o non vogliono reprimere comportamenti lesivi nei confronti

delle donne, queste ultime sono spesso costrette alla fuga, fuga che risulta più pericolosa e difficile

che quella degli uomini.

Sono infatti oggetto di violenze (offrire prestazioni ai confini, a polizia o trafficanti) e passano il

rischio di essere inserite nei circuiti di tratta.

Una stratificazione di traumi

Le donne possono soffrire di trauma pre-migratorio, che costituisce la premessa per partire, che va

a sommarsi al trauma migratorio, che riguarda le violenze subite durante la fuga. I traumi migratori

hanno come vittime privilegiate proprio le donne.

A queste due tipologie si può aggiungere il trauma post-migratorio, che si verifica nel paese di

asilo: respingimenti e rimpatri forzati, temporanea detenzione, incertezza per l'eventuale rimpatrio,

isolamento sociale, mancanza di alloggio, povertà e disoccupazione, discriminazione razziale e

religiosa. Questi traumi sono più comuni nelle donne, dato che sono più esposte a discriminazioni

rispetto a donne autoctone.

Donna come vittima?

Ci sono due fattispecie: può essere che una volta arrivate nel paese di destinazione le donne vedano

viste come vittime impotenti, che agli occhi degli operatori fanno vedere la donna con grande

empatia e compassione, che talvolta si possono tradurre in atteggiamenti di superiorità.

Altre volte invece la donna può essere vista come colei che si approfitta della sua "presunta"

vulnerabilità per trarre vantaggio delle opportunità offerte nei paesi di asilo. C'è stato un dibattito

sulle "gravidanze programmate" per poter far ricorso agli aiuti dalle istituzioni e del terzo settore.

La donna è vista come un'opportunista che diventa minaccia e peso per i servizi, in particolare nei

servizi socio-sanitari e del welfare.

Quindi chi si trova davanti a queste situazioni deve valutare in modo acritico e non stereotipato ogni

singolo caso.

Casi di tortura e di violenza sessuale: fattori predittivi

La maggior parte delle donne che arrivano in Italia, arrivano dopo mesi o anni dalla violenza. Ciò

può creare problemi per la procedura di riconoscimento (onere della prova): la maggior parte infatti

non presenta segni fisici al momento di una prima visita.

È da ricordare che le vittime di tortura sessuale è stata vittima di politraumatismo, con

ripercussioni fisiche e psichiche: la maggior parte ha subito percosse, qualora vi sia stata detenzione

si possono ravvisare degli indizi se sono presenti problemi nutrizionali, di carenza di luminosità o

spazio, igiene.

Alcuni fattori predittivi sono ad esempio la provenienza da aree geografiche a rischio, l'esser stati in

campi profughi, in centri di detenzione, l'appartenenza a una minoranza o la partecipazione a gruppi

particolarmente esposti.

Operatori in contatto con vittime di violenza

Gli operatori a contatto di una persone che è, o si presume che sia stata vittima di violenza sessuale

o tortura devono prestare attenzione a diversi aspetti:

►si sottovaluta spesso la ricorrenza della tortura o violenza nei confronti delle donne, dato che si

soffre di uno sguardo più maschile rispetto alla violenza e persecuzione.

Va notato che in molto culture, l'essere stata vittima di violenza rappresenta motivo di esclusione

sociale, e quindi molte donne tendono a non denunciare o confidare queste violenze: bisogna

comunque rispettare la volontà della vittima.

L'operatore che accompagna una donna vittima di violenza deve fare attenzione a ridurre i rischi di

burn-out, dato che comunque si viene esposti a forti reazioni emotive.

►nella relazione medico-paziente, va considerato che molte pazienti hanno solo il corpo per

esprimersi, oppure che vanno considerati anche disegni o scritti. Bisogna essere pacati nelle visite

mediche dato che chiedere di spogliarsi ad esempio può essere considerato offensivo.

►nella relazione mediatore culturale-ospite, è preferibile che sia dello stesso sesso del paziente, ma

va valutato se è positivo o meno il fatto che il mediatore provenga dalla stessa area o etnia del

paziente.

Va tenuto conto che in casi di violenza la risposta deve essere la creazione di una cittadinanza

sociale a sostegno della vittima, non solo in ambito medico ma anche sociale appunto.

CAP. 5 – L'ACCOGLIENZA DI PERSONE CON DISAGIO MENTALE O VITTIME DI

TORTURE

Accoglienza, salute mentale e multiculturalità

Il disagio mentale presentato dallo straniero e l'emersione delle conseguenze fisiche e psichiche

delle violenze subite sono due evenienze che sottopongono le strutture di accoglienza a tensioni

organizzative e professionali.

In questi casi, a causa del loro limite strutturale, va richiesto l'intervento della rete territoriale dei

servizi, che comporta l'integrazione quindi con altri soggetti istituzionali.

Le malattie mentali e le conseguenze delle torture possono provocare delle difficoltà all'interno

dei centri, creano conflitti, malintesi, fallimenti nella relazione d'aiuto con gli operatori.

Lo stato di sofferenza del paziente pregiudica la riuscita del progetto individuale di inclusione

sociale.

Nonostante una serie di servizi sparsi per il territorio nazionale, l'efficienza di queste centri e le

risorse possedut variano considerevolmente in funzione della programmazione sanitaria regionale e

dalle situazioni locali.

Nel 2008 vengono approvate le Linee di indirizzo nazionale dal Ministero della Salute che hanno

previsto un capitolo dedicato alla "multiculturalità". Quali sono gli obiettivi?

►sviluppo della sensibilità culturale e attenzione alla variabile migratoria

►sviluppo competenze professionali e strategie operative nell'ambito della clinica transculturale

Reti resilienti e complessità delle risposte

Va notato il fatto che la difficoltà ad elaborare risposte complessive da parte dei territori ha portato

ud uno specifico stress le strutture di accoglienza, soprattutto rispetto a quelle persone che soffrono

di problemi mentali.

Per questi motivi sono state avviate alcune sperimentazioni negli SPRAR, ma è opportuno

sottolineare che debbano essere presenti delle precondizioni oggettive e soggettive per far sì che

questi progetti possano dispiegarsi compiutamente.

►Precondizioni oggettive: rigaurdano lo status giuridico della persona, che finché non è stato

determinato alcuni presidi possono essere difficilmente attivabili. Solo chi possiede lo status di

protezione vi può accedere compiutamente, mentre ai richiedenti non possono essere garantiti i

servizi che hanno durata superiore alla validità del permesso di soggiorno.

L'assistenza psichiatrica e psicologica invece richiedono la presenza di una sponda sociale, che se

assente pesa sul carico assistenziale istituzionale. Un esempio è la presenza della famiglia e di una

dimora stabile, fattori che sono difficilmente soddisfabili da titolari di protezione.

La famiglia svolge un importante ruolo di supporto affettivo capace di mediare gli effetti dei traumi

subiti. Ad ogni modo, la presenza familiare può costituire anche un problema, dato che il disagio

mentale e le esperienze traumatiche possono essere riverberate sul nucleo familiare.

►Precondizioni soggettive: riguardano quelle capacità, competenze o condizioni individuali che

garantiscono uno sfondo all'interazione tra migrante forzato e operatori dei servizi socio-sanitari. La

più immediata è la competenza del migrante nella lingua del clinico.

Se molte competenze mancano, le relazioni col nuovo contesto possono essere compromesse.

La mediazione linguistico-culturale può fare in modo di costruire una "alleanza" terapeutica

altrimenti inficiata da incomprensioni e distacco.

Si registra comunque un'insufficiente formazione dei mediatori e degli operatori rispetto alle

specificità della mediazione in salute mentale, o in caso di tortura.

La tutela dei diritti fondamentali

L'art. 32 della Costituzione recita "la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto

dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti".

Tale norma ha valenza precettiva, in quanto attiene ai diritti inalienabili dell'uomo.

Relativamente alla tutela della salute degli stranieri, e dei richiedenti e titolari di protezione, il

D.Lgs 286/98, titolo V provvede a regolamentare l'assistenza al richiedente erogata dal SSN,

l'obbligatorietà di iscrizione al SSN e la parità di trattamento e la piena uguaglianza di diritti e

doveri rispetto ai cittadini per quanto riguarda l'assistenza.

Esiste però nella prassi una disuguaglianza di accesso ai servizi e talvolta una discrepanza nelle

prestazioni, che colpisce soprattutto lo straniero anche per problemi linguistici.

Tramite interventi educativi individuali e di gruppo e tramite il contributo allo sviluppo di

strategie organizzative, preventive e terapeutiche a livello territoriale, gli operatori potranno

contribuire alla tutela del diritto alla salute dei migranti forzati.

Tortura e violenza politica

Le forma di violenza politica sono forme di una violenza intenzionale esercitate a partire da una

data impostazione ideologica e sono volte al disciplinamento degli individui, all'ordinamento

forzato della società o all'omologazione etnica, culturale, politica o religiosa. Tutto ciò tramite

l'assimilazione obbligata o l'eliminazione dell'altro.

È possibile attuare delle distinzioni: a seconda dell'attore da cui sono attuate, queste forme di

violenza possono essere ascrivibili a

►gruppi governativi

►gruppi anti-governativi

►fazioni in lotta tra loro in contesti dove l'organizzazione statale è debole o è sciolta

La vittima diventa l'oggetto della persecuzione in quanto ►rappresentante specifico di un gruppo o

in quanto ►rappresentante generico di un gruppo.

La tortura può essere praticata in contesti concentrazionari costruiti intenzionalmente anche per

traumatizzare il singolo. Si può trattare anche di violenze di massa diffuse nel territorio.

Quali possono essere i motivi delle violenze? A seconda dello scopo, ci possono essere motivi di

disaffiliazione o affiliazione: nel primo caso, si cerca di distruggere le componenti materiali e non

di un determinato gruppo, nel secondo si cerca di riprodurre socialmente il "noi", cercando di

costruire, tramite la violenza, un "uomo nuovo", attraverso una rottura violenta con il "vecchio".

Questi due motivi possono comunque correre parallelamente, non si escludono a vicenda.

Il termine tortura può assumere varie connotazioni a seconda dell'ambito a cui si riferisce, ma ha

comunque la finalità di "distruggere il credo e le convinzioni della vittima per privarla della

struttura di identità che la definisce come persona". Si procede quindi alla deumanizzazione

dell'altro e alla sua deculturazione. Si colpisce l'individuo per impedire al suo gruppo di poter

continuare a riprodursi socialmente e culturalmente.

Si giunge al momento traumatico che porta l'individuo ad un momento zero e annulla ciò che

l'individuo è stato in precedenza.

Aspetti transculturali della presa in carico

p.135

Le conseguenze della tortura

Gli esiti fisici dipendono dal tipo di tortura inflitta, dalla durata o gravità. I segni e sintomi possono

essere ravvisati immediatamente oppure possono manifestarsi solo in un secondo momento.

Il dolore e lo stress che i traumi e i disagi della migrazione forzata determinano a livello psichico

sono molto più disabilitanti delle conseguenze fisiche.

Si parla di sindromi post-traumatiche, depressioni, modificazione della personalità: il quadro

sintomatologico più frequentemente riscontrato è caratterizzato da intrusioni diurne o notturne

(ricordi, flashback, incubi) con conseguenti disturbi sulla memoria, concetrazione, sonno.

Può accadere che le stesse vittime possano dubitare della loro memoria a causa della indicibilità

delle violenze subite.

Talvolta le categorie diagnostiche possono non riuscire a cogliere il senso o la struttura della

sofferenza presentata dai migranti forzati, rimanendo così etichette "non altrimenti specificate".

La tortura non distrugge solo corpo e mente. Al dolore e allo stress psichico va aggiunto il rischio di

perdita anche del proprio quadro di riferimento sociale e culturale.

Oltre alla tortura, anche la migrazione provoca molte privazioni che possono minare il benessere

psicofisico dell'individuo: rottura dei legami familiari, senso di colpa, perdita del ruolo sociale.

Lo sforzo di adattamento nel nuovo paese sottopone il rifugiato a ridefinire la propria identità già

messa in discussione dalle violenze pregresse.

Il migrante forzato deve apprendere una nuova lingua, adattarsi a diverse norme sociali, abitudini

alimentari e stili di vita sconosciuti. I valori della sua cultura di origine, le proprie concezioni del

mondo e le logiche interpretative, i modelli relazionali non trovano sostegno e rischiano il non-

riconoscimento.

Lo stress da transculturazione può essere corresponsabile, insieme a traumi pregressi, del disagio

mentale o di gravi patologie.

Il disagio mentale delle vittime e degli operatori

disagio mentale: condizione multidimensionale che può non dipendere esclusivamente da eventi

traumatici pre-post migrazione. Va tenuto anche in considerazione il ruolo dei centri di accoglienza,

che possono essere inadeguati, indifferenti o patogeni.

Per curare le vittime anche a distanza di molto tempo da eventi traumatici, è necessario creare un

sistema organizzativo integrato e multidimensionale che risponda a necessità dei migranti.

La relazione tra operatori e richiedenti si deve basare sulla chiarezza: l'operatore deve saper mettere

a suo agio il migrante sin dall'inizio, per favorire scambio e comunicazione. Vanno fornite info

sull'organizzazione per la quale si lavora, che ruolo si ricopre, cosa si può e deve fare e quali sono le

procedure. Non devono essere presenti forme di ambiguità, va tenuto il segreto sulle info personali.

Gli operatori socio-sanitari che lavorano a stretto contatto con richiedenti in situazione di

vulnerabilità, arrivano a sviluppare con essi una relazione complessa, esigente ed emotivamente

intensa. Gli operatori devono sapere a tal proposito come riconoscere i segnali di stress su loro

stessi e nei propri colleghi e come affrontare le reazioni emotive delle vittime di tortura.

Reazioni psicologiche allo stress lavorativo possono compromettere la qualità delle prestazioni e si

può anche arrivare alla conduzione al fallimento della domanda di protezione, peggiorando così la

propria condizione mentale e quella del richiedente, e gettando in cattiva luce l'organizzazione per

la quale lavora.

La supervisione rappresenta uno degli strumenti preventivi dello stress negli operatori, è quindi

posto come parametro organizzativo d'obbligo in tutti i centri di accoglienza. Questo sistema svolge

tre funzioni fondamentali: ►qualitativa (migliora qualità lavoro), ►di sviluppo (per sviluppare

competenze e abilità), ►di rifornimento o supporto (per mitigare o evitare gli effetti emotivi dello

stress lavorativo).

CAPITOLO 6 – I MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI RICHIEDENTI

PROTEZIONE INTERNAZIONALE

I minori non acocmpagnati richiedenti possiedono tre gradi di vulnerabilità.

►sono minori, che non hanno compiuto 18 e non hanno capacità di agire

►sono stranieri non accompagnati, non cittadini UE e si trovano in Italia privi di assistenza e

rappresentanza

►sono richiedenti di protezione internazionale, che fuggono quindi da persecuzioni individuali

per motivi politici, religiosi, etnici o sociali.

Vi sono varie disposizioni normative che tutelano i minori richiedenti protezione, il D.Lgs 25/08,

251/07, e 140/05.

Le disposizioni normative dedicate ai minori richiedenti rinviano alla Legge 4 maggio 1983, n. 184,

"Diritto del minore ad una famiglia", che contiene la disciplina generale in materia di affidamento e

adozione dei minori in Italia.

Si fa anche riferimento alla direttiva del Ministero dell'Interno, adottata col Ministero della

Giustizia, la quale dispone che i minori non accompagnati richiedenti debbano essere presi in carico

dal servizio SPRAR e da tutti gli attori coinvolti (forze dell'ordine, servizi sociali, Ente locale

afferente alla rete SPRAR e non).

Al minore che si trovi in territorio italiano vanno applicate le disposizioni della Convenzione sui

diritti dell'infanzia e dell'Adolescenza, che obbliga lo Stato, tra le altre cose, a garantire

protezione ai minori temporaneamente o definitivamente privi del proprio ambiente familiare e

potenziali rifugiati. Non possono essere respinti se esiste il rischio di pericolo nel paese di origine, o

respinti verso un paese che possa respingerli.

Gli attori e i fattori per un'accoglienza integrata del minore richiedente protezione

►Il diritto d'informazione

L'individuo deve avere il diritto ad essere informato sulla possibilità di presentare l'istanza, al

contempo corrisponde il dovere per il pubblico ufficiale, incaricato di pubblico servizio, e gli enti

che svolgono sanitaria e di assistenza dche rintraccino un minore non accompagnato sulla frontiera

o sul territorio di fornire al minore tutte le informazioni per richiedere la protezione.

►La tutela

E' necessario che il minore, privo di un legale rappresentante, abbia una figura che si prenda cura

del proprio interesse.

Nel caso di minori richiedenti, il Giudice Tutelare deve, entre 48 ore dal ricevimento della richiesta

di nomina, provvedere alla designazione del tutore. Il Consiglio Territoriale per l'Immigrazione

deve farsi promotore di intese interistituzionali volte a facilitare e velocizzare la procedura di

nomina del tutore.

Il Tutore deve essere persona fisica di ineccepibile condotta, idonea ad educare e istruire il minore.

Si auspica che il tutore sia un privato che ha chiesto l'inserimento del suo nominativo in un apposito

Albo, tenuto presso l'Ufficio del Giudice tutelare o il Tribunale dei Minorenni, e che svolge la

professione a titolo gratuito in termini di volontariato sociale (salvo l'eventuale assegnazione di

indennità da parte dell'autorità giudiziaria).

Si auspica inoltre che il Tutore non abbia un numero eccessivo di minori in tutela.

►Identificazione e accertamento dell'età

E' un passaggio fondamentale al fine di stabilire l'accesso alla rete dei servizi per minori.

La procedura di identificazione del minore avviene dopo il suo inserimento nella struttura di

accoglienza o dopo il contatto coi servizi sociali, al fine di garantire il supporto di un adulto.

Se si dichiara di essere minorenni e si è in possesso di un documento di identità, non va effettuato

nessun accertamento.

Se invece si dichiara di essere minorenni, e non si è in possesso di un documento d'identità, la

procedura di accertamento non va effettuata in collaborazione delle autorità consolari del Paese di

origine.

Ovviamente, se il minore non ha documenti identificativi, ma è palese che il soggetto non abbia

compiuto 18 anni, non va effettuata la procedura di accertamento, in ogni caso, sarebbe

auspicabile che l'accertamento venga effettuato solo su richiesta dell'Autorità giudiziaria.

La procedura dovrebbe essere avviata solo a seguito della nomina di un tutore provvisorio, che

potrà assistere il minore durante tutta la fase dell'accertamento e potrà fornire al personale medico

tutte le informazioni necessarie a svolgere l'accertamento (violenze subite, traumi).

Questa procedura dovrebbe avvenire all'interno di strutture sanitarie pubbliche dotate di reparti

pediatrici.

Il requisito indispensabile per procedere all'accertamento dell'età è il rilascio del consenso

informato ed esplicito del minore, a cui si aggiunge l'obbligo di rilasciare il certificato al minore

stesso, redatto in una lingua a lui comrensibile.

Come si procede all'accertamento dell'età? Tramite la misurazione dell'ossatura polso/mano

mediante esame radiografico, ma dato che c'è un margine di errore di +/- 2 anni, questo margine

va indicato nel certificato.

Se comunque rimane il dubbio sulla minore età, questa va presunta ad ogni effetto.

Va tenuto in considerazione che il minore richiedente può essere vittima di tortura, pertanto gli

esami andranno eseguiti con estrema cautela per la condizione fisica e mentale del minore.

Qualora dall'accertamento risulti la maggiore età, le autorità dovrebbero consentire al soggetto la

possibilità di sottoporre la domanda di protezione internazionale da maggiorenne, e non comminare

un decreto di espulsione.

Le strutture di accoglienza

Non possono in alcun caso essere trattenuti presso CIE, CARA o CDA (sarebbe considerato come

"trattamento inumano e degradante").

Deve infatti beneficiare di specifici programmi di accoglienza.

La possibilità di fruire di vantaggi legati all'inserimento nello SPRAR è collegata alla disponibilità

di posti dedicati ai minori non accompagnati. A questo scopo la programmazione delle quote

dovrebbe essere realizzata in modo tale da consentire un reale ed effettivo incontro tra domanda e

offerta di posti all'interno dei centri.

Nei centri di prima accoglienza e nelle strutture non specificatamente dedicate ai richiedenti,

dovrebbe comunque essere garantito un servizio di mediazione culturale e di consulenza legale

gratuita. Queste strutture, per garantire concreto accesso alla procedura di domanda, potranno

prevedere forme di consultazione-collaborazione con le associazioni e enti impegnati nella tutela

dei richiedenti la protezione internazionale.

Il minore deve essere informato sulla possibilità di rintracciare i familiari sul territorio che siano

in grado di accoglierlo o con cui dovrebbe essere convivente, oltre i familiari nel paese di origine.

La ricerca dei familiari ai quali ricongiungere il minore è un obiettivo primario cui le pubbliche

istituzioni sono impegnate.

In caso di diniego di riconoscimento della protezione, al minore che rientra sotto le competenze del

Comitato per i minori stranieri deve essere comunque assicurato il trattamento previsto dalla

normativa vigente riservata al minore straniero non accompagnato.

La possibilità di contatto con la comunità di appartenza favorisce l'inserimento e l'integrazione,

come testimoniato da un sondaggio dell'Agenzia Europea per i Diritti fondamentali, basato sulle

testimonianze di vari minori che ritengono questo aspetto importante.

La presa in carico del minore vittima di grave violenza e abuso

In alcuni casi, maltrattamenti e abusi che possono NON essere considerati forma di persecuzione

per gli adulti, possono invece esserlo per i bambini.

Gli effetti del trauma possono essere diversi a seconda che il minore sia in fase adolescenziale o

preadolescenziale.

Non ci si deve comunque aspettare che il minore sia in grado di fornire informazioni dettagliate

sulle proprie esperienze di persecuzione (a causa del trauma, istruzioni familiari, paura)

E' necessario prevedere, se manca, la presenza all'interno dei centri di personale clinico

specializzato in grado di dare supporto in una prospettiva di lungo periodo anche dopo il

riconoscimento della protezione.

Se non è possibile, è necessaria la collaborazione con i servizi socio-sanitari.

CAPITOLO 7 – LE DISABILITA'

Le disabilità

Disabilità (OMS)→ è riferita alla capacità della persona di espletare autonomanente le attività

fondamentali della vita quotidiana.

Invalidità→ rimanda al diritto di percepire un beneficio economico in conseguenza a un danno

biologico.

La letteratura su disabilità e richiedenti-rifugiati è scarsa, dato che la maggior parte dei lavori parla

di "salute mentale".

Esiste il modello medico della disabilità e il modello sociale.

Il modello oggi in uso è quello medico, che considera la disabilità derivante da un'anomalia che

impedisce agli individui di eseguire determinate azioni. In questo modello si ha la percezione dei

disabili come "pazienti".

Questo modello è stato contestato dai sostenitori del modello sociale (disabilità come risultato delle

barriere disabilitanti imposte alle persone con disturbi che la società esclude) → spostamento della

disabilità dalla sfera privata alla sfera sociale e pubblica. Questo cambiamento di visione è

particolarmente rilevante nel contesto dei richiedenti e titolari di protezione internazionale.

Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità (ratificata dall'Italia nel 2009) → la

disabilità è un concetto in evoluzione, è il risultato dell'interazione tra persone con minorazioni e

barriere attitudinali e ambientali, che impedisce loro la piena partecipazione nella società su una

base di parità con gli altri.

Normativa italiana→ L. 104/1992 (assistenza, integrazione sociale, diritti) e L. 68/1999 (lavoro)

Nel diritto europeo→ la disabilità è da tenere in considerazione sia per le norme minime in materia

di accoglienza, sia in relazione alla determinazione dello status di protezione.

Italia→ la Corte Costituzione ha dichiarato illegittima (ex. Art 3) la norma che prevedeva il

requisito della carta di soggiorno per l'accesso alle prestazioni sociali d'invalidità e inabilità (la

carta di soggiorno viene rilasciata in base alla disponibilità di un reddito). I cittadini stranieri

vengono quindi equiparati ai cittadini italiani in materia di assistenza sociale, sanitaria e di

normativa sul lavoro.

Assegno sociale→ costituisce una previdenza assistenziale non contributiva soggetta ai requisiti di:

stato di bisogno, età (>65), soggiorno legale nel territorio per almeno 10 anni continuativamente.

Questa norma appare discriminatoria e di dubbia legittimità. Anche ai rifugiati e alle persone in

protezione sussidiaria si applica il requisito della residenza.

L'inserimento nel mondo del lavoro→ la legislazione italiana si è evolta con la L. 68/1999,

"Norme per il diritto al lavoro dei disabili", che richiede ovviamente l'accertamento della

condizione di disabilità.

Ma se per i titolari di protezione la normativa in materia di diritti sociali appare tutelante, i

richiedenti asilo sperimentano grandi difficoltà a causa della complessità normativa, mancanza di

competenza degli operatori sociali, riluttanza di alcuni dipartimenti dei servizi sociali nel

relazionarsi con una tematica così complessa.

Gli Enti Locali, in sinergia con i Centri per l'impiego, devono provedere forme di assistenza sociale

nei confronti delle persone appartenenti a queste categorie vulnerabili.

Condizioni ottimali sarebbero quelle offerte negli SPRAR, che riservano posti riservati per i

vulnerabili, ma comunque l'accoglienza è da essere pensata in termini temporanei.

È nelle situazioni maggiormente problematiche che la specificità del migrante diviene fattore di

vulnerabilità, l'assenza infatti di reti familiari rende necessaria una azione sinergica dei servizi

territoriali: se non si attivano si ledono i diritti dei richiedenti e titolari.

Le principali criticità riscontrabili nella riguardano soprattutto i richiedenti asilo

►La disabilità può essere conseguenza della migrazione forzata, quindi di torture o persecuzione

►e può anche diventare un ostacolo per l'accesso alla protezione (a causa di un disagio psichico ad

esempio il richiedente può essere non ritenuto credibile). ►in terzo luogo, il sostegno insufficiente

in termini di assistenza sanitaria, alloggio e sicurezza sociale possono avere un impatto forte sulle

persone disabili. ►possono essere create multiple barriere: si è portatori di handicap, minoranza

etnica e richiedente asilo al contempo.

Le barriere linguistiche e xenofobia, combinandosi, generano esclusione sociale. Essere disabili

comunque non significa necessariamente essere vulnerabili, dipende dal contesto.

Difficoltà di valutazione della disabilità psichica dei richiedenti asilo

Le direttive UE in materia di norme minime sull'accoglienza riconoscono i bisogni speciali dei

soggetti vulnerabili soffermandosi esclusivamente sulle persone vittime di tortura o gravi traumi,

senza soffermarsi sulle esigenze specifiche degli altri richiedenti vulnerabili.

I richiedenti con disturbo da stress post-traumatico o altre menomazioni mentali potrebbero avere

difficoltà nel raccontare coerentemente un evento, raccogliere prove.

Il Documento di Lavoro (UNHCR, 2009) esenta i sopravvissuti alla tortura, i disabili mentali e

minori non accompagnati dalle procedure accelerate di valutazione del diritto di protezione

internazionale, ma di fatto solo i sopravvissuti alla tortura e i minori vengono esentati.

Sarebbe anche preferibile non distinguere a priori le categorie dei sopravvissuti alla tortura e quelle

dei disabili mentali, dato che le due possono essere collegate.

Nel 2010 vi è stato un progetto sperimentale SPRAR, che promuoveva percorsi di accoglienza

integrata con tempi e modalità alla portata dei richiedenti e rifugiati con disagio psichico.

Le barriere culturali e istituzionali al riconoscimento della disabilità

Vi sono vari ostacoli tra rifugiati e fornitori di servizi. Questi ostacoli possono essere linguistici e

culturali, col risultato che molti rifugiati perdono le prestazioni di invalidità a cui hanno diritto. Un

aspetto importante del problema è che i fornitori di servizi a immigrati e i fornitori a disabili hanno

metodi culturalmente e linguisticamente poco adeguati per raccolta di info e dati sui rifugiati con

disabilità. Inoltre spesso i servizi che si occupano di disabilità promuovono ideologie diverse da


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Appunti di Politiche pubbliche e diritti umani sulle linee guida per un'accoglienza integrata e attenta alle situazioni vulnerabili dei richiedenti e titolari di protezione internazionale basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof.ssa Degani dell’università degli Studi di padova - Unipd, Facoltà di Scienze politiche, Corso di laurea in scienze politiche, relazioni internazionali, diritti umani. Scarica il file in formato PDF!


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche, relazioni internazionali, diritti umani
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher enn00 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politiche pubbliche e diritti umani e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof Degani Paola.

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