PROGETTAZIONE CULTURALE
cultura emancipazione sociale il TRATTATO DI MAASTRICHT (1992)
coesione e unione dei popoli ha definito questi caratteri propri della cultura
sviluppo (sostenibile) introducendo la cosiddetta “clausola culturale”
patrimonio (culturale)
La progettazione cultura le sta iniziando a delinearsi come una disciplina autonoma che abbina
pratiche riflessive con pratiche dell’agire e del pare e opera in una prospettiva di multidisciplinarietà
intrecciandosi con processi amministrativi, economici e sociali di pianificazione territoriale e di
marketing. I progetti che hanno come oggetto il patrimonio culturale hanno tanti schemi d’azine (o
quadri di riferimento di tipo normativo, economico, sociale..) a seconda del tipo di azione
all’interno della quale la progettazione culturale decide di operare:
1) conservazione
2) tutela le sei azioni previste dal CODICE DEI BENI CULTURALI E DEL
3) valorizzazione PAESAGGIO (2004) all’interno delle quali è possibile compiere un’attività
4) fruizione di progettazione culturale. Il codice è il corpus normativo che riordina e
5) promozione disciplina la materia relativa agli interventi riguardanti il patrimonio
6) gestione culturale.
Questa importanza inedita attribuita alla progettazione culturale ha favorito la nascita di una nuova
figura professionale: il progettista culturale, una figura che nasce all’interno di un concetto di
network e che, di conseguenza, ha come competenze di base quelle di porre in relazione contesti
differenti (politici, economici e sociali). Il ruolo del progettista culturale è diverso da quello del
semplice operatore culturale. Egli infatti corrisponde a una figura di operatore che ha appreso e
continua ad apprendere la capacità di offrire ai soggetti, pubblici e privati, attivi in ambito culturale
criteri, metodi, procedure che rendano possibile aprire nuove strade, nuove possibilità di incontro e
di interconnessioni costruttive. E opera al fine di persuadere quei soggetti ad assumere una visione
che sappia tener conto in modo generale e costruttivo dell’insieme delle esigenze del territorio, dei
vari attori coinvolti e delle interazioni dei vari sistemi (culturale, turistico, sociale, formativo).
La progettazione culturale si rifà al concetto di cultural planning, inteso come management delle
risorse culturali per lo sviluppo sostenibile del territorio, formulato negli Stati Uniti verso la fine
degli anni ’70, e che viene a formarsi quando saperi disciplinari tradizionali si incontrano con le
dinamiche concrete di territori definiti che rimandano a conoscenze inerenti a vari ambiti
disciplinari.
Governance = all’interno di un dato territorio, è il governo dei processi di integrazione e
strutturazione di interessi diversi. Sono forme di integrazione e strutturazione di interessi intorno ai
quali vengono costruite strategie più o meno coerenti ed unitarie.
I) politiche culturali = quell’insieme di attività pratiche e decisioni istituzionali
che hanno come effetto l’assegnazione di costi e benefici sociali tra cittadini
II) programmazioni culturale = attività pubblica che assegna, in un quadro di
obiettivi/priorità e vantaggi/svantaggi, un insieme di risorse e opportunità
III) progettazione culturale = è il momento operativo della più ampia
programmazione culturale
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La valutazione dell’impatto della progettazione culturale all’interno del procedimento di
VALUTAZIONE IMPATTO AMBIENTALE (VIA) e della VALUTAZIONE AMBIENTALE
STRATEGICA (VAS), permettendo di misurare gli effetti dell’attività, potrebbe consentire
preventivamente di quantificare il livello di incremento del benessere sociale.
LA PROGETTAZIONE CULTURALE
Progettare = dare corpo al futuro. L’interazione tra futuro e possibilità costituisce il presupposto
implicito del progetto. L’opera del progetto consente di rendere esplicito tale presupposto implicito
dell’interazione tra futuro e possibilità. Il progetto è una forma di disegno, una concatenazione di
azioni concrete convergenti verso un fine determinato e contestualizzato nello spazio e nel tempo. Il
progetto trascrive nel concreto la possibilità che è implicita in esso. Il progetto per diventare
strumento deve operare in un contesto concreto che sia in grado di offrire possibilità
Il Trattato di Maastricht (1992) ha sancito due principi da cui trae origine la progettazione culturale:
1. clausola culturale: la cultura deve diventare strumento per la cittadinanza europea, al fine
di favorire la coesione economica e sociali tra gli stati membri, la creazione di occupazione
in Europa, l’eliminazione dall’esclusione e l’arricchimento della qualità della vita. Cultura,
istruzione e problematiche giovanili entrano a far parte in modo esplicito delle competenze
europee.
2. cultura di progetto (PCM = PROJECT CYCLE MANAGEMENT)
La progettazione culturale dunque è l’insieme di operazioni e prassi in grado di sollecitare,
nell’ambito delle politiche culturali, l’emergere di quella cultura di progetto dichiarato prioritaria
dall’Unione Europea e resa operativa attraverso l’adozione del PCM. Tale cultura di progetto vede
al centro dell’interesse lo sviluppo del territorio e deve essere letta come un insieme organizzato di
pratiche istituzionali, sociali e tecniche che necessariamente interagiscono fra loro per trattare temi
di pubblico interesse. Il processo della progettazione culturale è un processo dinamico all’interno di
un arco di tempo limitato, dove viene impiegato un numero definito di risorse per raggiungere
determinati obiettivi.
Definire i confini di un’attività di progettazione culturale significa, in primo luogo, identificare e
rappresentare i rapporti che esistono all’interno dello spazio virtuale e reale nel quale il progetto
intende agire e le relazioni che intercorrono tra:
- la pianificazione di tipo generale (il progettare e l’organizzare qualcosa secondo un piano preciso.
Il momento operativo della pianificazione è la programmazione, un insieme di azioni a beneficio di
uno o più destinatari specifici, che comporta una spesa a carico del bilancio del soggetto che la
esercita)
- e una pianificazione di tipo culturale
L’attività di progettazione culturale può intervenire come uno dei fattori in grado di contribuire alla
crescita e allo sviluppo del territorio. Essa, per inserirsi in un’ottica di sviluppo, deve essere letta e
considerata in riferimento concreto all’insieme delle politiche del territorio, ovvero al contesto della
progettazione culturale.
La progettazione culturale deve essere in grado di valutare nel concreto i benefici sociali: solo così
si potrà cominciare a porre la questione di una valutazione preventiva dell’impatto della
progettazione culturale sul territorio.
Nell’ambito di un’attività politica che si esplica attraverso SCELTE STRATEGICHE (politiche
culturali il cui fine è raggiungere livelli sostenibili di benessere per la popolazione) e SCELTE
POLITICHE ARTICOLATE (programmazione culturale il cui agire consiste nell’allocazione di
risorse in base alla definizione degli obiettivi specifici e delle modalità di attivazione delle scelte
strategiche), la progettazione culturale si configura come il suo momento tecnico operativo.
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Le politiche culturali sono una componente delle politiche pubbliche e concernono una serie di
azioni pertinenti i mondi della cultura che interessano la collettività. Azioni promosse, in modo non
esclusivo, da soggetti pubblici, e realizzate da una pluralità di attori di diversa natura pubblica e
privata.
La cultura (Taylor, 1871) o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme
complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi
altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società (nozione insieme
antropologica e umanistica).
Essendo il concetto di cultura in continua evoluzione, anche il quadro istituzionale, il contesto e il
senso delle politiche culturali sono in continua trasformazione.
In passato la politica culturale era ristretta a pochi attori (l’amministrazione centrale dello stato, gli
enti locali e la chiesa) in un’ottica esclusiva di protezione e tutela del bene. Da qualche decennio,
altri soggetti hanno chiesto con insistenza di essere presenti, dapprima nell’ambito della tutela,
successivamente nella gestione e valorizzazione del patrimonio culturale. All’inizio degli anni ’80,
pochi anni dopo la costituzione nel 1975 del Ministero per i beni culturali e per l’ambiente (che ha
poi cambiato la denominazione in Ministero per i beni e le attività culturali con la legge Bassasini
del 1998), si sono costituite associazione i fondazioni che chiedono di tutelare e proteggere con
strumenti normativi segmenti di patrimonio culturale non ancora presi in considerazione dallo stato.
Fino a quando la politica culturale è rimasta nell’ambito della tutela e della conservazione del
patrimonio culturale pubblico – ove l’unico portatore di interessi era lo stato – essa non ha coinvolto
in modo rilevante gli interessi economici privati. Nel momento in cui è emersa l’esigenza e la
possibilità di una maggiore fruizione del patrimonio culturale sia pubblico che privato si è reso
necessario i’ingresso di altri attori in grado di attivare processi nell’ambito delle varie azioni
concernenti il patrimonio culturale.
Questi attori si sono, nel tempo, riconosciuti come espressione e rappresentanza di valori e interessi
differenziati ma omogenei. Sono così giunti a percepirsi come un insieme organizzato in un
contesto di natura prevalentemente cooperativa (es. FAI, Fondazione Ambiente Italiano, la quale
restaura e apre al pubblico beni di valore storico e artistico e naturalistico, ricevuti per donazione o
per ereditò o comodato, la quale si propone la conservazione, valorizzazione e la gestione delle
dimore storiche dei singoli proprietari).
La possibilità di un’adeguata fruizione del patrimonio culturale diventa uno strumento
indispensabile per lo sviluppo della società.
Un maggiore e migliore accesso alla fruizione del patrimonio culturale è una delle condizioni che
concorrono alla produzione e riproduzione di identità, reciprocità e fiducia.
I vari livelli di governo agiscono attraverso una fase di concertazione con attori pubblici e privati, al
fine di aggregare le preferenze nel territorio e negoziare tra interessi in conflitto, in un’ottica di
sviluppo sostenibile. A livello di sviluppo locale del territorio, la dimensione culturale diventa una
possibilità e un campo di sperimentazione proficuo e innovativo per la governance, intesa come
gestione e bilanciamento delle forze locali. Attori pubblici e locali che operano nel territorio sono
indicati comunemente con il termine di società civile. La società civile comprende le organizzazioni
sindacali e le associazioni padronali, le organizzazioni non governative, le associazioni
professionali, le associazioni senza fine di lucro, le associazioni di volontariato, ecc.
Le azioni di politica pubblica nascono, normalmente, da una precisa richiesta all’interno della
società – un’insoddisfazione, una domanda, un bisogno – e trovano risposta grazie a un’opportunità
di intervento pubblico da parte del governo di una comunità.
L’articolo 9 della Costituzione, che recita “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la
ricerca scientifica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione.”, rientra tra i
principi fondamentali della Costituzione. Tra i compiti essenziali dello stato vi è dunque quello
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dell’elevazione culturale della collettività, e della tutela del patrimonio storico e artistico e del
paesaggio e la promozione della creatività.
L’aver esteso la normativa dalla tutela alla valorizzazione e alla promozione ha consentito ai
soggetti pubblici di poter interagire con i soggetti privati, all’interno di un’ottica comune e di una
visione condivisa. Questo ha indotto un ampliamento anche dello stesso concetto di patrimonio
culturale.
L’esigenza di una politica pubblica presuppone in linea di principio attori in grado di porre la
domanda e attori in grado di fornire la risposta. Domande e risposte devono sempre riguardare attori
appartenenti ad entrambe le sfere (pubblica e privata). Le politiche culturali si devono muovere su
un orizzonte temporale di ampio respiro.
L’azione delle politiche pubbliche si esplica attraverso la programmazione, ovvero quell’insieme di
azioni a beneficio di uno o più destinatari che comportano al soggetto che le esercita delle spese. Ha
fini sociali. Il compito della programmazione è quello di indirizzare, coordinare ed erogare risorse,
compatibilmente alle finalità sociali che si propone.
Le politiche pubbliche scelta politica di fondo
programmazione scelta politica articolata
La programmazione è un’attività che prescrive obiettivi e priorità al fine di ottimizzare il benessere
sociale, individuando vantaggi e svantaggi nella fruizione di risorse e di beni. La programmazione
viene esercitata dall’Unione Europea, dallo stato, dalle regioni, dagli enti pubblici territoriali e da
quei soggetti pubblici e privati erogatori di risorse, come le fondazioni bancarie. Essa viene svolta
attraverso i piani programmatici a scadenza pluriennale che definiscono obiettivi e priorità delle
linee di finanziamento.
I beni culturali, che costituiscono un patrimonio collettivo, normalmente si fanno rientrare tra i beni
meritori o beni comuni, ossia quei beni ritenuti collettivamente utili che dovrebbero essere resi
disponibili, tutelati e conservati indipendentemente dalla domanda individuale e dall’appartenenza
pubblica o privata. Alcuni beni comuni rientrano nella categoria dei beni pubblici. I beni pubblici
sono quei beni di cui si fanno carico le istituzioni a causa della difficoltà, o impossibilità, di
attribuire loro un prezzo.
Con i beni pubblici si è in presenza di ciò che viene definito nell’economia classica “fallimento di
mercato”, una situazione in cui il mercato e il sistema dei prezzi non riflettono l’impatto prodotto da
un bene sul benessere individuale e collettivo. I beni pubblici posseggono due caratteristiche
inequivocabili che i beni privati puri non hanno:
- la non esclusività: nessuno può essere escluso dal godimento del bene
- la non rivalità: la fruizione di tale bene non impedisce la fruizione da parte di altri
Ai beni pubblici viene perciò assegnato un peso politico, giustificando in questo modo l’interesse
pubblico e la spesa pubblica. Il riconoscimento della loro presenza e della loro necessità è indice di
un raggiunto benessere.
Le motivazioni all’origine di interventi di programmazione culturale sono:
1. l’incompletezza dei mercati: in ambito culturale l’iniziativa di un attore privato potrebbe
rivelarsi fallimentare se non intervenisse l’istituzione pubblica, attraverso una
programmazione culturale che destini risorse per la progettazione culturale.
2. la carenza di informazioni: la programmazione culturale, data la quantità e l’esigente
qualità di dati necessari per acquisire una ragionevole conoscenza dei mondi della cultura,
cerca di incrementare e di semplificare l’accesso alle informazioni. Uno dei presupposti
fondamentali, nella teoria del mercato perfetto (una situazione in cui si riscontrano a)
assenza di attriti b) concorrenza perfetta tra gli operatori c) perfetta trasparenza informativa
e razionalità economica), è la possibilità di completa informazione: in modo simmetrico la
carenza di informazione è uno dei fattori costitutivi della formazione di un monopolio e, in
generale, è causa di un’allocazione di risorse non sempre efficiente. Lo sfondo su cui si attua
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una programmazione di questo tipo è l’ampliamento delle reti di relazioni, le quali
permettono l’aumento del capitale sociale, ovvero l’insieme delle relazioni/competenze
sociali di cui un soggetto individuale o collettivo dispone in un determinato momento.
Attraverso il capitale sociale si rendono disponibili risorse cognitive facendo acquisire ai
soggetti consapevolezza e fiducia.
3. possibilità di contrastare esternalità negative: per esternalità si intendono gli effetti
esterni, positivi o negativi, connessi ad attività produttive, in genere private, o anche
all’azione pubblica di governo. Nel caso del patrimonio culturale le esternalità negative
possono essere calcolate rispetto a:
• mercato: l’eccessivo costo non è riassorbibile in termini di mercato
• esiti degli interventi: in termini economici, in quanto si è di fronte a un’ipotesi
realistica di un degrado del bene, con conseguente aumento dei costi per la sua
conservazione; e in termini sociali, i luoghi si snaturano, perdono la loro identità.
Un compito della programmazione culturale è quello di intervenire con lungimiranza per
contrastare le esternalità negative.
4. creazione di esternalità positive: la programmazione culturale può essere indirizzata per
produrre effetti positivi di tipo economico e sociale. I processi devono essere sostenibili.
PROGRAMMAZIONE NEGOZIATA
La programmazione negoziata è una metodologia di programmazione che assegna una funzione
centrale ad un insieme di pratiche negoziali attraverso le quali istituzioni, soggetti pubblici, soggetti
privati e attori sociali concorrono a:
- individuare in accordo con le indicazioni di una determinata politica pubblica, determinati
obiettivi di sviluppo economico-territoriale
- concertare i diversi interventi e le risorse necessarie
- definire con forza contrattuale i tempi e i mod
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