Lezioni di scienza politica: introduzione
Le prime domande da porsi nella scienza politica sono: Chi? Come? Dove? Perché? Indubbiamente la politica si manifesta nel modo più evidente attraverso gli attori e i loro comportamenti. Al giorno d'oggi essa è fatta da un buon numero di professionisti a tempo pieno: eletti e uomini di partito che vivono di e per la politica, ma se allarghiamo il nostro sguardo ci accorgiamo che ne fanno parte altre figure provenienti da settori contigui o meno a quello strettamente politico: sono individui che hanno fatto di altre professioni il trampolino di lancio per la politica. Ciò sta a significare che la politica non è una realtà impermeabile.
Il modus operandi politico
Il discorso fa riferimento alle peculiarità ed ai contenuti dell’agire politico supponendo che la politica si distingua da altre realtà caratterizzandosi per un modus operandi pacifico e non violento, basato sul dialogo contrapposto ad uno coercitivo e autoritario. Questi entrambi modi di agire hanno un retroterra che fa riferimento ad un’esperienza rispettivamente pluralista e democratica contrapposta ad una militare e gerarchica. Anche la guerra è da considerarsi un modus operandi di politica internazionale, estremo e volto a risolvere conflitti estesi su una vasta area.
Il concetto di potere
Anche il concetto di potere è fondamentale in una ricerca sul modo d’essere della politica; l’avere potere ovvero la capacità d’indirizzare i comportamenti del pubblico nella direzione voluta è una caratteristica precipua dei soggetti politici. Non è il potere a caratterizzare un determinato ambito, bensì i diversi ambiti a definire forme diverse di potere.
Il luogo della politica
Se ci chiediamo se esista un luogo privilegiato della politica, ci accorgiamo che proprio il termine rinvia alla “polis” greca ovvero un ambito circoscritto in cui l’esperienza politica si colloca e si esplicita. Ma l’esperienza politica non può essere che considerata un campo sotto assedio, nella sua attuale poliedricità: essa intrattiene complessi rapporti con la sfera economica, morale, religiosa; nella storia anche recente sono state numerose le politiche “religiose” tanto quanto le religioni “politicizzate”.
La sfida della magistratura
Tutto questo porta alla diminuzione dell’autonomia della politica. E c’è un altro elemento da considerare; la sfida che la magistratura ha rivolto alla politica conseguentemente alla quale la politica contemporanea arriva ad un grado di subordinazione che 20 anni fa non poteva nemmeno essere pensato in quanto certi aspetti che riguardano oggi i diritti civili non erano certo oggetto di dibattito politico né partitico/ideologico/movimentistico.
Carattere collettivo della politica
Il carattere collettivo sembra un aspetto proprio dell’esperienza politica, negli ultimi secoli questo ha portato ad identificare la politica con lo stato tradizionalmente definito con riferimento ad una determinata popolazione ed una porzione di territorio delimitata. Gli stati come unità politiche sono fortemente differenziati: si va da macro unità di estensione quasi continentale o transcontinentale a micro unità. Poi vi sono unità considerate solo di natura amministrativa e politicamente subordinate come regioni, province, distretti, ben più cospicue delle fondamentali.
Eterogeneità e identità nazionali
Grande eterogeneità anche riguardo ai principi che definiscono l’aggregazione politica: le cosiddette identità nazionali di un tempo non sono più così ovvie come in passato ed esistono unità politiche che raccolgono al loro interno diverse etnie al punto da poter considerare l’identità come un principio aggregante. Inoltre per secoli un cemento importante dello stato è stata la lealtà dinastica, elemento che oggi persiste in un numero minoritario di realtà, in altri casi lo è stato un elemento di natura religiosa.
La politica al di fuori dello stato
In conclusione, se la politica è sempre legata ad una collettività, in una certa misura può esistere anche una politica al di fuori dello stato, ad esempio nell’ambito di associazioni: in questo caso si parla di ubiquità della politica.
Obiettivi della politica
Weber osservava giustamente che non ci sono fini fissati una volta per tutte che gli uomini politici possano eternamente perseguire né che ci sia un obiettivo proprio della politica. Esiste tuttavia, come teorizzato da Bobbio, un obiettivo minimo; si può scorgere tale fine nella responsabilità di assicurare l’ordine all’interno di determinati confini e dunque la convivenza pacifica. È la responsabilità dell’ordine che oggi dà o meno il carattere politico ad una collettività.
La politica e l'ordine
È vero che la politica non può essere l’unica risposta ai problemi di ordine, ma questa disciplina lo fa tuttavia organizzando una collettività particolare e costituendovi al suo interno un’autorità che si assuma tale responsabilità. L’ordine può assumere talvolta i tratti di un fine intermedio vista l’intenzione di perseguire altri obiettivi.
Riassunto: definizione di politica
Dunque, riassumendo possiamo dire che la politica deve far riferimento ad una sede collettiva, essa risolve l’esigenza fondamentale del mantenimento dell’ordine garantendolo tramite strumenti coercitivi e repressivi oppure rispettando la pluralità e promuovendo il dialogo, la mediazione e gli scambi. In sostanza la definizione che possiamo dare di politica è la seguente: Politica si definisce l’insieme di attività svolte da uno o più soggetti, individuali o collettivi caratterizzate da comando, potere, conflitto, ma anche da partecipazione, cooperazione e consenso, inerenti al funzionamento della collettività umana alla quale compete la responsabilità primaria del controllo della violenza e della distribuzione al suo interno di costi e benefici, materiali e non. La politica riguarda la gestione della collettività responsabile dell’ordine pacifico.
Le tre facce della politica
Politics: la sfera del potere e le istituzioni
Si occupa di analizzare la natura del potere, la sua distribuzione e trasmissione, il problema del suo esercizio e dei limiti, idealmente articolato su due piani fondamentali:
- Il primo è quello che analizza le architetture del potere ovvero i regimi politici (partiti, garanzie di libertà, elezioni, responsabilità degli organi di governo..)
- Il secondo è quello che studia gli attori della politica e i processi che vi si svolgono (leader, partiti, gruppi di pressione, movimenti, elettori e le loro caratteristiche culturali e organizzative)
Questa distinzione solo in parte ricalca quella tra elementi di lunga e di breve durata in quanto spesso è capitato nel corso della storia che partiti e comportamenti elettorali hanno presentato una continuità temporale tale da scavalcare trasformazioni più o meno significative dei regimi (dc, psi). Tutt’al più potremo distinguere tra un approccio di studio statico ed uno dinamico.
Policy: politica e società
Questa seconda faccia identificabile con le “politiche pubbliche” si presenta piuttosto diretta verso l’esterno e potrebbe essere caratterizzata come il prodotto della politica stessa.
Polity: comunità politica organizzata
Definizione dell’identità (cioè del territorio e della popolazione e le relative strutture e processi di mantenimento e cambiamento) e dei confini della comunità politica. I cambiamenti che avvengono all’interno di questa sfera non si verificano con la stessa frequenza degli altri, tuttavia questo non deve far dimenticare che quando essi avvengono mantengono una certa dimensione ed un certo rilievo. L’importanza dei confini che definiscono una polity è di facile comprensione ed il loro significato assume spesso un significato quasi “sacrale”, ma al di là di questi aspetti ideologici ciò che è rilevante è il fatto che il mutamento di questi confini determina un cambiamento più o meno profondo della polity in quanto essi decidono anche in larga misura chi è coinvolto nel gioco della politica e come questo si svolge. Ci sono polities ermeticamente chiuse verso l’esterno che minimizzano le possibilità di entrata e uscita e polities molto più aperte.
Cambiamento della politica nel tempo
L’epoca contemporanea è stata dominata da un particolare tipo di polity, lo Stato nazionale. In passato tuttavia essa si è basata molto spesso su legami di tipo verticale di dipendenza e fedeltà ad un centro di autorità anziché su un senso di appartenenza orizzontale. Gradi e modi del coinvolgimento possono essere estremamente diversi: si va dalla partecipazione attiva di una maggioranza più o meno ampia (dunque i componenti della polity si qualificano come cittadini) ad un coinvolgimento passivo in cui prevale la figura del suddito. I processi di costruzione e distruzione di una polity occupano uno spazio che si situa tra politica interna ed internazionale; sono infatti importanti alcuni elementi interni, in particolare hanno in passato avuto un ruolo fondamentale i meccanismi simbolici (bandiere, inni, cerimonie, monumenti, tradizioni, eventi e luoghi della memoria).
Segue tre linee fondamentali corrispondenti alle tre facce precedentemente analizzate:
- Lo Stato nazionale sul piano della POLITY: Il processo di formazione degli stati nazionali sembra proseguire anche al giorno d’oggi tuttavia fenomeni come quello dell’integrazione europea, lo sviluppo di organismi internazionali e sopranazionali segnalano una contemporanea spinta verso la limitazione della sovranità esterna degli stati. Il crescente emergere di spinte regionaliste ed autonomiste suggerisce inoltre che la sovranità può essere sfidata e costretta a determinati limiti. Oggi quindi si diffondono diversi assetti caratterizzati da vari livelli di governo coesistenti e diversi tra loro ma non gerarchicamente ordinati.
- Tendenza all’affermazione della democrazia sul piano della POLITICS e poi in particolare sulla definizione del regime politico, sebbene questo cammino incontri ostacoli e possibili involuzioni.
- Il Welfare State sul piano della POLICY: Sebbene questo processo debba fare i conti con l’emergere di certi effetti perversi e del notevole incremento demografico. Le politiche di privatizzazione smantellano molti dei tradizionali interventi dello Stato in economia. Tutto questo sembra lasciar intravedere una sorta di processo di “depoliticizzazione”.
Capitolo 3: La disciplina. Origini, temi, approcci
Che cos’è scienza politica
La scienza politica è lo studio ovvero la ricerca sui diversi aspetti della realtà politica al fine di spiegarla il più compiutamente possibile adottando la metodologia propria delle scienze empiriche. Come tutte le altre discipline umanistiche e sociali la scienza politica non ha come suo obiettivo primario quello di rivolgersi al grande pubblico, tuttavia esiste un ampio settore contiguo alla scienza politica che si rivolge ad un pubblico più ampio spesso con obiettivi propriamente politici. Si tratta di un settore che utilizza il linguaggio della scienza politica e che si dedica all’analisi e spesso al commento dei fatti politici senza una particolare metodologia e con lo scopo di renderli fruibili ad un pubblico che desidera informarsi ed orientarsi. Confondere però i due settori è errato: in realtà sarebbe opportuno chiamare politica la prima e politologia il settore divulgativo ma ormai è quasi divenuto impossibile scindere i politologi nelle due categorie ed individuare quella di reale appartenenza.
Origini
La scienza politica nasce in Europa alla fine del secolo scorso, simbolicamente con la pubblicazione nel 1896 dell’opera Elementi di Scienza Politica di Gaetano Mosca. Ancora, come in altri paesi europei essa nasce staccandosi dal troncone del diritto costituzionale come disciplina ausiliaria ma al momento dell’instaurazione del fascismo essa viene immediatamente soffocata dall’imporsi di certi indirizzi filosofici detti “idealisti” e dal prevalere del “formalismo giuridico”, corrente che critica la fluidità e la provvisorietà dei contenuti della scienza politica. In quegli stessi anni in altri paesi si diffondono studi comparati che testimoniano una maggiore apertura allo studio della realtà (Stati Uniti, Gran Bretagna, paesi scandinavi) mentre negli Stati Uniti si diffondono le dottrine comportamentiste; si parla di una vera e propria rivoluzione traducibile con un approccio di studio della politica che sottolinea la necessità di analizzare il comportamento degli individui e dunque mirava a descrivere tutti i fenomeni di governo come frutto di comportamenti umani. In campo storico essa invece proponeva di sostituire alla tradizionale analisi storica, metodi di analisi quantitativa e di sondaggio.
Nei primi anni ’50 in Italia ed in altri paesi si pongono le basi per porre le fondamenta della nascita di una vera e propria scienza politica: anzitutto emerge la definizione di scienza politica come conoscenza empirica della politica. Si chiariscono i criteri di fondo che devono essere ispirati a criteri razionali. Si precisano gli strumenti di analisi. Si dichiarano esplicitamente gli obiettivi di fondo: produrre una conoscenza utile per l’uomo politico ed in questo senso sviluppare la capacità di una previsione politica. Vengono anche fissate le differenze tra filosofia politica, scienza politica, economia politica, diritto pubblico e storia. In questi termini la disciplina continua a svilupparsi in tutta Europa fuorché in Italia sebbene esistano condizioni favorevoli al suo decollo come il ritorno alla democrazia e l’assenza del provincialismo culturale.
In Italia dopo il periodo fascista la scienza politica rinasce con una diversa matrice, quella filosofica. Lo spazio per una scienza politica vera e propria verrà a crearsi quando all’interno della filosofia si rafforzerà la convinzione di poter individuare dei significati sostanziali nella condotta politica, ma nell’Italia del dopoguerra la cultura filosofica predominante è quella non solo anti-razionalista ma anche anti-empirica. Non esisteva l’assunto di fondo che si potesse studiare proficuamente la politica in maniera autonoma inoltre la mentalità ideologica è ribadita come un’altra condizione ostativa in aggiunta alle altre obiezioni e chiusure che provenivano dalle altre discipline. Anche in Germania si potevano rintracciare condizioni ostative simili a quelle italiane, tuttavia la forte influenza che esercitavano gli alleati ed i numerosi cervelli fuggiti precedentemente dalla patria contribuì a mutare in positivo questa situazione determinando uno sviluppo più precoce della scienza politica come conoscenza empirica.
Nei primi anni ’70 si assiste in Italia alla svolta, un ruolo fondamentale lo assume Norberto Bobbio con la sua teoria compiuta delle élites e più tardi con la definizione, sempre da parte di questi, delle differenze con la filosofia, con la storia ed il diritto. Bobbio inoltre ripropone i reciproci rapporti di complementarità arrivando ad una posizione equilibrata. La grande attenzione al linguaggio condivisa anche da Leoni diventerà fondamentale quando alcuni anni dopo Sartori pubblicherà un saggio in cui parlerà di “Spartiacque linguistico”. Bobbio considera la scienza politica come ogni analisi empirica che soddisfi tre condizioni: il principio di verificazione come criterio di validità, l’avalutatività come presupposto etico dello scienziato e la spiegazione come scopo.
Dunque l’identità in positivo della scienza politica si delinea non solo quando comincia ad essere chiaro che storia e diritto non esauriscono tutti i modi per studiare il fenomeno politico, ma quando vengono fissati gli aspetti metodologici propri della disciplina quali l’attenzione al linguaggio, la possibilità di sviluppare teorie empiriche ed il rapporto tra teoria e pratica: la scienza politica deve avere una funzione pratica. Non si può tuttavia considerare che ci sia stato il decollo della scienza politica finché non si sia percepita l’americanizzazione. Un fenomeno, quello dell’influenza americana, che testimonia come la suddetta disciplina era assai più sviluppata negli stati uniti rispetto al resto del mondo occidentale. Nel corso degli anni ’70 mentre i criteri restano gli stessi la nozione di politica cambia nel senso che non si cerca più l’essenza della politicità ma si sostiene che il comportamento politico rinvia ad una sede, il “sistema politico”. Sartori torna a sottolineare questo punto nella convinzione che la comparazione sia il modo più coerente di fare scienza politica secondo i canoni metodologici prefissati. La crescita in tutti i campi (anche in quello accademico) della disciplina fa si che essa subisca una sorta di “trasfigurazione” responsabile dell’arricchimento dei temi di ricerca.
I temi della scienza politica
I settori principali della scienza politica sono: cultura politica, analisi elettorali, partiti, gruppi di pressione, movimenti politici, élites politiche, istituzioni di governo, burocrazia, magistratura, politiche pubbliche, studi sull’Unione Europea, relazioni internazionali. Proprio all’inizio degli anni ’70 lo sviluppo di tecniche di analisi quantitativa è stato affiancato da quelle di analisi qualitativa molto sviluppate e sofisticate. Ancora nel corso degli anni ’70 e ’80 si è registrato da parte degli studiosi uno spostamento dell’attenzione da tematiche di “input” a tematiche di “output” riguardanti decisioni e politiche pubbliche, inoltre anche l’accresciuta rilevanza dell’Unione Europea ha fatto sorgere nuove tematiche di studio.
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