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Scienze delle finanze

Il ruolo dello stato nel sistema economico

Oggetto di scienze delle finanze. Naturalmente i sistemi economici da noi considerati saranno soltanto quelli che prevedono un’economia di mercato, ossia un’economia basata sull’iniziativa privata. Dunque non saranno menzionate economie pianificate come quelle che caratterizzarono alcuni stati socialisti. Ma lo stato può intervenire sempre? E con quali strumenti?

Intervento dello stato

Consideriamo due parole chiave per caratterizzare l’intervento dello stato: imposte e spesa pubblica.

Lo stato impone tributi (imposte) ai cittadini i quali sono utilizzati dallo stesso per determinare il livello di spesa pubblica che soddisfi l’interesse pubblico espresso dai cittadini. Studiare l’intervento dello stato nel sistema economico è importante visto che in tutti i sistemi lo stato interviene sempre. Non esistono economie di mercato a stato zero.

Quanto interviene lo stato?

Negli Stati Uniti d’America, nonostante siano considerati tra i paesi più liberisti del mondo, i tributi imposti ai cittadini corrispondono al 33% del PIL. In Italia arriviamo al 45%, ma i paesi con i cittadini che pagano allo stato maggiori tributi sono i paesi scandinavi. C’è da ammettere però che il 45% italiano rispetto al 33% statunitense non è poi così alto considerando che:

  • In Italia la spesa pubblica per la sanità è molto più alta rispetto a quella statunitense, dov’è quasi inesistente.
  • Negli USA non esistono sistemi pensionistici.

L’estensione dell’intervento pubblico è decisa dal popolo (almeno per quanto riguarda gli stati democratici). Da qui si deduce che il livello dell’estensione dell’intervento pubblico è variabile nel corso del tempo, dipende da un equilibrio posto in essere dalla volontà del corpo elettorale.

Funzioni dello stato

La divisione delle funzioni dello stato è stata teorizzata per la prima volta nel 1959 da un’economista di nome Musgrave. La divisione si concretizza in tre grandi blocchi:

  • Allocazione
  • Redistribuzione
  • Stabilizzazione

Questa divisione non va considerata in modo netto. Infatti, qualora lo stato eserciti la sua funzione allocativa, potrebbero seguire anche effetti redistributivi.

Allocazione

La funzione allocativa è svolta dallo stato ogniqualvolta esso decida quanto di risorse private vada utilizzato per fini pubblici. Questa sua funzione è legittimata dal fatto che, per soddisfare l’interesse pubblico, lo stato necessiti d’erogare beni e servizi necessari, i quali senza l’erogazione da parte dello stesso non sarebbero erogati da alcuno (sicurezza, ordine pubblico, esercito, giurisdizione). Ma ci sono anche altri beni e servizi volontari (oltre quelli necessari) che sono forniti dallo stato. Quanto non sottratto dallo stato ai privati sarà destinato per i cosiddetti consumi privati.

Redistribuzione

Diciamo re-distribuzione perché, in un certo senso, c’è qualcosa che è stato precedentemente distribuito. Il reddito italiano, per esempio, è distribuito tra coloro che nel nostro paese hanno partecipato alla produzione. La distribuzione del reddito è determinata dalle forze che muovono il mercato. Se però queste forze determinano una distribuzione del reddito che privilegi pochi sfavorendo molti, lo stato riterrà legittimo un suo intervento che ristabilisca una situazione equa.

Allo stesso modo in cui nessun economista ha individuato il livello ottimale d’estensione dell’intervento pubblico, non c’è nessuno che ha individuato una distribuzione del reddito ottimale, anche solo moralmente parlando. Fattore che influenza lo stato nella re-distribuzione del reddito è anche il livello di sussistenza, dal momento in cui se fossero in molti ad essere sotto questo livello ci sarebbero molti poveri e dunque tensioni sociali. Redistribuzione non è trasferire allocazioni private ad impieghi pubblici, bensì ridimensionare eventuali sproporzioni all’interno della società. Strumenti per la re-distribuzione sono, ad esempio, gli assegni familiari.

Stabilizzazione

Questa funzione nasce dalle esigenze di stabilità create nelle teorie Keynesiane, secondo le quali lo stato possa influire sul livello del reddito nazionale modificando i moltiplicatori delle tasse e dei trasferimenti. Una funzione prevalentemente macroeconomica guardando essa agli aggregati.

Per quale motivo è necessario che il mercato sia stabile?

  • Nel caso d’un’improvvisa crescita economica, il rischio potrebbe essere quello dell’inflazione, la quale eroderebbe il potere d’acquisto dei salari e degli stipendi. Per evitare questo fenomeno lo stato può aumentare la pressione fiscale provocando una contrazione dei consumi, oppure diminuire la spesa pubblica lasciando maggiore spazio a quella privata.
  • Al contrario, nel caso d’una fase recessiva, il rischio sarebbe quello di distruggere posti di lavoro creando disoccupazione e tensioni sociali tra i cittadini. Per evitare questo fenomeno lo stato può ridurre le imposte provocando un aumento dei consumi che stimoli il sistema economico o altrimenti aumentare la spesa pubblica creando nuovi posti di lavoro.

Attualmente la disciplina europea spinge gli stati membri all’austerità senza tener conto delle teorie Keynesiane.

L’intervento dello stato nell’economia – I classici

Scienze delle finanze è una scienza giovane, che si è andata formando con il diffondersi delle recenti forme di stato democratico.

Adam Smith fu il primo a porsi il problema dell’intervento dello stato nel suo celebre testo La ricchezza delle Nazioni (1776). Smith era favorevole al concetto di stato minimo, uno stato che s’occupasse principalmente di tre funzioni: giustizia, sicurezza ed ordine pubblico (beni necessari di cui si parlava prima). Tutto ciò su cui lo stato non esercita il suo intervento è lasciato invece alla mano invisibile.

Uno stato, quello di Adam Smith, che quindi interviene soltanto quando alcuni contratti tra i privati (lasciati liberi d’operare) sottostimino conseguenze future, cosa che invece uno stato dovrebbe tutelare per il bene della collettività. Sempre nel suo masterpiece La Ricchezza delle Nazioni, Smith delinea le caratteristiche essenziali della struttura del prelievo, elencando quindi quelle che sono le caratteristiche principali dei tributi.

  • Certo; Lo stato fa pagare un’imposta soltanto se di essa il contribuente conosce l’ammontare in anticipo.
  • Economico; I tributi non possono generare costi d’adempimento. In quest’ottica non è ammissibile che i contribuenti, per pagare i tributi, debbano prendersi un giorno di ferie per risolvere controversie burocratiche o fare lunghe file agli sportelli. Non si può neanche pretendere che si debba impiegare un commercialista (in questo caso il costo d’adempimento sarebbe molto alto). È nelle facoltà del contribuente poter richiedere persino la rateizzazione delle imposte. I tributi non devono creare distorsioni, ovvero non possono modificare il comportamento del contribuente. Ad esempio, se si mettesse una tassa sul burro, molti potrebbero iniziare a sostituire il consumo di questo bene con il consumo di margarina. Questo comporterebbe un effetto distorsivo di notevole proporzioni.
  • Le imposte devono essere ripartite secondo i criteri di progressività (previsti in Italia dalla nostra Costituzione) e tenendo quindi conto della capacità contributiva dei contribuenti.

Gli economisti si chiesero se Smith, affermando che le imposte dovessero basarsi su criteri di progressività, volesse affermare contemporaneamente che i ricchi dovessero pagare più tasse rispetto ad altri. Molti avallarono quest’affermazione supportati dal concetto di stato minimo, il quale garantendo giustizia, difesa e tutela dell’ordine pubblico garantirebbe indirettamente la tutela della ricchezza.

Un altro economista classico ha creato un modello con cui ha espresso la sua tesi su chi, nella società, Ricardo dovrebbe pagare le tasse. Questo economista fu Ricardo, la cui società economica da lui stesso stilizzata racchiude tre categorie di soggetti.

  • Rentiers, coloro che posseggono le terre
  • Capitalisti, coloro che posseggono il capitale
  • Lavoratori, coloro che scambiano la propria forza lavoro con il salario.

Per quanto riguarda i lavoratori, Ricardo aveva poca fiducia nella loro forza contrattuale, dunque credeva che a questi spettasse (salvo rare eccezioni) sempre un salario molto basso, quasi ai livelli di sussistenza. Un salario del genere non permette a questa categoria il pagamento di alcuna imposta. Per quanto riguarda i capitalisti, Ricardo credeva che per lo sviluppo della società, il sovrappiù da essi ottenuto dovesse essere reinvestito e quindi non dovesse essere soggetto a tassazione, ciò avrebbe comportato nient’altro che una contrazione degli investimenti. Gli unici che dovrebbero essere tassati, sempre secondo Ricardo, sono dunque i rentiers e le loro rendite, le quali sono ottenute senza un particolare merito e non stimolano lo sviluppo della collettività.

Cosa importante, anche per Ricardo, è garantire lo stato minimo, e per far ciò è necessario il bilancio in pareggio. Un bilancio in avanzo sottrae risorse alla possibilità di utilizzarle in impieghi produttivi, quello in disavanzo distorce l’uso del risparmio che viene usato, attraverso il debito pubblico, per finanziare la spesa pubblica improduttiva, invece degli investimenti produttivi.

Marx, altro noto economista classico, aveva invece una visione dei lavoratori ancora più cupa rispetto a quella di Ricardo, giungendo a considerarli addirittura come degli sfruttati. Solo lo sfruttamento dei lavoratori da parte di chi compra la loro prestazione lavorativa consente la generazione di plusvalore a favore del capitalista e quindi, la generazione di sovra profitto. Da queste ed altre considerazioni K. Marx ricavava come è noto la necessità dell’abbattimento del sistema capitalistico di produzione, da ottenere per via rivoluzionaria, poiché considerava i governi “democratici” degli stati borghesi dei meri comitati di affari della borghesia. Marx aggiunse che con la pianificazione economica non ci fosse bisogno del prelievo tributario, visto che lo stato in questo modo pianificherebbe ex ante le risorse di cui ha bisogno.

Fine del pensiero classico

Avvento del marginalismo

Il marginalismo, da alcuni chiamato neoclassicismo essendosi manifestato subito dopo il classicismo di Smith, Marx e Ricardo, è la corrente del pensiero basata su grandezze marginali. Secondo questo pensiero, tutte le grandezze economiche non sono da considerarsi date, sulla base di un’approfondita analisi storica, bensì sono fissate da grandezze marginali.

  • Il prezzo dei beni è dato dall’utilità marginale dei consumatori (non è più decisivo il costo di produzione nella fissazione del valore di scambio tra i vari beni – teoria del valore).
  • Il salario dei lavoratori è dato dal prodotto marginale lavoro.
  • La massimizzazione dei profitti è data dall’uguaglianza tra il costo marginale e il ricavo marginale.

John Stuart Mill è considerato un precursore delle successive analisi economiche neoclassiche. In quest’ottica egli considerò plausibile, riprendendo l’analisi innovativa basata sul libero mercato ed il laissez-faire dell’economista classico Smith, l’intervento dello stato solo in alcuni casi ristretti:

  • Per creare una struttura giuridica che tuteli la proprietà privata
  • Quando gli individui per miopia sottoscrivano contratti irrevocabili e dannosi che potrebbero condurre verso il fallimento del mercato

Bisognerà attendere il pieno sviluppo dell’approccio marginalista per avere una teoria economica rigorosa, per quanto ancora embrionale, dei beni pubblici, ad opera principalmente degli economisti italiani ed austriaci dell’ultimo ventennio dell’Ottocento. Con Mill è importante osservare che anche nell’ottica marginalista è riconosciuto un intervento statale se pur limitato.

Scuola volontarista

In Italia il pensiero marginale fu importato da economisti come Pantaleoni, De Viti De Marco, Cosciani che diedero vita alla c.d. Scuola Volontarista. L’approccio neoclassico ai problemi della finanza pubblica insieme all’analisi marginalista del sistema; i cittadini sono disposti a pagare imposte quando la spesa pubblica darà loro un’utilità uguale o al più maggiore rispetto a quella del bene di cui lo stato li ha privati (ovvero l’imposta, parte del reddito individuale). I cittadini, secondo questa logica di stampo marginalista, sono disposti a pagare volontariamente i tributi. Lo stato produce beni sulla base della volontà dei cittadini.

Il modello volontarista ha consentito una visione delle scelte collettive come risultanti dal comportamento di un “dittatore benevolente”, interessato a massimizzare il benessere dei cittadini, attraverso la tecnologia del calcolo marginalista e delle metodologie dell’equilibrio generale. Ma alcuni criticarono il modello volontarista legato alla sovranità indiretta del consumatore da questo stesso modello teorizzata.

Pubblic choice – J. Buchanan

Un gruppo di economisti a cavallo tra Ottocento e Novecento contestò l’approccio volontarista escludendo che le scelte collettive riflettessero le preferenze individuali dei cittadini, bensì quelle di gruppi o classi dominanti (lobbies). In questo schema logico, le spese pubbliche assumono due ruoli alternativi:

  • Strumenti più o meno necessari alla classe governante per i suoi scopi di sfruttamento, fornendo ad essa forza fisica (esercito, polizia) o forza politica (illusioni che inducono la classe governata a ritenere che i governanti agiscano per il maggior bene della comunità) necessarie per il raggiungimento dei suoi obiettivi.
  • Costituiscono lo scopo ultimo dell’attività finanziaria, raggiungendosi per loro mezzo la soddisfazione di quei bisogni che la classe governante avverte come propri e desidera soddisfare.

A questi studiosi fa riferimento J. Buchanan come ispiratore dell’approccio Pubblic Choice. Entrambi gli orientamenti condividono però una matrice comune, ossia la legittimazione democratica della struttura del prelievo.

Teoremi dell’economia del benessere

I teoremi dell’economia del benessere costituiscono una delle principali argomentazioni a favore del libero mercato, e contro l’intervento dello stato (o in generale contro una sua pianificazione dell’economia).

  • Primo teorema: Un sistema economico raggiunge una situazione d’ottimalità paretiana se si configura in un regime di concorrenza perfetta.

Ottimo paretiano; è una situazione in cui si ottiene un’allocazione delle risorse, tra gli agenti del mercato considerato, che massimizzi il loro benessere. L’allocazione è ottima secondo Pareto se, oltre questa, non è più possibile avere un’allocazione che aumenti il benessere di un individuo nel sistema, senza ridurre quello di qualcun altro all’interno del sistema stesso. Le tre caratteristiche essenziali di un mercato orientato in modo Pareto efficiente sono:

  • Efficienza nello scambio; Lo scambio tra i due soggetti avviene sempre a condizione che nessuno dei due risulti danneggiato dallo scambio (principio della scatola di Edgeworth) e che almeno uno risulti avvantaggiato (ovviamente questo dipende dai gusti dei due individui).
  • Efficienza della produzione; L’economia deve produrre la massima quantità di beni, sfruttando al meglio i fattori della produzione disponibili. Le quantità di K ed L sono da considerarsi date e devono essere spartite tra le due imprese produttrici. Ragionando come nel Box di Edgeworth, si mettono a confronto gli Isoquanti delle due imprese, e s’ottiene che l’Allocazione dei Fattori Produttivi tra le due imprese che massimizza la produzione, è quella in corrispondenza del punto di tangenza tra gli stessi Isoquanti (verificando così la condizione qui sopra in cui si eguagliano i saggi marginali di sostituzione tecnica). Se l’impresa X produce una grande quantità di bene X, l’impresa Y avrà a disposizione i fattori non utilizzati da X e potrà però produrre una quantità limitata del suo bene. Questo concetto è racchiuso nella curva di trasformazione, il luogo dei punti che mostra le combinazioni di beni che è possibile ottenere in modo efficiente nel sistema economico considerato, dato e costante il vincolo delle risorse produttive e la tecnologia. La curva mostra, ragionando da un altro punto di vista, la massima quantità producibile d’un bene data la quantità prodotta dell’altro bene.
  • Efficienza economica generale; Se bastasse lasciare libero il mercato per giungere ad un equilibrio corrispondente un’allocazione Paretianamente Ottima, ci troveremmo in un sistema economico perfetto dove non sarebbe necessario alcun intervento pubblico.

Il risultato affascinante a cui si giunge nella teoria è però debole nella realtà, basandosi su delle assunzioni particolari:

  • Il mercato deve funzionare in concorrenza perfetta
  • Completa assenza di costi e benefici sociali legati al funzionamento del mercato es. ILVA di Taranto su cui sono intervenuti i pubblici ministeri.
  • Assenza di beni pubblici

Ma queste assunzioni non si verificano nel mondo reale, al di fuori dell’astrazione degli studiosi.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/03 Scienza delle finanze

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lukiuz di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienze delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Scienze economiche Prof.
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