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Psicologia della devianza

Prospettive sull'adolescenza

Esistono due diverse prospettive riguardo all'adolescenza. La prima, sostenuta ad esempio da Klein, afferma che l'adolescenza è solo un periodo in cui si ripropongono problematiche e tematiche già presenti nell'infanzia. L'altra prospettiva sostiene il carattere di novità e sperimentazione dell'adolescenza.

Caratteristiche dell'adolescenza

L'adolescenza è caratterizzata dalla ricerca di una nuova identità e dalla sperimentazione; queste caratteristiche la rendono un periodo turbolento, con un alto rischio di comportamenti trasgressivi che possono avere percorsi evolutivi diversi. La relazione causale tra i fattori di rischio e il manifestarsi della devianza non è certa, e neppure lineare.

Comportamenti trasgressivi

Rispetto a molti altri Paesi, nei Paesi occidentali l'adolescente non si trova di fronte a delle "prove" o a riti di iniziazione che lo mettono in difficoltà, e che creano un primo contatto con la morte. Ma permane la necessità dell'adolescente di rompere con le norme che hanno guidato la sua vita infantile, mettendo alla prova i suoi limiti attraverso comportamenti trasgressivi. In questo modo è possibile, anche senza riti di iniziazione, scoprire la morte e la trasgressione. Bere, fumare, bigiare, rubare o fare sesso diventano modi di stare bene, di essere accettati dai pari e di superare i propri limiti, per provare emozioni intense.

Ci sono adolescenti, però, che non trasgrediscono mai. Bisogna chiedersi, allora, dove finisce il loro naturale bisogno di sfogo, di aggressività e di competere con gli altri e con sé stessi. Questa mancanza di sfogo può creare un forte disagio psicologico, che si accumula col tempo, fino a esplodere.

Devianza e autostima

La trasgressione, infatti, non porta necessariamente alla devianza o alla trasgressione patologica in età adulta. Il rafforzamento dell'autostima e del funzionamento cognitivo ed emotivo, infatti, permettono di riprendere un contatto oggettivo con la realtà. Ma è necessario che l'autostima e la consapevolezza di sé stessi si sviluppino: se l'adolescente percepisce di non avere gli strumenti per affrontare le situazioni, le affronterà in maniera più complessa e difficoltosa, e questo avrà ripercussioni sul suo senso di autoefficacia e autostima. Se un bambino non impara a risolvere i problemi già nell'ambiente familiare, non potrà gestire problemi e conflitti della vita reale.

Diagnosi di devianza

Prima di diagnosticare una devianza o un disturbo della condotta, quindi, bisogna verificare che i problemi comportamentali non siano legati al contesto e alla situazione. Se un adolescente è arrivato fino a quel momento vivendo in maniera tranquilla e normale, senza problemi evidenti, la preoccupazione nei suoi confronti non deve essere eccessiva, poiché i problemi che mostra sono legati al periodo che sta vivendo. Se, invece, il bambino presenta una situazione familiare a rischio (aggressività, alcolismo, disinteresse) già nell'infanzia, i problemi potrebbero essere maggiori, e la preoccupazione deve aumentare a sua volta.

Da considerare sempre è il modello diatesi-stress: in situazioni di stress e di tensione, alcune caratteristiche del bambino potrebbero scatenarsi. Quindi è l'impatto ambientale che potrebbe far scattare qualcosa nel bambino, qualcosa che magari fino a quel periodo non si era mostrato. Oppure tale impatto potrebbe "spegnere" la forte aggressività: un cambiamento di ambiente familiare, ad esempio, potrebbe ridurre l'aggressività subita dal bambino, diminuendo lo stress.

Il ruolo dei genitori

Risulta quindi evidente come siano i genitori a dover aiutare e "guidare" il bambino durante il periodo adolescenziale. La trasgressione e l'aggressività mostrata dall'adolescente sono esperienze naturali per lui e per il periodo che sta vivendo; i genitori hanno il compito di aiutarlo a capire: la trasgressione non va di certo aiutata, ma nemmeno mortificata. Spingere il bambino a una competizione troppo alta con i suoi pari è negativo tanto quanto spingerlo a non competere mai. Il bambino deve riuscire a capire come affrontare i problemi in maniera efficace, già in famiglia, perché solo in questo modo potrà affrontare la vita al di fuori della famiglia. I genitori devono avere delle aspettative nei confronti dei figli, che devono quindi sentirsi spinti ad agire e a riuscire (senza eccedere), senza lavorare al loro posto. Gli adolescenti devono inserirsi nella realtà e nella vita, e non possono farlo se i genitori troppo protettivi lo fanno al loro posto. L'adolescente deve capire di avere certi bisogni, e deve capire che deve impegnarsi di persona se vuole soddisfare quei bisogni.

Fondamentale è il concetto di rispetto: il bambino, crescendo, deve capire che gli adulti e i suoi genitori non sono suoi pari. Deve capire che i genitori gli vogliono bene, ma che c'è un certo limite da rispettare. Allo stesso modo, però, deve percepire rispetto nei suoi confronti. Un bambino che subisce abusi non potrà mai sperimentare rispetto, né per gli altri né per sé stesso. Sperimentare rispetto è fondamentale per provare rispetto, e questo è possibile solo in base a come si comportano i genitori.

Psicopatologia dello sviluppo

La necessità di comprendere le relazioni evolutive tra i diversi aspetti del comportamento, considerando tra l'altro le caratteristiche di continuità e discontinuità, è all'origine del modello di pensiero della psicopatologia dello sviluppo. Situazioni diverse ed eventi diversi in diversi periodi dello sviluppo porteranno a effetti diversi: la perdita della madre a un anno o a quindici ha un significato diverso per il bambino, e un effetto molto diverso, perché diverso sarà il bagaglio di competenze che egli possiede. Tale psicopatologia dello sviluppo è lo studio delle origini e dell'andamento dei pattern individuali di comportamento disadattivo, qualsiasi siano l'età di comparsa, la causa e le trasformazioni delle manifestazioni comportamentali. Si può aggiungere a questa definizione il fatto che tale psicopatologia è una disciplina integrativa, il cui obiettivo è quello di unificare, all'interno di una cornice di sviluppo lungo l'arco di tutta la vita, i contributi che provengono da diverse aree di ricerca, al fine di comprendere meglio lo sviluppo psicopatologico, confrontandolo con quello normale. Essa si basa quindi sull'interdisciplinarietà, sulla compresenza di continuità e cambiamento nei processi di sviluppo e sul rapporto esistente tra sviluppo patologico e sviluppo normale.

Rimane sempre aperto il dibattito su cosa è veramente psicopatologico e cosa no: il narcisismo, nella nostra società moderna, è ancora una patologia? Dalla sua diffusione non si direbbe. Per valutare una psicopatologia ci possiamo basare sul livello di disagio esperito? In molti disturbi questa componente di disagio non c'è, come nei disturbi egosintonici. Potremmo allora basare la nostra diagnosi di psicopatologia sul concetto di funzionamento, cercando di capire qual è il livello di funzionamento dell'individuo e a cosa è dovuta una sua eventuale compromissione. Ma un soggetto maniacale o ossessivo verso il lavoro potrebbe avere un livello di funzionamento addirittura più alto del normale. La visione, quindi, deve essere una visione integrata, che comprende più contesti riguardanti la vita del soggetto.

Per comprendere lo sviluppo individuale, Cicchetti afferma che si devono considerare i cambiamenti riguardanti i pattern adattivi, quelli maladattivi e i diversi percorsi di sviluppo. Questo comporta tre aspetti:

  • Comprensione e valutazione delle trasformazioni evolutive e delle riorganizzazioni che si verificano nel corso della vita di un individuo;
  • Analisi di come le funzioni emergenti, le competenze e i compiti evolutivi modifichino l'espressione di un disturbo o portino a nuovi sintomi e difficoltà;
  • Riconoscimento che uno stress particolare e il funzionamento dei meccanismi di adattamento possono provocare risposte diverse in funzione alla fase di sviluppo e del contesto ambientale in cui si trova l'individuo.

Importante ricordare che i "bulli", ovvero gli adolescenti devianti, sono adolescenti che non hanno un numero adeguato di meccanismi adattivi e strategie di coping, e quindi utilizzano strategie prefissate e infantili di fronte allo stress: di fronte alla frustrazione, la risposta è aggressiva. Questo accade se, in famiglia, la risposta aggressiva è la più utilizzata; tale risposta può avere un buon effetto nell'immediato, perché l'aggressività è difficile da fronteggiare e permette spesso di ottenere ciò che si vuole. E questo buon effetto è molto rinforzante, bloccando la ricerca di nuove strategie più efficaci. Per evitare questo effetto rinforzante, bisogna mostrare al bambino deviante che quella strategia non è efficace, e che servono strategie diverse.

Strategie di coping

Strategie di focalizzazione sul problema: so che ho un determinato problema, quindi mi concentro su quel problema e cerco di capire in che modo posso agire per risolverlo, organizzando modalità e tempistiche.

Strategie di evitamento: ho un problema, ma per risolvere la mia preoccupazione evito di pensarci, occupandomi di altro e facendo finta che esso non esista o non sia così importante.

Strategie basate sull'emozione: ho un problema e lo affronto emotivamente, sfogando le mie emozioni o parlando di cosa provo per quel problema.

Crescendo, si procede sempre verso le strategie di focalizzazione e risoluzione del problema, ma solo se le relazioni con gli adulti e i processi educativi mi aiutano a sviluppare strategie di coping funzionali. Altrimenti, rimango a livelli inferiori, evitando i problemi o manifestando rabbia e aggressività. Non vuol dire che queste tipologie di strategia siano sbagliate: di fronte a un pericolo immediato, la fuga è una strategia basilare per preservarsi. Ma non sempre evitare i problemi è funzionale.

Interventi terapeutici

Per trattare adolescenti devianti è necessario stabilire un rapporto di fiducia con tutta la famiglia, e non "additare" i genitori o il bambino. Questo perché i genitori si sentono immediatamente inadeguati e angosciati, e delegano tutto l'intervento al terapeuta perché sentono di aver fallito e di non avere le capacità di aiutare il figlio. Oppure possono sentirsi gelosi, se il bambino affronta la terapia con entusiasmo e approvazione. Se, invece, si tengono colloqui col bambino, con i genitori e con entrambi, si riesce a coinvolgere tutta la famiglia, facendo capire qual è il problema e come si può affrontarlo tutti insieme. Perché se la famiglia non collabora, l'intervento è quasi sempre fallimentare.

Con l'adolescente è un po' diverso, per la fase di sperimentazione e ribellione in cui si trova: se l'adolescente rifiuta il colloquio con i genitori, non posso e non devo obbligarlo a sostenerlo. Quindi dovrò avvertire prima i genitori di questo fatto, e spiegare che cosa si farà in terapia e quali cambiamenti si potrebbero trovare ad affrontare. Si parla quindi di terapie "a raggiera", che coinvolgono la famiglia (quando si può) e toccano diversi ambiti della vita del paziente.

Modello di Cicchetti

Il modello di Cicchetti è molto influenzato dalla teoria generale dei sistemi di Von Bertalanffy, basata su tre principi:

  • Principio della totalità: un sistema non si comporta come un semplice agglomerato delle parti che lo compongono, ma come un tutto inscindibile. Pertanto, tutte le parti sono in relazione tra loro in modo che ogni cambiamento di una qualsiasi parte rappresenti una perturbazione per tutte le altre parti, e quindi per l'intero sistema. Una madre depressa, che non mostra reazioni alle azioni del bambino, è estremamente disorganizzante e traumatica per il figlio, e porta a forti cambiamenti anche nelle relazioni col coniuge o nella vita lavorativa;
  • Principio di equifinalità: condizioni iniziali differenti possono condurre ad effetti finali analoghi. Ragazzi provenienti da realtà del tutto differenti possono arrivare comunque alla devianza;
  • Principio di multifinalità: condizioni iniziali analoghe possono condurre a effetti finali differenti. Ragazzi provenienti dalla stessa realtà sociale possono arrivare a diversi percorsi di sviluppo.

Ulteriore contributo alla psicopatologia dello sviluppo proviene dalla teoria evolutivo-organizzazionale dello sviluppo di Sroufe, secondo cui l'ontogenesi individuale consiste nell'acquisizione di competenze specifiche per l'età e lo stadio di sviluppo che permettono di raggiungere gli obiettivi necessari per un buon adattamento fase-specifico. Via via che l'individuo cresce, le richieste poste dall'ambiente e i compiti evolutivi si modificano; ciò non toglie che le competenze acquisite così come i compiti da svolgere costituiscano un insieme integrato e organizzato gerarchicamente.

Secondo questa teoria, la normalità consiste nell'integrazione delle caratteristiche biologiche e delle competenze socio-emotive, cognitive e rappresentazionali che permettono all'adolescente di rispondere in maniera adeguata ai compiti evolutivi che gli si presenteranno. A seconda dell'età e dello stadio di sviluppo diversi saranno i compiti e le competenze: un anziano ha compiti evolutivi diversi rispetto a un adolescente, perché il secondo deve adattarsi alla vita adulta, il primo deve adattarsi all'idea della morte. La patologia, invece, consiste nella mancanza di integrazione tra i diversi ambiti di competenza o nello sviluppo di pattern comportamentali rigidi, che preludono a un cattivo adattamento. La rigidità caratterizza la patologia, ovvero il rispondere allo stesso modo a stimoli e situazioni diverse.

Prevenzione del comportamento deviante

Fondamentale è la prevenzione del comportamento deviante. Il fenomeno dei minori autori di reato segnalati ai servizi sociali è molto sottostimato; i reati per i quali questi ragazzi vengono più spesso segnalati sono reati contro il patrimonio (furto o rapina), violazioni delle norme riguardanti sostanze stupefacenti o reati contro la persona.

Gli interventi possono riguardare il singolo individuo, la famiglia o la scuola, in funzione del tipo di obiettivo che si intende raggiungere. L'obiettivo è preventivo, se riguarda uno o più individui a rischio, o di intervento se riguarda una situazione critica rivolta ad adolescenti devianti, per evitare l'aggravarsi o la cronicizzazione dei loro comportamenti. Interventi allargati, che coinvolgono sia la realtà individuale che quella familiare e scolastica, sono quelli più impegnativi, ma anche più efficaci.

Studio del comportamento deviante

Tale studio è inserito in un modello evolutivo: il genotipo dell'individuo infatti, è influenzato sia dall'ambiente familiare che dall'ambiente sociale. Esistono perciò numerosi e diversi fattori alla base del comportamento deviante, nessuno dei quali, preso singolarmente, è sufficiente a spiegarlo. Abbiamo fattori sociali, psicologici, ambientali e costituzionali.

Alla base del comportamento deviante (non considerato come uso di stupefacenti o gioco d'azzardo, ma come bullismo, furto o violenza) troviamo l'aggressività, che può però essere adattiva o disadattiva. È adattiva perché, come in tutti gli animali, in situazioni di pericolo ci permette di sopravvivere, e favorisce l'adattamento alla realtà: senza la spinta aggressiva, ogni specie animale si sarebbe estinta. Possiamo quindi dire che l'aggressività è un tratto omologo a tutte le specie animali: ha la stessa provenienza evolutiva, ma viene messa in atto per funzioni diverse. I tratti analoghi, invece, hanno somiglianza funzionale ma non c'è storia evolutiva comune. Negli animali l'aggressività è predatoria e strumentale: essere aggressivi permette di far sopravvivere la specie, assicurandosi le risorse necessarie. Oppure può essere un'aggressività competitiva, che permette all'individuo di assicurarsi il predominio all'interno del gruppo o di assicurarsi una o più femmine per la riproduzione. Oltre a queste due tipologie, troviamo l'aggressività da difesa, in presenza di una minaccia che riguarda l'individuo, il territorio, la prole o un co-specifico.

L'aggressività è influenzata da diversi ormoni, come la dopamina, la noradrenalina e l'adrenalina, che vengono rilasciati in situazioni di stress. La loro funzione è di aumentare il metabolismo, accelerando il battito cardiaco e liberando più zuccheri nel sangue. In questo modo si prepara il corpo a rispondere ad una eventuale minaccia.

Secondo la teoria etologica il comportamento ostile intraspecifico è un comportamento agonistico, di competizione, che può essere di lotta o di fuga. La lotta può essere un comportamento aggressivo o difensivo, così come la fuga può essere fuga vera e propria o sottomissione. Sia la lotta che la fuga sono legate all'aggressività, ma nei comportamenti di fuga abbiamo una distinzione tra sottomissione, che è solo intraspecifica, e fuga, che può essere sia interspecifica che intraspecifica.

Nell'uomo non c'è una risposta specifica verso un predatore, ma esiste lo stesso uno stato di allarme, i cui schemi hanno una componente ereditaria. Gli animali rispondono con comportamenti di fuga immediati quando vedono la silhoutte di un possibile predatore, anche se è solo una figura finta. Ma questo non accade solo negli animali: il timore dell'estraneo, ad esempio, si manifesta già nel neonato e si sviluppa sulla base di un programma innato, indipendente dalle influenze educative. Si manifesta anche in bambini sordo-ciechi, infatti, ed è legato all'attaccamento.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Zanna15 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della devianza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Ripamonti Adriana.
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