Filosofia del linguaggio
Introduzione alla filosofia del linguaggio
Prof. Luigi Perissinotto
Cos'è la filosofia del linguaggio? Filosofia specificata dal genitivo è chiamata aristotelicamente filosofia seconda, e se c'è una seconda c'è una prima, però non tutti i filosofi son d'accordo: la filosofia prima ha che fare con l'essere in quanto essere. "In quanto", als in tedesco. Le filosofie seconde hanno come tema, per esempio, l'essere in quanto linguaggio: si interessa dell'essere ma non nella totalità. La filosofia seconda può essere anche quella della natura, che non è solo essere ma una sua specificazione.
Ontologie regionali
Nella tradizione fenomenologica, le filosofie dell'"in quanto" sono dette Ontologie Regionali: ontologie perché hanno a che fare con l'essere, regionali perché trattano una parte dell'essere. Sono contrapposte alla Ontologia Fenomenale. Tutti i filosofi hanno trattato del linguaggio: in alcuni casi la filosofia del linguaggio da seconda sarebbe passata a prima.
La trasformazione della filosofia del linguaggio
Ma cosa vuol dire questo? Come è avvenuto il passaggio? La tradizione universitaria italiana considera per prime la filosofia Teoretica, Morale, Estetica ma non quella del linguaggio. Michael Dummet, grande studioso di Frege, tra le tante cose, grazie appunto a Frege, ha sostenuto che la filosofia del linguaggio sarebbe diventata prima.
Un altro filosofo tedesco Tugendhat, allievo di Heidegger, ha formulato uno schema: nell'antichità e nel medioevo il concetto fondamentale era l'essere, dunque la filosofia prima era l'Ontologia; all'età moderna, con Cartesio, il concetto fondamentale era la conoscenza, con filosofia prima l'Epistemologia (problema primo della filosofia è cos'è la conoscenza); con Frege e altri del XIX secolo il concetto fondamentale è il linguaggio, indi per cui la filosofia prima è del Linguaggio.
Il significato linguistico
Per il Linguaggio il problema si traduce nel Significato linguistico: Dummet preferisce parlare di teoria del significato. Assieme a Tugendhat egli si pone il problema del linguaggio come primo cronologicamente, ma anche alla base di qualunque problema noi partiamo.
Comunicazione e significato
Esempio:
Oggi a Venezia piove! Vero o falso? Vero => ma per rispondere bisogna aver capito la frase e il suo significato. Basta questo per Dummet a suggerire che il problema del significato precede il problema della verità o della falsità. Questa posizione è moderata perché Dummet non esclude che poi per stabilire che a Venezia piova debba mettere in atto esperimenti. Nel senso più moderato, prima di porsi il problema della verità ci si deve porre il problema del significato: in questo caso la filosofia del linguaggio è una filosofia Prima, in quanto il significato viene prima ed è alla base (se noi non ci capissimo mai, tutte le altre questioni che ci poniamo non sarebbero nemmeno formulabili).
La svolta linguistica nella filosofia
Questa posizione di filosofia prima si è così rafforzata che si è parlato di Svolta linguistica della filosofia: nel corso del XX secolo la filosofia avrebbe operato una svolta linguistica. Chi ha introdotto questa espressione? R. Rorty nel 1967 ha pubblicato una sua antologia chiamata The Linguistic Turn, dando una definizione alla svolta: il filosofo sostiene che tutti i problemi filosofici sono problemi linguistici; nella misura in cui il problema non sia linguistico non è un problema filosofico (come la particella elementare, o i soldi nel conto in banca).
Problemi filosofici e linguistici
Tali problemi possono essere risolti o dissolti (non rispondere ma fare in modo che quel problema non sia più formulabile, togliendone le condizioni di formulabilità), attraverso un miglioramento del linguaggio (neopositivismo logico) o la sua comprensione.
Esempio di problematica linguistica
Per non restare nel vago, cosa si intende problema filosofico come problema linguistico? Prendiamo la terza persona singolare del verbo essere:
- "Socrate è calvo"
- "Socrate è il maestro di Alcibiade"
- "Nell'Aeropago c'è Socrate"
Nel secondo caso Socrate= maestro di Alcibiade, nel primo è una qualità, nel terzo ha significato di trovarsi. Heidegger direbbe: i ruoli sono diversi ma se usiamo la stessa parola vi deve essere qualcosa di comune, altrimenti non useremmo la stessa parola. Si tratta di un problema linguistico, che nasce da una caratteristica della nostra lingua, che usa lo stesso verbo per adempiere ruoli o funzioni differenti. Come dissolvere il problema? Cambiando i segni: bisogna far in modo che il segno stesso non possa dare luogo a posizioni diverse. Dire che non c'è nulla di comune dall'uso di "è" può essere una soluzione: la filosofia qui è usata come terapia linguistica, in grado cioè di guarire le storture del linguaggio.
Evoluzione della filosofia del linguaggio
Oggi questo significato è minoritario, vi sono state altre svolte, come quella cognitiva e delle neuroscienze in ambito filosofico, che però rendono la filosofia del linguaggio come Seconda. Storicamente quindi tale filosofia nasce con grandi pretese ma si riduce presto a secondaria.
Terminologia e concetti chiave
Terminologia:
Uso / menzione
- (linguaggio-oggetto) Metalinguaggio
Paolo è biondo = uso della parola Paolo
"Paolo" ha 5 lettere = menzione della parola Paolo, fatta con le virgolette (altrimenti si potrebbe intendere che Paolo ha 5 lettere in tasca).
Quando scrivo Paolo è biondo, ho prodotto un linguaggio certo. Se dico che "Paolo è biondo appartiene all'italiano", l'italiano è un metalinguaggio, un linguaggio con cui parlo di un altro linguaggio. Vi possono essere gerarchie di metalinguaggio: Linguaggio Oggetto, Meta Linguaggio, Meta Meta Linguaggio.
Type e token
- Type = tipo, token = occorrenza
Il tipo è astratto perché l'occorrenza avviene quando molti dicono la stessa cosa. Una teoria del significato deve saperlo spiegare dimenticando le occorrenze e interessarsi solo del tipo? Se risposta così l'enunciato diventa astratto, diversamente si considerano i suoi contesti di riferimento.
Tre categorie grammaticali
- Termini singolari
- Enunciato
- Espressioni predicative
Termini singolari: ci sono tre tipi: i nomi propri (Enrico Letta) e le descrizioni definite, cioè delle descrizioni precedute dall'articolo determinativo (l'attuale presidente, l'autore del libro, il numero della Juve). Il terzo sarebbe il deittico/indicali, di tre tipi: io (soggetto), qui (luogo), ora (tempo). Essi sono di riferimento contestualmente dipendente.
Enunciato: detto anche frase, è formato da un termine singolare e da una espressione predicativa, tradotto dall'inglese sentence. Esso è l'elemento linguistico minimo rispetto al quale ci si pone il problema della verità o della falsità. Un enunciato è sempre un type, un proferimento ossia un enunciato che occorre in un determinato contesto (Paolo è biondo), tradotto in inglese utterance.
Espressioni predicative: sono i predicati, da non confondere con "è biondo" ma indicanti uno spazio vuoto (_) tra soggetto e predicato.
Alternativa a enunciato: proposizione
Alternativa a enunciato è proposizione: parola delicata, non può essere sostituita a enunciato. Perché?
Piove! It's rain! Es regnet! Il pleut! Tutti enunciati diversi perché fatti in lingue diverse. A un primo livello, questi 4 enunciati hanno lo stesso contenuto altrimenti sarebbero intraducibili. Frege sostituisce contenuto con pensiero: 4 enunciati esprimono lo stesso pensiero. Russell lo chiama proposition: questa terminologia è rimasta attaccata alla filosofia del linguaggio per cui la proposition è il contenuto, non linguistico. Ma di che cosa è fatto? Per Russell si tratta di entità astratte, come i numeri o le idee di Platone (posizione dei platonisti semantici). Dal punto terminologico mai usare proposition come sinonimo di enunciato. Come si indica una proposizione? Con la clausola "che": sistema con cui indichiamo il contenuto.
"Che Paolo è biondo" = proposizione. Introduco un Atteggiamento proposizionale, ossia diversi atteggiamenti che io posso avere davanti a una proposizione (credere, la credenza è atteggiamento proposizionale; sperare, la speranza è altro atteggiamento proposizionale; temere...). Non è enunciativo, perché non nei confronti di un enunciato ma nei contenuti di un enunciato (credo che piova, I think rain).
Proposizione e enunciato
Ciò che può essere vero o falso è la proposizione, non l'enunciato: può essere falso che figuratamente Paolo sia biondo ma non l'enunciato che "Paolo è biondo". Proposizioni, contenuti e pensieri non sono entità psicologiche perché astratte.
Frege e la logica moderna
Frege: la matematica sta alla logica. 1879, libro sulla logica moderna, Ideografia (Bergiffshrift, lett. scrittura concettuale), di scarso successo. Tre dei maggiori filosofi del '900, Russell, Wittgenstein, Carnap, ne capirono il pensiero e lo emularono, riscoprendolo. Tale saggio oggi è alla base di tutti i testi di filosofia del linguaggio.
Sinn = senso und Bedeutung = denotazione, riferimento, significato; in inglese reference. Frege aveva proposto una traduzione in italiano come significanza. Noi abbiamo una concezione o intuizione pre-analitica e pre-teorica di cosa significhi la parola "significato", non riuscendo tuttavia a coglierne il senso della parola, giustificando la sua esistenza tramite la filosofia.
Distinzione tra senso e significato
Frege introduce la distinzione tra senso e significato come l'unica distinzione per risolvere questo problema, altrimenti insolvibile. Ma quale problema? Il problema degli asserti di identità: un asserto d'identità può avere la forma A=A (esempio: Italo Svevo è Italo Svevo). Caratteristica? È un enunciato analitico (ogni cosa è identica a sé stessa) però non ha nessun valore cognitivo o informativo (come sosteneva Kant, giudizi necessari ma inutili); un asserto d'identità può essere anche A=B (Italo Svevo è Ettore Shmidt), che non è analitico ma sintetico, sintetizzando appunto tutto quello che ci sta dietro, e con valore cognitivo/informativo. Si tratta di stabilire perché uno ha valore cognitivo e l'altro no. Due risposte:
Prima risposta: Frege
1) Sostenuta inizialmente da Frege, poi considerata sbagliata, del 1879: gli asserti di identità riguardano non le cose ma i segni e hanno quindi il valore di stipulazione; in pratica gli asserti sono convenzioni che riguardano i segni e le parole, non le cose da loro denotate. Bisogna quindi mettere le virgolette "A"="A" e "A"="B", ogni volta che vedi A puoi sostituirlo con A (irrilevante) o B, non dicendo i contenuti ma restando a livello sintattico. Ogni volta che vedi la parola "robillo" puoi sostituirla con la parola "perollo": non conosco i loro significati ma so che, tramite la regola di sostituzione, posso sostituire una delle due. Si tratta di asserti che riguardano i segni ma che hanno carattere delle definizioni. Perché non andava bene a Frege? Quando gli astronomi hanno scoperto che la stella della sera è quella del mattino, hanno scoperto qualcosa non dei segni ma del cielo. Per cui se si cambia il nome a qualcosa non ci si ritrova nulla di nuovo a livello cognitivo.
Definizioni nominali e reali
Se fossero mere stipulazioni non potremmo dire che abbiano valore cognitivo, un'apparente soluzione del problema perché non rende conto della distinzione tra definizione nominale e reale: Nominale è quella vista sopra, reale è più complesso: la parola reale, in Kant, non vuol dire distinzione con l'immaginario ma ciò che riguarda la Res, tradotta con sostanza o essenza; la definizione reale di una cosa è una definizione che ci dà la sostanza o l'essenza di tale cosa. Esempio: uomo = essere razionale. Se metto le virgolette la trasformo da reale a nominale, affermando che ogni volta che trovo uomo posso sostituire tale parola con essere razionale, completamente diversa da prima, perché non dà il senso ma è semplice enunciato.
Predicato reale in Kant
Cosa vuol dire che l'esistenza non è un predicato reale in Kant? L'esistenza non appartiene alle proprietà che caratterizzano un eventuale ente. Esempio: cercasi cameriere max 30 anni, referenziato, abitante Venezia o dintorni, esistente. Si capisce perché l'esistenza non è un predicato reale, perché non è una proprietà da attribuire al cameriere alla pari del risiedere a Venezia o della sua età; l'esistenza, il reale è una qualità/proprietà che appartiene a qualcosa.
Seconda risposta: semantica ingenua
2) La seconda risposta è la Semantica Ingenua: in termini singolari il significato di un termine è l'oggetto in cui esso sta. "Italo Svevo" sta per/si riferisce a "Italo Svevo" con le virgolette indicanti il nome, non il soggetto in carne ed ossa. Secondo questa semantica il significato è uguale al riferimento, non nel senso di referente. Cosa succede se io interpreto così A=A o A=B? Dico che ogni cosa è identica a sé stessa, non spiegando la consistenza: sono segni diversi con lo stesso riferimento. Soluzione? Possiamo dire che "Italo Svevo" è l'Bedeutung di Italo Svevo. Non spiega però A=B. Italo Svevo ha un senso A. Non solo, ha la Bedeutung attraverso il senso. Cos'è il senso? Esso è il modo di darsi, di presentarsi della Bedeutung, la prospettiva grazie alla quale l'oggetto mi è dato. A=B ha due sensi ma la stessa Bedeutung.
Esempio di significato e senso
"Italo Svevo"
- Modo di darsi - Senso
- Italo Svevo - Bedeutung
Frege si dimentica quindi della prima risposta, concentrandosi sulla seconda tramite argomenti indiretti. Per sconfiggerlo sarebbe da risolvere questo problema in maniera differente, senza la distinzione tra senso e Bedeutung. Frege usa l'espressione nome proprio come noi usiamo termine singolare (sia Letta che Presidente del Consiglio sono nomi propri). Uno dei problemi di questa cosa è che ci sono termini singolari che hanno senso ma non hanno Bedeutung o che non possono averla. È il caso di "il quadrato è rotondo" perché non può esistere una tale forma. Frege fa un altro esempio: "la volontà del popolo" che ha un senso ma non può esistere per cui non ha Bedeutung. Tali termini senza Bedeutung sono nomi vuoti, come Ulisse o Paperino. Un termine singolare può non avere bedeutung ma non senso, perché altrimenti sarebbe un puro, mero segno.
Lingua perfetta
La possibilità che ci siano termini singolari senza Bedeutung è un'imperfezione delle nostre lingue: una lingua perfetta sarebbe una lingua in cui ogni segno ha Bedeutung, e la Bedeutung è data da un unico senso, in rapporto diretto. La lingua della matematica deve avere questa caratteristica, che manca nelle nostre lingue.
Indicativo delle lingue
Da un altro punto di vista però questo è indicativo delle lingue, perché non si potrebbe altrimenti fare ipotesi o parlare di Ulisse: in una lingua perfetta logicamente non ci sarebbe poesia. Anche gli enunciati hanno un senso e una Bedeutung per cui la semantica vale per tutte le categorie grammaticali.
Tre principi della semantica di Frege
- Principio di composizionalità
- Principio di contestualità
- Principio di salva veritate
Principio di composizionalità
1) Principio di Composizionalità: tale principio dice che un significato complesso dipende dal significato degli elementi, o parti sub-enunciative che lo compongono. Il significato nel senso di Bedeutung ne è quindi dipendente. È il principio basilare, senza non si spiegherebbe come mai esiste la creatività linguistica (produzione e comprensione di enunciati mai sentiti o proferiti) e la sua comprensione (non hai mai sentito che Hitler, vestito in tutù rosa, fosse andato a New York a incontrare degli ippopotami che avevano appena dato uno spettacolo a Broadway, però lo comprendi).
Esempio: Paperino
Paperino è molto sfortunato Termine singolare è Paperino, il predicato è _è molto sfortunato. Frege: hai capito l'enunciato? Quando l'hai capito e il momento in cui l'hai capito è il senso dell'enunciato. Quando hai afferrato il suo senso hai capito la proposizione dell'enunciato. Il senso dell'enunciato è il pensiero espresso da quell'enunciato e il suo pensiero è dato dai sensi delle sue parti enunciative (_ è molto sfortunato), è ciò che afferriamo quando comprendiamo un enunciato.
Paperino però ha un senso ma non ha una Bedeutung: se vale il principio di composizionalità, neanche Paperino è molto sfortunato può avere una Bedeutung, perché Paperino non ha Bedeutung, pur avendo _è molto sfortunato significato. Se a Paperino metto Enrico Letta, il termine ha una Bedeutung perché c'è, esiste nel suo significato.
Bedeutung di un enunciato
Sia Letta che _è molto sfortunato hanno Bedeutung, ma qual è la Bedeutung di un enunciato? Nel cambiare nome è successo che mentre nel primo caso ci si interessa dell'enunciato senza porsi il dubbio della sua falsità, nel secondo caso il dubbio è presente: la Bedeutung di un enunciato è quindi il suo valore di verità; un enunciato sta per il vero o per il falso. La Bedeutung di un enunciato dipende dalla Bedeutung del termine singolare; se una parte dell'enunciato manca di senso, l'intero enunciato non ne ha, e se non ne ha è un semplice segno, perché non esprime contenuto.
Esempio: Paperino abita in via dei tigli
Paperino abita in via dei tigli: questo enunciato non ha bedeutung, perché non ha valore di verità. Se fosse "Nel fumetto Paperino abita in via dei tigli" allora l'avrebbe, perché vi è o vi potrebbe essere verità.
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Lezioni prima parte, Bioetica
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Lezioni, Filosofia del diritto
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Lezioni, Filosofia del linguaggio
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Lezioni seconda parte: Appunti di Filosofia del linguaggio