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Riversamento di suoni nello scritto.

Le glosse: note in cui si danno i sinonimi di parole di un testo che rimarrebbero sconosciute. V VI VII

sec il latino diventa lingua straniera. Quasi tutte le fonti del latino parlato sono scritte. …………………

Storia della parola scritta.

La parola scritta gira molto poco fino al X-XI sec, data spartiacque tra un medioevo analfabeta e un

medioevo risollevato da una ripresa economica e culturale. Prima del XI sec i libri sono pochi e usati in aree

limitate, sono tutti manoscritti (scritti a mano), su pergamena. La parola scritta ha poca circolazione anche

perché costa molto far copie. La lettura è limitata a ambienti acculturati.

Nuovi canali della comunicazione:

*tra parlante e lettore.

 praticato nei più antichi testi in lingua romanza.

 C’è un mediatore

Es: deposizione in volgare del testimone che non era in grado di parlare in latino.

Nel medioevo era molto praticato il canale della comunicazione mediata

*tra scrittore e ascoltatore. (qualcuno scrive un testo, ma coloro che sono in grado di leggerlo sono pochi,

quindi per mezzo di un lettore, i testi vengono letti agli ascoltatori)

 C’è un lettore NEL TEATRO

Il primo luogo scenico del teatro medievale è la chiesa. Durante le funzioni religiose, si cominciò a mettere in scena i passi del

vangelo commentate dal sacerdote. Queste rappresentazioni assunsero in seguito una propria autonomia, spostandosi infine in

luoghi esterni agli edifici religiosi. Quindi gli aspetti fondamentali del teatro medioevale furono la drammatizzazione, i motivi

teatrali religiosi, una componente liturgica e didattica e uno sviluppo di una forma drammatica in volgare.

Sopravvivono forme di teatro religioso che si svolgevano nell’ambito della liturgia pasquale. Pare che il

teatro religioso sia nato proprio dalla liturgia del mattutino di Pasqua nel X XI sec. Venne inserito tra i canti

e gli alleluia un brevissimo dialogo che riecheggiava quello tra le Marie e l’angelo: “quem quaeritis

cristicole…” Sono proprio i giullari a sostituire il teatro che viene bandito dalla chiesa.

Dal sacro al profano

La chiesa, intesa come spazio architettonico, diventò ben presto un ambiente troppo stretto per lo svolgimento delle

rappresentazioni sacre, sia dal punto di vista volumetrico sia dal punto di vista riguardante la libertà espressiva.

Si iniziarono presto (cioè fin dalla fine del 1300) a costruire dei "palcoscenici" nei sagrati all'esterno delle chiese e la conseguenza fu

proprio la nascita di rappresentazioni teatrali con tematiche profane (dal greco pro fanòs che significa proprio prima/fuori dal

tempio).

Tutti in piazza

Nel 1264, in occasione dell'istituzione della festa del Corpus Domini, il sagrato si dimostrò inadatto ad ospitare eventi tanto solenni

e magnificenti, la rappresentazione si sposta in piazza. Qui l'interpretazione venne affidata ad attori conosciuti per la loro bravura e

non più da chierici e le mansiones (da mansio = piccola casa) si arricchiscono di botole, trabocchetti, gru e fumo per simulare

resurrezioni, cadute nell'inferno, voli di angeli ed antri infernali. Dopo il 1300, però, le confraternite avocarono a sé l'onere di

organizzare gli spettacoli, coadiuvati dalle corporazioni, che si preoccupavano della costruzione e dell'arredamento delle scene.

Dopo la piazza, il teatro si sposta nella città stessa attraverso le vie (soprattutto nel '600). Di queste rappresentazioni è rimasto

qualche aspetto: nella festa del carnevale ancora oggi questi carri si spostano per le vie della città e mettono in scena uno

spettacolo.

Il giullare

Il giullare, figura emblematica del teatro medievale, è a tutti gli effetti un attore professionista, si guadagna cioè da vivere

divertendo il popolo nelle piazze od allietando i banchetti, le nozze, i festini e le veglie. Prima che prevalesse il termine generico

"Giullare" (da latino Joculator), tali attori venivano chiamati con appellativi specifici che designavano ogni "performer" secondo i

loro campi d'azione. C'erano i saltatores (saltimbanchi), i balatrones (ballerini) i bufones (comici) e persino i divini (gli indovini) ed

ancora trampolisti, vomitatori di amene scurrilità, acrobati. Alcuni di loro agivano sulla pubblica piazza, alcuni nelle corti dei grandi

signori; cantavano ai pellegrini le vite degli eroi e dei santi, oppure si potevano trovare nelle taverne ad incitare l'"audience". La

Chiesa li condannava perché rei di possedere le capacità di trasformare il loro corpo e la loro espressione, andando così contro

natura e quindi contro la volontà di Dio creatore (soprattutto dopo la formazione dell'associazione di giullari fatta a Parigi nel 1332

al quale presero parte anche le giullaresse); perché girovaghi e conoscitori del mondo e per questo ragionevolmente irridenti nei

confronti delle regole monastiche. Le cose però cambiarono quando gli spettacoli dei mimi e dei giullari vennero messi per iscritto e

la Chiesa iniziò a conservarli e contemporaneamente tramutò le feste pagane, legate ai giullari, in feste proprie dette

paraliturgiche.

Inizialmente l’immagine del buffone è uniformata a quella del giullare, ma esiste una differenza, anche se minima, tra i due che nel

tempo si creò una distinzione netta tra buffone e giullare, quest'ultimo creatore di versi al contrario del primo che si limitava

all'interpretazione (anche di musiche) altrui.

Ricollegandosi necessariamente ad alcune fonti storiche della Spagna medievale, segnatamente in Castiglia tra il XIII e il XIV secolo,

vi è un aneddoto significativo. Sappiamo che i giullari percorrevano preferibilmente le strade che conducono alle tre città sante:

Roma, Gerusalemme e Santiago de Compostela; sebbene la mèta fosse una di quelle città, lo scopo del giullare era quello di

poetare, divulgare notizie, suonare e cantare versi a quanti più pellegrini possibile, affinché questi, ritornando nei rispettivi paesi,

potessero a loro volta divulgare le parole dei giullari.

Percorrendo il “Camino de Santiago”, Gerardo Riquier, giullare spagnolo, giunse in Castiglia alla corte del Re e, spavaldo, fece al

sovrano una richiesta precisa: essere riconosciuto come giullare -distinto dai buffoni- ed ottenere una “patente”. Quando il Re volle

sapere il motivo di questa curiosa richiesta, Riquier rispose che i buffoni erano soltanto esecutori di opere altrui, mentre egli era un

trovatore, cioè un artista colto che trovava e creava da sé musiche e versi originali. Il Re accolse la richiesta e Gerardo Riquier

ottenne la sua “patente”, creando una divisione di significato tra giullari e trovatori.

IL GIULLARE

Il termine giullare (dal provenzale (occitano) joglar a sua volta derivante dal lemma latino iocularis) designa tutti quegli artisti che,

tra la fine della tarda antichità e l'avvento dell'età moderna, si guadagnavano da vivere esibendosi davanti ad un pubblico: attori,

mimi, musicisti, ciarlatani, addestratori di animali, ballerini, acrobati.

Nel Duecento e nel Trecento i giullari, uomini di media cultura (molto spesso chierici vaganti per le corti o per le piazze) che

vivevano alla giornata facendo i cantastorie, i buffoni e i giocolieri, divennero il maggior elemento di unione tra la letteratura colta

e quella popolare.

I giullari, considerati i primi veri professionisti delle lettere perché vivevano della loro arte, ebbero una funzione molto importante

nella diffusione di notizie, idee, forme di spettacolo e di intrattenimento vario.

Essi svolgevano la loro attività in diversi modi e utilizzavano le tecniche più disparate, dalla parola alla musica, alla mimica.

Utilizzavano diverse forme metriche come l'ottava, lo strambotto e le ballate, e si applicavano in generi letterari e temi diversi. Tra i

più ricorrenti vi era il contrasto, l'alba (cioè l'addio degli amanti al sorgere del sole), la serenata alla donna amata, il lamento della

malmaritata.

Costoro erano guardati con sospetto dalla Chiesa cattolica che ne condannava il modello di vita, tollerava

solo i canti ecclesiastici o il racconto della vita dei santi. La chiesa accusa i giullari di vendere il proprio

corpo, la mimica non era tollerata, non si trattava solo di ascoltare i testi, ma il pubblico guardava anche il

corpo e le movenze del giullare. La chiesa era sessuofoba e tutto quello che poteva accendere la fantasia e

i sensi delle persone non andava bene. Soprattutto le giullaresse andavano in giro un po’ nude. La chiesta

poi, assieme alle autorità politiche e amministrative, non approvavano il fatto che i giullari fossero

itineranti. Erano elementi di disturbo, se provocavano disordini riuscivano a scappare dalle punizioni

(stessa nomia negativa che nel medioevo avevano gli studenti universitari, sempre in movimento). Sono gli

studenti ad aver creato i Carmina Burana, raccolti da clerici vaganti (goliardi). Un testo era ad esempio:

In taberna quando sumus, Quando siamo alla taverna

non curamus quid sit humus, non ci interessa nient'altro

sed ad ludum properamus, ma ci dedichiamo al gioco

cui semper insudamus. per il quale andiamo matti.

Sembra proprio che dalle file di studenti/clerici vaganti siano usciti molti giullari.

IL MENESTRELLO

Il menestrello (dal provenzale menestrals, "servo di casa") era, in età feudale, l'artista di corte incaricato all'intrattenimento del

castello. Svolgeva mansioni di musicista, cantastorie, poeta o giullare.

Fu una figura presente principalmente nella Francia e nell'Inghilterra medievale.

Era spesso ingaggiato per singoli spettacoli, in occasione di ricorrenze particolari ed eseguiva perlopiù brani già composti

probabilmente da un trovatore.Come il bardo per le popolazioni celtiche, il menestrello poteva essere un cantore di gesta eroiche

compiute dal proprio signore. In alcuni casi, si trattava di un semplice buffone con abilità di giocoleria e aveva il solo scopo di

divertire il pubblico.

I menestrelli più abili erano in grado di comporre delle tenzoni di livello paragonabile alla poesia trobadorica.

Anche i comuni usavano assumere i menestrelli affinché cantassero la bellezza della città.

In altra epoca e luogo, dal 1840 circa, fino ai primi del XX secolo, lo spettacolo leggero americano fu dominato dai cosiddetti

minstrel shows, spettacoli di menestrelli: spettacoli teatrali improvvisati su un canovaccio, e spesso accompagnati dalla musica. Con

l'andare del tempo queste esibizioni, che non erano stabili ma erano spettacoli di strada, presero ad assumere delle caratteristiche

standard, che fissavano l'abbigliamento del menestrello, ed i ruoli, caratterizzati, che egli interpretava. Tuttavia la chiesa non aveva

un atteggiamento positivo nei loro confronti, e quindi, li condannava; inoltre, siccome i loro componimenti non venivano scritti, ma

si tramandavano solo oralmente, a noi oggi non è pervenuto nulla. Si trovavano nel epica cavalleresca. Il menestrello era anche uno

strumento sociale di grande valore. Infatti manteneva gli uomini a contatto con costumi ed ambienti diversi.

Pietro Valdo, fondatore della chiesa valdese, cominciò la sua vita religiosa dopo aver sentito un giullare

cantare la storia di Sant Alessio, si riduce in povertà e inizia a predicare. Pietro Valdo non era d’accordo con

le idee della chiesa su i giullari, la quale gli negò il permesso di predicare.

NB: il testo di un giullare può avere 2 originali! Se un giullare va a Tolosa e fa una recita molto apprezzata,

quando si sposta a Marsiglia non riscrive tutto, ma cambia solo la dedica al conte di Tolosa con quella al

conte di Marsiglia. La cultura nel medioevo.

La cultura nel medioevo era sostenuta da 2 pilastri fondamentali.

1) Il latino classico

NB: termine Medioevo coniato da Petrarca. Agli occhi degli umanisti il Medioevo ha un alone negativo,

un’epoca di mezzo di chiusura, era di transizione. I medioevali erano felicemente ignari di questa faccia

negativa che avrebbero avuto e si consideravano i legittimi eredi della classicità latina, e anche di quella

greca anche se era meno conosciuto. Lo dimostrano in molti modi: frase di Bernardo di Chartres “noi siamo

nani sulle spalle dei giganti”. ! un nano che sta sulle spalle di un gigante finisce per essere più alto di lui.

Significa che il medioevo forte delle sue basi può guardare oltre. Per i medioevali la cultura greco-latina è

una loro legittima proprietà, non sentono alcun distacco, sanno bene che nasce secoli prima, ma per loro è

una cultura attuale.

2) La religione cristiana.

NB: Perché scrive l’autore medioevale?

Non scrive per arricchirsi, magari indirizza la sua opera a un signore per averne dei favori, minimi. Una volta

che l’opera è stata regalata, o messa in piazza, non può più controllarne la diffusione. Molte volte lascia

l’opera anonima (fino al XII sec, secolo spartiacque con l’umanesimo). Se firmano l’opera non si risale cmq

alla persona. Seconda metà del XII sec È il caso ad esempio di Chrétien de Troyes, scrive in langue d’oil in

versi, mette in scena personaggi antenati del romanzo moderno. Stessa cosa vale per Marie de France che

scrive delle lais, è una grande autrice, pare certo che scrivesse in Inghilterra. Si pensa che appartenesse alla

famiglia regnate francese trasferita in Inghilterra, le ultime ricerche mostrano che era una badessa di un

convento. Insomma l’autore medioevale anche quando lascia il suo nome è difficile che ci racconti i fatti

suoi. Bisogna arrivare a Dante perché si cominci ad avere notizie delle vite degli autori.

Nel medioevo l’arte è considerata come artigianato, prima di Cimabue, Giotto…esistono botteghe d’arte di

artigiani in cui si preparano splendidi lavori tecnici ritenendo che la loro non sia una creazione di genio, ma

l’elaborazione di tecniche messe a punto, quindi non c’è bisogno di firmarsi, lo stesso concetto vale per gli

autori. Per i medioevali l’arte è imitazione, nulla può essere creato dal nulla (solo Dio può), si riserverà un

margine sufficiente a far capire che è bravo, ma non pretende di inventare nulla di nuovo.

L’artista medioevale produce la sua opera a beneficio dell’umanità per la maggiore gloria di Dio. Già

nell’antichità c’era l’idea di correggere ridendo i costumi, la letteratura usata come strumento di correzione

del comportamento, c’è di base in ogni opera sempre un intento educativo, non c’è bisogno che abbia un

intento religioso, per il medioevo il mondo è una valle di lacrime, un esilio carnale nel quale l’anima è

costretta e nel quale l’anima deve liberarsi al meglio per entrare nel regno dei cieli. Ci sono tante

tentazioni, tanti comportamenti blasfemi e carnali, peccaminsi e quando se ne parla la chiesa non approva,

ma cmq alla base c’è sempre un intento educativo, qualsiasi siano i temi trattati. Che siano approvati o no

dalla chiesa.

Le confessioni di Sant’Agostino è un’opera fondamentale che è sul comodino di tutti i dotti del medioevo.

Nessuno la imita però? No, perché Sant’ Agostino voleva proporre una vicenda esemplare che dal peccato

portasse alla grazia. (Sembra Dante, racconta una visione, un viaggio dal peccato alla grazia, che scrive in

volgare in modo che tutti possano imitare il suo percorso). Quindi lo scrittore medioevale scrive per

educare, questo educare ha profonde radici nel cristianesimo.

PROBLEMA

Se ci si è potuti arrampicare come nani sulle spalle dei giganti è quindi grazie al latino e al cristianesimo.

La cultura classica è cultura pagana. Virgilio, Orazio, Ovidio, Cicerone celebravano Roma. Cicerone: “sei

ciceroniano, non cristiano”. Era una cultura politeista che non propagandava le idee cristiane, era molto

lontana dalla cultura di cristo. Questo è un problema: come si fa ad amare, leggere e divulgare la cultura

latina pagana se non c’è Dio in essa? Nel volume di Varvaro vedremo numerose soluzioni che salvano capre

e cavoli. Agli intellettuali cristiani di cultura classica sembra impossibile che scrittori così bravi non fossero

nemmeno stati sfiorati da Dio. Dante infatti li mette nel limbo, non conoscevano il vero Dio; dante riscatta

Virgilio (morto nel 19 a.C) o intelligenza razionale che guida l’uomo. Ma vennero messe in atto soluzioni più

semplici: i grandi scrittori avevano atteggiamenti profetici: es:

 Virgilio nella V egloga parla di un puer che riscatterà l’umanità, probabilmente parlava de nipote di

augusto, ma fu interpretata come una profezia.

 Seneca, che esprimeva concetti stoici che consonavano con comportamenti cristiani, si inventò una

corrispondenza tra Seneca e San Paolo.

Si sostiene anche che nei grandi testi letterari ci sono dei significati nascosti, procedimento già attuato per i

testi Omerici (portatori di messaggi esoterici, misteriosi), si può quindi ricercare significati più riposti

collocabili alla dottrina e alla morale cristiana. Quindi si è liberi di leggere i classici in libertà.

L’idea è che significati riposti ce ne sono tanti in letteratura. Leggi e ricorda gli esempi di Varvaro. Es: favole

di Fedro, vengono lette come allegorie.

…………………………………………lunedì 26

L’organizzazione delle scuole.

In epoca medievale, il trivio o trivium stava ad indicare ad un tempo tre arti liberali ed il loro

insegnamento. Ad esso seguiva tematicamente il quadrivio.

Il Trivium riguardava tre discipline filosofico-letterarie:

 Grammatica, ovvero la lingua latina

 Retorica, cioè l'arte di comporre un discorso e di parlare in pubblico

 Dialettica, cioè la filosofia

Questa suddivisione si deve a Marziano Capella, un filosofo della tarda latinità (IV-V secolo d.C.) che si

occupò, fra le altre cose, di suddividere in categorie tutto lo scibile umano.

Il trivio è tuttora alla base dell'insegnamento liceale in Italia.

In epoca medievale, il quadrivio o quadrivium (letterelmente "quattro vie") costituiva assieme al trivio la

formazione scolastica delle Arti liberali, propedeutica all'insegnamento della teologia e della filosofia.

Esso comprendeva quattro discipline attribuite alla sfera matematica:

 Aritmetica

 Geometria

 Astronomia

 Musica

Col Trivium dava origine a sette discipline fondamentali, le arti liberali.

Grammatica: 1 generazione: GUGLIELMO NONO D’ AQUITANIA

Il più antico trovadore di cui conosciamo l’opera di Guglielmo d'Aquitania, Guglielmo di Poitiers o Guglielmo

il Giovane (22 ottobre 1071 – 10 febbraio 1127[1]), duca di Aquitania e Guascogna, conte di Poitiers dal

1086 alla sua morte. Fu anche conte di Tolosa.

Nel 1089 sposò Ermengarda d'Angiò (ca. 1070-1156) figlia di Folco IV d'Angiò; tre anni dopo nel 1092, la

ripudiò. Nel 1094 sposò Filippa di Tolosa, figlia di Guglielmo IV di Tolosa.

Nel 1115, Guglielmo incontrò la Maubergeon (moglie del visconte di Châtellerault), la fece rapire, ne

divenne l’amante e la sposò pur essendo vivi sia la legittima consorte, Filippa e lo stesso visconte. Per

questo motivo ricevette la seconda scomunica dal papa Pasquale II. Secondo il cronista inglese Guglielmo di

Malmesbury, Guglielmo IX rispondeva con scherno e insolenza ai prelati che lo esortavano a mutar vita; e al

legato pontificio, il vescovo di Angoulême, Gerardo, che era calvo, disse: «Ripudierò la viscontessa appena i

vostri capelli avranno bisogno di pettine». L'anno dopo Filippa si arrese all'evidenza e si ritirò nell'Abbazia di

Fontevrault, dove morì nel 1118, facendo decadere la scomunica.

Faceva delle battute molto volgari e piccanti: ad esempio dichiarò di voler far dipingere lei sul suo scudo,

perché lei coperta tante volte avrebbe voluto che lei lo coprisse in battaglia, poi quando la moglie per

vergogna si chiuse in convento assieme ad una figlia e lui disse che allora avrebbe aperto un convento di

prostitute.

Sembrava si comportasse come se il mondo fosse retto dal caso, non da Dio, questo poteva valergli l’accusa

di eresia. Per lui non c’era nulla di serio, si alzava in mezzo agli uomini a raccontare le sue sventure di

sovrano, questo gli valse l’accusa grave di frivolezza.

OPERA

Sono giunti a noi 11 componimenti (uno non è sicuro che sia suo). In molti componimenti si rivolge ai

“compagnos”, i compagni, ossia le persone che vivevano alla sua corte. In prima battuta il suo pubblico era

la sua corte, è testimoniato però che viaggiasse rendendo la sua attività pubblica.

TEMI

I temi dei suoi componimenti sono principalmente amorosi, alle volte fini e delicati alle volte più carnali, è

stato definito un poeta con 2 tendenze, è sia volgare e carnale sia cortese

 c’è un componimento su un cavallo in cui chiede aiuto a un amico per scegliere il migliore (in realtà

il cavallo è una donna, deve decidere quale continuare a cavalcare),

 poi in un altro una donna si lamenta con lui di avere dei servitori che non la lasciano andare a

ciulare con chi vuole, lui risponde modificando il proverbio “Bocca baciata non perde ventura, anzi

rinnuova come fa la luna.” Sostituendo la bocca con la patata (non si rovina insomma),

 in un altro ancora dice di essersi travestito da pellegrino ed aver incontrato 2 dame e si è finto

muto, queste 2 donne lo invitano a casa e gli mettono un gatto rosso sulla schiena che lo graffia per

vedere se davvero lui era muto, dopo di questo se lo ciularono 188 volte, tanto che a momenti si

rompeva il corredo, la chiusa forse si rivolge a un giullare che doveva portare in giro il

componimento, l’incarico di andare dalle 2 dame di cui dice nome e cognome di cui dice pure chi

sono i mariti e di dir loro di uccidere il gatto.

 Dice di essere triste perché sta per essere esiliato, è una metafora, forse si preoccupa della morte

dopo una battaglia che gli aveva lasciato importante ferite, si preoccupa per suo figlio piccolo che

rimarrà alla portata degli interessi e degli attacchi degli avversari avidi di terre. Si dispiace di dover

abbandonare la cavalleria. Non si è ancora ben capito quando è stato scritto e a quali avvenimenti

si riferisca.

Ci si chiede quanto si può far affidamento sulle cose che scrive. Quanto sono veritiere? C’è sempre una

distanza tra letteratura e realtà.

La mortificazione della carne e dei piaceri mondani presuppone che esistesse una grande conoscenza di

questi piaceri!

L’intento di queste performance era divertire, ma anche insegnare “castigare ridendo mores”.

I GENERI MEDIOEVALI

Il termine canzone deriva da i trovatori. Sono componimenti che parlano d’amore. La cansòn viene

considerata dai provenzali il genere lirico per eccellenza, infatti i trovatori provenzali, che erano abituati a

comporre insieme le parole e la musica, consideravano inscindibile l'unità di vers e son, cioè di parola e di

melodia, essendo abituati ad apprendere in modo rigoroso sia a comporre in versi sia a comporre in

musica. Già a partire dalla Scuola siciliana e in seguito nel Dolce Stil Novo, che si rifà alla tradizione

provenzale, nel sistema dei generi romanzi la canzone è il metro per eccellenza e lo stesso Dante Alighieri,

nel De vulgari eloquentia, colloca fra i generi metrici la canzone al primo posto.

Le forme di canzone che costituiscono senza dubbio un modello duraturo nella tradizione italiana sono

quelle di Dante e soprattutto di Petrarca, ma oltre alle canzoni petrarchesche, nell'evoluzione della canzone

che va dal Duecento al Trecento, esistono altre due varietà di canzone: la canzone pindarica e la canzone

libera o leopardiana.

I servanti. Il termine occitano sirventes o serventes[1] (in occitano moderno sirventés, in lingua d'oil

serventois) indica un genere della poesia lirica occitana, ovvero, della letteratura provenzale o trobadorica,

dal punto di vista formale somigliante alla canzone (canzo in lingua d'oc).. In questi componimenti non si

parla di amore. (Guglielmo invece lo faceva). I temi: pace, guerra, rapporto servo-signore, insulti

amici/nemici, critica alla chiesa… La musica può non essere originale (forse per questo si chiama sirventese,

la musica serve un componimento nuovo).

La tenzone, è un componimento a più voci. La tenzone (in occitano tensó, tenson o tençó) è un genere

poetico della letteratura medievale. Consiste in un dibattito (in latino contentio) tra due o anche più

interlocutori, i quali, esponendo tesi diverse, costruiscono a battute alterne un componimento. La tematica

è soggetta a variazioni: si va dalla questione amorosa alla politica alla letteratura; anche il tono è vario,

nelle varie circostanze: si va dalla sottigliezza intellettuale alla sboccata oscenità. (es preferisci vedere la tua

donna nuda o poterla toccare al buio?) la musica deve essere originale.

Ab la douzor del temps novel

TESTO DATO :

4 strofe doppie di sei versi l’una, 8 strofe.

Esordio primaverile comune, esordio non originale, di solito lo usano i poeti d’amore nelle canzoni, “gli

uccelli che cantano” allegria e festosità della natura = gioia per l’amore oppure loro sono felici ma io sono

triste come una mucca, oppure loro cantano ma a me non frega un tubo. C’è anche l’esordio invernale, è

tutto morto e triste e pure io, è tutto morto e triste, ma io no…

Scena d’amore appagato e consumato, ma al mattino devono decidere se continuare a star assieme. È

rivolta ad una donna, ma nel medioevo si usa per la donna un appellativo maschile, il nome dell’amata non

si fa, si usa al suo posto uno pseudonimo maschile: bon Vezi (buon vicino), è un SENHAL (Il senhal è una

figura retorica impiegata per la prima volta nella poesia trobadorica. Era un termine riservato generalmente

alla donna amata ma anche ad amici o altri personaggi. Guglielmo d'Aquitania nasconde il nome dell'amata

con bon vezi). Un altro senhal usato da lui per la sua donna è midonz. Nella lirica trobadorica diventerà

topico il riferimento ai lauzengers (i maldicenti, quelli chi sono alla sua corte ma lo sputtanano, c’è tanta

gente che parla d’amore ma alla cavolo perché in realtà sono l’oro ad avere il pezzo e il coltello. Cioè? Cioè

loro parlano solo, noi invece abbiamo ciò che occorre per farlo ). Non dimentichiamo che gli ascoltatori

medioevali hanno attitudine a leggere doppi e tripli sensi. Anche l’anello è metafora della patata, l’anello

era anche molto importante per i rapporti di potere, quando si stringeva un patto feudale, il signore dava al

suddito anche un anello.

Metafore relative al gioco dei dadi: sicuramente i trovatori facevano molte allusivi a questi giochi da tavolo,

solo che è molto difficile capire questi riferimenti, per loro c’erano delle cose talmente ovvie che nessun

testo ce ne parla! Erano allusioni talmente ovvie che a noi sfuggono.

NB: La fin amor (non dire mai il fine amor! Ti defenestra)

Gli altri trovatori che cantano d’amore, componendo sovente delle canzoni, che mettono in poesia un io

innamorato di una dama, non hanno fortuna con la dama! Solo Guglielmo conclude sul serio i suoi

corteggiamenti. Gli altri trovatori sanno benissimo che il loro amore è senza speranza.

2 generazione: JAUFRE RUDEL

Sappiamo ben poco di lui:

Era parente alla lontana di Guglielmo

Principe di Blavia

Cugino di un membro della famiglia che partecipò alle crociate guidando un contindente, si pensa che

anche lui abbia partecipato alle crociate perché l’unica data che conosciamo è data da un altro trovatore

che scrive un componimento nel 1147 per Jauffre Rudel che dice si trovava oltre mare (oriente in epoca di

crociate)

La poesia non è molto chiara, da però una forte idea di amore impossibile, di lontananza.

Nel poema c’è una forte indeterminatezza (articoli che esprimono indeterminatezza).

Biografia antica “Una Vida”:

esiste una biografia antica di quest’uomo, ma non si sa quanto sia affidabile. Infatti non esisteva una

contessa di Tripoli, e nessuna che potesse avere questo soprannome. Si pensa che allegoricamente questa

donna non fosse una donna, ma fosse Gerusalemme. Oppure potrebbe essere la Madonna. Persino lui in un

suo componimento parla di avere un’amica e di non saper nemmeno chi sia, che lei è lontana, ma lui non

soffre tanto ne ha un’altra più vicina. Insomma esisteva un po’ per lui questa idea di un amore mai visto.

L’autore della biografia mette in atto un Procedimento autoschediastico: da quello che dice il testo si

ricavano degli elementi per costruire una vicenda. Si è concluso che questa biografia non può avere base

storica. L’ignoto biografo, vivendo nel XIII sec, quando si erano ormai perse le notizie di Jaufre, ha ricavato

la sua biografia dalle poesie di Jaufre. Nella poesia fa accenno ai saraceni, per questo l’amata viene

collocata in Palestina. L’idea del fatto che come arriva recupera i sensi però poi muore si può ritrovare nel

concetto “per un bene che avrò ne avrò due mali” (arriva a Tripoli, ma si ammala e muore). L’allusione al

padrino: nella fiaba è abbastanza frequente la principessa che quando deve essere battezzata riceve un

maleficio da una fata o uno stregone cattivi, arrabbiati per non essere stati invitati al battesimo. Questa

maledizione tradotta in biografia diventa che lui vede lei, ma non può godere del suo amore.

Rimane il dubbio su cosa volesse dire Jaurfe con questo componimento:

1) Costruisce una vicenda d’amore, ma la donna amata simboleggia:

-la Terra Santa

- Madonna (donna irraggiungibile, la avvicina solo dopo morto NB: nel periodo in cui vive J. Si sta

sviluppando un forte culto mariano-dimensione onnipresente che permea la vita di tutti)

- Viaggio interiore, cioè che l’uomo compie nella sua anima (secondo il principio di Sant Agostino:

L’uomo deve cercarsi dentro di se).

2)Una delle ipotesi più accreditate è che sia una metafora per la situazione in cui versa l’innamorato

nella fine amor trobadorica, l’innamorato trovatore non arriverà mai a possedere la donna perché l’amata

di solito o è moglie o figlia di un signore feudale, non si può tradire, lei è una creatura superiore e il povero

innamorato non può arrivare a lei. Tutto cospira contro di lui. Lui cerca di migliorarsi quotidianamente,

virtù, coraggio, generosità….anche se lei ci stesse lui interromperebbe il suo miglioramento. Questo non

deve avvenire.

J. parla di un amore lontano, che non si può raggiungere, pieno di ostacoli, situazioni pericolose. L’amata è

di norma data come socialmente superiore all’innamorato (lasciamo perdere Guglielmo nono che è fuori

dalle regole), di norma è una creatura elevata imparentata con il signore feudale a cui il componimento è

dedicato. Questa distanza sociale è anche di carattere formale e legale (non si può avere un rapporto

adultero, anche le figlie vengono promesse in spose fin da piccolissime). Di regola l’amata, non è angelicata,

ma è superiore alle altre donne per virtù e bellezza. Poi abbiamo la gelosia del marito e i lausenger (i

maldicenti, quelli che stanno alla corte vivendo alle spese del signore guadagnando vitto e alloggio con

l’adulazione, e che guadagnerebbero la stima del signore se raccontassero che qualcuno insidia le sue

donne, oppure perlando male dell’innamorato che potrebbe guadagnarsi la stima del signore). Anche

quando la donna è di fronte a lui è lontana, lei non potrà mai accettare il suo amore, lui la vede ma è come

se fosse tante miglia lontano. Gli ostacoli sono sociali, morali e persone negative. L’ipotesi è che J abbia

tramutato in distanza geografica la distanza dell’amore trobadorico.

Il Padrino di J potrebbe essere Guglielmo Nono , infatti tra le poesie di quest’ultimo ce n’è una in cui lui dice

che ama ma non è amato, e che non riuscirà mai a ottenere il suo amore. J potrebbe alludere a lui come

l’iniziatore di questa strana maniera d’amare per cui l’innamorato soffre come un cane ma continua ad

amare.

Questo modo d’amare arriva anche in Italia, da qui nasce la scuola siciliana alla corte di Federico II.

Per una teoria che ci spiega dopo pasqua. Il trovatore finge di provare un sentimento per la donna a corte,

nelle corti in cui porta la sua arte, il giullare impersona quindi finge, bisogna sempre tenere presente la

funzione teatrale……

La teoria è questa: il trovadore deve far finta di essere innamorato delle donne che girano attorno al

signore perché il signore si sente lusingato dalle attenzioni degli altri per le sue donne, gli uomini lo

invidiano e questo lo rende felice e fa si che i trovadori si guadagnino la sua benevolenza. ** I trovadori

fanno e disfano le reputazioni e le portano in giro per le corti con il loro canto. La corte ha tutto l’interesse

a trattare bene i trovadori, a ricambiare le attenzioni e le adulazioni che loro rivolgono alle dame. Però

questo desiderio deve essere limitato, lui fa finta di amarla, ma non spera di arrivarci (anche perché se no il

signore lo fa decapitare).

sociologica di Curer: nelle corti c’erano molte persone che andavano li per conquistare delle

Teoria

opportunità che fiorivano nelle corti, in particolare nel XII e nel XIII sec c’è una situazione di grave

crisi della piccola nobiltà (perdita terreni: la mortalità infantile porta al fare tanti figli, ma questo

significa avere tanti eredi, e quindi frazionare i terreni. Di solito si lascia la terra al figlio maggiore,

gli altri uno all’esercito, uno alla chiesa…ma magari sono più di 3 …ma alle femmine devi dare la

dote… I nobili senza terra devono in qualche modo mantenere se stessi, e devono anche sposarsi,

perché nel medioevo non sposarsi significa essere uno Junior (minorenne dal punto di vista sociale),

per dare sfogo alla turbolenza dei nobili si fanno le Crociate (anche per far si che il piccolo nobile

squattrinato possa fare soldi) e si organizzano tornei sportivi. Questi nobili vanno a vivere alla

corte di un signore sapendo che per diritto di nascita potrebbero avere una posizione superiore, però

stanno alla corte per imparare molte cose e miglioreranno la propria condizione sociale. Allora

l’innamorato trobadorico che ama la moglie del signore è il piccolo nobile squattrinato ce vorrebbe

prendere il posto del signore, sa che non potrà mai farlo, ma sta lì, a servire il signore e la sua donna

e sa che svolgendo questo servizio acquisterà molte opportunità e vantaggi. Per questo il trovadore

Per questo si diffonde così tanto l’amore cortese e questa idea d’amore come il …prolungare

sta li. Inoltre si sviluppa così tanto perché questa è una Poesia

un malessere per una donna che non avrai.

ambigua e allusiva che ammette molti sensi e ricca di perfezione formale.

3 generazione: Bernard de Ventadon

(1170)

Come Jaufre è del nord ovest della Francia del sud, limosino. Una delle biografie ci dice che era figlio di un

servo e di una cameriera, ma diventa subito famoso e importante perché viaggia in numerose corti, è

probabile che fosse in relazione poetica con Chretienne de Troyes. Era un troviero: termine che nella

Francia del Nord indica il trovadore della Francia del Sud. I Trovieri sono una scuola poetica che nasce a

imitazione della poesia trobadorica, Chretienne de Troyes è uno dei primi trovieri.

ELEONORA D’AQUITANIA

Bernard viaggia anche in Inghilterra dove c’è come regina Eleonora d’Aquirtania, nipote di Guglielmo Nono

d’Auitania (figlia di suo figlio) [quando lui la vede lei ha più di 80 anni, ma non importa, i trovatori che la

cantano dichiarano di essere innamorati di lei**] Eleonora va in sposa in prime nozze a Luigi VII di Francia,

lo sposa e gli porta in dote l’Aquitania (gran parte della Francia del sud), ma il matrimonio si rompe, lui la

ripudia perché lai gli da solo figlie femmine, lei circuisce il figlio del re d’Inghilterra Enrico II, (lei ha una

trentina d’anni e una caterba di figlie…lui ne ha 18. Sembra che lei si sia passata anche suo padre) lei lo

sposa, gli da una caterba di figli maschi e pure l’Aquitania. Questo fa scatenate le guerre tra francesi e

inglesi per conquistare l’Aquitania, lei litiga con Enrico II e gli aizza contro i figli Riccardo cuor di Leone,

Giovanni senza terra…, Riccardo si solleva contro suo padre. NB: è molto importante vedere come il privato

influisce su i destini delle nazioni.

Eleonora era molto colta e assieme a Enrico II protegge molto le arti. La loro corte è stata un volano di

trasmissione della poesia trobadorica in Europa.

TESTO p 202: poesia incentrata sull’allodola, piccolo elemento del paesaggio. L’allodola non canta, ma

muove le sue ali volando verso il sole. Allude al fatto che il volo dell’allodola è spesso fatto sfruttando le

correnti d’aria che ci sono in cielo, la corrente la trasporta (si lascia cadere). L’allodola che vola piena di

gioia poi è tramortita dallo stato di estasi. Il poeta è pieno di invidia, anche lui sta per tramortire, ma per il

desiderio (senso della mancanza). Parla del mito di Narciso, bellissimo ragazzo molto vanitoso, si

contempla tanto a lungo da fare una brutta fine. Dice di essere caduto in disgrazia e di aver fatto come il

folle sul ponte e non sa perché questo gli accada, forse perché cercando di conquistare la dama che ama ha

guardato troppo in alto. Poiché MIDONS (appellativo maschile) non gli da i diritti che dovrebbe avere non

gli dirà mai più che la ama. Lo ha ucciso e le risponde come morto. Tristano: Senal (pseudonimo usato per

nascondere l’identità della persona a cui si rivolge) qui è una terza persona. Vuole rinunciare, vuole

smettere d’amare. Vuole uccidere il sentimento.

Questo è contro la regola, in questa generazione è ancora valida la sfida, l’amore migliora, c’è sempre il

paradosso, se lei ci sta lui smette di migliorarsi. Questo atteggiamento di rinuncia è strano e anche

colpevole, lui non può smettere di servire il suo signore, stessa cosa vale per la donna. Il patto è che lui ami

e lei si lasci amare. Lui compie uno strappo, una trasgressione, l’ipotesi è Tristan sia il senal di Raimbaut

D’Aurenga (altro trobadore della stessa generazione) che gli darà contro (non bisogna abbandonare la

causa, si trova sempre il trucchetto di possedere l’amata, come Tristano è riuscito a possedere Isotta). Un

altro che risponde a B. criticandolo è Chretienne de Troyes, dice che il succo della poesia è che l’amante

non deve immaginare trucchetti e nemmeno abbandonare la dama, deve continuare a servirla senza

spaventarsi se lei non ci sta. Ammesso che questo dialogo ci sia stato, qualcuno lo colloca nel 1170, sarebbe

una prova di quanto l’amore cortese si sia fissato nella vita delle persone. Guglielmo Nono riusciva a

possedere la donna, ma era prima della fissazione delle regole del Fine amor. Bertran sceglierà un’altra

dama e continuerà ad amare. IL SIRVENTESE:

componimento che contiene temi non amorosi. È un genere meno praticato della canzone e ha nel nome

un’idea di servitù. Il trovatore non doveva necessariamente comporre la melodia per il sirventese, ma

poteva usare la melodia già esistente sua o di altri. È comune una specie di elogio funebre composto e

cantato per un personaggio orto, a volte è solo un pretesto per piangere invece la perdita dei valori.

Bertan de Born

E’ citato da Dante come uno di coloro che seminano discordia, secondo cui lui aveva aizzato i figli di

Enrico II contro il padre. Figlio maggiore del Signore di Hautefort, aveva due fratelli, Costantino e Itier.

Suo padre morì nel 1178 e Bertrand gli succedette come Signore. Il suo feudo, incuneato tra

il Limosino e il Périgord, si trovò coinvolto per la sua posizione nel conflitto tra i figli di Enrico II

Plantageneto, marito di Eleonora d’Aquitania. Mentre Enrico era ancora in vita aveva elevato al trono

suo figlio, facendolo corè, questo re giovane muore presto, e gli altri fratelli sperano di avere

l’Aquitania. Bertran appoggiò la ribellione di Enrico il Giovane contro suo fratello minore Riccardo I,

conte di Poitou e duca di Aquitania. In quel periodo scrisse una poesia per Aimaro V di Limoges, che lo

invitava a ribellarsi e giurò di partecipare alla guerra contro Riccardo a Limoges: suo fratello

Costantino essendo nello schieramento opposto, venne scacciato dal castello di famiglia da Bertrand

nel luglio di quell'anno. Alla morte di Enrico il Giovane (1183), elogiato e criticato nei suoi poemi,

Bertrand scrisse in suo onore un planh, una poesia di lamento funebre, intitolato Mon chan fenisc ab

dol et ab maltraire. Durante la campagna punitiva contro i ribelli Riccardo, aiutato da Alfonso II

d'Aragona, assediò Hautefort e dopo aver preso il castello lo rese a Constantine de Born. Enrico II lo

rese però poi a Bertrand, mentre sembra che Costantino si sia arruolato comemercenario.

Leggiamo il testo: descrizione cruda di una battaglia immaginaria se i due re saranno in grado di dar

via alla guerra, vengono descritti i sentimenti contrastanti di gioia dei vincitori e del dolore dei vinti. Si

porrà fine alla richiesta dei cavalieri agli usurai, non perché verranno pagati, ma perché faranno

bottino, quindi i civili si rassegneranno a dar ai soldati i loro beni. Fa un allusione al re di Castiglia, se

arriva, lui ha fiducia in Dio che lui sarà vivo o sarà fatto a pezzi. Cosa vuol dire questo? sa benissimo

che gli può andare bene come che gli può andare male, ma è disposto a mettersi in gioco e confida nella

risoluzione della situazione, se vincerà sara felice, se perderà e sarà massacrato sarà comunque libero

dai nemici. È disposto a mettere la sua vita in gioco. Il tono del componimento è entusiastico, anche

l’ultima parte è una dichiarazione soddisfatta. È u

È un guerrafondaio come dice Dante? No è un uomo figlio del suo tempo. È un nobile squattrinato che

ha un castello da dividere con il fratello, allora vuole far la guerra per ottenere bottino. Inoltre si trova

nel bel mezzo di una disputa tra Francia e Inghilterra. È in cerca di avventure e disposto a pagarne le

conseguenze. È un grande trovatore.

Questa poesia arriva anche in luoghi dove il sistema feudale sta sgretolandosi, ad esempio in Italia,

dove vengono scritte delle Vitas, ossia delle vite di feudatari, di cui il popolo non conosceva più bene i

ruoli. Aumentando le condizioni di vita il popolo fa abbassare le alte condizioni dei feudatari, si inizia a

non capire più la fine amor, per questo si iniza a inventare (Jaufre Rudel). Gli uomini del XIII cosa


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in culture e letterature del mondo moderno
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher floriana.truffa! di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia e linguistica romanza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Borghi Cedrini Luciana.

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