Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Il primo contributo verso il romanticismo deriva dalle opere di Mori Ogai, che di ritorno dalla Germania

aveva cominciato la sua opera di divulgazione dell’estetica e del pensiero europei. Insieme ad alcuni

colleghi fondò lo Shinseisha (società delle nuove voci), che nel 1889 pubblicò Omokage, una delle prime

collezioni di poesie europee tradotte. L’organo ufficiale dello Shinseisha era Shiragami zōshi, una delle

principali riviste dell’epoca, fonte di informazioni sul romanticismo europeo.

Attraverso tre racconti sulla sua esperienza in Germania, Ogai fornì un ulteriore contributo al nascente

movimento romantico. Tra essi spunta Maihime (1890), che presentava il protagonista come un giovane

lontano dalla patria per motivi di studio, al quale si sentivano vicino tutti i giovani lettori intellettuali.

L’opera è una parabola dell’indipendenza individuale che si scontra con la tradizione, che rappresenta

comunque lo spazio ideale per la realizzazione dell’individuo. Utakata no ki è invece un racconto più

romantico, si nota la maggior consapevolezza dell’autore verso l’importanza della bellezza e il valore

dell’opera come creazione artistica a sé. Se il primo racconto fa uso della prima persona, gli altri due

presentano una scrittura più matura, che si sposta su più piani temporali. Il punto di forza di questa

racconti sta nel saper costruire l’immagine di un mondo incentrato sulla forza dell’io, nel saper dare risalto

alla bellezza incarnata dal paesaggio naturale e nel saper comunicare il concetto di arte come entità

autonoma. Lo stile è ancora troppo ancorato alle forme classiche.

Shiragami zōshi chiuse allo scoppio della guerra sino-giapponese, ma nel 1909 Ogai tornò dalla guerra e si

dedicò nuovamente alla scrittura. Purtroppo in quegli anni l’entusiasmo per il romanticismo era scemato.

Il romanticismo giapponese è legato alla figura di Kitamura Tōkoku, uno degli autori più importanti del

periodo Meiji nonostante una produzione letteraria molto breve, forse il primo vero “scrittore moderno”

capace di esplorare la natura dell’io e integrarla in un sistema filosofico coerente. Scrisse due poemi lunghi,

Soshu no shi e Hōraikyoku. Il primo periodo della sua produzione fu caratterizzato dall’esaltazione verso il

romanticismo inglese, in particolare la figura di Byron, a cui Kitamura si sentiva affine (e al quale sono

ispirate le due opere). Spiccano i temi della fede religiosa e della natura, colta particolarmente nei ricordi

dei viaggi e codificata secondo l’estetica giapponese. Il lirismo contribuisce a delineare l’ardore dello

scrittore verso la politica, la libertà e la religione. In Hōraikyoku questa visione è offuscata dal dubbio che

ogni fenomeno sia intrappolato in una rete di contraddizioni. Nel suicidio del protagonista si scorge la

disillusione del poeta nei confronti della realtà, la contraddizione tra ideali platonici e un mondo prigioniero.

In Ensei shika to josei affronta questo paradosso in modo ancora più filosofico, concentrandosi sul tema

dell’amore, considerato un’esperienza miracolosa, una fonte di salvezza e di contatto intimo con la natura,

ma responsabile anche della perdita di autonomia e del rafforzamento degli obblighi nei confronti di una

società da cui il poeta vuole fuggire. La parola utilizzata per amore, “ren’ai”, rappresentava una novità

assoluta, così come il saggio stesso: questo termine elevava il sentimento ad una sfera personale e

spirituale, e la donna era dipinta come una creatura divina.

Nel 1893 Kitamura fondò Bungakukai (Mondo letterario), rivista guida del movimento romantico, nella

quale pubblicò il suo nuovo saggio, che segnava una nuova fase del poeta ancora più introspettiva, basata

sulla definizione di un principio di vita universale. Questo saggio era stato scritto in risposta ad un articolo

di Yamaji Aizan, che aveva definito la letteratura una forma di jigyō, ovvero una lotta che lo scrittore

avrebbe dovuto intraprendere a beneficio dell’umanità. Kitamura cerca di ampliare il significato del termine,

sottolineando la necessità per il poeta di annichilire il jitsu (il reale, il concreto) e perdersi nel kyo (l’idea, lo

spirito assoluto). Riprende questi concetti nella sua opera successiva, Naibu seimei ron (1893), ponendo

enfasi sul momento dell’ispirazione, l’istante supremo in cui avviene la fusione tra uomo e spirito

dell’universo.

Negli ultimi mesi della sua vita Kitamura si avvicinò al trascendentalismo di Emerson e pubblicò ben due

saggi dedicati alla sua figura e alle teorie del suo pensiero (ovvero l’unità positiva e creativa di Dio).

Kitamura supera l’idea di una natura divisa in manifestazioni opposte e delinea il poeta come colui capace

di cogliere l’armonia di tutte le cose, ignorando differenze e distinzioni. L’interiorità del poeta non fu mai

così forte per supportare un tale credo e alla fine, privato dell’ispirazione e divenuto scettico anche nei

confronti dei sui stessi ideali, si impiccò nel 1894.

Shimazaki Tōson subì l’influenza di Kitamura. Conosciuto come scrittore naturalista, cominciò la propria

carriera letteraria tra le file del romanticismo, distinguendosi per la collezione Wakamashu. Perfezionò la

Riassunto a cura di Ilaria Pignalosa. Rif. syllabus corso a.a 2013/2014

tecnica dello shintaishi (“nuova forma di poesia”), mescolando elementi della tradizione giapponese con

quelli della poesia occidentale. Mantenne lo schema a cinque o sette sillabe tipicamente giapponese ma

adottò la divisione in stanze della poesia inglese, dando al componimento maggiore intensità emotiva. Col

tempo, Tōson sviluppò un linguaggio più semplice e meno classico, evitando eccessivi abbellimenti e

astenendosi dalla pratica, tipicamente Meiji, di inserire parole straniere per rendere più moderne le poesie.

Attraverso il suo lirismo intenso e dalla terminologia fresca, parlava di amore e di gioventù, dimostrandosi

entusiasta per la vita e per la natura. Torna lo scontro tra convinzioni morali e obblighi familiari e sociali, il

contrasto tra l’amarezza per la scoperta della fragilità della vita e l’inconsistenza delle speranze umane,

l’euforia per il ritorno a casa e il dolore per la morte della fidanzata.

Il movimento romantico ebbe vita molto breve e, dopo la morte di Kitamura Tōkoku, andò scemando, pur

avendo modificato nel profondo la letteratura giapponese, rendendola moderna. Anche chi ne era esterno,

trovò l’ispirazione per soffermarsi sul problema dell’io e della vita interiore, sul conflitto tra individuo e

società.

Naturalismo (shizenshugi)

Sorge nei primi anni del Novecento su ispirazione del naturalismo francese (in particolare di Zola), e trova

successo grazie alle opere Hakai di Shimazaki Tōson (1905) e Futon di Tayama Katai.

Gli autori che vi aderivano facevano parte della rivista Waseda bungaku, in cui venivano pubblicate anche

traduzioni delle opere naturaliste francesi.

Quello dei naturalisti era un linguaggio nudo, privo di colore, basato sulla heimen byōshu (descrizione

piatta, schietta), la loro narrativa era incentrata su avvenimenti specifici e dimostrabili scientificamente, la

prosa riportava la realtà senza l’intervento dell’immaginazione e della finzione.

A presentare per primo il naturalismo francese fu Mori Ogai nel 1885, mettendo in relazione letteratura e

scienza e disapprovando l’applicazione del metodo scientifico nella prima: lo scrittore doveva filtrare i fatti

conferendo loro una bella forma attraverso l’immaginazione. Fu uno dei primi a tradurre le opere di Zola e

a lodarne la capacità di riportare la realtà scientificamente senza alcun pregiudizio morale.

Alcuni scrittori, come Kosugi Tengai, furono così influenzati da Zola da parlare di zoraizumu (zaolaismo) e

zenki shizenshuk (primo naturalismo). Se Tengai voleva proporre opere capaci di far reagire il lettore agli

eventi narrati come fossero realmente accaduti, Nagai Kafu dichiarava di voler rappresentare il lato

animalesco dell’uomo condannato alla civilizzazione.

Futon, di Katai, non solo rappresenta il modello di romanzo naturalista, ma è anche considerato il primo

shishōsetsu, in quanto strutturato sull’interrelazione tra vissuto e narrato con un linguaggio molto vicino a

quello dei romanzi occidentali. Il suo era uno stile rivoluzionario, che consisteva nell’opposizione di frasi il

cui soggetto era fortemente marcato ad altre in cui era invece assente. Il narratore era onnisciente e

formulava prospettive inaccessibili al protagonista.

Hakai, di Tōson, è invece la storia di un giovane che si autocondanna all’alienazione dalla società e fugge in

Texas con sua moglie, per costruire una vita altrimenti impossibile in Giappone. La storia è narrata in prima

persona, il rapporto tra narrato e vissuto non è particolarmente stretto. In altre opere, come Haru, l’autore

racconta della propria gioventù con una tecnica impressionistica fatta di frasi veloci, immagini immediate.

Tokuda Shusei avvia la propria carriera emulando Zola, per poi passare ad una fase autobiografica che gli

permette di plasmare figure femminili dalla forte personalità. Le sue opere comunicano pessimismo e

mancano degli ideali che smuovano i personaggi.

Autore di saggi sul naturalismo fu Masamune Hakuchō, le cui opere letterarie sono ambientate nelle realtà

metropolitane più squallide con personaggi dalla vita dissoluta. Non esiste alcuna giustificazione per le loro

azioni, e la visione dell’autore non fornisce alcuno spunto di riflessione.

Narrativa storica (rekishi shōsetsu)

Nel periodo Meiji, anche la produzione letteraria storica viene rivoluzionata e suddivisa in due filoni: uno

più d’èlite e uno rivolto ad un pubblico più ampio.

Filone colto

Tsubouchi Shōyō, nei suoi saggi dedicati alla narrativa storica, mette in luce come essa debba trasmettere

emozioni e sentimenti, ma anche le situazioni del passato senza anche interpretazione moderna. Nel 1915

Riassunto a cura di Ilaria Pignalosa. Rif. syllabus corso a.a 2013/2014

Mori Ogai scrive un saggio sullo stesso argomento, ma con teorie in contrasto con quelle di Shōyō: un

romanzo storico è tale solo se sorretto da documentazioni e ricerche, la storia non va improvvisata ma

studiata e le vicende vanno trascritte fedelmente; lo scrittore deve modellare i personaggi, decidere come

presentarli, ma solo dopo aver effettuato scrupolose ricerche.

I suoi contemporanei optarono invece per una visione della storia più metaforica e soggettiva. E’ il caso di

Akutagawa Ryunosuke, i cui racconti, pregni di figure storiche e mitologiche, non sempre riportano fatti

storici realmente documentati. Nel racconto Susanoo no mikoto, il personaggio mitologico è descritto in

una dimensione più umana rispetto all’originale, e anche Shunkan, il monaco che nello Heike monogatari

osava sfidare il potente Taira no Kiyomori, viene dipinto come un uomo felice di essersi allontanato dagli

affari della capitale, piuttosto che malinconico e patetico come nell’originale.

Ishiwara Jun è invece uno degli autori che fa un uso “strumentale” della storia. Le sue opere sono

ambientate nel periodo delle guerre civili del XV sec: in Shura (1958) racconta di un’eroina misteriosa che

simboleggia la potenza della natura.

Ooka Shōhei riaccende il dibattito sulla forma ideale del romanzo storico, contestando quanto scritto da

Ogai. I suoi romanzi sposano i racconti storici della guerra e l’esperienza personale durante la stessa. Lo

stesso argomento viene ripreso da Oshiro Tatsuhiro, che prende in considerazione la posizione di Okinawa

e la sua esperienza sul posto.

Filone popolare

In questo filone appaiono i romanzi di guerra nel sottogenere del sensō bungaku. Il termine per rekishi

bungaku è jidai shōsetsu, romanzo d’epoca, ma la differenza è labile. E’ stato Kikuchi Kan a collegare il

repertorio di èlite con quello popolare, grazie al suo tentativo di superare le divisioni teoriche dei due

generi attraverso opere come Irefuda.

Le opere più famose proponevano storie di guerrieri o eroi nichilisti, ed erano pubblicati spesso in episodi.

Tra gli autori più famosi, Nakazato Kaizan e Toshikawa Eiji.

Romanzo politico (seiji shōsetsu)

Gruppo di opere pubblicate tra il 1880 e il 1890 e finalizzate alla propaganda del Jiyu minken undō

(Movimento per la libertà e i diritti del popolo), che difendeva i valori della libertà e si ispirava al pensiero di

Rousseau. Questa narrativa è a metà strada tra la letteratura disimpegnata ed una invece più coinvolta

socialmente e politicamente.

Col passare degli anni questa narrativa si fa sempre più vicina ai due partiti principali che operarono nel

decennio tra la nomina dell’assemblea costituzione da parte dell’imperatore e la promulgazione della

costituzione: il Jiyutō, ispirato al radicalismo francese (il massimo ideologo fu Fukuzawa Yukichi), e il

Kaishintō, meno estremista e basato sul positivismo inglese.

Il primo romanzo politico non tradotto da un originale occidentale è di Toda Kindō, Minken enji jōkai (1880),

primo romanzo concepito come espressione del punto di vista politico di un membro dell’aristocrazia

intellettuale. Le idee, le stesse di Jiyu minken undō, sono scritte seguendo il modello del gesaku e dietro

ogni personaggio si cela un significato allegorico. Oken (letteralmente “diritti del popolo”) è una geisha

innamorata di un uomo, che ha già una relazione con Hikutsu Yakko (“Schiava della casa della servilità”)

dalla quale riesce a liberarsi solo grazie a Kokubu Mesabumi (“giusto governo del paese”).

L’opera ha uno stile infantile, e il livello qualitativo del genere crebbe solo in seguito, con la pubblicazione

di Keikoku bidan (1883), di Yano Ryukei, uno dei leader del partito progressista. Il romanzo è ambientato

nell’antica Grecia e tratta dell’ascesa e la caduta di Tebe, in particolare della lotta per l’emancipazione della

città dal controllo politico di Sparta: questo viaggio nel tempo permette all’autore di evitare la censura. Gli

eventi storici sono dettagliati e fedeli, e rispecchia l’ideologia conservatrice dell’autore, fiducioso in un

progresso ordinato e non rivoluzionario, in un governo di tipo confuciano. L’opera ebbe il merito di

accendere l’interesse del pubblico nei confronti della storia.

Altra opera rilevante è Kajin no kigu (1852, pubblicato a puntate), di Shiba Shirō. Questa tipologia di

romanzo politico è diversa, pervasa da fervore romantico e orgoglio nazionale ma non direttamente

concentrata sulla politica giapponese. Il protagonista e alter ego dello scrittore, Tōkai, è attratto da due

donne impegnate nei moti rivoluzionari in Europa: attraverso i personaggi che incontra, emergono varie

situazioni storiche, offrendo lo spunto per una riflessione sul destino del Giappone di fronte alla minaccia

Riassunto a cura di Ilaria Pignalosa. Rif. syllabus corso a.a 2013/2014

imperialista dei paesi occidentali. L’opera si ispira al modello cinese di epoca Ming, ma lo stile e infantile, i

personaggi sono poco credibili e la logica della narrazione è fallace. Nonostante ciò, Shiba riesce a

risvegliare sentimenti patriottici nei lettori, incuriositi anche dal mondo occidentale.

Tentando di evitare la censura, molti seiji shōsetsu scadono nella superficialità e nella banalità della

struttura narrativa, riducendosi a storie di ineccepibili eroi che si immolano per il bene della nazione e

portano sempre a termine la loro impresa felicemente. Per questo motivo sono solo due le voci che si

distinguono in questa produzione: Sudō Nansui con l’opera Shinsō no kajin (1887) e Suehiro Tetchō con

l’opera Setchubai (1886). Entrambe le opere sono ambientate nel futuro e si soffermano sulle speranze che

i giovani ripongono in esso. Shinsō no kajin è ambientato nella Tokyo nel 1895, una città prosperosa e

industrializzata in cui vive la protagonista, una giovane contadina colta che si distingue per la sua etica tra

tutte le donne immorali dell’aristocrazia. E’ quindi una figura che incarna i valori del buon cittadino, una

sorta di modello per tutte le donne. L’opera richiama il moralismo didascalico degli yomihon.

I romanzi di Suechiro Tetchō, invece, sono forse i migliori esempi di seiji shōsetsu e i più vicini al modello

europeo. Il suo romanzo principale è ambientato nella Tokio del 2040 e, partendo dalla scoperta di una

lapide celebrativa in onore di un uomo vissuto nell’epoca Meiji, riflette sulla vita sociale e politica degli anni

in cui vive l’autore attraverso gli episodi della vita dell’uomo, che diventa quindi il portavoce delle idee di

Suechiro e del suo partito, il Kaishintō. Trapela la fiducia nel riformismo moderato e nel progresso ordinato.

Traduzione della letteratura occidentale

Nel periodo Meiji si assiste ad un nuovo interesse verso le opere provenienti dall’Occidente, con

conseguente aumento del numero di tradizioni dei classici della letteratura universale, dalle Fiabe di Esopo

ai romanzi storici.

Nel primo ventennio Meiji si individuano due fasi. Il primo decennio, in cui le traduzioni vengono operate

secondo principi di selezione più vasti ed eterogenei, e un secondo decennio più compatto nel quale la

scelta delle opere è più consapevole e influenzata dai movimenti liberali. Gli intellettuali erano quindi più

interessati al contenuto e alla lezione che si poteva trarre da questi testi, piuttosto che alle loro qualità

letterarie, e non si facevano problemi nel riadattare situazioni e personaggi così da sposare il gusto

giapponese o la morale che avevano bisogno di tramandare.

Nakamura Keiu fu tra i traduttori di lingua inglese più attivi del periodo. Fu grazie ai suoi lavori che in

Giappone si introdussero i principi basilari delle istituzioni sociali, politiche ed economiche della democrazia

occidentale. Altra personalità di spicco fu Oda Jun’ichirō, che si dedicò alla traduzione delle opere di

Bulwer-Lytton così da renderle una lettura edificante come gli yomihon del passato. L’autore occidentale,

che paradossalmente riscosse molto più successo in Giappone, fu tradotto e studiato da molti altri autori e

traduttori, probabilmente attratti dalle sue descrizioni dettagliate della borghesia e i principi morali

dell’Inghilterra dell’epoca.

Anche il genere fantascientifico ebbe particolare fortuna in Giappone, soprattutto le opere di Verne. Questi

romanzi piacevano soprattutto agli yōgakusha (studiosi dell’Occidente), che cercavano all’interno di essi

ipotetiche soluzioni da applicare ai loro studi.

Con gli anni aumentò anche il numero di traduttori specializzati, cosa che comportò l’aumento del lessico e

l’introduzione di nuove correnti letterarie. L’attività di traduzione fu sospesa momentaneamente negli anni

Novanta, con la reazione antioccidentale che promuoveva la riscoperta dei classici autoctoni, ma

indiscutibilmente l’evoluzione della letteratura giapponese è stata fortemente sviluppata da questo

contatto con l’Occidente.

Shinkankakuha

Il nome, coniato dal critico Chiba Kameo e che significa Scuola della Nuova Sensibilità, indicava un gruppo di

scrittori che nel 1924 avevano fondato la rivista Bungei jidai. Questi giovani erano mossi dallo spirito di

ribellione contro la letteratura classica e auspicavano un forte rinnovamento, così come tutti quegli scrittori

che si facevano chiamare shinshin sakka. Traevano ispirazione dai movimenti di avanguardia europea, come

il futurismo, il surrealismo e l’espressionismo.

I loro lavori presentavano immagini frammentate, quasi si trattasse di un montaggio fotografico, e

ruotavano intorno alla cultura urbana. L’obiettivo del movimento era quello di escludere dall’arte ogni

Riassunto a cura di Ilaria Pignalosa. Rif. syllabus corso a.a 2013/2014

ideologia, per concentrarsi sulla realtà e presentarla senza la mediazione dei propri sensi. Si parla di

kenkaku, una sorta di percezione che sfugge al controllo della coscienza. Si ottiene quindi una dissoluzione

dell’io, collegata al senso di incertezza tipico del momento storico.

Il tragico terremoto del 1923 viene visto come il simbolo di una società in rapida trasformazione, vittima

della meccanizzazione e della dissoluzione culturale e sociale, così come anche la capitale, e di conseguenza

l’identità nazionale. La catastrofe, così come il mondo in generale, non possono essere afferrati

dall’intelletto, in quando eccedono ogni capacità di comprensione razionale.

Il movimento rifiuta ogni idea di realtà statica, ogni realismo, bensì promuove la letteratura come frutto di

nuovi valori estetici. L’autore deve godere della libertà di scomporre e ricomporre ogni cosa a suo

piacimento e di vivere la letteratura come atto creativo e non come rappresentazione documentaristica.

Nel 1926 viene fondata una piccola casa di produzione indipendente, lo Shinkankakuha eiga renmei, ad

opera di alcuni autori che consideravano il cinema come arte moderna per eccellenza. Nello stesso anno

esce il primo e ultimo film, Kurutta ippeiji, regia di Kawabata, di chiara impronta espressionista. La novità

sta nel proiettare sugli oggetti i sentimenti che non vengono espressi dai personaggi, così che l’attenzione

cada sugli elementi visivi e le immagini frammentate.

O

PERE

Akutagawa Ryunosuke; Rashōmon (1915)

L’autore era contrario all’autobiografismo e al realismo del naturalismo, prediligendo invece il racconto

breve di ambientazione storica o fantastica.

L’opera è ambientata nella Kyoto del periodo Heian, durante un periodo di carestie e cataclismi. Il

protagonista, un servo che ha appena perso il lavoro, passa la notte vicino Porta Rashō. Qui si imbatte in

una vecchia che cerca di prendere i capelli di un cadavere, per rivenderli come parrucca. La crudeltà della

scena liberano il protagonista di qualsiasi senso morale, portandolo quindi a compiere un gesto altrettanto

macabro e disumano: all’improvviso strappa il kimono della vecchia e fugge poi via nella notte.

Per Akutagawa, la lingua deve sposarsi perfettamente con le immagini, traducendo colori e sensazioni. La

brevità del racconto ne aumenta la forza comunicativa e ne comunica il pessimismo. Il percorso del

racconto è lineare, la storia si evolve insieme all’analisi intellettuale del protagonista: dopo un contrastato

cammino di consapevolezza, l’uomo passa dal senso di impotenza al controllo dello spazio circostante, al

quale si adegua senza alcuna preoccupazione morale. Il narratore mantiene sempre una certa distanza dalla

storia, creando a sua volta ambiguità.

Edogawa Ranpo; Inju (La belva nell’ombra)

Ranpo fu il massimo esponente della letteratura d investigazione, capace di sposare le tecniche del mistery

occidentale con lo stile classico.

Protagonista dell’opera è uno scrittore di romanzi gialli di nome Samukawa, che un giorno incontra una sua

ammiratrice, Oyamada, la quale gli confida di essere terrorizzata da un uomo, Oe Shundei, anch’esso

scrittore di romanzi gialli, con il quale aveva avuto una relazione. La donna nasconde tutto ciò al marito e

chiede invece l’aiuto di Samukawa. Quest’ultimo scopre che l’aguzzino si ispira proprio ai personaggi dei

suoi stessi romanzi. Quando il marito della donna viene ritrovato morto, tutti i sospetti ricadono su Oe, ma

Samukawa continua a investigare e scopre la natura violenta dell’uomo nei confronti della moglie. Convinto

di aver risolto questo caso, Samukawa avvia una relazione con la donna finché non si convince che

l’assassina sia proprio lei e che Oe Shundei sia un suo pseudonimo. Oyamada rifiuta le accuse e il giorno

dopo viene ritrovata morta suicida, per cui Samukawa è convinto della sua tesi. Col tempo una quarta

ipotesi si fa largo nella sua mente: la donna potrebbe essere stata assassinata da qualcuno ancora a piede

libero o potrebbe essersi suicidata in risposta alle accuse. Purtroppo non vi sono più risposte, ma solo tanti

dubbi e rimorsi.

L’indagine si svolge attraverso procedimenti logici e razionali, per quanto ogni tentativo di interpretazione

finisca nel nulla per via della casualità degli eventi. Una superficie di normalità nasconde un universo di

follia e perversione. L’autore presenta personaggi i cui ruoli si ribaltano di continuo, e la loro identità si

dissolve spesso. Le soluzioni possibili sono molteplici, e per questo si escludono l’un l’altra impedendo di

giungere ad una risoluzione. Ranpo usa la tecnica del testo nel testo, ovvero accavalla la narrazione con

Riassunto a cura di Ilaria Pignalosa. Rif. syllabus corso a.a 2013/2014

lettere e promemoria dei personaggi, ottenendo una frattura dei diversi piani temporali. L’investigatore si

identifica con il criminale, è costretto a prevenire le sua mosse e ciò porta il narratore, il cui livello di

onniscienza non è mai definito, a formulare osservazioni sulle tecniche del romanzo poliziesco.

Futabatei Shimei, Ukigumo (Nuvole fluttuanti, 1887)

Pubblicata in tre parti nel corso di due anni, è un resoconto della lotta fallimentare di un uomo incapace

nella vita sentimentale e lavorativa, che non riesce a collocarsi all’interno della società giapponese moderna.

E’ considerato il primo romanzo moderno giapponese.

Il protagonista, Utsumi Bunzō, dopo aver completato gli studi, si trasferisce nella capitale. Suo zio sembra

inizialmente convinto a cedergli la mano di sua figlia Osei, ma cambia opinione non appena il ragazzo perde

il lavoro, e sposta le sue mire su un altro giovane. Anche Osei dopo poco è stufa della natura testarda e

idealista di Bunzō, così forte da impedirgli di pregare il suo capo di riassumerlo. Bunzō, divorato dall’amore

e dalla sofferenza, si rinchiude in camera, incapace di reagire. Alla fine del romanzo, Bunzō scopre che Osei

si sta distaccando anche dal nuovo spasimante, ma non ne conosce i motivi e l’esito della storia resta

“fluttuante” come il titolo stesso suggerisce.

Bunzō è un anti eroe, incapace di definire se stesso in una società nuova e aliena, che è causa e

conseguenza del suo isolamento. Un altro tema del romanzo è l’incomunicabilità: i personaggi basano i

rapporti sociali sull’idea che si sono fatti a priori degli altri piuttosto che sulle comunicazione.

E’ innegabile l’influenza della letteratura russa su quest’opera, soprattutto di Turgenev, di cui Futabatei fu

traduttore. Il nucleo del romanzo è la psiche dei personaggi ed è evidente lo sforzo di rendere uno stile

letterario, il genbun’itchitai, che colmasse il divario tra lingua parlata e lingua scritta. Il romanzo si colloca

quindi a metà strada fra tradizione e romanzo moderno.

La presenza del narratore è quasi impercettibile, l’intero romanzo è focalizzato sul protagonista e ruota

intorno alala circolarità dei suoi pensieri, alla quale corrisponde una narrazione non perfettamente lineare.

La punteggiatura insistente sottolinea la frammentarietà del racconto.

Dopo la pubblicazione di questo romanzo, Futabatei abbandonò la scrittura per circa vent’anni, per motivi

sconosciuti.

Tsubouchi Shōyō; Saikun (La moglie, 1889)

In quest’opera l’autore tenta di dare una forma alla sua teoria sul romanzo, già espressa in un suo saggio.

L’insuccesso dell’opera soprattutto rispetto alla gloria ottenuta invece dal suo allievo Futabatei Shimei, lo

portarono a abbandonare l’attività di scrittore.

Otane, la protagonista, è costretta ad aiutare i suoi genitori a ripagare i debiti accumulati dal fratellastro ma,

per far ciò, preferisce non chiedere aiuto a suo marito, il quale non solo la tradisce ma a sua volta è pieno di

debiti e per rimediare impegna in segreto i beni della moglie. Osono, la cameriera a cui erano stati affidati

questi ultimi, viene derubata lungo la strada, per cui finirà con il suicidarsi per il disonore. Ne frattempo,

Otane si separa da suo marito e va a vivere con i suoi genitori, aiutandoli con il suo lavoro da insegnante.

Il racconto è in terza persona, suddiviso in quattro capitoli. Nel primo vi è un frequente ricorso al monologo

interiore e al discorso indiretto libero, affiancati ad un senso di ambiguità temporale. Il narratore fa

capolino a partire dal secondo capitolo, e man mano i suoi spazi di intervento sono sempre più ampi,

sintomo della difficoltà di Shōyō di allontanarsi dai canoni del gesaku. Nel discorso diretto e nel monologo

interiore fa ricordo al kōgō, nella lingua scritta il bungo, più colto e classicheggiante.

Shōyō non fu solo molto apprezzato per la sua qualità di traduttore delle opere di Shakespeare ma anche

come critico: la riforma della letteratura moderna coincide con la pubblicazione del suo Shōstsu shizui.

Kitamura Tōkoku; Matsushima ni oite Bashō ō o yomu (Leggendo Bashō a Matsushima, 1892)

Si tratta di un breve saggio di Kitamura, il quale nelle sue poesie esprime sempre un forte idealismo, la sua

concezione di arte come momento di contatto con l’assoluto, l’importanza dell’amore e del diritto

inalienabile alla libertà. Il vero motivo per cui Kitamura era giunto a Matsushima era per una missione da

interprete.

La prima parte del saggio è dedicata al racconto di una notte che l’autore ha passato a Matsushima, luogo

legato alla vita del grande poeta Matsuo Bashō. Quest’ultimo infatti, in un suo viaggio, aveva sì descritto le

Riassunto a cura di Ilaria Pignalosa. Rif. syllabus corso a.a 2013/2014

bellezze del luogo, ma non aveva commemorato l’evento componendo una poesia. La data della visita di

Bashō e quella di Kitamura coincidono, creando quindi una sorta di frattura temporale, non fosse che il

paesaggio adesso è immerso nel buio e non può esser ammirato. Il senso di magnificenza provato da Bashō

ora diventa al contrario senso di alienazione, allontanamento della psiche dal mondo dei sensi, regressione

verso le profondità dell’ego, fino ad affrontare i propri demoni. Nella seconda parte, il poeta espone le

proprie teorie estetiche, discute del rapporto tra uomo e Natura, critica i poeti moderni capaci solo di

comporre poesia superficiali. La bellezza di un paesaggio, quindi quella della Natura, è divina, assoluta, e il

poeta deve lasciarsi ispirare da essa. In questo concetto il poeta conferma il proprio ideale romantico.

Se in Bashō il sublime era il risultato della consapevolezza di una forza che trascinava l’anima verso una

condizione estatica a metà tra desiderio e paura di essere assorbiti, in Kitamura questo condizione nasce

dall’impossibilità di vedere il paesaggio.

Identificandosi con Bashō, Kitamura riesce a riscoprire se stesso e a vedere il presente della poesia.

Kunichida Doppo; Gen oji (Il vecchio Gen, 1897)

Scritto in stile prettamente letterario, nonostante in quegli anni si stesse affermando il genbu’itchidai.

Doppo prende però le distanze dalla narrativa Tokugawa orientandosi piuttosto verso il romanticismo

inglese. Si ispira infatti a Wordsworth per la definizione del rapporto tra uomo e natura e presenta

personaggi solitari, persi nell’infinità dell’universo. L’arte emerge dallo sboccare spontaneo di emozioni e

permette la fusione tra uomo e natura, per cui lo scopo dell’artista è di ricreare attraverso la parola

letteraria ciò che il suo spirito apprende e osservare.

L’opera si sviluppa su più livelli temporali, sovrapposti e interagenti. Nella prima parte un giovane

insegnante, dopo aver trascorso molti anni in un piccolo paesino di mare, scrive le proprie impressioni su

un vecchio di nome Gen di cui ha sentito parlare dagli anziani dal villaggio. Racconta quindi di quando Gen,

da giovane, lavorava come traghettatore ed aveva poi sposato Yuri, la quale sarebbe morta così come il loro

unico figlio. Spesso il racconto riprende il presente narrativo, lasciando che l’insegnante fantastichi sulla

vita di Gen, ignorando che questi sia già morto. In seguito spiega come Gen abbia adottato un giovane

mendicante, per colmare il vuoto che lo opprime, ma quest’ultimo non riesce a ricambiare il suo affetto.

Quando anche il ragazzo lo abbandona, Gen decide di suicidarsi.

L’opera nasce dai materiali raccolti dall’autore in una piccola località del Kyushu, dove lavorava come

insegnante. Ciò che la rende così particolare è la capacità di rappresentare il paesaggio, non più costituito

da mere immagini codificate. La natura non è rielaborazione del proprio rapporto con la tradizione ma di

tutti gli aspetti che derivano dalla sua diretta osservazione. I personaggi sono figure liminali, che si

annullano nel paesaggio. La ciclicità delle stagioni e il suicidio di Gen sono metafora della inquietudini

umane.

Shimazaki Tōson definì Kunikida Doppo un naturalista ma soltanto le ultime opere di quest’ultimo possono

rientrare nel genere.

Izumi Kyōka (pseudonimo di Izumi Kyōtarō); Kōya hijri (il monaco del monte Kōya, 1900)

Il protagonista è uno studente, che narra una storia che gli è stata racconta da un monaco buddhista. Il

racconto centrale, che ogni tanto ritorna anche al presente, descrive l’avventura del monaco, che da

giovane aveva attraversato una foresta fatata e superato varie prove, fino a giungere ad una casa in cui

viveva una bellissima donna insieme ad un giovane dall’aspetto strano. Dopo aver pernottato lì una notte, il

monaco riparte, ma più volte è tentato di tornare dalla donna. Fortunatamente riesce a resistere perché,

alla fine della storia, il lettore scopre che si trattava della maga Circe.

Izumi Kyōka è un autore particolare, critico nei confronti della società ad egli contemporanea, che da vita

ad una produzione concentrata sulle contraddizioni tra morale riconosciuta e psiche personale. I suoi

racconti sono definiti kannen shōsetsu, romanzi ideologici. Le sue opere richiamano spesso gli elementi

magici e del fantastico, ma non mancano personaggi che vivono ai limiti della società. Richiamando la

tradizione Tokugawa, utilizza uno stile fatto di segni, colori, filastrocche, che mira al coinvolgimento del

lettore in un universo di illusioni.

Riassunto a cura di Ilaria Pignalosa. Rif. syllabus corso a.a 2013/2014


ACQUISTATO

2 volte

PAGINE

17

PESO

564.66 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in asia meridionale e occidentale: lingue, culture e istituzioni
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Strangeilary di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura giapponese 2 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Beinati Luisa.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!