Introduzione
Modernità e postmodernità
Kindai: moderno. Gendai: contemporaneo. Generalmente kindai indica un periodo della storia giapponese corrispondente al Meiji, alla “modernizzazione”, ma anche un tratto caratteristico dell’identità culturale giapponese. Alcuni sostengono che il Giappone sia premoderno, e che quindi non abbia mai raggiunto la modernità; per altri è invece postmoderno e quindi si basa su elementi cardine e costanti della sua storia che non richiedono alcuna modernità. Dal punto di vista letterario, se la prima parte del periodo Meiji rappresenta il periodo di svolta, l’ultimo coincide con la trasformazione del testo letterario in prodotto della società dei consumi, ed entrambi i momenti si definiscono con il superamento del passato o con la sua negazione.
Per quanto riguarda l’uso della parola “romanzo”, secondo alcuni studiosi è legittimo utilizzarla in riferimento anche a letteratura non occidentali laddove vi siano stati dei contatti letterari e si siano sviluppate forme analoghe sia come tecniche che per la funzione che il genere ha assunto nel sistema letterario. Ciò significa, quindi, escludere la lingua giapponese, la cui narrativa procede secondo principi di associazione ed è la continuazione di modi narrativi ereditati dalla tradizione.
Le teorizzazioni di Tshobouchi Shōyō in Shōsetsu shinzui (L’essenza del romanzo, 1885), sono considerate come l’inizio della gestazione del romanzo moderno in Giappone. L’autore, in riferimento alle teorie occidentali, aspira a una riforma della narrativa giapponese che elevi il romanzo a forma d’arte il cui scopo sia di ritrarre la natura umana basandosi su materiale realistico. Ciò implicava un rifiuto di tecniche e tematiche della letteratura precedente ed un’evoluzione del romanzo da didattico ad artistico.
Il punto di arrivo di questa nuova fase è Ukigumo, il primo “romanzo moderno”. In esso l’idea centrale è la descrizione oggettiva della vita interiore del personaggio, le cui emozioni sono descritte con distacco. Il narratore è una sorta di divinità che crea le cose senza lasciare alcun segno. Viene quindi abbandonata l’eredità dei gesaku, che si affidavano solo sul dialogo per esprimere i pensieri del personaggio. La tecnica del monologo narrato permette una narrazione onnisciente.
Successivamente si sviluppa lo shishōsetsu (“romanzo dell’io”), la cui narrazione è concentrata sul soggetto, autobiografica o di confessione, e si riallaccia alla tradizione della letteratura classica. La narrazione in terza persona, quindi oggettiva, è infatti estranea ai codici linguistici della lingua giapponese, e ciò non permise alla narrazione onnisciente di spiccare come forma privilegiata.
Sōseki non accetta la modernità, le si oppone attraverso l’uso del shaseibun (scrittura che “copia la vita”), particolare stile di scrittura che non fa mai uso del tempo passato. Il narratore è percepibile, per quanto mantenga un distacco quasi ironico.
Karatani Kōjin, invece, introduce il concetto di tentō (conversione) e propone l’abolizione dei generi.
La ricerca dell’io
Una delle prime opere occidentali tradotte in Giappone fu Robinson Crusoe di Defoe, che presenta l’archetipo dell’uomo moderno, di estrazione borghese e arricchitosi grazie alle proprie capacità.
Nei primi anni del Novecento, l’attenzione del Giappone Meiji si sposta dal pubblico al privato, alla cultura intesa come sviluppo della persona e all’idea di individuo come soggetto etico e morale, ma anche politico e sociale. Si passa all’idea di una letteratura che deve avere utilità sociale. Il benessere individuale non coincide più con quello della nazione e i valori collettivi smettono di essere in primo piano.
In questo periodo (1890-1904) assume importanza il romanticismo, in quanto permette di enfatizzare i concetti di individuo e libertà. Gli scrittori si distaccano dal pubblico e dal sociale, ricercano loro stessi attraverso l’isolamento.
Fondamentale in questo sviluppo è l’adesione di molti autori al cristianesimo, in quanto la religione pone particolare attenzione all’interiorità.
Il Sengoha (gruppo del dopoguerra), è la risposta degli scrittori giapponesi alle problematiche del conflitto: non solo descrivono il trauma della guerra vissuto in prima persona, ma ne analizzano anche le conseguenze, proponendo un’interpretazione personale della guerra in una visione sociale, psicologica e umanitaria più ampia rispetto alla scrittura tradizionale. Viene recuperata la narrazione autobiografica dello shishōsetsu come modo per raccontare la vita privata dell’individuo che si scontra con la guerra.
Persino nella genbaku bungaku, però, manca una qualunque critica sulla responsabilità dei soldati o del Giappone, ma anzi l’esperienza della bomba atomica diventa puro vittimismo. Il bombardamento ha suscitato negli scrittori un esasperato bisogno di realismo. Gli hibakusha (i sopravvissuti alle radiazioni) avevano il compito di descrivere la realtà dei fatti ma dovevano al tempo stesso scontrarsi con l’incomunicabilità di una tragedia così grande. L’opera più famosa del genere è Kuroi ame, di Ibuse Masuji, che nella sua narrazione fittizia ambisce alla ricostruzione del reale.
In generale in questo tipo di narrativa di guerra si distinguono tre fasi cronologiche diverse:
- “Evocare le rovine”: testimonianza diretta, opere documentarie;
- “Raggiungimento di una prospettiva a distanza”: rielaborazione artistica a cura degli scrittori della seconda generazione (Ibuse Masuji);
- “Espansione nel tempo e nello spazio”: sviluppi successivi, prospettiva cosmopolita (Oe Konzaburo).
La tragedia di Hiroshima diventa una metafora della vita moderna. Nella letteratura contemporanea, il tema dell’olocausto nucleare si sovrappone a mondi apocalittici.
Generi e correnti letterarie
Letteratura di massa (Taishu bungaku)
Indicata anche come taishu bungaku (letteratura popolare o di massa), si tratta di una produzione con caratteristiche tematiche e stilistiche di ampia presa sul pubblico, con intenti divulgativi e di intrattenimento. La parola taishu deriva dalla terminologia buddhista e indicava un gruppo di monaci; in seguito fu utilizzata per indicare una massa. La definizione taishu bungaku si afferma tra il 1924 e il 1926, nonostante la categoria fosse già stata teorizzata alla fine dell’Ottocento dai giovani intellettuali che cercavano di fissare i confini tra la letteratura “pura” e la produzione “popolare” dell’epoca Tokugawa.
Se quest’ultima nasce proprio nel periodo Tokugawa è grazie all’utilizzo della stampa e alla nascita del mercato editoriale. Nel successivo periodo Meiji, si affermano nuovi generi come i sokki kōdan (i kōdan sono letture e spiegazioni di testi scritti), o più in generale storie narrate oralmente negli yose (piccoli teatri) che ora vengono registrate su carta. Il successo del genere porta alla nascita dei kaki kōdan (kōdan scritti), ovvero kōdan ideati proprio per la pubblicazione.
Nel 1911 molti di questi testi vanno a formare la Tachikawa Bunko (“Tascabili Tachikawa”), collana che raccoglieva racconti delle gesta di eroi storici. Nello stesso anno nasce anche la rivista Kōdan kurabu, più improntata sulla scrittura per commissione e al campo dei recitativi. Saranno queste riviste le tappe dello sviluppo della taishu bungaku. Nel 1924 viene pubblicato Yomimono bungei soshō, una raccolta in tredici volumi di testi rappresentativi del genere. Sono racconti che puntano all’intrattenimento.
Il repertorio del taishu bungaku viene distinto in tre gruppi: jidai shōsetsu (romanzo d’epoca), il genere a cui appartengono la maggior parte delle opere; gendai shōsetsu (romanzo d’attualità); tantei shōsetsu (romanzo d’investigazione).
Tra gli autori più importanti dell’antologia del ’24 ci sono Hasegawa Shin e Shirai Kyōji. Il primo è conosciuto per i suoi drammi teatrali, classificati in un sottogenere dei jidai shōsetsu, i matatabi shōsetsu (storie di vagabondaggio) ed è autore di opere come Mabuta no haha. Il secondo, considerato addirittura il padre della letteratura popolare, diventa famoso grazie a Fuji ni tatsu kage, un romanzo che presenta l’eroe perfetto e senza macchia.
Nel 1926 viene fondata la Nijuichinichikai, casa editrice che riuniva gli scrittori più importanti del periodo, tra cui anche Edogawa Ranmpo, che si ispirava a Edgar Allan Poe. L’evoluzione della letteratura popolare, quindi, giovò anche al successo delle case editrici.
Nel 1935 lo scrittore Kikuchi Kan propone l’istituzione di due premi: l’Akutagawa shō (in ricordo di Akutagawa Ryunosuke) dedicato alla letteratura “pura”, e il Naoki shō per la letteratura popolare. Questo portò all’accostamento popolare dei due ambiti.
Letteratura femminile (Joryū bungaku)
Negli anni Trenta appare il termine joryū, “stile femminile”, per indicare le opere scritte in generale dalle donne e caratterizzate dal lirismo e dall’attenzione ai dettagli della vita quotidiana. Queste opere, considerate più marginali a causa dei pregiudizi verso il genere femminile, appartengono a scrittrici con stili e generi diversi, tra le quali spiccano Hirabayashi Taiko e Miyamoto Yuriko.
La letteratura femminile aveva fatto la sua comparsa in Giappone nel periodo Heian, ma nel periodo successivo era apparentemente scomparsa dal panorama letterario. Nei primi anni del Novecento furono poi pubblicate due antologie dedicate alle scrittrici del periodo Edo e compare il termine joryū bungaku. La svolta si ebbe con l’affermazione dello shishōsetsu: le donne spiccarono particolarmente in questo genere autobiografico e incentrato sull’interiorità dell’autore.
Lo sviluppo di questa moderna narrativa psicologia è anche legato alla trasformazione del linguaggio letterario, che ha permesso l’accesso anche alle donne. Le opere di queste ultime non vengono mai definite shishōsetsu ma piuttosto jidenshōsetsu, “romanzi autobiografici”.
Quella della letteratura femminile non è mai stata una vera e propria scuola di pensiero, e le autrici non hanno mai condiviso una tradizione o l’idea di un progetto letterario: a renderle tutte uguali, in un certo senso inferiori, bastava il loro sesso. Questa rigida suddivisione dei ruoli sessuali sembra, in periodo Meiji, una risposta alle nascenti rivendicazioni femministe: le autrici erano spesso donne nubili che lavoravano per contribuire al reddito della famiglia, e questa nuova esperienza creava in loro il desiderio di una vita più indipendente. Anche grazie alla riforma di politica sociale attuata nel periodo Meiji, il livello di istruzione si era innalzato e molte ragazze concludevano la scuola, andando a far parte poi di un nuovo pubblico di lettrici femminili appartenenti alla classe media. Era in aumento anche il numero di donne lavoratrici. Era questo il target a cui si rivolgono le riviste femminili che nascono in questo periodo: alcune promuovevano la classica immagine della donna casalinga, le altre davano spazio ai primi timidi movimenti femministi.
Queste scrittrici emergenti appartenevano a famiglie di elevata estrazioni sociale, che avevano permesso loro di godere di un’educazione raffinata. Molte di loro si erano avvicinate alla scrittura tramite l’attività politica, magari dopo essersi arruolate nel Movimento per i Diritti civili. Nonostante la loro voglia di farsi sentire, erano comunque costrette a scrivere mantenendosi entro certi standard dovuti al loro sesso.
Nel 1896, con la morte delle tre scrittrici che ne erano state il fulcro (Wakamatsu Shizuko, Tazawa Inabune e Hugichi Ichiyo), questa promettente produzione di letteratura femminile ebbe bruscamente termine. Il periodo di guerra, inoltre, non permetteva alle donne di mantenere l’autonomia così duramente conquistata.
Nel 1911 cinque donne formarono Seitō, una rivista che metteva in discussione la “questione femminile”. Tornarono quindi in auge le riviste femminili e con esse un nuovo modello di eroina, pronta a lottare per realizzarsi anche nella vita pubblica, ribelle e colta. Ancora una volta sarà la guerra a metterle a tacere.
Con il secondo dopoguerra, infatti, la necessità letteraria più impellente è quella di superare lo shishōsetsu, ormai inadeguato ad esprimere la complessità dell’esperienza personale, soprattutto in confronto alla psicanalisi occidentale. Nasce quindi uno stile che prevede un soggetto che si frammenta e/o dissolve, creando una prospettiva alternativa che mette in discussione la realtà, e gioca con la satira, con mondi utopici e fantastici.
Le scrittrici degli anni Sessanta e Settanta che non hanno ottenuto pienamente la parità dei sessi, ma riesce a riformulare il concetto di femminilità e maternità, nonché il confine tra i ruoli dei due sessi. Negli anni Ottanta autrici come Banana Yoshimoto danno vita ad una scrittura post-femminista più pacifica e più vicina ai mondi del cinema e del fumetto. È negli anni Novanta, con il conferimento di prestigiosi premi letterari a diverse donne, che la scrittura femminile si dimostra ben radicata nel panorama letterario giapponese.
Letteratura pura (Junbungaku)
Indica la “letteratura alta”, definita tale in seguito al dibattito critico degli anni Venti, che si contrappone alla produzione popolare diffusasi nel periodo Tokugawa. Il dibattito presupponeva l’esistenza di una gerarchia di valori all’interno della letteratura, si proponeva di difendere la letteratura considerata pura dai generi popolari il cui successo era sempre maggiore e sarebbe tornato in auge ogni qualvolta questi ultimi avessero tentato la scalata al potere letterario (anni Sessanta e anni Ottanta).
Il concetto di jun viene introdotto da Arishima Takeo nel 1922 in Sengen hitotsu ma pare che a dare il via al dibattito sia stato un battibecco tra Akutagawa Ryunosuke (che indicava l’importanza dello spirito poetico dell’opera) e Tanizaki Jun’ichirō (che sosteneva che l’opera dovesse come prima cosa suscitare l’interesse del lettore) in merito al valore della trama in un’opera. Se Aukatagawa era più vicino allo stile degli shishōsetsu, Tanizaki propendeva per i generi popolari. Il dibattito avrebbe poi coinvolto altri autori, come Nakamura Murao, che considerava lo shishōsetsu come la forma di arte più pura.
Presto si sarebbe diffusa l’idea della letteratura jun come privata di immaginazione e oggettività, pura solo nell’esperienza personale dell’io, appunto come nello shishōsetsu. Negli anni Sessanta Hirano Ken tentò di storicizzare l’evoluzione di questo paragone, ricercandone le ragioni nel collasso della letteratura proletaria e nell’incapacità di Tanizaki di trovare seguito tra i critici.
Dal 1935 è la posizione già assunta da Akutagawa a predominare: l’arte per l’arte, insieme al realismo personale. Takami Jun si oppone al tentativo di Hirano, sostenendo che lo shishōsetsu fosse solo una delle manifestazione dello jun che si era evoluto con il tempo. Anche egli sostiene l’arte per l’arte, una letteratura scritta non per il consumatore ma per la soddisfazione personale dell’artista.
Itō Sei, invece, fa notare come il problema sia più nel contenuto dell’opera e nella tecnica, che nella qualità del lavoro. Anche egli non è d’accordo con Takami.
Negli anni Ottanta a riprendere le redini del dibattito è Oe Kenzaburō, che spaventato dal successo “globale” dei giovani scrittori, lamenta il declino della letteratura pura, seria e impegnata. Come Hirano, anche Oe interpreta il jun come qualcosa di fisso, incapace di evolversi ma solo di estinguersi.
Lingua giapponese moderna
Attualmente esistono diverse opinioni contrastanti e poco precise circa le relazioni genetiche della lingua giapponese con altre famiglie linguistiche, fornendo soltanto poche ipotesi basate su affinità strutturali e comparazioni. La teoria più plausibile è quella che inserirebbe il giapponese nel sostrato di tipo maleo-polinesiano.
La lingua giapponese moderna si forma con la restaurazione Meiji e l’apertura del Giappone all’influenza occidentale. Nasce il “movimento per l’unificazione della lingua orale e scritta”, ad opera di alcuni intellettuali interessati a stabilire una lingua nazionale (propendendo alla fine per la lingua della borghesia di Tokyo) e a semplificare e razionalizzare la lingua scritta, anche se quest’ultima cosa trovava l’opposizione di molte personalità conservatrici.
Nel dopoguerra, la lingua colloquiale fu utilizzata anche nel settore ufficiale e addirittura per scrivere la nuova Costituzione del 1946. Allo stesso anno risale il Tōkyō kanjihyō, una lista prescrittiva che elencava i 1859 kanji in vigore. Fu inoltre approvato l’uso del kana secondo la reale pronuncia delle parole, abbandonando l’uso classico. I kanji attualmente in uso sono 1945, come elencato nella nuova lista nel 1981.
Fonologia: Le vocali sono cinque (più altrettante lunghe distintive) e non si distinguono le chiuse dalle aperte. La /r/ ha un suono intermedio tra /r/ e /l/, il suono /h/ è aspirato, esiste la variante nasale della /n/. Non esiste l’accento intensivo, basato sull’intensità della pronuncia, ma quello tonale, che mette in rilievo il valore melodico della sillaba.
Grammatica: Nomi, avverbi, particelle ed esclamazioni sono prive di genere e numero. Gli aggettivi hanno una propria coniugazione come i verbi e anch’essi sono privi di genere e numero. Sono pochissime le forme irregolari. La funzione delle parole
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